Filone d'Alessandria

Le biografie dei giocatori - diciannovesima biografia

Capitolo 102

La partita di calcio mondiale fra i filosofi

Claudio Simeoni

 

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La biografia di Filone d'Alessandria

 

Iniziamo col dire che esistono pochissimi dati biografici su Filone di Alessandria.

Alcuni dati biografici sono dedotti dai suoi scritti, altri dati dai pochi accenni che su di lui ne fa Giuseppe Flavio nelle "Antichità giudaiche".

Innanzi tutto, la data di nascita e la data di morte di Filone d'Alessandria non sono certe, sono dedotte da episodi della vita che ci ha raccontato.

Sappiamo che nel 39/40 d. c. Filone era a Roma per protestare presso l'imperatore Caligola per alcune violenze subite dagli ebrei. Di questo episodio ne scrive lui e ne parla Giuseppe Flavio nelle Antichità Giudaiche che riporto in seguito.

Le congetture collocano la nascita di Filone d'Alessandria fra il 20 e il 10 a. c., e collocano la morte di Filone attorno al 50 d. c.

Sappiamo che Filone d'Alessandria apparteneva a una delle più ricche famiglie di ebrei di Alessandria. Dedicò la sua vita alla bibbia traslitterando il sistema usato dai greci per interpretare Omero applicandolo all'interpretazione della bibbia.

Omero è un poeta e usa le parole e la forma per descrivere le emozioni nel loro agire, la bibbia nasce come parola immutabile e ininterpretabile del suo Dio. Nessuno può interpretare la parola di Dio della bibbia perché la parola di Dio si rivela mediante la parola stessa. Poi, scoperto che la parola è inganno, gli ebrei, anziché condannare la parola che inganna, adottano il metodo greco dell'interpretazione simbolica, una sorta di esegesi, legittimando l'inganno della parola.

Il fratello di Filone d'Alessandria ripudiò la fede ebrea per assumere la religione greca (anche se non si sa che cosa della Grecia). Fece proprie le idee dei pagani (probabilmente ci si riferisce ai platonici e agli stoici). Il fascino delle idee provenienti dalla Grecia sugli ebrei di Alessandria era molto forte.

Tutta l'azione filosofico-ideologica di Filone d'Alessandria era un'azione di proselitismo in funzione dell'ebraismo. Una vera e propria guerra contro i Pagani da vincere a qualunque costo.

Scrive Filone di Alessandria:

è legittima la rivolta contro il falso potere, come nel caso dei fratelli di Giuseppe.

Vanno perciò lodati, nel caso in esame, quelli che non cedono il passo al campione della vanagloria, ma glielo sbarrano dicendo: «Pensi forse di diventare re e di regnare su di noi?» (Gen. 37,8). Di fatto vedono che egli non è ancora al colmo della forza, che non è come una fiamma appiccata e rilucente qua e là in una fitta boscaglia, ma che è ancora allo stadio di una scintilla che cova, e che intravede la gloria nel sogno, ma che non la persegue ancora con vista chiara. Dentro di sé essi nutrono fiduciosa speranza, convinti di non poter cadere preda delle sue grinfie. Perciò dicono: «Non crederai di regnare su di noi». Il che equivale a dire: "Credi tu di dominare su di noi finché siamo in vita ed esistiamo, finché abbiamo forze e respiro? Perché, forse, se noi fossimo deboli, tu ci potresti soggiogare, ma finché siamo forti, sarai tu in condizione di suddito". Questo rientra nell'ordine naturale delle cose: quando nell'intelletto è forte la retta ragione, si dissolve la vanagloria, che rinvigorisce invece quando la ragione è ridotta a uno stato di debolezza. Fintantoché, dunque, l'anima mantiene intatta la propria forza e non è stata mutilata in nessuna sua parte, abbia il coraggio di colpire da vicino e da lontano il cieco orgoglio che le si oppone e parli liberamente, dicendo: "non sarai re né signore" né nostro né altrui per quanto dura la nostra vita. Noi terremo testa alle tue intimidazioni e alle tue minacce con un solo attacco, sostenuti da quei soldati armati di lancia e di scudo che sono i figli del buonsenso. Di loro è detto: «Essi presero a odiarlo a causa dei suoi sogni e delle sue parole». E non sono forse parole e sogni tutti i fantasmi evocati dalla vanità, mentre sono fatti e realtà evidenti tutte le cose che ineriscono al retto vivere e al retto ragionare? I primi provocano giusto odio per la loro falsità, le seconde meritano simpatia perché sono ricolme della verità che non si può che amare. Nessuno, dunque, osi più muovere accuse a uomini tanto considerevoli per le loro virtù, quasi rappresentassero un esempio di carattere ostile all'umanità in genere e al proprio fratello in particolare; ma ognuno si renda conto che chi viene messo qui sotto processo, non è un uomo, bensì quello degli aspetti insiti nell'anima di ognuno di noi che insegue follemente la gloria e la vanità, e approvi coloro che concepiscono per esso un'ostilità implacabile e un odio spietato, senza indulgere mai a simpatia verso l'oggetto della loro avversione. Ognuno abbia chiara l'idea che giudici come questi non avrebbero mai mancato di emettere un sano verdetto, ma che, istruiti dall'educazione ricevuta a venerare e ad onorare il solo vero re, il Signore, si sdegnano alla vista di chi si appropria dell'onore dovuto a Dio e ne distoglie i suoi fedeli per attirarli al culto di se stesso.

Tratto da: Filone di Alessandria, I sogni sono mandati da Dio, in L'uomo e Dio, Rusconi, 1986, p. 553 – 554

A Filone di Alessandria interessa il potere, il dominio, di Dio sopra gli uomini. A qualunque costo. E questa volontà del potere di Dio sopra agli uomini a qualunque costo è uno dei motivi centrali dei vangeli cristiani.

La rivoluzione messa in atto da Filone di Alessandria nell'ebraismo si ritrova in Giuseppe Flavio nelle sue "Antichità giudaiche". Mentre i Farisei cercano di preservare la tradizione, intesa come "parola immutabile del Dio", Filone di Alessandria introduce l'interpretazione soggettiva del volere di Dio. Questo tipo di interpretazione non consente solo di manifestare la volontà di Dio nelle parole attribuite da Dio in quella situazione, ma permette di applicare la stessa direttiva interpretata in tutte le situazioni analoghe o simili che si presentano.

Per questo l'attività in armi non è l'azione dei fratelli di Giuseppe nella loro cultura e nel loro tempo, ma è un'attività voluta da Dio in ogni cultura e in ogni tempo per permettere, come dice Filone di Alessandria riproponendo il passo biblico:

«Pensi forse di diventare re e di regnare su di noi?» (Gen. 37,8).

Filone d'Alessandria introduce nel pensiero ebraico una sorta di esegesi. Dopo di allora è stato possibile costruire il cristianesimo.

Noi dobbiamo tener presente che la datazione del vangelo più antico che parla di Gesù sarebbe quello di Marco scritto, secondo gli studiosi cristiani, attorno al 70 a Roma, ma è probabile che sia stato scritto dopo il 70, dopo la distruzione di Gerusalemme ad opera di Tito e l'arrivo a Roma degli ebrei sconfitti e ridotti in schiavitù. Da qui il concetto di cristianesimo come religione degli schiavi che diventa la religione dello schiavismo ben rappresentato nel vangelo di Marco e nelle lettere degli apostoli.

E' furori discussione che chi si è inventata la figura di Gesù e l'ideologia con la quale descrive la sua vita, lo ha fatto partendo da esigenze oggettive in cui la sua vita era coinvolta. Per fare l'operazione, che probabilmente non si chiamava nemmeno cristianesimo, all'inizio, potremmo identificarla, molto probabilmente, con lo zelotismo, era necessario che l'individuo o il gruppo di individui conoscesse i testi sacri ebrei, il platonismo e sapesse fonderli insieme rendendo quell'insieme sincretico funzionale ai propri scopi sociali. Filone d'Alessandria è l'individuo che riassume in sé queste caratteristiche.

Lo stato di necessità in cui viene inserita l'ideologia che diventerà il cristianesimo è ben descritta nello scontro fra fazioni ebraiche che preludono alla distruzione di Gerusalemme nel 70. Però vale la pena di ricordare com'era la situazione nel 38 d. c. quando Filone d'Alessandria conduce un'ambasceria per conto degli ebrei da Caligola, le decisioni di Caligola, la qualità dello scontro fra Romani ed ebrei e l'interpretazione che dello scontro ne dà Giuseppe Flavio.

Scrive Giuseppe Flavio in "Antichità giudaiche":

Sollevazione dei Giudei di Alessandria e di Gerusalemme

In quel tempo scoppiò, in Alessandria, una guerra civile tra gli abitanti giudei e i greci. Furono eletti tre delegati uno per ogni fazione, perché si presentassero davanti a Gaio. Uno dei delegati alessandrini era Apione, che insultò i Giudei con linguaggio scurrile asserendo tra l'altro che trascuravano di rendere gli onori dovuti all'imperatore. Poiché mentre tutti i popoli sudditi dell'impero romano avevano dedicato altari e templi a Gaio e gli avevano dato, sotto ogni aspetto, la stessa attenzione che avevano verso gli Dèi, solo questo popolo disdegnava di onorarlo con statue e di giurare in suo nome. Apione pronunciò molte parole piene di ira con le quali sperava di muovere Gaio, come si poteva aspettare. Filone che era a capo della delegazione giudaica, uomo di grandissimo onore, fratello dell'alabarca Alessandro e non inesperto in filosofia, si preparava a intervenire in difesa contro le accuse. Ma Gaio tagliò corto, e gli disse di uscire fuori, e colmo di collera diede chiaramente a vedere che aveva qualche pessima risoluzione contro di loro. Filone, trattato in maniera così ingiuriosa, uscì dalla sala dicendo ai Giudei che l'accompagnavano di farsi coraggio, perché la collera di Gaio era solo questione di parole, in realtà impegnava Dio contro se stesso. Sdegnato di essere trattato così soltanto dai Giudei, Gaio inviò Petronio come suo legato in Siria perché succedesse a Vitellio in questo ufficio. I suoi ordini furono di portare in Giudea una grande forza e, se i Giudei acconsentissero ad accoglierlo, innalzasse un'immagine di Gaio nel tempio di Dio; se, invece, si ostinassero contro di lui, li sottomettesse con le armi. Petronio assunse l'amministrazione della Siria e studiava di eseguire gli ordini dell'imperatore. Radunò tutta la possibile quantità di ausiliari e, a capo di due legioni dell' esercito romano, prese la via di Tolemaide con l'intenzione di svernare là, e attaccare senza fallo la guerra all'inizio della primavera. Scrisse a Gaio quanto aveva in mente di fare. Ed egli rispose lodando la sua prontezza, gli ordinò di non rallentare nulla, ma attaccare guerra in modo deciso contro di essi qualora persistessero nel disobbedire. Migliaia di Giudei andarono da Petronio in Tolemaide, supplicando che non li costringesse a trasgredire iniquamente la loro legge tradizionale: Dissero: «Se tu ti proponi fermamente di introdurre e innalzare l'immagine, fallo pure, ma prima dovrai uccidere tutti noi, poiché per noi non è possibile sopravvivere di fronte ad azioni vietate da decisioni del nostro legislatore e dai nostri antenati che emisero queste misure come leggi morali». Petronio, adirato, rispose: «Se io fossi imperatore e intendessi compiere questa azione di testa mia, voi avreste diritto di parlare in questi termini. Ma siccome io sono un funzionario di Cesare e costretto ad attuare le decisioni che egli ha già preso, la disobbedienza mi attirerebbe un inevitabile castigo». «Poiché tu, Petronio, sei risoluto», ripresero i Giudei, «a non trasgredire gli ordini di Gaio, noi siamo decisi a non trasgredire le dichiarazioni della legge. Noi abbiamo posto la nostra fiducia nelle promesse di Dio e nei travagli dei nostri antenati, che finora non abbiamo mai trasgredito. Né sarà mai che ci inoltriamo in tanta malvagità da trasgredire con le nostre azioni la legge che ci lega al nostro bene, per paura della morte. Per custodire la legge dei nostri padri, sopporteremo pazientemente tutto quello che ci aspetta, nella fiducia che per tutti coloro che sono determinati ad azzardare, vi è pure la speranza di prevalere; poiché Dio starà dalla nostra parte, se noi accogliamo il male per la Sua gloria. Nelle umane faccende la fortuna, a volte, è da una parte, a volte dall' altra. D'altronde l'obbedienza a te attirerebbe su di noi l'accusa di vigliaccheria, poiché equivarrebbe a coprire la nostra trasgressione della legge e allo stesso tempo incorreremmo nella severa collera di Dio; ed Egli ai nostri occhi ha un peso assai più grande del potere di Gaio». Dalle loro parole, Petronio vide che non era facile fiaccare il loro spirito e che per lui sarebbe stato impossibile, senza una battaglia, portare a termine gli ordini di Gaio e innalzare la sua immagine. E, invero, sarebbe stato un grande massacro. Radunò amici e servi e andò a Tiberiade, volendo quivi esaminare da vicino la situazione della nazione dei Giudei. Pur considerando quale rischio, nella sua grandezza, implicava uno scontro bellico con i Romani, i Giudei decisero che il rischio della trasgressione della Legge era più grande. E, come era avvenuto prima, decine di migliaia affrontarono Petronio al suo arrivo a Tiberiade. Scongiurarono con ogni mezzo affinché non li riducesse al punto di contaminare la città erigendovi una statua. «Volete entrare in guerra con Cesare?», disse Petronio, «senza tenere conto del suo potere e della vostra pochezza?». Risposero: «Per nessun motivo noi combatteremo, ma noi moriremo piuttosto che violare le nostre leggi»; e mettendosi bocconi a terra e scoprendosi il collo si dicevano pronti a essere uccisi. Questo confronto durò quaranta giorni; non si curavano di coltivare i campi, nonostante si avvicinasse il tempo della semina. Si tenevano fermi nella loro determinazione e pronti a morire piuttosto che vedere l'erezione della statua. Le cose erano a questo punto quando Aristobulo, fratello del re Agrippa, insieme a Elcia, l'Anziano, e altri membri autorevoli di questa casa, insieme ai capi civili si presentò davanti a Petronio e si appellò a lui, poiché aveva visto il profondo sentimento del popolo, a non incitarlo alla disperazione, ma a scrivere a Gaio dicendogli quanto fosse irremovibile l'opposizione del popolo a ricevere una statua e come avesse abbandonato i campi per la protesta e non avesse scelto la guerra, dato che non avrebbe potuto combattere, ma sarebbe stato pronto a morire piuttosto che trasgredire le sue leggi. Aggiungendo che siccome la terra non era seminata, pretendere il raccolto sarebbe stata un'azione da banditi, perché veniva meno il necessario per il tributo. Forse, a tale notizia, Gaio avrebbe messo da parte ogni severità o non avrebbe adottato un piano così crudele come lo sterminio della nazione. Ma se fosse rimasto fermo nella presente politica di guerra, Petronio allora poteva pure procedere con le operazioni. Questo fu il consiglio che Aristobulo e quanti erano con lui diedero a Petronio; egli ne restò impressionato, ma, trattandosi di una questione di tanta importanza, si impegnò con ogni mezzo per uscirne bene; teneva presente l'ostinata determinazione dei Giudei di resistere, e pensò che fosse una cosa terribile la morte di tante migliaia di persone per portare avanti gli ordini pazzi di Gaio, considerarli colpevoli per la loro reverenza verso Dio e passare il resto della vita infelice. Decise che era molto meglio inviare una lettera a Gaio e sopportare l'inesorabile collera che ne sarebbe venuta per non avere eseguito subito gli ordini. Sperava di persuaderlo. Tuttavia, qualora Gaio avesse insistito nella sua pazza risoluzione, egli avrebbe iniziato la guerra contro i Giudei. Ma se, in fondo, Gaio avesse rovesciato parte della sua collera contro lui, persona che stima la virtù, sarebbe tornato a suo onore avere dato la vita per un grande numero di persone. E così decise di riconoscere la forza di persuasione dei supplicanti. Egli dunque radunò i Giudei a Tiberiade ove giunsero molte decine di migliaia, si pose in alto davanti a tutti e spiegò che la presente spedizione non era una scelta sua, ma un ordine dell'imperatore, la cui collera si sarebbe rovesciata subito, senza alcun indugio su coloro che osavano disobbedire ai suoi ordini. «Ed è giusto che uno al quale fu conferita una posizione così alta dall'imperatore non gli si opponga in nulla: tuttavia io non giudico giusto azzardare la mia salvezza e la mia posizione per salvare dalla distruzione voi che siete così numerosi. Voi avanzate i precetti della vostra Legge che difendete come vostra eredità e servite obbedendo il sovrano di tutti, Dio onnipotente, il cui tempio io non avrei il coraggio di veder cadere in balia dell'insolenza dell'autorità imperiale. Mando piuttosto un dispaccio a Gaio spiegando completamente la vostra determinazione, e difendendo in qualche modo la mia accondiscendenza, contraria al suo decreto, con l'oggetto da voi proposto. Dio vi assista, visto che il Suo potere è al di sopra di ogni umana ingenuità o forza; possa Egli conservarvi nella custodia e osservanza delle vostre leggi tradizionali senza privarlo mai, per congiure di umani capricci, dei Suoi tradizionali onori. Qualora Gaio, amareggiato, farà di me un oggetto della sua inesorabile collera, io sosterrò ogni danno e ogni genere di sofferenza che possa essere inflitta al mio corpo, e riterrò piuttosto mia fortuna che non sia distrutto un popolo così numeroso per azioni virtuose. Andate, dunque, ognuno alle proprie occupazioni e ai lavori della terra. Io manderò a Roma un messaggio e non metterò in opera alcuna azione sia a vantaggio mio sia dei miei amici». Con queste parole congedò l'assemblea dei Giudei e pregò quelli in autorità affinché pensassero ai lavori agricoli e dessero al popolo buone speranze. E così egli fece il meglio che c'era da fare per incoraggiare la folla. Dio, da parte Sua, mostrò a Petronio che Egli era con lui, e gli avrebbe concesso il Suo aiuto in ogni cosa. Non appena Petronio finì di parlare ai Giudei, Dio inviò un improvviso acquazzone, che nessuno si aspettava; quel giorno, fin dal mattino, si era mantenuto chiaro, ma il cielo non aveva dato alcun segno di pioggia; lungo tutto l'anno il tempo era stato secco fino a ridurre gli uomini alla disperazione per la mancanza di acqua, benché qualche volta il cielo si fosse mostrato coperto. Anzi, quando quel grande rovescio d'acqua eccezionale e inaspettato si rovesciò sulla terra, i Giudei erano fiduciosi che le suppliche innalzate per loro da Petronio non sarebbero rimaste inefficaci; lo stesso Petronio rimase stordito quando vide l'innegabile evidenza con la quale la provvidenza di Dio era sopra i Giudei e come Egli aveva dimostrato la Sua presenza in modo così abbondante, non soltanto coloro che avevano già preso la soluzione opposta, ma anche gli altri non avevano più coraggio di discutere. Onde, tra le cose di cui scrisse a Gaio inserì anche questo per supplicarlo e persuaderlo in ogni modo a non precipitare tante migliaia di persone nella disperazione; e certo essi non sarebbero andati contro la loro antica religione senza una guerra; sarebbero venute meno le entrate e lui sarebbe venuto a trovarsi sotto una maledizione per tutti i tempi. Disse, pertanto, che la Divinità che li proteggeva aveva dimostrato come la Sua potenza fosse indivisibile e non avesse lasciato ad altri l'uso di questa Sua potenza. Così era per Petronio

Tratto da: Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche vol. 2, Utet, 2006, pag. 1146 - 1152

E' indubbio che questa situazione oggettiva di conflitto genera la necessità di un complesso ideologico-dottrinale come esigenza di quel vissuto. Quel corpo dottrinale iniziale viene poi trasformato e manipolato a seconda delle esigenze di ogni singolo "profeta" o "scriba". Data una sorgente che produce quell'ideologia, l'acqua ideologica prodotta non solo riempie bicchieri diversi, ma assume anche diverse qualità a seconda dell'uso che ne fanno gli uomini.

E' difficile non vedere come la vita di Gesù descritta nei vangeli non sia simile alla vita di Socrate descritta nell'Apologia. E' difficile non pensare come la gran parte degli episodi che qualificano Gesù sono stati presi dalla mitologia e dalle religioni misteriche di quel tempo; sia per quanto riguarda i comportamenti attribuiti a Gesù, sia quando si voglia che Gesù sia contro ad un certo modo di pensare o di essere che condanna (come la democrazia). E' difficile pensare che l'odio di Gesù per i Farisei non fosse lo stesso odio degli Zeloti contro di loro. E' difficile pensare che l'odio contro Erode da parte dei cristiani non derivasse dall'ellenizzazione della Palestina e dalla soppressione della rivolta di Palazzo che doveva defenestrare Erode (la strage degli innocenti).

Sta di fatto che Filone di Alessandria getta le basi non solo per la costruzione della qualità dell'ideologia cristiana, ma anche per delineare le strategie militari finalizzate al controllo sociale.

Le Strategie di Filone di Alessandria sono finalizzate al proselitismo. Dopo la distruzione di Gerusalemme i Settanta condanneranno i cristiani aggiungendo alla preghiera detta "Schemone esre", il modello del padre nostro cristiano, un'invocazione, una richiesta a Dio di maledizione, contro i Minnim, i cristiani, accusati di essere stati gli artefici della distruzione di Gerusalemme. Mentre gli ebrei cessarono la loro azione di proselitismo religioso, i cristiani fecero proprie le strategie di Filone di Alessandria. Come questa, ad esempio.

Scrive Filone di Alessandria:

Prudenza vuole che si ceda al più forte per evitare inutili rischi

Questa è la ricompensa della franchezza inopportuna, che a giudizio delle persone sensate non è affatto franchezza, bensì dabbenaggine, follia, insanabile demenza. Che ne pensi? Uno che veda una tempesta al suo colmo, la violenza di venti contrari, lo scatenarsi furioso di un uragano, un mare sconvolto dai cavalloni, non dovrebbe rimanere a riparo nel porto anziché levare le ancore e salpare? Quale timoniere o capitano è mai stato ubriaco fradicio al punto da voler mettersi in mare quando si è scatenato il maltempo che ho descritto, con il pericolo che la sua nave faccia acqua da tutte le parti, sia subissata dalle alte ondate del mare e vada a fondo con tutto l'equipaggio? Chi vuole navigare senza pericolo ha sempre la possibilità di attendere un vento sereno, favorevole e dolce. E ancora: chi veda un cinghiale o un leone in atto di aggredirlo con violenza, si mette forse a istigarli e a irritarli, anziché cercare di ammansirli e di acquietarli come dovrebbe, per offrire se stesso in pasto prelibato che soddisfi la spietata crudeltà di tali carnivori? A meno che non si ritenga utile affrontare gli scorpioni, le aspidi egiziane e ogni altro animale fornito di veleno micidiale, che portano inevitabilmente alla morte chi abbia subìto una sola volta il loro morso: al contrario, dobbiamo ritenerci fortunati se riusciamo ad ammansirli e a renderli docili, per evitare che ci facciano del male. Ma non esistono forse uomini più feroci e insidiosi dei cinghiali, degli scorpioni e delle aspidi, uomini alla cui maligna crudeltà non ci si può sottrarre se non cercando di ammansirli e di mitigarli? Per questo motivo Abramo, nella sua saggezza, si prosternerà dinanzi ai figli di Et (Gen. 23,7) - il cui nome significa "coloro che allontanano" - e sono le circostanze a suggerirgli l'opportunità di un tale comportamento. Infatti, egli non è indotto a prosternarsi da un senso di rispetto verso coloro che per natura, per nascita e per costumi sono nemici della ragione e che allontanano da sé l'istruzione, la moneta preziosa dell'anima, per spenderla miserevolmente, ridotta in monete spicciole; egli si prosterna perché teme il potere di cui essi dispongono al momento e la loro forza invincibile, e perché si guarda bene dal provocarli, in vista del bene grande e sicuro che vuole raggiungere e che è la ricompensa della vista, la doppia caverna (cfr. Gen. 23,9), il miglior rifugio per le anime sagge, che non si può conquistare con guerre e battaglie, ma solo con la remissività ossequente dettata dalla ragione. D'altronde noi stessi, quando ci troviamo nell'agorà, non abbiamo forse l'abitudine di cedere il passo ai magistrati e di tirarci da parte al passaggio degli animali da soma? Ma lo facciamo per ragioni diverse, non per la stessa. Dinanzi ai magistrati ci scostiamo per rispetto, dinanzi agli animali da soma perché non ci facciano del male. E se le circostanze lo consentono, è un bene attaccare e stroncare la violenza dei nemici, ma in caso contrario è meglio starsene tranquilli per non correre rischi, e se vogliamo trarre da loro qualche vantaggio conviene cercare di ammansirli.

Tratto da: Filone di Alessandria, I sogni sono mandati da Dio, in L'uomo e Dio, Rusconi, 1986, p. 551 – 553

Per i cristiani il metodo adottato da Filone di Alessandria divenne un'arma con cui partire alla conquista del mondo.

E' indubbio che la fonte ideologica del cristianesimo è Filone di Alessandria. Condizioni, fini e mezzi stanno a testimoniare questo suo ruolo. Quarant'anni dopo si è iniziato a personalizzare questa ideologia. Gesù, l'uomo che aveva condotto il popolo ebreo fuori da Babilonia in ricordo di un Gesù più antico che aveva affiancato Mosé portando il popolo ebreo fuori dall'Egitto, ha alimentato l'immaginazione di un Gesù salvatore del mondo costruito sulle strategie delineate da Filone di Alessandria.

In questo modo l'immaginazione si fa sostanza ideologica e la sostanza ideologica dà forma all'immaginazione.

E' un'antica strategia di propaganda ideologica. Mosè non è mai esistito, ma è stato costruito sulle leggende di Sargon. Gesù non è mai esistito, ma è costruito sulla leggenda di Socrate nell'Apologia. Buddha non è mai esistito, ma è costruito sulla leggenda del fondatore del giainismo. Esattamente come Platone che attribuisce ogni sua invenzione per sottomettere l'uomo ad una figura immaginaria, da Socrate agli Orfici. Sono loro che lo dicono, non io. E' Gesù che lo dice, non io. E' il Buddha che lo dice, non io.

E il sangue degli uomini, nel mondo, scorrerà a fiumi!

 

Marghera, 05 ottobre 2018

 

 

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Claudio Simeoni

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