Charles Robert Darwin

Le biografie dei giocatori - diciottesima biografia

Capitolo 101

La partita di calcio mondiale fra i filosofi

Claudio Simeoni

 

Le biografie dei filosofi che partecipano alla partita di calcio

 

La biografia di Charles Robert Darwin

 

Charles Robert Darwin nasce a Shrewsbury il 12 febbraio 1809. Muore il 19 aprile 1882.

Il padre di Charles Darwin era il dottor Robert Waring Darwin. Appena ventenne era arrivato a Shrewsbury nel 1786 iniziando la professione del medico e acquisendo una buona fama professionale.

Robert Waring Darwin era un uomo grasso che praticava medicina e che con la sua attività poteva permettersi di vivere agiatamente. Era massone. Darwin descrive suo padre come un medico attento, appassionato e grande osservatore. Uomo generoso, ben voluto e sempre disponibile. Curava gratuitamente i poveri.

Il nonno paterno era Erasmus Darwin che aveva esercitato la professione del medico a Nottingham e a Lichfield. Uomo molto attivo e di vasti interessi, è considerato una sorta di precursore della teoria evoluzionista.

La madre di Charles Darwin era Susanna Wedghood che apparteneva alla borghesia inglese dal momento che suo padre aveva un laboratorio artigianale di maioliche che trasformò in una fiorente industria.

L'educazione di Charles nella prima infanzia fu fatta dalla sorella Carolina e poi fu mandato alla scuola elementare di Shrewabury che frequentò per un anno.

Fin dalle elementari aveva la passione del collezionista e la curiosità di apprendere i nomi delle piante.

Nel 1818 Darwin inizia a frequentare la scuola media di Shrewabury diretta da Butler nella quale rimase a studiare per sette anni. La scuola diretta da Butler non apriva la mente alla vita, ma cortocircuitava gli interessi dei ragazzi sui classici, un po' di storia e un po' di geografia rigorosamente interpretati dal punto di vista cristiano. Non studiò mai lingue.

Darwin dice di sé stesso che nei sette anni che frequentò la scuola diretta da Butler le sole cose positive furono gli esperimenti di chimica del fratello e la lettura del libro "Le meraviglie del mondo". Si allenò anche a diventare un provetto cacciatore.

Nel 1825 il padre lo mandò all'Università di Edimburgo. Il fratello di Charles finiva gli studi di medicina mentre Charles li iniziava. Seguiva particolarmente le lezioni di chimica tenute da Hope. Frequentò le lezioni di medicina anche se le riteneva noiose e fece pratica nelle corsie dell'ospedale. Curò i poveri di Shrewabury con l'aiuto del padre che gli dava consigli. Non fu in grado di affrontare le sale operatorie, non sopportava la vista del sangue e di quel tipo di operazioni.

All'università conobbe il dottor Grant che pubblicò alcuni lavori di zoologia e divenne professore all'University College di Londra. Con lui Darwin discusse di Lamarck ma Darwin trovò quelle discussioni noiose perché aveva già letto "Zoonomia" scritto da suo nonno in cui erano presentate idee simili.

Nel 1826 Darwin si interessava di fauna marina e con un vecchio microscopio studiava le uova di Flustra e le capsule ovigine di Pontobdella muricata.

Charles Darwin frequentava il gruppo della società Pliniana sostenuta dal professor Jameson. Vi facevano parte studenti e si riuniva in una sala sotterranea dell'università allo scopo di leggere testi naturalistici.

Darwin rimase all'università di Edimburgo fino al 1828 quando il padre, venuto a sapere che non avrebbe mai fatto il medico, decise di avviarlo alla carriera ecclesiastica. Charles decise di riflettere, si lesse qualche libro e rifletté sul fatto che credeva nella bibbia convincendosi che "il nostro Credo andava accettato in pieno" anche se, dice, non era molto disposto a credere nell'assurdo pur non intendendo discutere alcun dogma.

All'inizio del 1828 Darwin arriva all'Università di Cambridge. Rimarrà a Cambridge tre anni a studiare teologia, ma riterrà che quegli furono anni sprecati. Nonostante ciò, studiò attentamente i classici e superò agevolmente il primo esame di baccalaureato. Per superare l'esame finale dovette studiare le opere di Paley, Evidences of Christianity e Moral Philosophy. La logica di questi libri e di "Natural Theology" piacquero molto a Darwin.

Nel frattempo curava la sua passione per la raccolta e la classificazione degli insetti. Racconta Darwin che una volta, scoperti due rari insetti sotto la corteccia di un albero li acchiappò tenendoli uno per mano. Ma vedendo un terzo insetto raro, decise di mettere uno dei due insetti in bocca. Quell'insetto emise una sostanza che gli bruciò la lingua e fu costretto a sputarlo perdendo tutti gli insetti.

Pur di avere insetti rari fece raccogliere da un operaio le cortecce degli alberi e raschiare il fondo delle barche. A Cambridge frequentava naturalisti fra i quali suo cugino W. Darwin Fox. Iniziò in questo periodo a notare le differenze fra i coleotteri.

Questi dati sull'infanzia di Darwin ci permettono di capire come Darwin abbia sempre avuto la passione dell'osservazione e della ricerca.

Incontro cruciale fu col professor Henslow. Un eminente naturalista con cui strinse amicizia facendo anche lunghe passeggiate col professore cenando spesso a casa sua. Il professore conosceva molto bene la botanica, la chimica, la mineralogia, l'entomologia e la geologia.

Il 27 dicembre 1831 inizia per Darwin il viaggio sulla Beagle che si concluderà il 2 ottobre 1836. L'intero viaggio sarà pubblicato sotto il titolo "Viaggio di un naturalista attorno al mondo". Un diario puntuale in cui Darwin annoterà le sue osservazioni. Il diario è importante per gli studiosi perché contiene le impressioni dalle quali Darwin trae le sue conclusioni come riflessioni sul mondo e la natura della vita. Le interpretazioni della realtà vengono fatte da Darwin con gli occhi del colonialista che ostenta una superiorità di razza e che misura tutto il mondo con i principi propri dell'ideologia cristiana. Tuttavia, sia nel corso del viaggio che negli scritti successivi modifica molto il suo punto di vista finendo per promuovere una vera e propria rivoluzione nella storia del pensiero umano e nella filosofia.

Il 07 marzo 1837 Darwin si prende un appartamento in Great Marlborough Street a Londra e vi rimase due anni finché non si sposò. Intanto continuava a lavorare su "L'origine delle specie".

Dice Darwin che fra il 1837 e il 1838 si trovò a riflettere molto sul problema della religione cristiana. Quand'era sulla Beagle fece ridere più di qualche marinaio per come citava la bibbia per le questioni morali. Eppure riteneva tutte le storie della bibbia delle falsità come la creazione, la torre di Babele, con l'arcobaleno quale "segnale di dio" o l'attribuire a dio i sentimenti vendicativi degli uomini. Falsità, secondo Darwin, che non erano diverse dagli scritti degli Indù. I vangeli stessi non sono stati scritti contemporaneamente ai fatti che narrano e, secondo Darwin, i miracoli erano il frutto della credulità.

Nel 1839 Darwin si sposa. Dal matrimonio avrà cinque figli maschi e una figlia, Annie, che morirà a 10 anni nel 1851.

Nel 1842 Darwin fa forse l'ultima escursione per osservare le rocce e l'erosione dei ghiacciai nel Galles settentrionale. In questi anni la salute di Darwin era cagionevole e Darwin soffriva molto.

A Londra Darwin frequenta il geologo Lyell col quale stringe una forte amicizia sia personale che scientifica.

Di lui, dice Darwin:

"La potente influenza delle opere di Lyell la si poteva un tempo chiaramente constatare nel diverso sviluppo che la geologia aveva assunto in Francia ed in Inghilterra. Se oggi le assurde ipotesi di "di elevazione Elie de Beaumont quali quelle "dei crateri di elevazione" e delle "linee di elevazione" (quest'ultima l'ho sentita portare alle stelle da Sedgwick in una seduta della Geological Society) sono cadute nell'oblio più completo, il merito è quasi tutto di Lyell."

Charles Darwin in "Viaggio di un naturalista attorno al mondo", ed. Feltrinelli, 1982, p. 52 – 53

A Londra Darwin incontra e trattiene rapporti con ricercatori e con nobili di vario genere e dai diversi interessi.

Nel settembre 1842 Darwin si trasferisce a Down dove resterà, comunque, fino al 1876.

Darwin pubblica (solo i titoli principali):

Viaggio di un naturalista intorno al mondo nel 1839;

Le Osservazioni geologiche sul Sudamerica nel1846;

Pubblica un lavoro sui Cirripedi;

Nel 1859 pubblica "L'origine delle specie";

Nel 1862 pubblica un libro "Sulla fecondazione delle orchidee";

Nel 1868 pubblicherà il libro "Variazione negli animali domestici e delle piante coltivate";

Nel 1871 Darwin pubblica "L'origine dell'uomo e la scelta sessuale".

Nel 1872 viene pubblicato "Espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali";

Nel 1874 esce "L'evoluzione dell'uomo";

Nel 1875 Darwin pubblica il libro "Le piante insettivore";

Nel 1876 Darwin pubblicherà "Effetti dell'autofecondazione e della fecondazione incrociata nel regno vegetale";

Nel 1876 uscirà anche il libro "Differenti forme di fiori ecc.";

Nel 1980 "Capacità di movimento nelle piante":

Nel 1881 Darwin invia all'editore il manoscritto "Formazione dell'humus per azione dei lombrichi";

Darwin morirà nel 1882.

Non c'è dubbio che ha passato tutta la vita dedicandola alla ricerca scientifica. Quella ricerca si è riversata sulla filosofia e ne ha modificato il corso e le riflessioni.

Darwin, pur essendo cristiano, dimostra come l'uomo non è creato da Dio, ma è divenuto per diversificazione delle specie che lo hanno preceduto.

I problemi che Darwin pone alla filosofia sono molto importanti e spesso i filosofi hanno voluto ignorarli. Quelli di Darwin erano tempi in cui si riteneva che la bibbia fosse un libro storico e non un insieme di favole inventate da persone con delirio di onnipotenza al solo scopo di imporre il loro potere.

Dopo Darwin la bibbia diventa una menzogna. Un falso e migliaia di filosofi si precipiteranno in soccorso della bibbia contro, non solo la ricerca scientifica, ma chiunque tenti di costruire un sistema filosofico che metta l'uomo al centro del mondo anziché Dio.

Il problema teologico che pone Darwin ai cristiani è questo: se l'uomo è divenuto per diversificazione delle specie, ogni specie, dal punto di vista teologico, è un uomo e ha le stesse prerogative emotive, psicologiche, intellettive e divine della specie umana. Teologicamente parlando non c'è differenza fra l'uomo e il lombrico: hanno le stesse pulsioni che veicolano nel mondo in maniera diversa. In sostanza, teologicamente e filosoficamente parlando, un virus è uguale ad un uomo.

Parlare di che cosa Darwin ha portato al pensiero umano è abbastanza arduo. Il concetto di eugenetica con la quale Platone intendeva selezionare gli uomini in funzione della società castale che voleva imporre, trova in Darwin una riflessione fondamentale che sarà utilizzata sia dagli USA che da Hitler nel tentativo di selezionare il miglioramento della razza.

Scrive Darwin in "L'origine delle specie e i fondamenti dell'evoluzione":

Si potrebbe riempire un volume intero con i fatti che dimostrano la forte tendenza all'eredità in quasi ogni caso di caratteristiche congenite, dalle più insignificanti alle più notevoli. Il termine «caratteristiche congenite», debbo farlo notare, è un'espressione vaga, che indica soltanto una caratteristica che si evidenzia quanto la parte interessata è quasi, o del tutto, sviluppata. Nella parte Il discuterò sul periodo della vita embrionale in cui appaiono probabilmente per la prima volta le caratteristiche congenite, e sarò in grado di dimostrare con qualche prova che in qualsiasi periodo della vita appaia per la prima volta una nuova caratteristica essa tende ad apparire ereditariamente nella prole in un periodo corrispondente. Comunque numerosi deboli cambiamenti che si verificano negli animali in età matura (spesso - sebbene lungi dall'essere sempre - prendendo la forma di affezioni), sono, come già detto nel primo paragrafo, molto spesso ereditari. Nelle piante, le gemme che assumono un carattere diverso dal ceppo di origine tendono nello stesso modo a trasmettere le loro nuove caratteristiche. Non vi sono ragioni sufficienti per credere tuttavia che sia le mutilazioni che i cambiamenti di forma prodotti da pressioni meccaniche, anche se continue per centinaia di generazioni, o che ogni cambiamento di struttura originatosi improvvisamente da una malattia, siano ereditari; sembrerebbe infatti che per esserlo il tessuto della parte interessata debba crescere lentamente e liberamente nella nuova forma. Vi è un'enorme differenza nella tendenza ereditaria di peculiarità diverse e della stessa peculiarità in differenti individui e specie. Così di duecentomila semi del frassino pendulo che erano stati seminati, non uno si sviluppò puro, mentre diciassette semi di tasso crebbero quasi tutti puri. I bovini «Niata» del Sud America e la pecora Ancon deformi e quasi mostruosi, quando si riproducono o si incrociano con altre razze, trasmettono le loro caratteristiche alla prole con la stessa precisione, sembra, delle razze ordinarie. lo non posso gettare alcuna luce su queste differenze nel potere di trasmissione ereditaria: gli allevatori credono, e l'apparenza sembra dar loro ragione, che in generale una caratteristica diventi più stabile dopo essere passata attraverso parecchie generazioni; se cioè un individuo su venti della prole eredita una caratteristica dai suoi genitori, i suoi discendenti tenderanno in seguito a trasmettere questa stessa caratteristica in una proporzione molto maggiore di uno a venti, e così via nelle generazioni successive. Non ho parlato qui dell'ereditarietà delle caratteristiche mentali perché mi riservo di trattare questo argomento in un capitolo a parte.

Darwin, L'origine delle specie e i fondamenti dell'evoluzione, Newton, 1984, p. 105 – 107

La selezione degli uomini in questo modo fu pensata da Platone e messa in essere dai cristiani. Il genocidio degli eretici, messo in essere dai cristiani, altro non era che un atto di eugenetica che aveva lo scopo di togliere dalla società i dissidenti.

Noi non possiamo conoscere la qualità degli effetti dell'eugenetica operata dai cristiani nelle società, sta di fatto che ogni persona che pensasse il mondo in maniera diversa da come i cristiani volevano che il mondo fosse pensato, veniva ammazzata, perseguitata o emarginata al fine di rendere economicamente svantaggioso, dal punto di vista sociale, quel modo di pensare e di vivere la quotidianità. Garantendo vantaggi a coloro che agivano in funzione del dominio cristiano, i cristiani misero in atto una vera e propria selezione della specie in cui estirparono il concetto di libertà dell'uomo per sostituirlo con la necessità della dipendenza da Dio e dall'autorità che lo rappresenta.

Oggi si può affermare che il Dio cristiano non esiste, ma non si può affermare che non esista una dipendenza psico-emotiva dall'idea di Dio in una vasta percentuale della popolazione. La selezione eugenetica funziona come i semi, non tutti i semi riproducono la necessità di sottomettersi e la ribellione alla necessità di sottomettersi non risponde più ai caratteri che precedettero l'inizio dell'imposizione della sottomissione, ma risponde ai nuovi caratteri con cui la sottomissione si rappresenta al di là della storia mediante la quale la sottomissione si è impressa nella struttura psico-emotiva dell'uomo.

L'idea della possibilità di applicare l'eugenetica agli uomini presente in Platone, ventilata da Tommaso Campanella ed usata da due millenni da ebrei e cristiani (vedi Deuteronomio) trova una sponda nell'analisi scientifica di Darwin e da pratica occulta (fra ebrei e i cristiani) diventa una possibilità sociale diventando la teorizzazione del super-uomo nazista. Così le teorie di Darwin anziché diventare una riflessione che ci porta ad analizzare le condizioni del vissuto, ha alimentato l'idea che si possano condizionare gli uomini per adattarli alle proprie esigenze, come le pecore Ancon.

Vale la pena di citare un'altra riflessione relativa alle cause di variabilità all'interno delle specie osservata da Darwin.

Scrive Darwin:

Qui si deve stare attenti ad un'importante distinzione nella prima origine o nel manifestarsi delle varietà. Quando vediamo un animale ben mantenuto produrre prole con la tendenza ereditaria alla maturità precoce e alla pinguedine; quando vediamo che l'anitra selvatica e il cane australiano presentano sempre screziature nel colore quando si riproducono in isolamento per una o per poche generazioni; quando vediamo gente che vive in certi distretti o in condizioni particolari divenire soggetta alla tendenza ereditaria di alcune malattie organiche, come la tisi o la plica polonica, noi siamo naturalmente portati ad attribuire tali cambiamenti agli effetti diretti di agenti conosciuti o sconosciuti che agiscono per una o più generazioni sui genitori. E' probabile che una quantità di caratteristiche possa essere così causata da agenti esterni sconosciuti, ma nelle razze caratterizzate da un arto o da un artiglio soprannumerario, come talvolta accade nei volatili domestici e nei cani, oppure da una articolazione in più nelle vertebre, dalla perdita di una parte come la coda, dalla sostituzione di un ciuffo di penne con un pettine in certi tipi di pollame e in molti altri casi, difficilmente possiamo attribuire queste caratteristiche direttamente ad influenze esterne piuttosto che indirettamente alle leggi della crescita embrionale e della riproduzione. Quando vediamo una moltitudine di varietà (come è stato spesso osservato nei casi in cui l'incrocio viene evitato con cura) prodotte da semi maturati nella stessa capsula, con i princìpi maschili e femminili nutriti dalla stessa radice ed esposti naturalmente alle stesse influenze esterne, non possiamo credere che le infinite piccole differenze tra le varietà di pianticelle così prodotte siano difetto di una qualche differenza corrispondente nella loro esposizione. A questa stessa conclusione siamo portati (come Miiller ha sottolineato) quando vediamo in una stessa fìgliata, prodotta dallo stesso atto di concepimento, animali considerevolmente differenti.
Dato che le variazioni nella forma cui abbiamo accennato sono state osservate, quanto agli animali, soltanto in quelli allo stato domestico, e nelle piante soprattutto fra quelle coltivate meglio e da lungo tempo, dobbiamo in tali casi attribuire le varietà (sebbene le differenze tra ciascuna di esse non si possano assolutamente far risalire a qualche differenza di esposizione nei genitori) agli effetti indiretti dello stato domestico sul sistema riproduttivo. Sembrerebbe come se il potere riproduttivo fallisse nella sua funzione ordinaria di produrre nuovi esseri strettamente simili ai loro genitori e come se tutta l'organizzazione dell'embrione, con l'addomesticamento, divenisse in certo grado plasmabile. Avremo occasione in seguito di dimostrare che negli esseri organici un cambiamento considerevole dalle condizioni naturali di vita, interessa, indipendentemente dal loro generale stato di salute, il sistema riproduttivo in maniera diversa e notevole. Posso aggiungere, a giudicare dal gran numero di nuove varietà di piante prodotte nella stessa zona e con gli stessi metodi di coltivazione, che probabilmente gli effetti indiretti dello stato domestico nel rendere plasmabile l'organizzazione della pianta, sono una fonte molto più efficace di variazioni di quanto non lo sia qualsiasi effetto diretto che certe cause esterne possono avere sul colore, la struttura o la forma di ciascuna parte. In quei pochi casi in cui, come nella dalia, il corso della variazione è stato registrato, sembra che lo stato domestico produca per parecchie generazioni solo un piccolo effetto nel plasmare l'organizzazione e che dopo di ciò, come per un effetto accumulato, all'improvviso i caratteri originali della specie si perdano o si affievoliscano.

Darwin, L'origine delle specie e i fondamenti dell'evoluzione, Newton, 1984, p. 107 – 108

Darwin riflette sugli effetti che ha lo stato domestico, la sottomissione a condizioni imposte, sui caratteri riproduttivi e le variazioni introdotte nelle specie.

La sottomissione, lo stato domestico, circoscrive il raggio spaziale in cui quella porzione di specie, separata dall'insieme della specie, può continuare a vivere. Continuare a vivere è la pulsione oggettiva che si esprime in ogni essere Come quel continuare a vivere può essere veicolato dal singolo essere determina l'adattamento psico-fisico di quell'essere nell'ambiente circoscritto in cui è costretto a vivere.

L'ambiente medioevale costringeva gli individui ad abitare in quel paese. Nel feudalesimo, gli individui erano servi della gleba costretti al lavoro obbligatorio e impossibilitati, sia militarmente (il filo spinato che circonda il gregge) che culturalmente (privazione della conoscenza dell'ambiente spaziale in cui vivevano), ad uscire dal feudo o dal paese. L'adattamento delle persone era legato alle imposizioni feudali e per sopravvivere le persone costringevano i loro figli a sottomettersi all'imposizione feudale. Questo non significa che la pulsione a modificare alcuni aspetti che imponevano la sottomissione non fosse attiva, ma erano state completamente annichilite le modalità con le quali quella pulsione veniva veicolata prima dell'arrivo del cristianesimo. Le modalità in cui esprimere la pulsione a modificare il presente, che precedentemente era una caratteristica della specie umana, che si erano sviluppate nel corso di milioni di anni, sono state cancellate e si sono sviluppate modalità diverse in cui veicolare quella stessa pulsione data la nuova situazione sociale in cui la specie umana è costretta a vivere.

La filosofia non ha mai riflettuto sugli uomini costretti ad adattarsi a situazioni imposte. La filosofia ha sempre preferito parlare di Dio, cioè del soggetto che impone le condizioni di sottomissione alle quali gli uomini sono costretti ad adattarsi. E anche quando Darwin sottolinea la modificazione delle specie nello "stato domestico", la filosofia, tesa a giustificare l'assolutismo, anziché riflettere sulla condizione umana preferisce usare l'interpretazione di Darwin come una nuova opportunità per rinnovare la sottomissione dell'uomo anziché riflettere sulla necessità di rimuovere le condizioni che opprimono la struttura psico-emotiva dell'uomo.

Lo Stato domestico, come la società feudale, circoscrive l'uomo in uno spazio ristretto, lo costringe ad adattarsi alle situazioni imposte, costringe quell'uomo a costringere a sua volta i suoi figli ad adattarsi a quelle condizioni privandoli degli strumenti con cui potrebbero costruirsi un diverso futuro. Costringe i suoi figli nell'ottica della servitù feudale e la condizione della servitù feudale per volontà di Dio è quanto viene interiorizzata da quei figli il cui futuro può avvenire solo all'interno delle condizioni feudali. Sia se riusciranno a scalare la gerarchia cercando un posto "al sole", sia se continuano ad essere servi sottomessi che spalano il liquame per conto del feudatario, alla fine, feudatario e spalatore di liquame diventeranno i limiti del divenire umano fra feudatari che giocano alla guerra utilizzando gli spalatori di liquame e, nello stesso tempo, contendendosi il controllo sugli spalatori di liquame.

Da questo alla formazione della "tipologia" di uomo sottomesso o di selezione eugenetica data dalla costruzione di un ambiente coercitivo dal quale, all'uomo, è impedita l'uscita.

Scrive Darwin in "L'origine dell'uomo e la scelta sessuale":

Esiste invece un altro problema importante, e cioè se ogni sottospecie o razza umana sia derivata da un unico paio di progenitori. Nei nostri animali domestici una nuova razza può essere prontamente formata da una coppia unica munita di qualche nuovo carattere, o quando un solo individuo è così caratterizzato, accoppiando con cura i figli che variano; ma la maggior parte delle razze umane non si sono formate volontariamente da una coppia di scelta, ma inconsciamente conservando alcuni individui con qualche lieve, utile e desiderata variazione. Se in un paese si preferiscono abitualmente cavalli forti e pesanti, ed in un altro cavalli leggeri e veloci, possiamo esser certi che in un dato tempo si produrranno due distinte sotto razze, senza che nessuna particolare coppia e nessun individuo siano stati separati e allevati in uno dei due paesi. Molte razze sono state formate in tal modo e la loro formazione è intimamente analoga a quella delle specie naturali. Sappiamo pure che i cavalli portati alle isole Falkland sono divenuti durante le successive generazioni più piccoli e più deboli, mentre quelli che si sono rinselvatichiti nelle Pampas hanno acquisito una testa più grossa e tozza; e questi mutamenti sono derivati evidentemente non da una coppia unica qualunque, ma dal fatto che tutti gli individui sono stati soggetti alle stesse condizioni, aiutati forse dal principio di regresso. In nessuno di questi casi le nuove sotto razze sono derivate da una coppia unica, bensì da molti individui che hanno variato in gradi differenti, ma nello stesso modo generale; e possiamo concludere che le razze umane si sono prodotte allo stesso modo, e che le loro modificazioni sono o l'effetto diretto dell'azione di condizioni differenti, o l'effetto indiretto di una qualche selezione.

Darwin, L'origine dell'uomo e la scelta sessuale, BUR, 1982, p. 232 – 233

Gruppi di soggetti, animali, piante, uomini, o meglio, in generale, Esseri Viventi che si modificano e non, come sostengono ebrei e cristiani, un singolo individuo o una coppia che modificandosi crea una discendenza.

Un gruppo si modifica date le condizioni nelle quali è costretto a vivere. Così gli uomini europei si sono modificati in funzione della sottomissione al cristianesimo perché sottomessi e costretti ad adattarsi alla sottomissione dalla quale non potevano uscire. Quando poi gli europei hanno iniziato a colonizzare il mondo non conoscevano che il sistema di sottomettere come sistema di relazione fra gli uomini. I cristiani hanno proceduto, non solo a sterminarsi fra di loro nel gioco del padrone che sottomette e tutti gli altri che devono obbedire, ma in ogni relazione che costruivano con altri popoli (che non conoscevano l'ideologia del padrone che sottomette) procedettero mediante lo sterminio e il genocidio nei loro confronti.

Loro si consideravano la "razza eletta", la "razza padrona in nome di Dio"

Generazione dopo generazione si è forgiato l'uomo cristiano. L'uomo che ritiene normale consegnare i suoi figli alle chiese cristiane e marchiarli con il battesimo.

Per imporre caratteri emotivi ad un gruppo costringendo il gruppo ad interiorizzarli e metterli alla base della propria identità sociale, duemila anni sono un'eternità. Al contrario, per consentire a gruppi umani di vivere sull'Himalaya o sulle Ande sono serviti molti più millenni.

Sta di fatto che, secondo Darwin, alla base del cambiamento che viene fatto proprio da una comunità ci sono gruppi di individui e non un solo individuo o una coppia. Questa idea è antagonista all'idea del super-uomo o all'idea dell'Adamo all'origine di una specie. La diversificazione delle specie è un "parto" collettivo, non individuale.

Vale la pena di leggere l'idea di Darwin sull'estinzione delle razze umane.

Scrive Darwin:

L'estinzione parziale e totale di molte razze e sotto-razze umane sono avvenimenti storicamente conosciuti. Humboldt vide nell' America meridionale un pappagallo che era l'unico superstite che parlasse ancora la lingua di una tribù estinta. Monumenti antichi ed utensili di pietra trovati in tutte le parti del mondo indicano avvenute estinzioni. Tribù piccole e disperse, resti di razze antiche, sopravvivono ancora in regioni isolate e per lo più montuose. In Europa, secondo Schaaffahausen, le antiche razze erano tutte "più primitive dei più rozzi selvaggi dei nostri giorni"; quindi devono essersi differenziate, fino a un certo punto, da ogni razza esistente. I resti descritti dal prof. Brown, provenienti da Les Eyzies, sebbene non sembrino appartenere ad una sola famiglia, indicano una sola razza fornita di una singolarissima combinazione di caratteri bassi o scimmieschi, ed altri elevati, e «del tutto differenti da qualunque altra razza, antica o moderna, di cui abbiamo inteso parlare». Perciò essa differiva dalla razza quaternaria delle caverne del Belgio.
Le condizioni fisiche sfavorevoli non sembrano avere avuto un grande effetto sulla estinzione delle razze. L'uomo è vissuto lungamente, nelle regioni più settentrionali, senza legno con cui fare barche od altri ordigni, e col solo grasso per bruciare e per scaldarsi, ma soprattutto per far sciogliere la neve. Nella punta meridionale dell'America gli abitanti della Terra del Fuoco vivono senza abiti. Nell'Africa meridionale gl'indigeni vanno erranti per le più aride pianure, dove abbondano gli animali più pericolosi. L'uomo può sopportare l'azione mortale del Terai ai piedi dell'Himalaya e le spiagge pestilenziali dell'Africa tropicale.
L'estinguersi di una razza deriva soprattutto dalle lotte di una tribù coll'altra, e di una razza con un'altra. Vi sono sempre vari ostacoli, come abbiamo spiegato in un precedente capitolo, che concorrono a limitare il numero degli individui di ogni tribù selvaggia - come le carestie periodiche, il nomadismo dei genitori e quindi la mortalità dei bimbi, l'allattamento prolungato, il rapimento delle donne, le guerre, gli incidenti, le malattie, il libertinaggio, specialmente l'infanticidio, e forse la fecondità diminuita per il cibo meno nutriente e per le molte fatiche. Se per una ragione qualunque uno di questi ostacoli decresce, anche lievemente, la tribù favorita in tal modo tenderà ad aumentare; e quando una delle due tribù è accresciuta diviene più numerosa e più forte dell'altra, la contesa subito termina colla guerra, l'eccidio, il cannibalismo, la schiavitù e l'assorbimento. Anche se una tribù più debole non vien distrutta così repentinamente, quando incomincia a perdere forza diminuisce gradualmente, fino ad estinguersi completamente.
Quando le nazioni civili vengono in contatto coi barbari la lotta è breve, tranne dove un clima mortale è di aiuto alla razza indigena. Fra le cause che rendono vittoriose le nazioni civili, alcune sono evidenti, altre oscurissime. Coltivare la terra può divenire fatale in vario modo ai selvaggi che non possono o non vogliono mutare le loro abitudini. Nuove malattie e nuovi vizi sono causa di grande distruzione; e sembra che in ogni nazione una nuova malattia produca un'alta mortalità, finché i più deboli non scompaiono gradualmente; e questo può anche avvenire per il cattivo effetto dei liquori e per l'alcolismo di tanti selvaggi. Sembra inoltre che il primo in- contro di popoli distinti e lontani generi malattie. Sproat, che nell'isola Vancouver si è occupato dell'estinzione delle razze, crede che il mutamento nelle abitudini di vita, che segue sempre la venuta degli europei, produca molte malattie. Egli dà anche molta importanza ad una causa piuttosto frivola, quella cioè che i nativi rimangono «sbalorditi e stupiti per la nuova vita che li circonda; perdono il movente per operare, e non si riproducono».
Il grado di civiltà sembra essere un importantissimo elemento di riuscita delle nazioni che vengono a contesa. Pochi secoli fa l'Europa temeva le incursioni dei barbari orientali; ora questo timore sarebbe ridicolo. E curioso che i selvaggi non furono in passato tanto rovinati, come fa osservare Bagehot, dalle nazioni antiche, quanto lo sono ora dalle nazioni civili moderne; se ciò fosse avvenuto, certo gli antichi scrittori avrebbero riportato tale avvenimento; ma in nessuno scrittore di quel periodo si trova accenno alla distruzione dei barbari.
Sebbene la diminuzione graduale e la distruzione finale delle razze umane sia un problema oscuro, possiamo tuttavia vedere che dipende da molte cause, che differiscono nei vari luoghi e nei vari tempi. E' lo stesso difficilissimo problema della estinzione di uno degli animali più elevati - del cavallo fossile, per esempio, che scomparve dall'America meridionale subito dopo che fu sostituito dagli innumerevoli branchi dei cavalli spagnuoli, Il Neo Zelandese sembra essere conscio di questo parallelismo perché compara la sua sorte futura con quella del topo indigeno, che è quasi distrutto dal topo europeo ( ... ) L'aumento di ogni specie e di ogni razza è sempre frenato da vari ostacoli; per cui se sopravviene qualche nuova causa di arresto, o di distruzione, sia pure lievissima, la razza diminuirà certamente di numero; e siccome è stato osservato che i selvaggi sono ovunque molto restii ad ogni mutamento di abitudine, grazie ai quali si potrebbero contro bilanciare gli ostacoli dannosi, si arriverà, presto o tardi, alla estinzione; in molti casi questa fine viene de- terminata dalle incursioni delle tribù in aumento e conquistatrici. ,

Darwin, L'origine dell'uomo e la scelta sessuale, BUR, 1982, p. 233 – 236

Come si può notare, il concetto di modificazione dei vari gruppi della specie umana viene pensata da Darwin in tempi molto brevi: tempi sociali più che tempi storici.

Il problema principale che Darwin vuole ignorare è che solo i cristiani portano i popoli all'estinzione macellandoli in nome di Dio. La pratica del genocidio è una pratica ebraica elevata ad ordine di Dio che i cristiani hanno fatto propria e dalla quale Darwin non riesce a staccarsi pensandola una pratica di "razza" anziché una pratica culturale imposta dal cristianesimo.

Oltre a questo, pur essendo Darwin uno studioso di geologia, non ha ancora maturato la conoscenza per pensare al tempo sociale. Quando dice: "Humboldt vide nell'America meridionale un pappagallo che era l'unico superstite che parlasse ancora la lingua di una tribù estinta." Esistono dei presupposti che rendono l'informazione inadeguata: il pappagallo che parla una lingua, come poteva sapere Humboldt che quella tribù era estinta e come poteva associare i suoni del pappagallo ad una lingua di chi era estinto prima del suo arrivo? Molte tipologie di uomini o di ominidi, di scimmie, di mammiferi e di piante si sono estinte nel corso delle ere geologiche. Molte specie di animali sono state massacrate, vale per tutti il Dodo, ma per quanto riguarda gli uomini delle ere precristiane più che estinzione si può parlare di integrazione e di fusione. Fino a 50 anni fa si pensava che l'uomo di Neanderthal si fosse estinto, oggi sappiamo che concorre in larga parte a formare l'uomo europeo. Il mondo è seminato di immondizia umana, ma non per questo non ci sono eredi.

Le antiche razze? Quanto erano antichi quegli uomini?

Il problema non è di poco conto. Se la selezione delle specie mediante l'eugenetica potesse avvenire nell'arco di due o massimo tre generazioni, il comando di una società civile potrebbe impegnarsi in questa azione e trarre dei vantaggi. Ma se la selezione, affinché possa nascere una nuova specie, richiede migliaia di anni di stabilità sociale, nessun comando sociale è in grado di programmare una simile azione.

Il cristianesimo ha modificato la specie umana in duemila anni di selezione sociale, ma sono stati duemila anni in cui la specie umana ha vissuto inconsapevolmente le condizioni sociali che l'hanno modificata. Il tentativo nazista di produrre un "super-uomo" selezionando tratti "razziali" ha fallito.

L'uomo di Cro-magnon dei ritrovamenti di Les Eyzies, datato oggi a circa 30.000 anni fa, è parte integrante dell'uomo europeo, un suo antenato, come lo è l'uomo di Neanderthal. Non si può dire che si sono estinti, si può dire che quelli uomini sono morti.

Dopo le antiche razze, Darwin parla delle condizioni del suo tempo. Solo che le condizioni del suo tempo sono condizioni colonialiste e il colonialismo ha fatto sparire numerosi gruppi sociali.

La soluzione per la sopravvivenza, Darwin la trova nella "civiltà moderna" quando scrive: "Il grado di civiltà sembra essere un importantissimo elemento di riuscita delle nazioni che vengono a contesa. Pochi secoli fa l'Europa temeva le incursioni dei barbari orientali; ora questo timore sarebbe ridicolo. E curioso che i selvaggi non furono in passato tanto rovinati, come fa osservare Bagehot, dalle nazioni antiche, quanto lo sono ora dalle nazioni civili moderne; se ciò fosse avvenuto, certo gli antichi scrittori avrebbero riportato tale avvenimento; ma in nessuno scrittore di quel periodo si trova accenno alla distruzione dei barbari." Il secolo di Darwin fino al giorno d'oggi è il tempo del genocidio cristiano di innumerevoli popoli. Iniziarono a sterminare con Carlo Magno e hanno proseguito macellando popoli in Africa, Asia e America Latina e nel Nord America promuovendo il colonialismo sia per il profitto che per la cristianizzazione.

Darwin fa le sue osservazioni come individuo del suo tempo. Apre una porta alla conoscenza umana, ma è singolare che le riflessioni di Darwin siano state usate per alimentare la supremazia della "razza bianca" o "razza ariana" col diritto di macellare tutti gli uomini. Quando Hitler invase l'URSS lo fece con l'intento di sterminare la "razza slava" perché razza inferiore da estinguere.

Per comprendere l'impatto che ha avuto il pensiero di Darwin nella cultura riporto un capitolo tratto da "L'idea pericolosa di Darwin" di Daniel Clement Dennett.

Scrive Dennett:

Una caratteristica evidente delle concezioni del mondo pre-darwiniane è una mappa gerarchica generale di tutte le cose. La si descrive spesso come una «scala»; alla sommità vi è Dio e gli esseri umani si trovano uno o due scalini più in basso (a seconda che gli angeli facciano o meno parte dello schema). Al fondo della scala vi è il Nulla, o forse il Caos, o forse la Materia inerte di Locke. In alternativa, si ha una «torre», oppure, secondo la memorabile espressione dello storico delle idee Arthur Lovejoy (1936), una «grande catena dell'essere» composta da molti anelli. Il ragionamento di John Locke ha già attratto la nostra attenzione nei confronti di una versione particolarmente astratta di questa gerarchia, che chiamerò «piramide cosmica»:
Dio
Mente
Progetto
Ordine
Caos
Nulla
(Attenzione: ogni termine della piramide va inteso in un senso ormai superato, predarwiniano!)
Ogni cosa trova la propria collocazione a qualche livello della piramide cosmica, persino il Nulla assoluto, il fondamento ultimo. Non tutta la materia è ordinata, una parte è nel caos; soltanto una parte della materia ordinata è anche progettata; soltanto alcune cose progettate sono dotate di una mente; è ovvio, infine, che soltanto una mente è Dio. Dio, la mente prima, è l'origine e la spiegazione di tutto quanto sta al di sotto. (Dato che dunque ogni cosa dipende da Dio, forse si dovrebbe dire che si tratta di un lampadario, che pende da Dio, piuttosto che una piramide, che lo sostiene.)
Qual è la differenza tra ordine e progetto? Come primo tentativo, si potrebbe dire che l'ordine è semplice regolarità, un semplice schema di fondo, mentre il progetto è il télos di Aristotele, uno sfruttamento dell'ordine per uno scopo, quale quello che si vede in un artefatto progettato con estrema perizia. Il sistema solare mostra un ordine meraviglioso, ma non ha (in apparenza) uno scopo - non serve a nulla. Un occhio, al contrario, serve a vedere. Prima di Darwin, tale distinzione non era sempre marcata in modo netto, era assolutamente sfumata:
Nel tredicesimo secolo, Tommaso d'Aquino affermò che i corpi naturali [quali i pianeti, le gocce di pioggia, i vulcani] operavano come se fossero stati guidati verso una meta o un fine determinato, «così da ottenere il miglior risultato». Questa corrispondenza dei mezzi ai fini implicava, a suo parere, un'intenzione; ma poiché vediamo che i corpi naturali sono privi di coscienza, in essi questa intenzione non si può trovare. «Perciò esiste un essere intelligente dal quale sono guidate al loro fine tutte le cose naturali, e noi chiamiamo Dio questo essere». [Davies, 1992.]
Il Cleante di Hume, seguendo tale tradizione, raggruppa le meraviglie adattate del mondo vivente con le regolarità del cielo - per lui tutto è simile a un magnifico orologio. Darwin suggerisce però una divisione: datemi Ordine, dice, e Tempo e vi darò un Progetto. Lasciate che parta con le regolarità - la semplice regolarità fisica, priva di uno scopo, di una mente e di un significato - e vi mostrerò un processo che alla fine genererà prodotti che mostrano non soltanto la regolarità, ma un progetto che ha un obiettivo. (Questo era quanto Karl Marx pensò di aver visto quando dichiarò che Darwin aveva inferto un colpo mortale alla teleologia: Darwin aveva ridotto la teleologia al non finalismo, il Progetto all'Ordine.)
Prima di Darwin, la differenza tra ordine e progetto non era in primo piano, poiché in ogni caso tutto discendeva da Dio. L'intero universo era il Suo manufatto, un prodotto della Sua intelligenza, della Sua mente. Una volta che Darwin saltò nel bel mezzo, proponendosi di spiegare come il progetto potesse emergere dal mero ordine, il resto della piramide cosmica venne messo in pericolo. Si ammetta, per ipotesi, che Darwin abbia spiegato il progetto dei corpi di piante e animali (compresi i nostri corpi - dobbiamo riconoscere che Darwin ci ha sistemati saldamente nel regno animale). Volgendo lo sguardo in alto, se si affida il nostro corpo a Darwin, gli si può impedire di prendere anche la nostra mente? (Si tratterà la questione, in varie forme, nella Parte terza.) Volgendo lo sguardo in basso, Darwin chiede come premessa che gli sia dato l'Ordine, ma vi è qualche cosa che gli impedisca di scendere di un livello e procurarsi una spiegazione algoritmica dell'origine dell'ordine dal puro caos? (La questione sarà affrontata nel capitolo 6.)
Le vertigini e il ribrezzo che questa prospettiva suscita in molti furono espressi in maniera perfetta in uno dei primi attacchi a Darwin, pubblicato anonimo nel 1868:
Nella teoria di cui ci dobbiamo occupare, l'artefice è l'Ignoranza Assoluta; si può quindi enunciare come principio fondamentale dell'intero sistema che, AL FINE DI COSTRUIRE UNA MACCHINA PERFETTA E MERAVIGLIOSA, NON E' NECESSARIO SAPERE COME FARE A COSTRUIRLA. A un attento esame, si scoprirà che questa affermazione esprime, in forma concisa, lo spirito essenziale della teoria e che sintetizza in poche parole tutto quanto intende il signor Darwin, il quale, con un ragionamento bizzarramente capovolto, sembra pensare che l'Ignoranza Assoluta abbia tutti i titoli per prendere il posto della Saggezza Assoluta in tutte le realizzazioni delle capacità creative [MacKenzie, 1868].
Proprio così! Il «ragionamento bizzarramente capovolto» di Darwin era di fatto un modo di pensare nuovo e meraviglioso, capace di ribaltare completamente la visione di una Mente prima di ogni altra cosa, che John Locke aveva «dimostrato» e che David Hume non sapeva come evitare. In The Influence of Darwin on Philosophy, un libro pieno di intuizioni pubblicato qualche anno dopo, John Dewey descrive con precisione tale capovolgimento: «L'interesse si sposta (…) da un'intelligenza che ha dato forma alle cose una volta per tutte alle intelligenze particolari alle quali le cose stanno dando forma anche oggi» (Dewey, 1910, p. 15). L'idea di trattare la mente come un effetto e non come «causa prima» è però troppo rivoluzionaria per alcuni - una «terribile esagerazione» che la loro mente non è in grado di accogliere in maniera tranquilla. Questo è vero oggi quanto nel 1860 ed è sempre stato vero tanto per alcuni tra i migliori amici dell'evoluzione quanto per i suoi nemici. Il fisico Paul Davies, per esempio, nel suo recente libro La mente di Dio, dichiara che la capacità riflessiva della mente umana non può essere «un dettaglio banale, un sottoprodotto secondario di forze prive di mente e scopo» (Davies, 1992). E' il modo più espressivo per formulare un ben noto rifiuto, dal momento che denuncia un pregiudizio analizzato malamente. Perché, si potrebbe chiedere a Davies, il fatto di essere un prodotto collaterale di forze prive di mente e di scopo renderebbe banale la capacità riflessiva? Perché la cosa più importante di tutte non potrebbe essere emersa da cose irrilevanti? Perché l'importanza o il pregio di qualsiasi cosa dovrebbero piovere dall'alto, da qualcosa di più importante, come un dono di Dio? Il capovolgimento operato da Darwin suggerisce di abbandonare tale assunto e di andare alla ricerca delle varietà di pregio, valore e scopo che possono emergere, gorgogliando da «forze prive di mente e di scopo».
Alfred Russel Wallace, la cui versione dell'evoluzione per selezione naturale arrivò sulla scrivania di Darwin mentre questi stava ancora rimandando la pubblicazione dell'Origine, e che Darwin fece in modo di trattare come coautore del principio, non afferrò mai del tutto il concetto. A proposito dell'evoluzione della mente umana, agli inizi Wallace era molto più disponibile di quanto Darwin fosse disposto a essere e in un primo momento sostenne in maniera decisa che la mente umana non faceva eccezione alla regola secondo cui tutte le caratteristiche degli esseri viventi sono prodotte dall'evoluzione; malgrado tutto ciò, non riuscì a considerare il «ragionamento bizzarramente capovolto» come la chiave per comprendere quanto fosse importante la grande idea. Facendo eco a John Locke, Wallace dichiarò che «la meravigliosa complessità di forze che sembrano controllare la materia, se addirittura non la costituiscono, è, e deve essere, un prodotto della mente» (Gould, 1985, p. 317). Quando Wallace, più avanti negli anni, si convertì allo spiritualismo ed esentò la coscienza umana dalla regola ferrea dell'evoluzione, Darwin vide la crepa ingrandirsi e gli scrisse: «Spero che tu non abbia completamente assassinato la tua e mia creatura» (Desmond e Moore, 199, p. 649).
Ma era proprio inevitabile che 1'idea di Darwin portasse a una tale rivoluzione, a un tale sovvertimento? «E' evidente che i critici non desideravano capire e in qualche misura Darwin stesso incoraggiò la loro pia illusione» (Ellegàrd, 1956). Wallace intendeva chiedersi quale potesse essere lo scopo della selezione naturale e, benché a un esame retrospettivo possa apparire un uso dissennato della fortuna che aveva scoperto insieme a Darwin, lo stesso Darwin espresse più volte simpatia per l'idea. Invece di ridurre la teleologia fino all'Ordine privo di scopo, perché non ridurre tutta la teleologia mondana a un unico scopo, quello di Dio? Non era forse un modo ovvio e allettante per fermare le dighe? In cuor suo Darwin era certo che la variazione da cui dipendeva la selezione naturale dovesse essere fortuita e non derivare da un progetto, ma il processo avrebbe anche potuto avere uno scopo. In una lettera del 1860 al naturalista americano Asa Gray, suo sostenitore sin dall'inizio, Darwin scrisse: «Sono propenso a considerare ogni cosa come il risultato di leggi "progettate", con quel che potremmo chiamare caso che ne calcola i dettagli, belli o brutti che siano» (F. Darwin, 191 I, vol. 2, p. 105).
Gli stessi processi automatici sono spesso creazioni di grande originalità. Dal punto di osservazione privilegiato di oggi, si vede che gli inventori della trasmissione automatica e dell'apertura automatica delle porte non erano affatto stupidi e che la loro genialità consistette nel capire come costruire un sistema capace di fare qualcosa di «ingegnoso» senza doverci pensare. Indulgendo un poco in un anacronismo, si potrebbe dire che, agli occhi di alcuni osservatori di quel tempo, sembrava che Darwin avesse lasciata aperta la possibilità che Dio avesse fatto il Suo lavoro progettando un progettista automatico. E per alcuni l'idea non era una disperata soluzione di ripiego, bensì un miglioramento concreto della tradizione. Il primo capitolo della Genesi descrive le ondate di creazione che si susseguono, e ognuna termina con il ritornello: «e Dio vide che era cosa buona». Darwin aveva scoperto un modo per eliminare questa applicazione al dettaglio del «controllo di qualità intelligente»: se ne assumeva il compito la selezione naturale, senza ulteriori interventi da parte di Dio. (Leibniz aveva difeso una concezione simile a questa, del Dio Creatore che non interferisce.) Così si esprime al proposito Henry Ward Beecher: «Il progetto all'ingrosso è più grandioso del progetto al dettaglio» (Rachels, 1991, p. 99). Asa Gray, affascinato dalla nuova idea di Darwin, seppur desideroso di riconciliarla quanto più possibile con il suo credo religioso tradizionale, se ne uscì con un matrimonio di convenienza: Dio si prefisse il «fiume di variazioni» e previde il modo in cui le leggi di natura che Egli aveva determinato lo avrebbero ridotto nel corso degli eoni. Come avrebbe in seguito giustamente osservato John Dewey, invocando un'altra metafora commerciale: «Gray credeva in quel che si potrebbe chiamare un progetto con un piano di pagamento rateale» (Dewey, 1910, p. 12).
Nelle spiegazioni evolutive non è raro l'uso di tali metafore, che richiamano il capitalismo. A riferire spesso e con esultanza questi esempi sono quei critici e interpreti di Darwin convinti che tale linguaggio riveli - forse si dovrebbe dire tradisca - l'ambiente sociale e politico in cui Darwin sviluppò le sue idee, screditandone così (in qualche modo) le pretese di oggettività scientifica. E' senza dubbio vero che Darwin, essendo un comune mortale, era l'erede di un'enorme varietà di concetti, modalità espressive, atteggiamenti, pregiudizi e modi di vedere che accompagnavano la sua posizione sociale (come si sarebbe espresso un gentiluomo vittoriano), ma è anche vero che le metafore economiche che vengono in mente con tanta naturalezza quando si pensa all'evoluzione traggono la loro forza da una delle caratteristiche più profonde della scoperta di Darwin.

Daniel C. Dennett, L'idea pericolosa di Darwin, Boringhieri, 2004, p. 79 – 84

L'idea pericolosa di Darwin per Dennett è l'eliminazione di Dio come base dell'uomo e della natura.

Tutti i presupposti che fino al tempo di Darwin erano a fondamento dell'idea religiosa cristiana vengono dimostrati come falsi. Il divenire dell'uomo come prodotto delle trasformazioni della natura spazza via ogni affermazione cristiana. La filosofia cristiana rielabora gli stessi concetti e farà in modo di allontanarli dal sensibile umano, ma sarà costretta a fare un lavoro di revisione ideologica per riaffermare il proprio dominio sull'uomo.

Una volta dimostrato che Dio è il nulla, come affermato da Hegel, ai cristiani non resta che reimporre l'idea di Dio nascondendolo in una trascendenza più vicina all'idea neoplatonica che non a quella biblica.

Dio non crea il mondo, il mondo diviene in sé e per sé. Il mondo non ha un fine; il fine del mondo è l'esistenza del mondo. Così il fine di tutti gli Esseri che noi riconosciamo nel mondo è la loro persistenza nella vita che mettono in atto mediante continue trasformazioni di adattamento soggettivo alle variabili oggettive incontrate.

Il cristianesimo, spogliato di una pretesa oggettività, continuerà ad essere ciò che è: l'effetto della manipolazione mentale messa in atto sull'infanzia. Quella manipolazione della struttura emotiva messa in atto dai cristiani in un ambiente che crea sofferenza all'infanzia. Sia sofferenza sociale, in virtù di una miseria sociale voluta e programmata dai cristiani ai fini di alimentare il proprio potere di controllo nella società, sia individuale, con una feroce repressione del desiderio sessuale nell'infanzia.

La miseria sociale alimenta il bisogno di soccorso degli individui ridotti in condizioni miserevoli ai quali non resta che la vuota speranza di una diversa condizione esistenziale che non si realizzerà mai.

La guerra fatta dai cristiani a Darwin per un secolo e mezzo ha il solo scopo di impedire che la sua visione della vita si cali dalla cultura alla "massa popolare" che potrebbe rielaborare tali idee per costruire, sia pur in generazioni successive, una nuova e diversa visione della loro esistenza.

Un altro aspetto che deve essere dibattuto partendo dai lavori di Darwin è il concetto di razzismo. Con i suoi lavori Darwin parla di razze e di evoluzione degli uomini in razze diverse. Questo discorso di Darwin si inserisce in un contesto sociale pervaso dalle nuove spinte colonialiste che dal 1850 sollecitano Francia ed Inghilterra ad espandere il controllo coloniale nel mondo. Per questa operazione serviva diffondere l'idea della "superiorità della razza bianca" che, per volontà di Dio, ha il diritto di dominare il mondo.

Molti aspetti del lavoro di Darwin si prestano ad essere usati a questo scopo o, comunque, sono tali da non opporsi all'uso di queste interpretazioni. Come, esempio, vale la pena di riportare alcuni aspetti de "L'origine dell'uomo e la scelta sessuale".

Scrive Darwin:

Si può premettere che quando troviamo la stessa razza, sebbene divisa in tribù lontane, estese su una grande area, come l'America, possiamo attribuire la loro generale rassomiglianza all'esser derivate tutte da uno stipite comune. In certi casi l'incrocio delle razze già distinte ha prodotto la formazione di razze nuove. Il fatto singolare che gli Europei e gli Indiani che appartengono al medesimo stipite Ariano e parlano una lingua fondamentalmente uguale siano d'aspetto tanto diverso, mentre gli Europei differiscono tanto poco dagli Ebrei che appartengono allo stipite Semitico e parlano un linguaggio del tutto differente, è stato attribuito dal Broca al fatto che i rami della razza Ariana si sono incrociati ripetutamente, durante la loro immensa diffusione, con varie tribù indigene. Quando due razze che vivono a contatto s'incrociano, il primo risultato è un miscuglio eterogeneo: così Hunter, descrivendo i Santali o tribù montane dell'India, dice che si potrebbero tracciare centinaia di impercettibili graduazioni «dalle tribù nere e basse dei monti agli alti e olivastri Bramini, colla fronte intelligente, cogli occhi sereni e la testa alta e stretta »; cosicché nei tribunali è necessario chiedere ai testimoni se sono Santali o Indù. Non si hanno prove se un popolo eterogeneo, come quello degli abitanti di qualche isola della Polinesia, formato dall'incrocio di due razze distinte, con pochi individui puri, potrebbe mai divenire omogeneo. Ma siccome negli animali domestici una razza incrociata può sicuramente, nel corso di poche generazioni, divenire per selezione stabile ed uniforme, possiamo dedurre che l'incrocio libero e prolungato per molte generazioni di un miscuglio eterogeneo vincerà qualunque tendenza ad un regresso, cosicché una razza incrociata finirà per divenire omogenea, sebbene possa non presentare nello stesso grado i caratteri dei primi progenitori di razze diverse.
. Fra tutte le differenze che esistono fra le razze umane, il colore della pelle è la più evidente ed una delle più spiccate. Si è dapprima creduto che questa differenza potesse venire attribuita alla lunga esposizione nei vari climi; ma Pallas dimostrò per primo che questo non ha alcun fondamento, ed è stato seguito da quasi tutti gli antropologi. La distribuzione delle razze variamente colorate, molte delle quali devono avere abitato da un pezzo i paesi attuali, non coincide infatti colle corrispondenti differenze di clima. Si deve anche dare molto peso a certi casi come quello delle famiglie olandesi, che, secondo ciò che abbiamo sentito da un testimone autorevolissimo, non hanno mutato per nulla colore, dopo aver dimorato per tre secoli nell'Africa meridionale. L'aspetto uniforme nelle varie parti del mondo degli zingari e degli Ebrei, sebbene l'uniformità di questi ultimi sia stata molto esagerata, è pure un argomento a favore. Si è creduto che una atmosfera molto umida o molto asciutta possa modificare il colore della pelle più del semplice caldo; ma d'Orbigny nell'America meridionale e Livingstone in Africa sono giunti a conclusioni diametralmente opposte riguardo all'umidità o all'asciutto.
Come ho già detto altrove, il colore della pelle e dei capelli ha talvolta una sorprendente correlazione coll'immunità a certi veleni vegetali e a certi parassiti. Quindi mi sembra possibile che i neri e altre razze brune possano avere acquisito il loro colore perché certi individui più scuri, per molte generazioni, hanno potuto resistere all'azione mortale dei miasmi del loro paese nativo.
Ho constatato, e prima di me lo ha fatto il dottor Wells, che i neri, ed anche i mulatti, sono quasi del tutto esenti dalla febbre gialla, che fa tante stragi nell'America tropicale. La maggior parte di essi non soffrono neppure di quelle fatali febbri intermittenti che dominano su almeno 2600 miglia sulle coste dell'Africa, e che ogni anno fanno sì che un quinto dei residenti bianchi muoiano, e un altro quinto tornino in patria ammalati. Questa immunità dei neri sembra essere in parte dovuta a qualche ignota particolarità di costituzione ed in parte effetto dell'acclimatamento. Pouchet asserisce che i reggimenti di neri, dati dal viceré d'Egitto per la guerra del Messico, reclutati vicino al Sudan, andarono immuni dalla febbre gialla quasi quanto i neri portati in origine dalle varie parti dell'Africa, e già avvezzi al clima delle Indie occidentali. Che l'acclimatamento sia importante è dimostrato dai molti casi in cui i neri, dopo essere vissuti per un certo tempo in un clima più freddo, vanno soggetti alle febbri tropicali. Anche la natura del clima in cui le razze bianche hanno vissuto lungamente ha qualche azione sopra di esse; infatti durante la terribile epidemia di febbre gialla in Denurara nell'anno 1837, il dottor Blair trovò che la media della mortalità negli emigranti era in proporzione colla latitudine del paese d'origine ( ... )
Che l'immunità del nero abbia una relazione col colore della pelle, è soltanto una supposizione: può aver relazione con qualche differenza nel sangue, nel sistema nervoso od altri tessuti. Nondimeno, dai fatti suddetti, e da qualche relazione che sembra esistere fra il colore della pelle e una tendenza alla consunzione, non mi sembra improbabile. Perciò ho cercato, ma con scarsi risultati, di trovarne le prove. Il dottor Danniell, che aveva abitato a lungo sulla costa occidentale dell'Africa, mi disse che non credeva ad una relazione di questo tipo. Egli era straordinariamente biondo e chiaro di pelle, ed aveva sopportato in modo meraviglioso quel clima. Quando da bambino era giunto colà, un vecchio capo nero pieno di esperienza gli aveva predetto, vedendolo, che non avrebbe sofferto nulla. Il dottor Nicholson, di Antigua, mi scrisse che non credeva che gli Europei dalla pelle bruna sfuggissero meglio alla febbre gialla di quelli che erano di carnagione chiara. Anche J. M. Harris nega che gli europei dai capelli neri sopportino un clima caldo meglio degli altri uomini; al contrario, l'esperienza gli ha insegnato che dovendo fare una scelta di' uomini per le coste d'Africa, conviene scegliere quelli dai capelli rossi. Tuttavia, non sembra esservi nessun fondamento per l'ipotesi di parecchi scrittori, che il colore delle razze nere possa esser derivato dal fatto che gli individui sempre più neri siano sopra vissuti in maggior numero alle febbri gialle.
Sebbene colle cognizioni attuali non possiamo tener conto delle differenze di colore molto spiccate fra le razze umane, sia per ciò che riguarda la loro relazione colle particolarità costituzionali, sia per l'azione diretta del clima, non dobbiamo al tutto ignorare quest'ultimo agente, perché vi sono buone ragioni per credere che venga ere- ditato.
Nel terzo capitolo abbiamo visto che le condizioni di vita hanno una azione diretta sullo sviluppo della forma del corpo, e che gli effetti ne vengono trasmessi. Per l'azione combinata del clima e del mutamento nelle abitudini gli Europei, residenti negli Stati Uniti, hanno subito un mutamento di aspetto lieve ma straordinariamente rapido. Vi sono pure moltissime prove che negli Stati meridionali gli schiavi domestici della terza generazione presentano un aspetto molto diverso dagli schiavi dei campi.
Se tuttavia osserviamo come le razze umane sono distribuite sulla terra, dobbiamo dedurre che le loro differenze caratteristiche non possono essere attribuite all'azione diretta delle differenti condizioni di vita, anche sopportate per moltissimo tempo. Gli Esquimesi vivono esclusivamente di cibo animale; si vestono d'una pelliccia fitta, e sono soggetti ad un freddo intenso e ad una lunga oscurità; tuttavia non differiscono molto dagli abitanti della Cina meridionale, che vivono di solo cibo vegetale, e si espongono quasi nudi ad un clima caldo ed aridissimo. Gli indigeni della Terra del Fuoco non si nutrono che dei prodotti marini delle loro spiagge; i Botocudos del Brasile vagano per le calde foreste dell'interno, e vivono principalmente di prodotti vegetali; tuttavia queste tribù si rassomigliano tanto fra loro che gli indigeni della Terra del Fuoco a bordo del Beagle erano scambiati da qualche Brasiliano per Botocudos. E questi ultimi, come gli altri abitanti dell'America tropicale, sono del tutto differenti dai Neri che abitano le sponde opposte dell'Atlantico, che sono esposti ad un clima simile al loro, e conducono quasi lo stesso genere di vita.
E neppure si possono attribuire le differenze che esistono fra le razze umane agli effetti ereditari, se non in minimo grado. Gli uomini che sono soliti vivere nelle barche possono avere le gambe un po' più corte; quelli che abitano regioni elevate hanno il petto più ampio, e quelli che adoperano costantemente certi organi dei sensi hanno la cavità in cui questi stanno più grande, con una conseguente modificazione nelle loro fattezze. Nelle nazioni civili, la diminuzione delle mascelle per minore esercizio, il movimento consueto di differenti muscoli per esprimere varie emozioni, e l'aumento nel volume del cervello per una maggiore facoltà mentale, hanno tutti insieme agito molto sull'aspetto generale di esse in confronto ai selvaggi. E' anche possibile che la statura corporea maggiore, senza il corrispondente aumento del volume del cervello, possa aver dato ad alcune razze (sull'esempio precedente dei conigli) un cranio allungato di tipo dolicocefalo.
Infine, sarà certamente intervenuto il principio di correlazione come nel caso del grande sviluppo muscolare e della forte sporgenza delle prominenze sopraorbitali. Non è improbabile che la forma dei capelli, che differisce molto nelle varie razze, possa avere una qualche relazione colla struttura della pelle, come avviene nella tribù dei Mandani. Il colore della pelle e l'odore emanato sono pure in relazione l'uno coll'altro. Nel caso delle razze di pecore, il numero dei peli e il numero dei pori escretori hanno fra loro una certa relazione. Per analogia con gli animali domestici, molte modificazioni della struttura dell'uomo sono probabilmente sottoposte al principio di accrescimento correlativo retta o speciale per l'uomo. Le facoltà intellettuali e morali, o sociali, devono naturalmente essere lasciate in disparte, perché non possono avere agito, o almeno in mini- ma parte, sui caratteri esterni. La variabilità delle differenze caratteristiche fra le razze, dimostra che anche queste non possono essere di molta importanza per sé altrimenti sarebbero state mantenute e divenute stabili, oppure eliminate. Per questo l'uomo assomiglia a quelle forme che i naturalisti chiamano proteiche o polimorfe, che sono rimaste variabilissime, essendo di una natura indifferente, e in conseguenza avendo potuto sottrarsi all'azione della scelta naturale.
Siamo in tal modo stati delusi in tutti i tentativi di spiegare le differenze fra le razze umane. Rimane ancora la scelta in rapporto al sesso, che sembra aver operato tanto sull'uomo, come su molti altri animali. Non intendo però asserire che la scelta sessuale possa spiegare le differenze che esistono fra le razze; rimarrà infatti sempre qualcosa di inspiegabile. Possiamo solo dire che siccome certi individui nascono, per esempio, con il capo un po' più rotondo o più stretto, e col naso un po' più lungo o più corto, queste lievi differenze possono divenire stabili ed uniformi, se gli agenti ignoti che le inducono agiscono in modo più costante, e dopo lunghi e continui incroci. Tali modificazioni per mancanza di termini più esatti, sono state dette variazioni spontanee. Né voglio pretendere che gli effetti della scelta sessuale possano essere indicati con precisione scientifica; ma si può dimostrare che l'uomo deve essere stato modificato da questo agente, che ha operato tanto potentemente sopra innumerevoli animali, evoluti e primitivi. Si può inoltre dimostrare che le differenze nel colore, nella capigliatura, nelle fattezze sono del tipo che ci si aspetterebbe qualora derivassero da una scelta sessuale. Ma per trattare propriamente questo argomento ho creduto necessario passare in rassegna tutto il regno animale, quindi ho dedicato a questo scopo la seconda parte del mio libro. Nell'epilogo tornerò all'uomo, e dopo aver tentato di dimostrare fin dove egli possa essere stato modificato dalla scelta sessuale, darò un breve sunto dei capitoli di questa prima parte.

Darwin, L'origine dell'uomo e la scelta sessuale, BUR, 1982, p. 236 – 242

Con questo Darwin si presta a certificare la divisione razziale dell'umanità. Da qui a stabilire la superiorità della razza bianca, il passo è breve. In fondo, Darwin non determina la struttura sociale dell'uomo, si limita ad osservarla, ma nell'osservarla prende delle aberrazioni sociali, come la schiavitù, e ne discute come se fosse un fatto privo di implicazioni e privo di ogni impatto nella società.

Gli schiavi di terza generazione sono diversi dai loro progenitori sequestrati e deportati dall'Africa: come se le condizioni esistenziali dei progenitori fossero le medesime della terza generazione di schiavi. Questo tentare di non vedere le implicazioni della condizione sociale che determina adattamenti psico-emotivi nelle persone per cercare modificazioni di carattere fisico è una lacuna di Darwin. Ma Darwin è educato ad essere un "suddito di sua maestà" e l'essere un suddito non comporta modificazioni diverse dall'ambiente "razziale" in cui vive. E' la razza l'oggetto della discussione, non le condizioni sociali nelle quali le persone vivono.

Questo modo di pensare di Darwin deriva direttamente dall'educazione cristiana secondo cui "qualunque cosa fai all'uomo non modificherai la qualità della creazione divina", per contro, la trasformazione immediata dell'individuo non dipende, secondo Darwin dalle condizioni sociali. L'italiano che fugge dalla fame ed emigra negli Stati Uniti è oggettivamente diverso da suo figlio che, nato negli Stati Uniti, ha potuto frequentare una qualche scuola e acquisire un qualche ruolo sociale.

Ma la diversità non è "biologica". La "biologia" è la stessa. E' cambiato solo l'ambiente sociale e l'ambiente culturale nel quale quell'individuo si è adattato.

Un'altra lacuna nel pensiero di Darwin è poter pensare che la pelle di una popolazione acquisisca un colore diverso nel giro di qualche decina di generazioni. E' un suo limite come è un limite della ricerca scientifica del suo tempo. Il problema è sociale. Credere che la non modificazione della pelle per gli olandesi che da trecento anni sono in Africa sia dovuta alla non influenza dell'ambiente, significa avvallare una diversità razziale che implica l'esistenza di una razza superiore, dominante, e di una razza inferiore. Significa rinnovare quell'idea del "popolo eletto" o della "razza superiore" o del "popolo di Dio" dove tutti gli altri uomini si devono mettere in ginocchio e, se non lo fanno, vanno sterminati.

Darwin non promuove nulla, osserva e commenta come è in grado di commentare. Gli altri interpretano. Coloro che vogliono usare il lavoro di Darwin in termini razzisti e discriminatori sono economicamente e socialmente più potenti di chi potrebbe usare i lavori di Darwin contro il dominio e l'oscurantismo imposto dai cristiani. Per questo è stato più facile usare Darwin per legittimare forme di razzismo piuttosto che usarlo per liberare la società dalle costrizioni del razzismo e dell'odio cristiano.

Nella società il razzismo rappresenta la fonte ideologica di ogni odio sociale che viene alimentata e veicolata in ogni occasione per fini di potere politico e sociale. Per capire il meccanismo del razzismo sociale non possiamo basarci sulla biologia o sui lavori di Darwin, ma sull'uso sociale del razzismo che spesso viene giustificato con la biologia.

A questo proposito Jonathan Marks ha scritto un libro dal titolo "Che cosa significa essere scimpanzé al 98%" in cui affronta la questione del razzismo con una serie di riflessioni.

Scrive Jonathan Marks:

A parte folli frange sadomasochiste, nell'America di oggi è difficile trovare molte persone che plaudono al razzismo. Cresciamo imparando che il razzismo, quale che sia, è un male. Purtroppo si tratta di un termine talmente abusato che rischia di perdere il suo potere. Il problema è che impariamo che il razzismo è sbagliato senza imparare esattamente cos'è. Certe volte, per esempio, sentiamo dire che è razzista affermare che la propensione al crimine è genetica. Se è vero, lo è solo indirettamente, solo nella misura in cui i tassi di criminalità sono collegati in America alla razza. E' stupido dire che la "criminosità" è genetica, affermandolo incorri nell'aporia dell'ereditarianismo (vedi infra, pp. 136-142). Però non lo trovo necessariamente razzista perché non dice nulla di specifico sui gruppi presunti naturali chiamati "razze".
Parimenti, ogni tanto sentiamo dire che il razzismo esiste solo quando si esercita il potere e quindi i poveri non possono essere razzisti non possedendo questo potere.
Però è un discorso altrettanto insoddisfacente, per il medesimo motivo: elimina la "razza" dal concetto di "razzismo". Se il razzismo ha davvero a che fare con il potere, allora secondo me dovremmo chiamarlo "poterismo". Inoltre, c'è un qualcosa di piuttosto inquietante nel chiudere un occhio sui poveri che odiano. Non possono essere razzisti quanto i ricchi? Anche se privi dei mezzi istituzionali per concretizzare il loro odio, la storia dimostra che le masse arrabbiate possono diventare ogni tanto parecchio pericolose. Perché assolverle da ogni responsabilità per il loro odio solo per via del loro più basso status socioeconomico? In qualche maniera il razzismo ha a che vedere con la razza, però è diverso dall'idea folk-ereditaria che tutte le persone possano essere naturalmente raggruppate in pochi grossi gruppi. Il razzismo è un errore folk-ereditario che presuppone l'esistenza di questi gruppi e giudica gli individui in base alle proprietà dei gruppi cui vengono assegnati.
E' cattiva scienza perché è antiempirico: non hai bisogno disimparare se uno specifico nero è stupido perché sai in anticipo che i neri sono stupidi, non hai bisogno di sapere se uno specifico ebreo è avido perché sai in anticipo che gli ebrei sono avidi. Ed è politicamente abominevole perché è un principio fondamentale della nostra democrazia che la persona debba essere giudicata come singolo e non per le proprietà attribuite al suo gruppo.
Di qui l'ovvia analogia con il sessismo, in cui le categorie sono più naturali ma l'errore è il medesimo.
Il razzismo è una falsità folk-ereditaria perché il suo assunto centrale è che gli attributi della razza sarebbero scolpiti nella costituzione fisica del singolo.
E' importante ricordare che il fatto che le razze non esistano in quanto entità naturali non ha ricadute sul razzismo. Il razzismo è un fenomeno reale, sociale. Detto altrimenti, il razzismo indirizzato contro ebrei, irlandesi e portoricani non è meno razzismo perché le sue vittime non sono membri di unità biologiche naturali.
E' meno paradossale di quel che può sembrare. Il cristianesimo esiste come fenomeno sociale, che Dio esista o no come fatto naturale, e ovviamente le opere della chiesa nel plasmare il mondo moderno sono state molto più concrete di quelle di Dio. I fenomeni sociali possono essere forze immensamente potenti indipendentemente dal fatto che esista una loro base naturale.
Il principale paradosso dell'antropologia del Novecento è essersi arrogata la capacità di definire di quali sono le razze "reali", soprattutto dopo la presa del potere da parte dei nazisti in Germania. Gli antropologi fisici americani si sono sforzati di denunciare le politiche e le ideologie naziste concentrandosi soprattutto sul loro isolamento "razziale" e sulla persecuzione di ebrei e zingari, e hanno criticato i tedeschi negando che ebrei e zingari fossero "vere" razze, visto che soltanto un esperto sapeva cos'era "davvero" una razza.
Per quanto fossero argomenti a fin di bene, era un po' come quando gli eruditi medievali dibattevano sugli angeli. Il vero tema non era la razza, era il razzismo. La gente che odia gli ebrei lo fa indipendentemente dalle dichiarazioni degli scienziati (anche se gli scienziati possono prestare una tragica credibilità a tali distorsioni) e indipendentemente dai dati della genetica (anche se le differenze naturali possono prestare anche qui una certa credibilità). Il razzismo esiste con o senza la scienza a spalleggiarlo. Il razzismo scientifico è abominevole per coloro che vogliono una scienza benevola e liberatoria, o perlomeno neutrale. Ma vedere invocare la genetica a fini oppressivi imbratta la scienza con il colore della demagogia. E così certe volte i genetisti ci dicono con gli occhi umidi che la genetica minerà le basi del razzismo dimostrando che le razze non esistono.
Sognate pure.
Il problema, come può rivelare l'ottica dell'antropologo molecolare, è che gli odi di gruppo non sono fatti genetici bensì folk-ereditari. Infatti, quale proprietà biologica può mai imprimersi indelebilmente nelle più intime fibre di ogni membro di un gruppo e di nessun membro di un altro? La gente si fa la guerra per tanti motivi, e spesso per vincere svilisce e demonizza l'avversario. Nella misura in cui l'avversario è un gruppo di persone, queste persone diventano oggetto di odio perché incarnano la natura del conflitto.
Ma tale incarnazione è simbolica, non biologica.
Quindi la genetica non va molto lontano nel risolvere il problema del razzismo visto che il razzismo non ha molto a che vedere con la genetica. Esisteva già molto prima di lei.
C'è un altro aspetto da non dimenticare nel collegamento tra genetica e razzismo. Sono sempre stupefatto quando sento affermare nella pubblicistica sociobiologica che gli umani hanno un'insita propensione ereditaria alla "xenofobia", il timore o odio per gli altri, o in forma più magniloquente una base genetica per il genocidio. Ovviamente qui viaggiamo su un terreno minato. Non vogliamo certo celebrare o glorificare il martirio e la vittimizzazione, dato che serve solo a minimizzare l'esperienza e a limitarne il significato. I genocidi sono una tragedia enorme e ammettendo la loro universalità aiutiamo a promuovere quella tolleranza che può scoraggiare gli olocausti futuri. Ma quali sono le implicazioni dell'affermare che avrebbero una base genetica? In fondo, ammettendo la sua universalità non vorremmo nemmeno con questo banalizzare il genocidio.
La tesi presentata in sociobiologia, e proposta spesso come scienza, è che è molto facile odiare e voler uccidere gli altri diversi da te. Talmente facile da essere praticamente universale. La "xenofobia" sembra diffusa a tutta la specie umana, non conosce limiti razziali. Quindi tutti hanno la macchia del male in cuore, nessun gruppo è immune. Ma che cosa forma esattamente la paura o l'odio per gli "altri"? Come fai a sapere sul serio chi sono gli "altri"? Come fai a riconoscerli quando li incontri? Cosa sono per davvero quelli "diversi" da te, e come hanno fatto a essere diversi da te?
Ovviamente non è per nulla ragionevole immaginare che tutti gli antagonismi di gruppo avvengano solo tra popoli diversi geneticamente o biologicamente. Capuleti e Montecchi erano biologicamente diversi? O i vietcong e i sudvietnamiti? O i Crips e i Bloods? E' questo il punto essenziale: la xenofobia, qualunque cosa sia, o per essere più precisi la percezione della "alterità", dell'essere alieno, non si basa su differenze naturali. Si basa sulla lingua, sul dio che adori, sulle tradizioni, sulla dieta, sulle attività e credenze, su cose apprese, non su cose innate.
Quindi l'alterità è un costrutto artificiale, non un dato di natura. Decidere chi percepisci come straniero e chi può essere sospettato, odiato, o persino ritenuto passibile di morte, si basa in genere su caratteri culturali e su storie culturali. I massimi conflitti genocidi avvengono tra popoli molto simili dal punto di vista biologico: hutu e tutsi, serbi e bosniaci, israeliani e palestinesi, uroni e irochesi, tedeschi ed ebrei, inglesi e irlandesi.
Ecco perché credo che l'ipotesi della potenziale universalità, e quindi della base genetica, del genocidio, sia biologicamente irrilevante visto che presuppone una differenza naturale tra i due gruppi, vittime e oppressori, che spesso non esiste. Allora come può essere importante per spiegare o comprendere il significato del genocidio?
E' la cultura che definisce chi sarà colui che il tuo gruppo odierà. E' definito dalla cultura perché il tuo gruppo l'odierà. E' definito dalla cultura ciò che ci si aspetta tu faccia in proposito. Non scorgo alcun vantaggio nel parlare di una qualsiasi base biologica del genocidio perché tale base, se pure esistesse, non spiegherebbe nulla.
Perciò la lezione dell'Olocausto non sta tanto nell'averci mostrato il tentativo da parte di un gruppo di distruggere l'altro, che in effetti è un tema tragico della storia globale dell'umanità, ma piuttosto nell'averci fatto capire che è stato fatto dagli europei contro se stessi e che è avvenuto in un' epoca in cui si presumeva esistesse un minimo di progresso.
Non è affatto chiaro che cosa ci guadagniamo dal presupporre dei geni per il genocidio. Serve solo ad assolvere da ogni responsabilità i colpevoli, perché "non è stata colpa nostra, è nella natura dell'uomo", e sarebbe sicuramente un utilizzo perverso della genetica.
Quindi, nella misura in cui possiamo decidere che il razzismo non è biologicamente significativo, la sua base genetica diventa insignificante.
Per essere più precisi, diventa ereditarietà folk.
Ma l'aporia del razzismo non si fa sentire solo nella forma del genocidio. L'errore centrale consiste nel disumanizzare una persona perché la percepisci come membro di un gruppo e non in quanto individuo. E' una lama a doppio taglio, fa male da tutte e due le parti.
Mi hanno chiesto di recente di recensire un libro su un tema che l'autore melo drammaticamente considera vittima di una congiura del silenzio, essendo apparentemente un argomento tabù: la superiorità genetica dei neri negli sport.
Bene, tutti sanno che i neri spiccano negli sport più importanti. Basta guardare il basket, le linee secondarie della difesa e i portatori di palla nel football americano, la boxe. Ma come si fa a passare da "di spicco" a "razzialmente superiore"? Ci sono tre importanti insiemi di variabili che cospirano per rendere qualcuno superiore nello sport: le attitudini individuali (quali che possano essere), l'ambiente sociale e culturale (comprese aspettative, opportunità, quella che è ritenuta un'occupazione rispettabile eccetera) e le doti di gruppo. Con tre cause e un effetto soltanto, non puoi trarre una conclusione ragionevole sull'origine della superiorità dei neri nello sport.
Quindi ci sono pochissime possibilità che qualcuno possa concludere che c'è la superiorità razziale al centro dell'indiscutibile preminenza dei neri negli sport. O chi parla è incapace di trarre conclusioni rigorose dai dati oppure la conclusione razzista precedeva ed era indipendente dai dati.
L'autore nega indignato di essere illogico o razzista e insiste che lui non stava dicendo che i neri sono innatamente peggiori dei bianchi, come avevano fatto per esempio Herrnstein e Murray per l'intelligenza nel loro The Bell Curve (che lui si sforza di ripudiare), ma al contrario che sono innatamente migliori.
Però è una differenza irrilevante pensare che "loro" siano migliori o peggiori visto che l'errore consiste proprio nell'attribuire a "loro" una proprietà innata qualsiasi in assenza di prove genetiche.
Il problema è: che cosa costituisce una prova scientifica e una rigorosa ipotesi scientifica per le differenze innate a livello di gruppo? Potete citare gli sprinter afrocaraibici, i maratone ti kenioti o Michael Jordan e la NBA fino al giorno del Giudizio, ma non dirà nulla sulle propensioni genetiche della gente nera nello sport più di quanto lo spirito arguto di Jack Benny e il predominio degli ebrei nell'umorismo dimostrino la presenza di geni della comicità negli ebrei. L'errore di The Bell Curve non è tanto concentrato sulle ipotetiche basi razziali e sull'innatezza di un carattere indesiderabile, la stupidità, quanto che deduce il carattere innato soltanto osservando un predominio (di altre razze). In pratica l'ipotesi sportiva è nell'essenza identica a quella di The Bell Curve: guarda qua, c'è un comportamento ricorrente tanto ovvio e coerente di questo carattere in quella gente, quindi dev'essere innato. Quod erat demonstrandum.
Il fatto che qualcosa sia osservato con costanza non implica che abbia una causa genetica. Questo ormai lo sappiamo. Se vogliamo discutere di scienza e genetica, abbiamo bisogno di dati controllati e di dati genetici.
L'autore pretende una confutazione, definendomi (e mettendomi così in ottima compagnia) un "ambientalista" per farmi sembrare un mangiatore di tofu che abbraccia gli alberi. Ma come notato sopra, è un dogma della scienza che l'onere della prova ricada sempre in chi rivendica una scoperta. Io non devo confutare l'affermazione che i neri sono razzialmente superiori in quanto atleti più di quanto debba confutare l'affermazione che sono gli angeli a causare le mutazioni o che se pesti una crepa nel marciapiede spezzi la schiena alla mamma. Se vuoi partecipare al dibattito scientifico devi attenerti alle sue regole altrimenti finirai per agitare il pugno contro il cielo borbottando: "Sciocchi! Mi hanno dato del matto! Ma gliela farò vedere io ... gliela farò vedere a tutti!".
Che cosa occorrerebbe allora per dimostrare che i neri sono innatamente dotati come atleti? Soprattutto occorrerebbe delimitare il problema in maniera molto più precisa e risolvere le complicazioni che circondano la risposta. Significherebbe ammettere la complessità delle storie esistenziali, la carenza di dati rigorosi sull'argomento, la facilità con cui gli stereotipi culturali possono arrivare a sembrare differenze naturali e la confusione implicita nel generalizzare le proprietà delle popolazioni partendo da un confronto tra le prestazioni dei loro membri più eminenti. E questo solo per cominciare. Altrimenti si presenta un miscuglio interessante che non dimostra un bel niente sulle capacità innate di qualcuno, per non parlare poi delle differenze razziali.
Sarebbe necessario ammettere che gli atleti neri sono abbastanza differenziati fisicamente tra loro. Di sicuro un lineman nero di football americano è molto diverso nel fisico da un play-maker nero nel basket. Quindi le doti innate che essi possiedono e che permettono loro di guadagnarsi da vivere nello sport professionistico non sono probabilmente le medesime, ed è forse più logico che siano spiegabili come doti individuali, non razziali. E' più probabile che il problema sia come mai una persona nera è più disposta di una persona bianca a considerare ragionevole fonte di reddito il mondo a eccessivo rischio dello sport.
Darwin's Athletes di John Hoberman smentisce categoricamente che il dominio nero negli sport sia motivato da fattori razziali. Non possiamo spiegare specificamente come mai una persona diventa migliore in qualcosa di un'altra (questa è materia per astrologi, non per scienziati) ma piuttosto possiamo dire che ci sono semplicemente un sacco di forze al lavoro accanto alle ipotetiche attitudini razziali.
In questo caso, viene invertita l'aporia del razzismo, ma si tratta pur sempre di aporia. Il problema non sta nel fatto se i neri sono innatamente migliori, o peggiori, dei bianchi in qualcosa. Piuttosto non abbiamo alcun motivo di presumere che qualsiasi differenza osservata sia dovuta a un carattere innato o razziale. Per esempio, pensate a quanto sia facile far passare Muhammad Alì e Michael Jordan da neri straordinari, ben allenati a neri rappresentativi.
E' esattamente questo il problema. Gli atleti sono sportivi di punta e non sono rappresentativi di un bel nulla a parte se stessi, se non in senso simbolico. Perciò che cosa c'entra con la "gente nera" se i dieci velocisti più veloci sono tutti neri? Intanto, è una grossolana perversione delle sensibilità statistiche caratterizzare una popolazione in base ai suoi dieci membri più estremi. E inoltre i bianchi e gialli più veloci non sono tanto indietro, stiamo parlando solo di un batter di ciglia, in fondo. E come fai a sapere di non esserti perso da qualche parte un bianco estremamente veloce?
Per finire, a quanti lodano il talento innato dei neri per il basket occorre ricordare spesso e volentieri la campagna di circa dieci anni fa per mandare i professionisti americani alle Olimpiadi, dato che sembrava che il resto del mondo si fosse messo in pari con i nostri migliori dilettanti, in prevalenza neri.

Jonathan Marks, Che cosa significa essere scimpanzé al 98%, Feltrinelli, 2003, p. 130 – 136

Le affermazioni di Jonathan Marks sono condivisibili al 90%, tuttavia per la discussione vale la pena fare alcune precisazioni che probabilmente fanno la differenza fra il razzismo inteso biologicamente e il razzismo inteso sociologicamente.

Osserviamo innanzi tutto quanto nel 2002 Jonathan Marks nello scrivere del razzismo in "Che cosa significa essere scimpanzé al 98%", si sbagliava: nel 2016 veniva eletto Presidente degli USA Donald Trump, un razzista, imprenditore sull'orlo della bancarotta la cui idea fondamentale è la costruzione di un muro anti-immigrati al confine con il Messico.

Il 50% circa della popolazione degli USA è razzista. Lo ha dimostrato con la sua scelta politica e Jonathan Marks ha mentito spacciando un'immagine ideale degli USA per nascondere la realtà sociale degli USA.

Detto questo come inizia il suo discorso Jonathan Marks? Afferma: " E' stupido dire che la "criminosità" è genetica, affermandolo incorri nell'aporia dell'ereditarianismo (vedi infra, pp. 136-142). Però non lo trovo necessariamente razzista perché non dice nulla di specifico sui gruppi presunti naturali chiamati "razze"." Ma il razzismo non dice che "la criminosità" è genetica; dice che quel gruppo, etnicamente identificato, in quanto gruppo sociale è criminale. Il razzismo dice che "gli ebrei sono usurai perché sono ebrei", oppure "I Rom sono ladri in quanto sono Rom". Il razzismo generalizza comportamenti specifici e vuole ignorare le cause che costringono quelle persone a mettere in atto quei comportamenti. Quando Donald Trump afferma di voler costruire il muro perché gli immigrati dal Messico spacciano o portano droga, non solo fa un'affermazione razzista, ma alimenta il razzismo nella società civile perché in quanto "autorità" istiga ad alimentare una precisa opinione supportata dall'odio sociale contro i messicani.

Il razzismo non è stupido, è funzionale alla gestione delle persone ridotte a masse.

A differenza di quanto afferma stupidamente Jonathan Marks, i poveri non sono razzisti né possono esserlo. Però possono essere indotti ad essere razzisti quando vengono costretti a pensare che l'altro, quello dell'altro gruppo etnico, può interferire nelle loro miserabili condizioni di vita. Il razzista non è il povero che è costretto a rispondere alle sollecitazioni, il razzista è chi induce le persone alla povertà e le aizza contro un altro gruppo etnico al fine di distrarlo dalle cause che lo costringono alla povertà. I razzisti sono sempre persone benestanti che vivono sullo sfruttamento dei poveri (sia come commercianti che imprenditori) e fanno della diffusione dell'odio razziale un metodo per derubare altri poveri. I razzisti negli stadi italiani, ad esempio, sono in grado di pagarsi un abbonamento agli stadi dal costo di alcune centinaia di Euro senza per questo peggiorare la qualità di vita non si possono considerare poveri. Normalmente i razzisti fanno parte della classe economica media del paese.

Il razzismo non ha a che fare solo con la razza. Il razzismo è un mezzo ideologico per ottenere un obbiettivo, non il fine.

L'odio per il "nero" non è l'odio per la "pelle nera", ma è l'odio per l'interferenza di quell'individuo nella società civile che alcuni vedono come un pericolo. E' la percezione di un pericolo, vera o falsa che sia, che alimenta l'odio razzista che porta al linciaggio. L'odio razzista viene alimentato quando il "diverso" chiede gli stessi diritti di coloro che si ritengono etnia sociale. Il razzista è terrorizzato dall'uguaglianza fra gli uomini. In Italia il razzismo c'è sempre stato. Negli anni '60 e '70 era contro i "meridionali" ed è lo stesso razzismo che oggi ha come oggetto le persone provenienti dall'Africa o dall'est Europa.

Pensare al razzismo come odio per il colore della pelle o per l'etnia, significa voler fare i razzisti ignorando le cause che inducono la pulsione razzista e la sua gestione nella società civile.

E in effetti, Jonathan Marks subito precisa che "E' importante ricordare che il fatto che le razze non esistano in quanto entità naturali non ha ricadute sul razzismo. Il razzismo è un fenomeno reale, sociale. Detto altrimenti, il razzismo indirizzato contro ebrei, irlandesi e portoricani non è meno razzismo perché le sue vittime non sono membri di unità biologiche naturali."

Jonathan Marks sembra voler ignorare che il razzismo è uno strumento di gestione sociale. Non sono gli uomini ad essere razzisti, è il potere che controlla l'informazione a far sì che gli uomini diventino razzisti per i suoi fini. Ad esempio, la televisione di Stato italiana, per favorire l'ascesa al potere del razzista Salvini, ogni volta che c'era un problema sociale o un reato sottolineava la nazionalità di chi lo aveva commesso mettendo in prima pagina reati, magari secondari, fatti da extracomunitari e facendo sparire un numero maggiore di reati, anche più gravi, commessi dagli italiani specialmente quando i reati venivano commessi da italiani contro gli immigrati. Come ad esempio la sottovalutazione dello sfruttamento di extracomunitari ad opera di imprenditori italiani che si servivano di metodi mafiosi o del caporalato. Il razzismo è costruito dall'informazione e ha come scopo quello di dirigere quelle tensioni sociali contro i poveri e gli emarginati che il potere sociale non vuole che siano rivolte contro sé stesso.

Tutto il dibattito sulle razze, sull'evoluzione, sul venir in essere del presente, sulla qualità della trasformazione e del mutamento è stato stimolato dalle osservazioni di Darwin e dalla sua attività di antropologo-filosofo che ha aperto la porta di interpretazione della realtà nella quale viviamo.

Nello stesso tempo eugenetica e darwinismo hanno avuto applicazioni distruttive. E con le informazioni sull'applicazione del razzismo negli USA e nella Germania hitleriana voglio continuare questa discussione che prosegue da cento e settanta anni. Darwin ci dette uno strumento, ma come lo abbiamo utilizzato?

Un piccolo esempio tratto da Jonathan Marks in "Che cosa significa essere scimpanzé al 98%":

Per fare un esempio concreto, pensiamo alla genetica in America negli anni venti del secolo scorso. Se prendete un qualsiasi testo sull'argomento scritto in quel periodo troverete un'esposizione dei meriti dell'eugenetica, l'idea che la società possa essere migliorata incrociando i cittadini migliori. Non solo significava la sterilizzazione coatta dei cittadini peggiori ma anche limitazioni all'ingresso di altri cittadini poco dotati, che altro non erano che poveri. Il movimento fu reso popolare da non scienziati come l'influente Madison Grant che (come ricordato nel capitolo 5) invocava la sterilizzazione dei "fallimenti sociali" nel suo bestseller del 1916 The Passing or the Great Race. E chi erano questi "scarti sociali" che costui riteneva di nessun valore, poco adatti e bisognosi di chirurgia gonadica per il bene comune? Grant sognava un processo "che comincia sempre con i criminali, i malati e i pazzi e si estende gradualmente ai tipi che potremmo chiamare deboli più che affetti da deficit e forse in fin dei conti ai tipi razziali di scarso valore".
Bene! "Tipi razziali di scarso valore." Certo, cominci con i criminali e poi passi rapidamente a quasi tutti coloro che non ti garbano.
Il libro di Grant fu accolto come testo moderno e scientifico (l'autore era amico di Charles Davenport, il principale genetista umano in America) e lodato da politici diversissimi come il suo amico Theodore Roosevelt (con cui Grant aveva contribuito a fondare la New York Zoological Society) e l'ammiratore di Grant d'oltreoceano, Adolf Hitler, (Hitler lesse la traduzione tedesca del 1925. Mi piacerebbe pensare che ci fossero poche altre cose su cui andava d'accordo con Roosevelt.)
Come se non bastasse, il testo fu recensito e lodato sulle principali riviste scientifiche. Anche se era divulgata da settori esterni alla comunità scientifica, l'eugenetica era fortemente radicata in essa.
Il movimento eugenetico fu la punta avanzata della campagna per la limitazione dell'immigrazione (sancita dal Congresso nel 1924) e per la sterilizzazione coatta dei poveri (confermata dalla Corte suprema nel 1927 e paragonata alla vaccinazione con la famosa ingiunzione che "tre generazioni di imbecilli sono sufficienti") .
Il governo era convinto di agire secondo i migliori principi scientifici moderni. Ed era vero. Il problema era che poche persone si chiedevano chi fossero mai quegli scienziati per decidere quali erano le stirpi benefiche, chi avrebbe vissuto, chi doveva morire, chi poteva procreare. Porre una domanda del genere significava passare per antiscientifico, antimoderno e anti evoluzionista, dato che l'eugenetica si ammantava dell'autorità sia di Darwin sia di Mendel.
Di conseguenza, Clarence Darrow fu ritenuto un traditore quando fustigò la comunità scientifica per la sua disponibilità ad abrogare i diritti delle altre persone. "Tra i progetti per rimodellare la società questo è il più impudente e insensato che sia mai stato avanzato da fanatici irresponsabili per bersagliare una razza che ha già tanto sofferto" scrisse dopo aver difeso John T. Scopes perché insegnava l'evoluzionismo.
Darrow era passato da campione della biologia a suo fustigatore in meno di un anno. Perché? Perché era nauseato dagli scienziati che si esprimevano con autorevolezza in campi in cui avevano pochissima preparazione, poche idee e tanta arroganza. Quel che facevano era solo portare la voce dell'autorità in appoggio al bigottismo popolare.
E si rifiutavano di ammetterlo perché loro parlavano di fatti. Il movimento eugenetico morì con l'arrivo della Grande depressione. Dopo il crollo in Borsa, i genetisti capirono in ritardo che prestigio sociale e ricchezza genetica potevano non essere strettamente correlati. Comunque non era una grande scoperta scientifica, soltanto un crescente apprezzamento per i diritti umani, un apprezzamento che i genetisti americani vedevano compromesso rapidamente in Germania. Ed erano piuttosto combattuti.
Un loro esponente di punta riteneva che i tedeschi "ci stanno battendo nel nostro sport". Altri erano meno espliciti ma pur sempre combattuti.
Nel 1934, colleghi e studenti del principale genetista tedesco Eugen Fischer lo onorarono con un numero speciale dello "Zeitschrift fur Morphologie und Anthropologie". Nella prefazione i curatori salutavano raggianti il nuovo governo saldo al potere:
"Siamo alle soglie di una nuova era. Per la prima volta nella storia del mondo il Fuhrer Adolf Hitler sta mettendo in pratica le teorie sulle basi biologiche dello sviluppo dei popoli: razza, eredità, selezione. Non è una coincidenza che la Germania sia la sede di questo evento: la scienza tedesca regala al politico gli strumenti adatti".
In onore di Fischer, i due principali genetisti umani americani, Raymond Pearl della Johns Hopkins e Charles Davenport, fornirono contributi al volume. Nessuno dei due visse abbastanza da vedere la fine della guerra. Non sarebbe stato interessante sapere come si sentivano a posteriori dopo aver visto le loro parole stampate in calce a quelle appena citate?
Per completare la storia, la prefazione fu scritta da Otmar Freiherr von Verschuer, allievo del festeggiato Eugen Fischer e ben poco noto non fosse stato il consulente scientifico di Josef Mengele, l'infame medico del lager di Auschwitz. E lo stesso Fischer chiese e ottenne l'iscrizione al partito nazista nel 1940.

Jonathan Marks, "Che cosa significa essere scimpanzé al 98%", Feltrinelli, 2003, p. 241 – 243

Mi sono soffermato molto sugli effetti del lavoro di Darwin. Ancor oggi, che le interpretazioni del suo lavoro lo hanno ripulito delle incrostazioni cristiane che lo hanno consegnato al nazismo, spesso il razzismo continua a nutrirsi dai lavori di Darwin.

Il pensiero di Darwin è un pensiero prezioso per tutta l'umanità.

 

Marghera, 03 ottobre 2018, revisionata il 18 ottobre 2019

 

Nota: per la biografia è stata consultata l'Autobiografia di Charles Darwin in "Viaggio di un naturalista attorno al mondo", ed. Feltrinelli, 1982

 

 

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