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Novembre 2026: la filosofia metafisica della Religione Pagana.

03 novembre 2026 cronache della religione pagana
Ci sono solo due scuole di filosofia in tutto il mondo e in ogni tempo

Claudio Simeoni

Cronache mese di novembre 2026

03 novembre 2026

Ci sono solo due scuole di filosofia in tutto il mondo e in ogni tempo

Omero-filosofo al Museo Archeologico di Napoli

Queste scuole si presentano con facce diverse o, se si preferisce, con veicolazioni diverse del medesimo tema filosofico fondamentale.

La più antica scuola filosofica di cui l'occidente ha notizia e dalla quale ha origine il pensiero filosofico occidentale è quel modo di pensare la realtà che viene riassunta e definita dal pensiero di Esiodo, più che dal pensiero di Omero.

Scrive Esiodo:

Dunque, per primo fu Caos, e poi
Gaia dall'ampio petto, sede sicura per sempre di tutti
gli immortali che tengono la vetta nevosa d'Olimpo,
e Tartaro nebbioso nei recessi della terra dalle ampie strade,
poi Eros, il più bello fra gli immortali,
che rompe le membra, e di tutti gli dèi e di tutti gli uomini
doma nel petto il cuore e il saggio consiglio.
Da Caos nacquero Èrebo e nera Notte.
Da Notte provennero Etere e Giorno
che lei concepì a Èrebo unita in amore.
Gaia per primo generò, simile a sé,
Urano stellato, che ravvolgesse tutta d'intorno,
che fosse ai beati sede sicura per sempre.
Generò i monti grandi, grato soggiorno alle dee
Ninfe che hanno dimora sui monti ricchi d'anfratti;
essa generò anche il mare infecondo, di gonfiore furente,
Ponto, senza amore gradito; dopo,
con Urano giacendo, generò Oceano dai gorghi profondi,
e Coio e Cric e Iperione e Japeto,
Teia Rea Temi e Mnemosine
e Foibe dall'aurea corona, e l'amabile Teti;
e dopo di questi, per ultimo, nacque Crono dai torti pensieri,
il più tremendo dei figli, e prese in odio il gagliardo suo genitore.
Generò poi i Ciclopi dal cuore superbo,
Bronie Sterope e Arge dal petto violento,
che a Zeus diedero il tuono e fabbricaron la folgore;
costoro nel resto erano simili agli dèi,
però solo un occhio avevano nel mezzo della fronte;
di Ciclopi avevano il nome veritiero perché
un solo occhio rotondo avevano nella fronte;
e vigore e forza e destrezza era in ogni loro opera.

Teogonia Esiodo (116-146), editore BUR, 1999, pag. 71 e oltre.

Questa scuola di filosofia ti dice che prima c'era un qualche cosa di indescrivibile da parte della ragione che viene definito "Caos" e poi, da questo emerge qualcosa che si distingue e inizia un processo di generazione che, trasformando il Caos stesso, distinguendolo nelle varie parti, dà il via a quel processo di trasformazione che porta l'universo ad essere come noi oggi lo conosciamo e abitiamo.

Questa scuola di filosofia domina l'intero panorama filosofico dell'umanità anche se, allora, non si definiva filosofia.

Poi arrivarono Pitagora (580 a.c.- 495 a.c.), Senofane di Colofone (570 a.C.- 475 a.C.) e Parmenide (515 a.c./510 a.c.– 450 a.c.) che imposero un diverso tipo di filosofia: le ragion del dominatore degli uomini che chiamarono "filosofia".

Si trattava di una filosofia che giustificava il dominio del dittatore. Un dminio voluto da un potere superiore che gli uomni non potevano combattere perché era al di fuori del loro orizzonte esistenziale.

Pitagora col suo gioco dei numeri inventò l'Uno da cui derivava tutto e tutto a lui doveva essere sottomesso.

Senofane di Colofone e Parmenide inventarono il concetto di Uno che è il Tutto e che, cosciente, crea tutto e domina tutto e tutti devono obbedire al Tutto che si preoccupa di definire leggi morali, sempre per favorire il dittatore e contrarie ai bisogni umani.

Ogni dittatore, ogni potere difende questo tipo di filosofia perché altro non fa che difendere sé stesso: gli eretici vanno bruciati vivi perché, delegittimando una qualche verità rivelata, delegittimano l'autorità sociale.

Parmenide introdusse in filosofia il concetto di delirio per il quale è considerato il padre dell'ontologia. Il delirare fu spacciato per rivelazione divina e nessuno poteva mettere in discussione il delirio anche quando il delirio entrava in conflitto con il vivere delle persone.

Cosa racconta Parmenide:

Le cavalle che mi portano fin dove l'animo giunge
mi trascinavano, dopo avermi avviato sulla strada ricca di canti,
divina, che porta l'uomo sapiente per tutte le cose che siano.
Era lì che viaggiavo: le cavalle scaltrite lì mi portavano
tirando il carro, fanciulle guidavano il loro percorso.
Suono d'organo l'asse mandava nelle sue sedi
surriscaldato (era mosso da entrambe le ruote rotanti
da una parte e dall'altra), mentre a spronare s'affaticavano
le figlie del Sole, appena uscite dalla casa della Notte,
verso la luce, dopo essersi tolte il velo dal capo.
Lì è il portale che segna il cammino della Notte e del Giorno,
un architrave gli fa da cornice e una soglia petrigna,
lo chiudono grandi battenti che toccano il cielo:
la Giustizia preposta alle pene detiene le chiavi girevoli.
Rivolgendosi a lei le fanciulle con dolci parole
seppero ben persuaderla a togliere subito via
dalla porta la spranga a serrami; attraverso i battenti
schiuse la porta un vuoto infinito, mentre s'apriva
ruotando nelle bandelle argute i cardini di bronzo,
con ferramenta e chiodi ben fissi; dritto lì dentro
le fanciulle guidarono lungo la strada le cavalle ed il carro.
Benigna m'accolse la Dea, con la mano mi prese la mano
destra, così cominciava a parlarmi e diceva:
Figlio, compagno ad aurighe e cavalle immortali
che ti portano, giungendo alla nostra casa
rallegrati, perché non una sorte maligna t'ha fatto venire
su questa strada (certo è lontana dalla pista degli uomini),
ma legge e giustizia. Bisogna che tutto tu sappia,
sia della verità rotonda il sapere incrollabile
sia ciò che sembra agli uomini, privo di vera certezza.
Saprai tuttavia anche questo, perché le parvenze dovevano
plausibilmente stare in un tutto, pur tutte restando.

Da: Parmenide, Poema sulla Natura, Editore Bur, 2000, pag. 147/149

Introduce il concetto del padrone che rivela la verità allo schiavo affinché lo schiavo, diffondendo la verità rivelata dal padrone, possa diventare padrone di altri uomini in quanto detentore della verità rivelata.

Questi tre personaggi che prendo ad esempio esprimevano due caratteristiche fondamentali. La prima era il loro desiderio di "dare leggi e regole agli uomini" per come loro intendevano le leggi che chiamavano "giuste", senza chiedersi a che cosa queste servisse agli uomini (infatti, servivano solo al dittatore); la seconda era uno stato psicologico di perenne frustrazione rispetto ad un mondo che non aveva mai usato gli Dèi come uno strumento di dominio dell'uomo sull'uomo.

La frustrazione di questi filosofi dell'onnipotenza è ben definita da Platone quando nel Fedone parla di Anassagora:

In effetti, io non avrei mai creduto che, uno che sosteneva che queste cose furono ordinate dall'Intelligenza, attribuisse loro altra causa che non fosse questa, ossia che il loro meglio era di essere così come sono. Insemina, io credevo che egli, assegnando la causa a ciascuna cosa in particolare e a tutte in comune, avrebbe spiegato ciò che è il meglio per ciascuna di esse e ciò che è il meglio che è comune a tutte.
E a queste speranze io non avrei rinunciato per nessuna ragione al mondo! Presi dunque i suoi libri con la più grande sollecitudine, e li lessi il più presto possibile, per poter conoscere il più presto possibile il meglio e il peggio.
Ma da questa meravigliosa speranza, o amico, venivo portato via, perché, mentre procedevo nella lettura del libro, vedevo che il nostro uomo non si serviva affatto dell'intelligenza e non le attribuiva alcun ruolo di causa nella spiegazione dell'ordinamento delle cose e attribuiva, invece, il ruolo di causa all'aria, all'etere, all'acqua e a molte altre cose estranee all'intelligenza.

Platone, "Fedone", in: Platone, Tutte le opere, Editore Bompiani, 2014, pag. 106

La speranza di Platone era che Anassagora usasse il suo concetto di Intelligenza per dare ordini morali agli uomini spiegando loro che cos'è il meglio comune a tutte.

L'intelligenza di Anassagora non dà ordini agli uomini, non stabilisce regole morali e questo delude non solo Platone, ma anche Parmenide e i Pitagorici che si trovano a dover rispondere di aver violentato la società legittimando il dominio dell'uomo sull'uomo.

La caratteristica che accomunava Senofane di Colofone, Parmenide, Pitagora e Platone era l'odio per i poeti. In particolare per Esiodo e Omero.

Un odio che non proveniva dal fatto che Esiodo e Omero usavano una rappresentazione antropomorfa delle divinità come dicevano alcuni. Alcuni affermavano, infatti, che omicidi e stupri erano stati attribuiti dai poeti agli Dèi dequalificando con questo le divinità. L'odio di questi filosofi per i poeti era dovuto al fatto che le divinità non imponevano regole morali all'uomo né chiedevano all'uomo di obbedire.

A Senofane di Colofone, che diceva di poter a stento mantenere due servi, Gerone disse: "Omero che tu dilaceri [lacerare con grande forza, sbranare, fare a pezzi], ne mantiene, morto, più di diecimila. [I presocratici, Diels Kranz, laterza, 1990, pag. 150]

E che dire di Pitagora:

75. Ieronimo di Rodi, fr. 42 Wehrli2 (Diogene Laerzio, Vili, 21)

Ieronimo dice che Pitagora sarebbe disceso nell'Ade e avrebbe visto l'anima di Esiodo legata a una colonna di bronzo e urlante e quella di Omero appesa a un albero e circondata di serpenti, come punizione per ciò che entrambi avevano detto riguardo gli dei; avrebbe anche visto puniti coloro che erano restii a unirsi alle proprie mogli.

Tratto da: Pitagora, "Le opere e le testimonianze", Editore Mondadori, 2006, pag. 57

Per non parlare di Platone:

"Inoltre, è evidente che il poeta imitatore, per sua natura non è portato verso quella determinata facoltà dell'anima, né è fatta per lui la sapienza che essa propugna, dato che egli è in cerca del favore del pubblico; piuttosto, a lui andrà a genio la parte intemperante e volubile, perché è più facile da imitare".
"Certamente".
A tal punto, avremmo buoni motivi per criticare il poeta e porlo a confronto col pittore. Come il pittore, infatti, egli fa opere di scarso valore se rapportate alla verità 394; e, ancora, come il pittore [B] si rivolge a una parte del!' anima che non è la migliore. Basta questo per giustificarci del fatto che non l'accoglieremo nella Città che pretende di avere buone leggi.

Platone, Repubblica, in: Platone, Tutti gli scritti, Editore Bompiani, 2014, pag. 1314

I così detti filosofi non erano in grado di affrontare una visione della realtà che non fosse manifestata da un padrone. Una realtà che vedeva uomini e Dèi che vivevano le condizioni e le contraddizioni della loro esistenza fondando, attraverso questo, il loro futuro. Per questi filosofi assolutisti era inaccettabile.

I poeti, e alcuni primi filosofi, presentavano una realtà divenuta per trasformazione da una realtà precedente. I filosofi assolutisti, ad imitazione del potere politico assoluto, ammettevano solo un creatore, un Demiurgo, un Tutto, un Uno, quale creatore del presente col diritto di imporre leggi e regole agli uomini in quanto non ammettevano che nessuno potesse non sottomettersi al padrone.

A questo si stavano affiancando gli ebrei. La parte degli ebrei deportati a Babilonia, non appena impararono un po' a leggere e a scrivere frequentando le scuole babilonesi, si inventarono un Dio assoluto. Un Dio padrone. Con quello si identificarono come popolo eletto, superiori ad ogni altro popolo. Questa invenzione servì ai "profeti" ebrei per non perdere il controllo sulla loro stessa popolazione che a Babilonia avrebbe potuto mescolarsi con tutti gli altri popoli. Costruire una setta di uomini e separarla dalla società illudendo gli adepti di essere gli eletti di un'entità superiore.

Imitando la mitologia babilonese, che mal compresero, la riscrissero nella forma più elementare ed infantile che poterono elaborando l'idea di un padrone a cui tutti si dovevano sottomettere. Un Dio padrone, macellaio e assassino, con la cui attività intendevano identificarsi.

Scrive il loro libro sacro (questo è quello usato dai cattolici):

In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.
Dio disse: "Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque". Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.
Dio disse: "Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l'asciutto". E così avvenne. Dio chiamò l'asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. E Dio disse: "La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie". E così avvenne: la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: terzo giorno.
Dio disse: "Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra". E così avvenne: Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: quarto giorno.
Dio disse: "Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo". Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse: "Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra". E fu sera e fu mattina: quinto giorno.
Dio disse: "La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie". E così avvenne: Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. E Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra".
Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro:
"Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra".

Genesi 1, 1-28

Identificandosi con questo padrone, gli ebrei si proclamarono il "popolo eletto" col diritto di macellare ogni altro popolo che non si sottometteva al loro Dio. Quando tornarono da Babilonia, secondo i loro testi sacri, procedettero a macellare i religiosi di Baal per la gloria del loro Dio.

In questo modo ebbe origine la filosofia del dominio dell'uomo sull'uomo. Una filosofia che viene rinnovata continuamente per giustificare il diritto di dominare l'uomo, rapinarlo del suo tempo di vita in modo da distruggere la sua vita.

Questo tipo di filosofia distrugge l'uomo in maniera tanto profonda da essere costretta a presentargli l'illusione della "salvezza". Una "salvezza" che sarebbe: la "salvezza" dalle condizioni atroci in cui la filosofia della dominazione dell'uomo sull'uomo costringe l'uomo a vivere.

L'uomo, costretto da questa filosofia a vivere nella sofferenza, sogna che arrivi un "salvatore" che con grande potenza venga sulle nuvole mentre le stelle cadono sulla terra.

Ogni tanto, i seguaci di questo tipo di filosofia, per alimentare la paura e il terrore fra gli uomini, paventano la possibilità della fine del mondo. Ogni volta che disastri ambientali si abbattono sugli uomini, richiamano la volontà di Dio di punirli per i loro peccati. Alimentano l'ansia d'attesa affermando che l'evento ambientale è la premessa per il grande disastro che porterà alla fine del mondo.

Tutti questi filosofi dicono agli uomini che cosa quel Dio criminale vuole. Loro sanno che cosa vuole quel Dio che farnetica facendo della sottomissione, della rinuncia alla vita degli uomini, un atto d'amore vesto di lui. Verso il padrone che ruba la vita agli uomini affinché questi filosofi del dominio, e i loro seguaci politici, possano beneficiare della schiavitù che impongono agli uomini.

Oggi come oggi, nel 2026, continua lo scontro fra queste due scuole di filosofia.

 

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