Tommaso d'Aquino

Le biografie dei giocatori - trentunesima biografia

Capitolo 114

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Claudio Simeoni

 

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La biografia di Tommaso d'Aquino

 

Tommaso d'Aquino nasce a Roccasecca nel 1225 (data approssimativa) e muore a Fossanova il 7 marzo 1274.

La data della nascita è incerta come diverse e imprecise sono le notizie sul luogo e il paese in cui è nato. La tesi più accreditata è che Tommaso d'Aquino sia figlio dei conti d'Aquino. Il padre sarebbe Landolfo d'Aquino e la madre Teodora Galluccio di Teano imparentata con la famiglia napoletana dei Caracciolo. Terzo figlio maschio della casata.

Si dice che Tommaso d'Aquino sia nato a Roccasecca, nel regno di Sicilia mentre altri dicono a Belcastro. Diciamo che la tesi più accreditata è che sia nato nel castello paterno a Roccasecca.

All'età di cinque anni Tommaso d'Aquino viene venduto dalla famiglia al monastero di Montecassino come oblato dove, secondo le usanze cattoliche, i bambini servivano per soddisfare le esigenze sessuali dei monaci. L'usanza era donare il bambino al monastero in cambio di una qualche forma di istruzione. I monaci pretendevano le relazioni sessuali come una sorta di pagamento dai bambini. Gli oblati erano dei laici che servivano i monaci seguendo la stessa regola religiosa dei monaci.

Tutta la vita di Tommaso d'Aquino è la vita dello stuprato che si identifica emotivamente con l'onnipotenza del suo stupratore e in quella direzione si muovono i suoi scritti.

Gli scritti di Tommaso d'Aquino non liberano lo spirito. Il suo spirito è imprigionato in una dimensione repressa che cerca in Dio la ragione dei torti subiti. In questa ossessione legge gli uomini come peccatori da punire.

A cinque anni entrò nel convento di Montecassino dove "ricevette i primi rudimenti delle lettere e fu iniziato alla vita religiosa benedettina." Cosa che odierà per tutta la vita preferendo, quando gli fu possibile, farsi frate dominicano (cane di Dio).

Scrive Tommaso d'Aquino:

Sebbene la verità della fede cristiana superi la capacità della ragione, tuttavia i princìpi naturali della ragione non possono essere in contrasto con codesta verità. Infatti:
1. I principi così innati nella ragione si dimostrano verissimi: al punto che è impossibile pensare che siano falsi. E neppure è lecito ritenere che possa esser falso quanto si ritiene per fede, essendo confermato da Dio in maniera così evidente. Perciò essendo contrario al vero solo il falso, com'è evidente dalle loro rispettive definizioni, è impossibile che una verità di fede possa essere contraria a quei princìpi che la ragione conosce per natura.
2. Inoltre, le idee che l'insegnante suscita nell'anima del discepolo contengono la dottrina del maestro, se costui non ricorre alla finzione; il che sarebbe delittuoso attribuire a Dio. Ora, la conoscenza dei princìpi a noi noti per natura ci è stata infusa da Dio, essendo egli l'autore della nostra natura. Quindi anche la sapienza divina possiede questi principi. Perciò quanto è contrario a tali princìpi è contrario alla sapienza divina; e quindi non può derivare da Dio. Le cose dunque che si tengono per fede, derivando dalla rivelazione divina, non possono mai essere in contraddizione con le nozioni avute dalla conoscenza naturale.
3. In più, ragioni contrarie legano l'intelletto nostro al punto da non poter procedere alla conoscenza della verità. Perciò se Dio ci infondesse conoscenze contrastanti, impedirebbe al nostro intelletto di conoscere la verità. Il che non si può pensare di Dio.
4. Inoltre, ciò che è naturale non può essere mutato finché permane la natura. Ora, opinioni contrastanti non sono compatibili nel medesimo soggetto. Dunque non è possibile che Dio infonda nell'uomo un'opinione, o una fede, incompatibile con la sua conoscenza naturale. Di qui le parole dell'Apostolo: « Il messaggio è vicino a te, nella tua bocca e nel tuo cuore, cioè il messaggio della fede che vi predichiamo» (Rom., X, 8). Ma poiché le verità di fede superano la ragione, alcuni sono portati a considerarle come ad essa contrarie; il che è impossibile. Ciò è confermato da quelle parole di S. Agostino: «Quanto viene manifestato dalla verità in nessun modo può essere in contrasto sia col Vecchio, che col Nuovo Testamento» (2 Super Ceno ad litt., C. 18).
Da ciò si ricava con chiarezza che tutti gli argomenti addotti contro gli insegnamenti della fede, non derivano logicamente dai principi primi naturali noti per se stessi. E quindi essi non hanno valore di dimostrazioni; ma, o sono ragioni solo dialettiche, o addirittura sofistiche, e quindi si possono sempre risolvere.
Si deve notare che le cose sensibili, dalle quali la ragione umana desume la conoscenza, conservano in sé un certo vestigio della causalità divina, però così imperfetto da essere del tutto insufficiente a manifestare la natura stessa di Dio. Poiché gli effetti conservano in una certa misura la somiglianza con la loro causa, perché ogni agente produce una cosa a sé somigliante; ma l'effetto non sempre raggiunge una perfetta somiglianza. Perciò la ragione umana nel conoscere le verità di fede, che possono essere evidenti solo a coloro che contemplano l'essenza di Dio, è in grado di raccoglierne certe analogie, che però non sono sufficienti a dimostrare codeste verità o a comprenderle per intuizione intellettiva. Tuttavia è proficuo per la mente umana esercitarsi in tali ragionamenti per quanto inadeguati, purché non si abbia la presunzione di comprendere o di dimostrare: poiché poter intendere anche poco e debolmente le cose e le realtà più sublimi procura la più grande gioia, come abbiamo già notato sopra [c. 5]-
Tale considerazione è confermata dall'autorità di S. Ilario, il quale afferma nel secondo libro del De Trinitate [cc. IO, II]' a proposito delle verità di fede: « Nella tua fede inizia, progredisci, insisti: sebbene io sappia che non arriverai alla fine, mi rallegrerò Del suo progresso. Chi infatti si muove con fervore verso l'infinito, anche se non arriva mai, tuttavia va sempre avanti. Però non presumere di penetrare il mistero, e non t'immergere nell'arcano di una natura infinita, immaginando di comprendere il tutto dell'intellegibile: ma cerca di capire che si tratta di realtà incomprensibili".

Tommaso d'Aquino, Somma contro i gentili, Mondadori, 2009, pag. 72 – 74

Si tratta del pianto disperato della persona violentata che trova ragione della violenza subita nell'accettazione di un'autorità di fede manifestata dall'adulto, che considera il "padre", che si comporta come l'assoluto di Dio. Nulla deve poter contrastare le proprie convinzioni di fede alle quali deve piegare la ragione che è tale solo se conferma le verità di fede. Questo perché la struttura psichica desiderante di Tommaso d'Aquino non può trovare ostacolo nella ragione quando lui veicola il suo desiderio nel mondo.

E' Dio che lo ha violentato per mano del suo… (chissà chi è nel convento benedettino) e questa violenza è la sua iniziazione sessuale che porterà come marchio per tutta la vita e che sarà espressa nel suo pensiero come eterno amore per Dio. Un amore tanto grande da voler ammazzare gli uomini affinché anche loro imparino ad amare Dio come lo ama lui.

Quando Tommaso d'Aquino è entrato nel convento benedettino alla guida c'era un suo zio che fungeva da abate, il nuovo abate, Stefano di Corbario, nel 1236 consigliò il padredi Tommaso d'Aquino, Landolfo, di portarlo via dal convento. Tommaso d'Aquino arrivò a Napoli nel 1239 e si iscrisse all'università fondata nel 1224 da Federico II. A Napoli potrebbe aver iniziato a leggere i testi aristotelici, mentre a Parigi erano proibiti. Però non dimentichiamo che Tommaso d'Aquino non conosceva il greco e dubito che i testi aristotelici fossero già stati tradotti.

A Napoli Tommaso d'Aquino incontrò i dominicani e nel 1244 prende i voti e diventa frate dominicano. Federico aveva espulso da Napoli gli ordini mendicanti, ma aveva autorizzato due domenicani Giovanni di san Giuliano e Tommaso da Lentini (più vicini al potere politico che non gli ordini mendicanti). Tommaso d'Aquino capì che il nuovo ordine gli dava la possibilità di esercitare un potere incondizionato. L'ordine dei dominicani fu fondato nel dicembre del 1216. Era un movimento giovane e aveva bisogno di persone per svilupparsi.

A questo punto, sembra che la famiglia di Tommaso d'Aquino disapprovasse la sua scelta e, per ordine di sua madre, lo faccia sequestrare dai suoi fratelli e obbligato a risiedere in uno dei castelli di famiglia a Castello di Monte San Giovanni Campano. Sembrerebbe che la madre di Tommaso d'Aquino voleva che quel figlio diventasse il priore dell'abazia benedettina e, invece, Tommaso d'Aquino avrebbe tradito i suoi progetti preferendo farsi dominicano. La madre mandò i suoi fratelli a sequestrarlo. Rimase in obbligo di dimora per due anni finché la famiglia nel 1245 decise di riconsegnare Tommaso d'Aquino alla disponibilità dei monaci domenicani.

Scrive "Il martello delle streghe" di Tommaso d'Aquino:

Infine, leggiamo che il beato Tommaso, Dottore del nostro ordine, ricevette un non minore beneficio: egli, infatti, imprigionato dai suoi parenti per essere entrato nel detto Ordine, fu tentato alla vita secolare tramite una meretrice che doveva sedurlo. Quando il Dottore vide colei, che era stata fatta entrare dai parenti, abbigliata e adornata sontuosamente, corse verso il fuoco materiale, afferrò un tizzone ardente e mise in fuga dalla cella quella che gli suggeriva l'ardente libidine. E, subito prostrandosi in preghiera per il dono della castità, si addormentò. Allora gli apparvero due angeli, dicendo: «Ecco, da parte di Dio ti cingiamo di una cintura di castità, che non possa essere spezzata dall'assalto di nessuno e che la virtù umana non acquista per meriti ma che è data in dono da Dio». Egli si accorse allora della cintura, e toccandola si svegliò con un grido. D'allora in poi si sentì dotato di un così grande impegno di castità, che non poteva parlare con una donna se non per necessità e fu capace di una perfetta castità. Questo risulta dal Formicarium di Nider.

P. 175

Da Napoli i domenicani mandano Tommaso d'Aquino a Roma dove, sembra, ma le fonti sono incerte, che nell'autunno del 1245 con Giovanni Teutonico, maestro dell'ordine dei Dominicani, e, sempre secondo fonti incerte, sarebbe rimasto a Parigi fino alla prima parte del 1248.

Cosa ha fatto a Parigi Tommaso d'Aquino? La leggenda vuole che abbia studiato sia nei conventi che nelle prime scuole pubbliche, ma tutto, a quanto sembra, si perde nei "si dice" e nei "si ipotizza".

Più certa è la presenza di Tommaso d'Aquino a Colonia dove studia con Alberto Magno dal 1248 al 1252 quando viene da questi proposto come bacelliere (titolo accademico medioevale che precede quello di "dottore" ed è usato dalla chiesa cattolica anche se oggi rimane in uso sia negli USA che nell'Inghilterra). Gli fu concesso il titolo di bacelliere a 27 anni contro il regolamento che prevedeva che al titolo si poteva accedere solo a 29 anni. In ogni caso, da Colonia partì per Parigi e iniziò l'insegnamento nel 1252.

Rimase a Parigi fino al 1259. Poi viene mandato a Orvieto per insegnare teologia e rimarrà ad Orvieto fino al 1265. Qui termina la stesura del libro Summa contra Gentiles che aveva iniziato a Parigi nel 1258 e che terminerà nel 1262-1263. Nel 1265 pubblicherà Expositio super Iob ad litteram in cui, prendendo da Aristotele e il suo "motore immoto", cercherà di giustificare l'immutabilità di Dio.

Tommaso d'Aquino, come frate dominicano, diventa uno dei riferimenti ideologici del genocidio di eretici e streghe che attraverserà l'Europa.

"Nella [filosofia] Scolastica le opinioni [sul demonio] rimasero divise finché Tommaso d'Aquino riconobbe al diavolo e ai suoi demoni un'influenza dannosa sugli uomini, rielaborando in una nuova teoria il rapporto sessuale con i demoni cioè la vicenda demoniaca basata sulla bibbia (Gen. 6, 1 – 14). Secondo questa teoria il demonio avrebbe assunto come "succubus" (sottomesso) il seme di un uomo, che egli successivamente come "incubus" (che sta sopra) avrebbe usato in concubinato con una donna per procreare figli. Egli ravvisò la presenza terrestre di Satana anche nell'antico testamento, nelle figure di Behemo e Leviatan (Gb. 14, 15 e 25; Is. 27, 1). Data la straordinaria importanza di Tommaso d'Aquino, il suo insegnamento ottenne un effetto disastroso in relazione alle donne."

Gertrud Heinzelmann, Donna nella chiesa, Xenia, 1990, p. 74

La stessa cosa è sostenuta da Christoph Daxelmuller nel "Lessico del Medioevo":

"Tommaso d'Aquino, accogliendo il modello Agostiniano della tesi assertiva del patto col diavolo (Summa th. II q. 92 a.1), sistematizzò gli elementi eterogenei della superstizione nel concetto delle streghe e dello stregonismo ereticale. La sistematica tomistica sulla superstizione pose i fondamenti teoretici per la teoria dell'alleanza col diavolo e del culto di Satana, contribuendo perciò essenzialmente allo sviluppo nella credenza delle streghe nel medioevo e della nascente modernità, presupposti della persecuzione delle streghe e dell'istituzione dell'Inquisizione".

Karlheinz Deschner, Storia criminale del cristianesimo, Tomo VIII, 2007, ed. Ariele, p. 233

Lo stesso vale per l'incitamento all'odio per gli ebrei che ha in Tommaso d'Aquino uno dei più feroci paladini.

Scrive Tommaso d'Aquino:

"Per la loro colpa, gli ebrei vivono in perpetua servitù. Perciò i padroni possono portargli via tutto e lasciar loro soltanto lo stretto necessario per vivere."

Karlheinz Deschner, Storia criminale del cristianesimo, Tomo VIII, 2007, ed. Ariele, p. 169

Per riuscire ad usare Aristotele, Tommaso d'Aquino si serve di un grecista, tale Guglielmo di Moerbeke che fece da supporto "tecnico" a Tommaso d'Aquino traducendo i testi aristotelici e i testi neoplatonici come quelli di Ammonio e Proclo.

Nel 1265 fu inviato a Roma per addestrare i novizi dominicani e in quell'attività iniziò a scrivere la "Summa theologiae". In questo periodo iniziò a lavorare direttamente con l'ambiente pontificio. Rimase a Roma fino al 1268.

Nel 1268 fu nuovamente inviato a Parigi dove scrive commenti al nuovo testamento e commenti alle opere di Aristotele. Rimase ad insegnare teologia a Parigi fino al 1272.

Nel 1272 Tommaso d'Aquino lascia Parigi e torna in Italia con l'ordine di fondare uno "Studio generale di teologia" e per la sede sceglie Napoli dove D'Angiò voleva riordinare l'università napoletana.

Nel settembre 1273 Tommaso d'Aquino partecipa al Capitolo (nella legislazione dei Frati dominicani il Capitolo generale è il supremo organo di governo) a Roma. Ed è in questa occasione che la struttura emotiva di Tommaso d'Aquino non viene più trattenuta dalle farneticazioni che chiama "ragione" e fu attraversato da un momento di follia allucinatoria. Nell'allucinazione Tommaso d'Aquino rivela sé stesso a sé stesso e la struttura desiderante, trattenuta tanto a lungo, realizza la forma del suo desiderio di onnipotenza.

La pazzia lo ha soggiogato. Non è più in grado di scrivere. Non è più in grado di formulare un pensiero logico, se mai avesse avuto una logica al di fuori dell'affermazione del potere assoluto a cui anelava.

Ricorda John Edwards in Storia dell'Inquisizione:

"... e Tommaso d'Aquino (nel XIII) credevano che uno dei piaceri che attendevano gli eletti in paradiso sarebbe stato quello di guardare dall'alto le torture dei dannati."

John Edwards, Storia dell'Inquisizione, Mondadori, 2006, p. 107

La pazzia si rivelò a fine settembre del 1273. A fine gennaio del 1274 parte per Lione dove era stato convocato un concilio. Dopo qualche giorno di viaggio si fermò al castello di Maenza, dove abitava una sua nipote, ed entrò in uno stato apatico.

I fondamenti ideologici di Tommaso d'Aquino furono la giustificazione filosofica e teologica del genocidio di eretici e streghe. I dominicani Kramer e Sprenger usarono altri dominicani, come Alberto Magno e Tommaso d'Aquino, per giustificare con il "Martello delle streghe" il genocidio delle donne. L'ideologia imposta da Tommaso d'Aquino è ancora l'ideologia demoniaca usata ancor oggi dai criminali cristiani che la usano per perseguitare chi non è della loro religione nonostante le leggi dello Stato. In questo modo i cristiani nascondono i delitti che commettono in nome del proprio dio con la complicità della Polizia di Stato, dell'Arma dei Carabinieri e di una magistratura che fa dell'odio alla nostra Costituzione un momento di autoesaltazione ideologica.

Tommaso d'Aquino morì in quel castello il 7 marzo 1274.

Il "Martello delle Streghe" di Heinrich Insitor (Kramer) e Jakob Sprenger Dominicani (Domini canes) è funzionale agli interessi della classe sociale dominante e viene usato per la "caccia agli indemoniati" come tecnica per proteggere ricchi e potenti.

Di questa ferocia Reginald Scot scriverà: "Ritengono stregati coloro che diventano improvvisamente poveri, non coloro che diventano rapidamente ricchi." (p. 9 introduzione al Martello delle streghe nell'edizione citata).

Di Tommaso d'Aquino, scrive il Martello delle Streghe:

"Dice san Tommaso che la prima corruzione del peccato a causa di cui l'uomo è diventato servo del diavolo è sopraggiunta in noi a causa dell'atto generativo e per questo Dio permette al diavolo di esercitare su questo atto un potere di stregoneria più forte che sugli altri atti. Inoltre la capacità delle streghe è più evidente sui serpenti che sugli altri animali, perché appunto usando come strumento il serpente il diavolo ha tentato la donna. E ancora san Tommaso aggiunge: "Sebbene il matrimonio sia opera di Dio, in quanto è stato istituito da Lui, tuttavia esse talvolta viene distrutto a opera del diavolo, non per violenza, altrimenti si dovrebbe pensare che il diavolo sia più potente di Dio, ma con il permesso divino, mediante impedimento temporaneo o perpetuo dell'atto coniugale". Di conseguenza diciamo che l'esperienza insegna che per soddisfare questo genere di sporcizie tanto su se stessi quanto su persone potenti nel mondo, di qualsiasi stato e condizione, operano innumerevoli stregonerie trascinando gli animi verso un amore a perdizione dal quale a nulla vale tentare di distoglierIi con la vergogna o con la persuasione."

p. 96

"Il lettore avveduto che ha molti libri troverà certamente che sia i teologi sia i canonisti 4 concordano fra loro in materia di frigidità e stregoneria sopra tutto al di fuori del matrimonio e troverà che gli uni e gli altri confutano due errori, specialmente a proposito di chi è congiunto in matrimonio, in quanto sembra che si creda che tale stregoneria non può toccare ai congiunti in matrimonio e si solleva appunto la ragione che il diavolo non potrebbe distruggere le opere di Dio.

Il primo errore da loro confutato è quello di coloro che dicevano che la stregoneria non è nel mondo ma solo nell'opinione degli uomini i quali, per ignoranza delle cause occulte, che del resto nessun uomo può conoscere, imputerebbero alla stregoneria alcuni effetti naturali come se questi effetti fossero prodotti non da cause occulte ma dai diavoli o dagli stregoni. Questo errore, che tutti gli altri dottori confutano semplicemente in quanto falso, da san Tommaso viene invece impugnato più aspramente e condannato come eresia; dice infatti che questo errore deriva da una radice d'infedeltà. E siccome l'infedeltà nel cristiano è detta eresia, costoro sono a buon diritto sospetti di eresia. Questo era stato accennato nella prima questione, ma non spiegato in tal modo. E se qualcuno considera altre affermazioni del santo Dottore in altri passi, troverà per quali ragioni un tale errore derivi da una radice d'infedeltà."

p. 111

Quanto agli stregoni, se anche conservano in cuore la fede e la rinnegano con la bocca, sono giudicati apostati perché hanno stretto alleanza con la morte e stipulato un patto con l'inferno. Per cui san Tommaso, parlando di simili opere di magia e di coloro che in qualunque modo chiedono soccorso ai diavoli, dice: In tutti c'è apostasia dalla fede per il patto stretto con il diavolo, sia con le parole, se c'è un'invocazione, sia con qualche fatto, anche se non c'è sacrificio. L'uomo, infatti, non può servire due padroni

p. 144

Infatti Tommaso, nella questione in cui si chiede se ogni azione dell'infedele sia peccato, risponde che, anche se le opere degli infedeli sono del genere delle cose buone, come i digiuni e le elemosine e altre cose simili, non sono meritorie a causa dell'infedeltà, che è il peccato più grave che ci sia, perché non corrompe totalmente quello che è buono per natura, ma resta in loro il lume naturale. Perciò non ogni loro atto è un peccato mortale, ma solo l'atto che procede dalla stessa infedeltà o è relativo a questa, anche se è del genere delle cose buone, come nel caso di un Saraceno che digiunasse per osservare la legge di Maometto sul digiuno o di un Ebreo che osservasse le proprie festività, e così via: in loro, tutto questo è peccato mortale.

p. 145

A proposito della quarta argomentazione, per cui Dio non vuole che il male sia fatto eppure lo permette, oltre a ciò che si è già esposto, il predicatore può dare una spiegazione partendo dai cinque segni della volontà divina che, secondo Tommaso sono il precetto, la proibizione, il consiglio, l'operazione e il permesso.

p. 161

Ma prima, per non lasciare in sospeso l'animo del lettore intorno alla ragione per cui i diavoli non possono indurre nessuna trasformazione nei corpi celesti, diremo che le ragioni sono tre: la prima è che i corpi celesti sono al di sopra dei diavoli, anche per quanto riguarda il luogo in cui subiscono la pena, che è l'aria caliginosa, e questo a causa del compito cui sono destinati. Si riveda a questo proposito la seconda questione della prima parte dove si parla dei diavoli incubi e succubi. La seconda ragione è che i corpi celesti sono mossi dagli angeli buoni, come si può vedere in più passi in cui si parla dei motori delle sfere e sopra tutto in san Tommaso. Su questo argomento i filosofi concordano con i teologi.

p. 209

San Tommaso, nella sua postilla al Libro di Giobbe, dice così:
E' necessario ammettere che, con il permesso di Dio, i diavoli possano causare perturbazioni atmosferiche, stimolare e convogliare i venti e far cadere fuoco dal cielo. Sebbene infatti la natura del corpo non obbedisca come a un cenno agli angeli, sia buoni sia cattivi, ma al solo Dio creatore per quanto riguarda la trasformazione delle forme, tuttavia è proprio della natura corporea nata solo per il moto locale di obbedire a quella spirituale, il cui giudizio appare nell'uomo: le membra infatti si muovono al solo comando della volontà che soggettivamente è nell'anima, cosicché proseguano nel loro moto, nel modo disposto dalla volontà. Dunque tutto ciò che può avvenire per solo moto locale, può essere compiuto dalla capacità naturale non solo di un angelo buono, ma anche di un malvagio, a meno che ciò non sia proibito divinamente. I venti, le piogge e le altre perturbazioni atmosferiche possono avvenire con il solo movimento dei vapori che si liberano dalla terra e dall'acqua; per cui per causare fenomeni di questa natura, è sufficiente la capacità naturale del Diavolo.
Così dice Tommaso.

p. 260

Inoltre, coloro che furono spinti ad affermare che nessuna stregoneria è perpetua, muovevano da queste ragioni: perché credevano che ogni stregoneria possa essere tolta o da un altro stregone o dagli esorcismi della Chiesa, che sono disposti o per reprimere la forza dei diavoli o per una vera penitenza, poiché il diavolo non ha potere se non sui peccatori. Per cui sono d'accordo riguardo al primo punto con l'opinione di coloro che credono che le stregonerie possano essere tolte per lo meno con riti superstiziosi. Di contraria opinione è invece san Tommaso nella sua suddetta quarta distinzione. E dice che «se la stregoneria potesse essere revocata soltanto attraverso qualcosa di illecito, come l'aiuto del diavolo o attraverso questo, anche se si sapesse che può essere revocata, ciò nonostante sarebbe da giudicare perpetua, visto che il rimedio non è lecito ».

p. 276

come possano i posseduti dal diavolo, che non hanno l'uso della ragione, comunicarsi. San Tommaso risponde che, fra tutti i dementi bisogna fare una distinzione. Si dice che alcuni non hanno l'uso di ragione sotto un duplice aspetto. In un caso perché hanno un debole uso della ragione, così come si dice che non vede colui che ci vede male. E poiché costoro possono concepire una qualche devozione nei riguardi di questo sacramento, non bisogna rifiutarglielo.

p. 302

In primo luogo: colui che non ha l'ordine d'esorcistato, come il laico o la persona secolare, è lecitamente in grado di esorcizzare i diavoli o le loro stregonerie? A ciò si connettono altre tre questioni: in che modo cioè sono leciti? Chi può attribuirsi le sette condizioni che si richiedono per i canti e le benedizioni? Infine in che modo la malattia deve essere esorcizzata e scongiurato il diavolo? La seconda cosa principale: che fare quando agendo per la salute mediante esorcismi, non si ottiene nulla? La terza, che cosa hanno a che fare i rimedi non già di parole ma di opere con le soluzioni di certe argomentazioni. Per la prima questione vale l'opinione di Tommaso dottore e dice: rispetto all'esorcistato e rispetto a tutti gli altri ordini minori, quando sono conferiti, viene ricevuto un potere di fare questo o quello d'ufficio, per esempio esorcizzare; la medesima cosa può venir fatta lecitamente da coloro che non hanno l'ordine, anche se non lo fanno d'ufficio. Nello stesso modo in cui si può dire Messa in una casa non consacrata, nonostante che la consacrazione della Chiesa sia ordinata a ciò, affinché la Messa sia celebrata in essa, anche se questo è più pertinente a una grazia gratis data che alla grazia del sacramento. Da queste parole si può concludere che sebbene alla liberazione dello stregato è buona cosa che concorra l'esorcista che ha il potere di esorcizzare i morbi stregoneschi, tuttavia anche le persone devote possono talvolta fugare i morbi di tale tipo, sia con esorcismi sia senza di essi.

p. 308

E in verità, se qualcuno chiedesse la differenza tra l'aspersione con l'acqua benedetta e gli esorcismi, dopo che l'uno e l'altro vengono ordinati perché abbiano effetto contro la molestia del diavolo, si può rispondere Come san Tommaso:
"II Diavolo ci assale dall'esterno e dall'interno. L'acqua benedetta è usata contro l'attacco del Diavolo che è all'esterno, mentre l'esorcismo contro l'attacco del Diavolo che viene dall'interno"
Per questa ragione quelli contro i quali si fa questo sono detti Energumeni (da EV che significa dentro e Epyoy lavoro) come se essi lavorassero dentro. Nell'esorcizzare uno stregato, si devono utilizzare entrambi i rimedi, poiché egli è molestato dalle due parti.

p. 316 – 317

Così anzitutto si dice che, se le cose naturali sono semplicemente impiegate a produrre certi effetti per i quali si crede che esse abbiano una capacità naturale, ciò non è illecito. Ma aggiungetevi iscrizioni, formule o osservazioni vane e ignote, che manifestamente non hanno su ciò alcuna efficacia naturale, è superstizioso e illecito. Per cui san Tommaso a piè della questione, trattando di questa materia, dice:
"In quelle cose che avvengono per manifestare qualche effetto corporeo, come ad esempio la salute o qualche altra cosa, bisogna considerare se sembrino poter causare naturalmente un tale effetto e, poiché è lecito usare le cose naturali per i loro effetti, ciò non è illecito".
Ma se sembrano non poter causare tali effetti in modo naturale, ne consegue che non sono adibite a causare questi effetti in qualità di cause, ma solo come segni; ma così tali cose sono pertinenti a patti simbolici stretti con i diavoli

p. 321

Inoltre, trovano prove nei teologi, e in primo luogo in san Tommaso nel commento alle Sentenze, quando si chiede se sia peccato ricorrere all'aiuto del diavolo e dove, tra le altre cose, dice queste parole a proposito di un passo di Isaia:
Un popolo non potrebbe chiedere una visione al suo Dio? In tutte le azioni in cui ci si aspetta un sussidio in virtù del diavolo c'è apostasia di fede, a causa di un patto stretto con il diavolo, sia solo a parole se c'è invocazione, sia con un fatto anche se non ci sono sacrifici

p. 340 – 341

Così pure, la risoluzione dei dubbi in materia di fede spetta principalmente alla Chiesa e in modo particolare al Sommo Pontefice vicario di Cristo e successore di Pietro, come si dice espressamente. Ora, nessun Dottore o santo difende le proprie opinioni contro le decisioni della Chiesa, come dice Tommaso, né Gerolamo, né Agostino, né nessun altro. Come dunque è eretico chi sostiene ostinatamente qualcosa contro la fede, così è eretico chi adduce ostinatamente argomentazioni contrarie a quelle decisioni della Chiesa che riguardano la fede e che sono necessarie alla salvezza. Infatti, non può essere provato in alcun modo che la Chiesa abbia mai errato in materia di fede, come dice Graziano. Invece si dice esplicitamente che chi si erge contro le decisioni della Chiesa, non in generale ma soltanto contro quelle che riguardano la fede e la salvezza, è eretico. Negli altri campi, chi la pensa diversamente non è eretico.

p. 347

Tommaso d'Aquino trova nel suo ruolo di Domini cane, il cane di Dio, il suo potere. Un potere assoluto di vita e di morte nei confronti di coloro che non si piegano al suo assoluto.

Come Agostino d'Ippona ha usato Platone, così Tommaso d'Aquino userà Aristotele per dare una parvenza di dignità alle sue elucubrazioni che saranno chiamate "filosofia".

In Tommaso d'Aquino non c'è l'uomo, c'è solo il bambino violentato che vive nella perenne dimensione della violenza subita e di quella violenza ha fatto il meccanismo della sua esistenza. Non è l'uomo che si ribella alla violenza e che ritiene che la violenza subita debba trovare la sua giustizia, ma è il violentato che, al di là che possa o non possa, faccia o non faccia, rinnovare la violenza, comunque la giustifica ideologicamente e quella giustificazione diventa la giustificazione dei cani di Dio, Insitor e Sprenger, per portare la devastazione in Europa e poi per giustificare i genocidi in nome di Dio perpetrati durante il colonialismo.

Bisogna rilevare l'arroganza, con finalità criminali, dei "filosofi" cristiani che parlano a nome del loro Dio. In realtà sono essi che si sentono Dio e che mettono in bocca al loro Dio tutte le farneticazioni che loro chiamano "filosofia", ma che spesso vanno annoverate fra le farneticazioni dei deliri psichiatrici.

Quando parla "di sé stesso", Tommaso d'Aquino dice:

"Analogamente, quantunque Dio sia soltanto essere, non è necessario che gli manchino le altre perfezioni o nobiltà: anzi Dio possiede tutte le perfezioni che sono in tutti i generi, tanto da essere chiamato perfetto in senso assoluto, come dicono il Filosofo e il Commentatore del V libro della "Metafisica", ma le possiede in modo più eccellente rispetto a tutte le altre cose, perché il Lui formano un'unità, mentre nelle altre cose rimangono distinte fra loro. E ciò perché tutte quelle perfezioni convengono a Dio secondo il suo essere semplice; e come chi fosse in grado di compiere attraverso una sola qualità le operazioni di ogni altra qualità, racchiuderebbe in quella sola qualità tutte le altre, così Dio racchiude nel suo stesso essere tutte le perfezioni."

Tommaso d'Aquino, Ente ed essenza, Rusconi, 1995, p. 121

Sta forse parlando di Dio? No! Tommaso d'Aquino sta parlando di sé stesso che nella sua immaginazione si eleva a Dio assoluto. E come argomenti, contro chi si ritiene il Dio assoluto? Nel proclamarsi Dio assoluto lui vuole metterti sul rogo affinché tu riconosca la realtà oggettiva del suo delirio. E così finisci per credere che Dio esista per non finire sul rogo e quando Tommaso d'Aquino ti mette sul rogo pregherai Dio contro la malvagità di Tommaso d'Aquino mentre le sue farneticazioni troveranno conferma della realtà di Dio.

Con questo meccanismo le persone vengono ammazzate e le loro condizioni di vita aggravate per il divertimento di Tommaso d'Aquino.

 

NOTA: Le citazioni del Martello delle Streghe di Heinrich Insitor (Kramer) e Jakob Sprenger sono tratte dall'edizione della Marsilio del 1995. Il numero di pagina è relativo a quell'edizione.

 

Marghera, 03 dicembre 2018

 

 

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Claudio Simeoni

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