La biografia di Friedrich Nietzsche

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Claudio Simeoni

 

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La biografia di Friedrich Nietzsche

 

Nietzsche nasce il 15 ottobre 1844 a Rocken nella Sassonia allora Prussiana. Il padre, Karl Ludwig è un pastore protestante e la madre Franziska Oehler è figlia di un pastore protestante. Nel 1846 nasce la sorella Elisabeth e nel 1849 muore il padre di Friedrich Nietzsche.

Morto il marito, Franziska Nietzsche si trasferisce a Naumburg. Il bambino Friedrich cresce e si adatta in un ambiente impregnato dal fanatismo religioso cristiano. La lettura della bibbia e l'identificazione soggettiva con i personaggi della bibbia manipola costantemente e condiziona perennemente la struttura psico-emotiva di Nietzsche. Accanto a questa costante attività di manipolazione soggettiva, la sua struttura emotiva viene veicolata nella poesia, nella musica e nel canto sempre di impronta fondamentalista cristiana.

La struttura del pensiero di Nietzsche si costruisce nella sua infanzia attraverso una rigorosa educazione cristiana.

La sua innegabile intelligenza e la sua capacità di apprendere sono elementi centrali nella formazione del suo delirio religioso. Nietzsche appare ateo, ma non lo è mai stato. Il suo amore per Gesù è tanto grande da identificarsi in lui.

In molti passi delle sue opere che vanno dal 1879 al 1888 lui è Gesù, lui è alla ricerca di Dio. Lui è il Gesù che deve venire sulle nubi con grande potenza mentre le stelle cadono sulla terra.

Nietzsche ha una notevole intelligenza e una buona capacità di analisi culturale. Notevole è la sua capacità di esporre il proprio pensiero. Quando, fra i modelli esistenziali proposti dalla bibbia e dai vangeli, è costretto a scegliere il suo modello di riferimento mettendolo a fondamento della propria esistenza, nell'episodio Marta, Maria e Gesù, Nietzsche capisce che deve identificarsi in Gesù. Perché identificarsi in Maria che lava i piedi al padrone Gesù? Perché identificarsi con Marta che lavora per consentire a Maria di lavare i piedi a Gesù? Nietzsche si identifica con Gesù stesso. Il profeta dell'eterno ritorno nell'uguale nella stessa idea del ritorno di Cristo.

La base pisco-emotiva del futuro pensiero di Nietzsche è gettata. Ora si tratta di vedere come Nietzsche veicolerà quella pulsione emotiva nelle condizioni culturali in cui vive.

A 14 anni è ammesso alla scuola di Pforta. Viene educato a leggere i classici. Legge Byron, Holderlin, Emerson, Sterne, Goethe e Feuerbach. Nel 1860 scrive due saggi, "Fato e volontà" e "Libertà della volontà e fato". Sono due temi che resteranno nella letteratura di Nietzsche come "destino ineluttabile in quanto voluto da Dio" che avrà la sua apoteosi nell'idea dell'eterno ritorno, e la volontà, come capacità di dominio e di possedere, in particolare gli uomini, che si estenderà fino a considerare sé stesso il detentore della volontà di possesso nel mondo.

Nel 1860 partecipa alla fondazione di un'associazione musicale-letteraria chiamata "Germania". L'associazione rimarrà attiva per tre anni. Per quell'associazione Nietzsche scrive dei testi fra i quali i già citati, "Fato e volontà" e "Libertà della volontà e fato".

Nel 1864 Nietzsche è a Bonn per frequentare l'università e pur iscrivendosi ad associazioni studentesche non partecipa attivamente a quelle attività.

Nel 1865 c'è l'episodio della visita di Nietzsche ad un bordello di Colonia nel quale Nietzsche si sarebbe preso la sifilide. Frattanto Nietzsche si trasferisce all'università di Lipsia. A Lipsia Nietzsche legge per la prima volta Schopenhauer.

Secondo alcuni studiosi l'episodio della visita al bordello di Colonia segna una vera e propria rottura con il passato. A Colonia Nietzsche visita il bordello e quella visita fa discutere gli studiosi sull'origine sifilitica della malattia mentale di Nietzsche. Nietzsche ha contratto o non ha contratto la sifilide? E' iniziata allora la malattia di Nietzsche? Sta di fatto che dall'episodio del bordello ai sintomi del delirio di Nietzsche verificatisi a Torino nel 1888 passano 23 anni di stati continui di malessere fisico e psichico.

Nel 1867 Nietzsche pubblica il suo primo lavoro: "Teogonide". Nietzsche inizia il servizio militare nell'artiglieria a cavallo a Naumburg. Nel 1868 ci sarà la famosa caduta da cavallo che porterà Nietzsche a diventare un consumatore di oppio e cocaina. Allora, oppio e cocaina erano usate come medicine in particolare la morfina e l'eroina. La cocaina era usata come anestetico fin dal 1879 e un vino famoso in quell'epoca conteneva forti dosi di cocaina. La morfina era usata come farmaco antidolorifico e commerciata per tutto il 1800 mentre la Bayer iniziò a fabbricare eroina nel 1874 e a venderla in tutta Europa. Il commercio dell'eroina fu proibito nel 1925. Erano considerati tutti farmaci legalmente commercializzati, consigliati, antidolorifici, e Nietzsche ha usato e abusato di questi farmaci. Eroina, cocaina e morfina condizionarono, assieme all'educazione cristiana, alla probabile sifilide e alla malattia mentale per la quale sarà ricoverato, tutto il pensiero di Nietzsche.

Da quel momento in poi le condizioni psicologiche di Nietzsche si indirizzano. La scelta fatta nell'infanzia durante lettura della bibbia e dell'identificazione nell'ambiente religioso si fissano sia con l'uso della morfina e della cocaina sia, probabilmente, attraverso la sifilide. Non è più il devoto seguace del cristianesimo sottomesso, è il Gesù, l'oltre uomo, che anela ad arrivare sulla terra dalle nubi con grande potenza e giudicare gli uomini che devono essere sottomessi.

Tutta la filosofia di Nietzsche è un lungo delirio lucido. Un delirio col quale è facile identificarsi una volta che si voglia ignorare l'origine malata del delirio. Ogni uomo ha qualche cosa da recriminare nei confronti del mondo. Ogni uomo vorrebbe ergersi a padrone del mondo nonostante le frustrazioni, ma pochi uomini hanno la capacità di scrivere con impeto, con eleganza e vastità di concetti come Nietzsche.

Nietzsche si ritiene il profeta dell'eterno ritorno condannato dal destino a compiere continuamente il medesimo gesto perché il medesimo gesto è già stato compiuto e non può che essere ripetuto. In sostanza, Nietzsche rielabora a proprio modo il concetto platonico di reminiscenza unendolo al concetto cristiano della resurrezione dei corpi.

Se nella "Tragedia Greca" Nietzsche mette in atto una critica a Platone, verso la fine della sua vita, malato, scorge nel platonismo gli stessi sintomi della malattia che sta vivendo.

Nel 1865 si interessa di Democrito e un lavoro sulle fonti di Diogene Laerzio di Nietzsche viene premiato dall'università di Lipsia dove Nietzsche sta lavorando in qualità di ricercatore privato.

Nel 1869 viene chiamato a coprire una cattedra, all'università di Basilea, di filologia classica. Il 19 aprile giunge a Basilea e il 28 maggio tiene il suo discorso su Omero e la filologia classica. Nietzsche stringe amicizia con Wagner.

Nel 1870 Nietzsche tiene una conferenza sul Dramma musicale greco e poi su "Socrate e la tragedia". E' di quell'anno "La visione dionisiaca del mondo". Allo scoppio della guerra franco-prussiana, Nietzsche si arruola come infermiere, ma si ammala di difterite e dissenteria e viene congedato.

Nel 1871 Parigi viene conquistata dai prussiani e nasce l'impero tedesco. Scoppia la Comune di Parigi mentre Nietzsche si prende un periodo di vacanza che trascorre in Svizzera a Lugano. Mentre vengono massacrati i comunardi, la stampa liberale diffonde la notizia, falsa, dell'incendio del Louvre che manda in depressione Nietzsche. Nietzsche vede nell'incendio una grande tragedia dell'umanità.

Nel 1872 Nietzsche pubblica "La nascita della tragedia". Nietzsche la dedica a Wagner. Nietzsche, nello stesso anno, tiene cinque conferenze relative a "L'avvenire delle nostre scuole". Pubblica anche "Considerazioni inattuali" sulla storia e su Schopenhauer.

Nella "Nascita della tragedia" Nietzsche individua due "tipologie" di uomo che abita il mondo ma che possono essere interpretate come due modi del medesimo uomo di vivere nel mondo. Si tratta dell'Apollineo e del Dionisiaco. Dove un tipo è l'aspetto razionale dell'esistenza e l'altro è l'aspetto emotivo, irrazionale e divino della vita.

Scrive Nietzsche nella "Nascita della tragedia":

Qui saldo sto, qui fermo
uomini della mia stessa taglia,
una stirpe a me uguale
nel piangere e nel patire,
nel godere e rallegrarsi,
e nel guardarti
con questo mio sprezzo.

L'uomo esaltandosi fino alla statura titanica, conquista da solo la sua civiltà e costringe gli dei ad allearsi con lui, perché egli con questa sapienza che si è conquistata, ha fra le mani l'esistenza ed i suoi limiti. Ma in quel poema prometeico che, secondo il suo pensiero fondamentale, è il vero inno all'empietà, la maggiore meraviglia sta nello slancio profondo di Eschilo verso la giustizia: l'incommensurabile dolore dell' audace «singolo» da una parte, e la divina necessità, anzi il presentimento d'un crepuscolo degli dei, dall' altra, la forza che spinge quei due mondi di patimenti alla conciliazione, all'unificazione metafisica, tutto ricorda con la massima energia il punto centrale e la tesi capitale della concezione eschilea del mondo, che vede la Moira troneggiante al di sopra degli dei e degli uomini. Davanti all'audacia stupefacente con cui Eschilo pone sulla bilancia della sua giustizia il mondo olimpico, dobbiamo immaginare che l'intelligenza profonda dei greci trovava una base inesorabile del pensiero metafisico nei suoi misteri e poteva scaricare sugli Olimpi tutti i suoi accessi di scetticismo. Soprattutto l'artista greco provava un oscuro senso di dipendenza reciproca nei confronti di queste divinità: e questo sentimento è simboleggiato appunto nel Prometeo di Eschilo. Il titanico artista trovava in sé la fede orgogliosa di creare uomini e di poter annientare gli dei olimpici, per opera della sua alta sapienza, che certamente sarebbe stato costretto ad espiare con eterno dolore. Il sublime potere del genio, che perfino con l'eterno dolore, è troppo scontato, l'aspra superbia dell'artista, ecco l'anima e il contenuto della poesia eschilea, laddove Sofocle nel suo Edipo preludia all'inno vittorioso del santo. Ma anche con quella significazione datagli da Sofocle la stupefacente e spaventosa profondità del mito non è stata interamente misurata: anzi la gioia dell'artista nel creare, la serenità della creazione artistica di fronte ad ogni sventura, non è altro che una visione luminosa di nuvole e cielo, che si rispecchia in un nero lago di tristezza. Il mito di Prometeo è una proprietà comune originaria di tutti i popoli ariani e un documento della loro attitudine alla profondità tragica, anzi è probabile che questo mito abbia per la razza ariana la stessa caratteristica importanza che il mito del peccato originale ha per la semitica, e che fra i due miti esista lo stesso rapporto di parentela che c'è fra fratello e sorella. Il presupposto del mito prometeico sta nell'incommensurabile valore che una umanità ingenua attribuisce al fuoco che è per essa il vero palladio della civiltà nascente; nell'uomo che usa liberamente del fuoco, invece di riceverlo solo come dono celeste sotto forma di fulmine che incendia e di calore solare che riscalda, quei contemplanti videro un delitto, un furto alla natura divina. E così il primo di tutti i problemi filosofici pone immediatamente un contrasto insolubile fra l'uomo e Dio e lo rotola come un masso di roccia fin sulla porta d'ogni civiltà .. Tutti i beni più alti e più utili di cui può essere partecipe l'umanità, essa li raggiunge con un delitto ed ora ne dovrà subire tutte le conseguenze, cioè tutto il diluvio di dolori e di affanni che i Celesti offesi faranno cadere sulla nobile razza umana anelante ad ascendere. E' un pensiero virile, che per la dignità conferita al delitto contrasta singolarmente con la leggenda semitica del peccato originale, in cui sono vedute come sorgenti del male la curiosità, la lusinga bugiarda, la concupiscenza, insomma una serie di passioni prevalentemente femminili. Quello che distingue la concezione ariana è l'elevata visione del peccato attivo quale vera virtù prometeica; e in questa vediamo in un tempo il fondamento etico della tragedia pessimistica, in veste di giustificazione di tutti i mali dell'uomo, tanto cioè della colpa, quanto del patire che ne consegue. L'infelicità dell'essenza di tutte le cose - che l'Ariano contemplativo non si rifiuta di negare - la contraddizione nel cuore del mondo gli si palesano come un groviglio di due mondi diversi, ad esempio d'uno divino e d'uno umano, di cui ciascuno preso singolarmente è nel suo diritto, ma, coesistendo come singolo accanto all'altro, è destinato a soffrire. Nella sua spinta eroica verso l'universalità, nei suoi tentativi di uscire dal sentiero dell'individuazione e di essere l'essenza unica e universale, il singolo uomo è vittima della contraddizione originale celata nelle cose, vale a dire incorre nel delitto e ne patisce. Perciò gli Ariani concepirono il delitto come maschio, i Semiti il peccato come femmina, sicché il delitto originale è compiuto dall'uomo il peccato originale dalla donna. Del resto il coro delle streghe canta:

Non prendiamo alla lettera le cose:

La donna va con mille passettini;
Però per quanto veloce s'affretti,
Con un bel salto l'uomo fa altrettanto.

Chi comprende l'intimo nocciolo del mito di Prometeo, cioè la necessità del misfatto imposta all'individuo che anela alla potenza titanica, sentirà a un tempo anche quanto di non apollineo esiste in questa rappresentazione; poiché Apollo vuole acquietare le essenze primordiali tracciando fra di esse linee di confine e ricordando continuamente che queste costituiscono le sacre leggi universali coi loro precetti relativi alla conoscenza di sé e alla misura. Ma, affinché con questa tendenza apollinea la forma non si fissi nella rigidità e nella freddezza egiziana, affinché, nello sforzo di prescrivere alle onde singole la loro traccia e il loro cerchio, non si estingua il moto di tutto il lago, il grande flutto del dionisiaco sopraggiunge di tanto in tanto a cancellare i piccoli cerchi in cui il «volere» unilateralmente apollineo ha cercato di infrenare l'ellenismo. Il flusso del dionisiaco repentinamente sollevato prende allora sulla sua schiena le piccole singole cime delle onde individuali, come il fratello di Prometeo, il titano Atlante porta sulle sue spalle la terra. Questo impulso titanico di diventare l'Atlante di tutti i singoli uomini e di portarseli sull'ampio dorso sempre più in alto, costituisce il tratto comune dell'apollineo e del dionisiaco. Il Prometeo di Eschilo è per questo aspetto una maschera dionisiaca, mentre per quel profondo bisogno di giustizia a cui abbiamo accennato, Eschilo tradisce la sua discendenza da Apollo, il dio dell'individuazione e dei limiti del diritto, il dio intelligente. E così dunque la doppia essenza dionisiaca e apollinea potrebbe essere espressa in questa formula astratta: «Tutto ciò che esiste è ingiusto e giusto e in entrambi i casi giustificato».
Ecco il tuo mondo! Ecco quello che viene chiamato un mondo!
Una tradizione incontestabile vuole che la tragedia greca nella sua forma più antica avesse per argomento soltanto le sofferenze di Dioniso e che per lungo tempo l'unico eroe presente sulla scena fosse appunto Dioniso. Ma con uguale sicurezza si può affermare che fino a Euripide mai Dioniso abbia smesso di essere l'eroe tragico, e che invece tutte le figure famose della scena greca, Prometeo, Edipo, ecc. furono tutte maschere di quel primo eroe, Dioniso. La presenza di una divinità dietro ciascuna di queste maschere costituisce una delle ragioni essenziali della «idealità» tipica, tanto spesso ammirata, di quelle famose figure. Io non so chi abbia affermato che tutti gli individui, in quanto individui, sono comici, e dunque non tragici: da ciò si sarebbe dedotto che i Greci non potessero, in genere, portare individui sulla scena tragica. Sembra che in effetti essi abbiano sentito così: in effetti la distinzione e valutazione platonica dell'«idea» in contrapposizione dell'«idolo» è profondamente radicata nell'anima greca. Per servirei della terminologia platonica, si potrebbe dire per esempio dei personaggi tragici del teatro greco che Dioniso, unico personaggio reale, appare in una quantità di aspetti, sotto la maschera dell'eroe combattente e, per così dire, preso nella rete della volontà del singolo. In quanto ora il dio, che compare sulla scena, parla e agisce, assomiglia ad un individuo che erra, s'affanna e soffre: e che egli appaia con questa precisione e chiarezza epica è opera di Apollo interprete di sogni che spiega al coro il suo stato dionisiaco con quell'allegorica apparizione. Ma in verità l'eroe è il Dioniso sofferente dei misteri, è il dio che sperimenta le sofferenze dell'individuazione e del quale miti meravigliosi narrano che egli fosse fatto a pezzi dai Titani e così venerato sotto il nome di Zagreus: da cui appare evidente che questa dilacerazione, in cui consiste la vera e propria passione di Dioniso, simboleggia una metamorfosi in aria, luce, terra e fuoco, e che noi dunque dovremmo considerare lo stato di individuazione come la fonte e l'origine d'ogni dolore, come qualcosa di condannabile di per se stesso. Dal riso di questo Dioniso sono nati gli dei olimpici, dalle sue lacrime gli uomini. In quell'esistenza di dio dilacerato, Dioniso ha la duplice natura d'un demone crudele e inselvatichito e d'un mite e clemente sovrano. Ma le speranze degli Epopti si mossero verso la rinascita di Dioniso, che noi ora, basandoci su intuizioni, dobbiamo intendere che sia la fine dell'individuazione: a questo terzo Dioniso che avanza inneggiava lo sfrenato canto di giubilo degli Epopti. E solo con questa speranza si ha un raggio di gioia sulla faccia del mondo dilacerato, spezzato in tanti individui: così lo simboleggia il mito per mezzo di Demetra che, immersa nel suo eterno dolore, prova gioia per la prima volta quando le viene detto che potrà nuovamente partorire Dioniso. Nelle considerazioni fatte finora abbiamo già tutti gli elementi d'una visione del mondo profonda e pessimistica, che poi è anche la dottrina dei misteri esposta nella tragedia: la constatazione dell'unità di tutti gli esseri, l'idea dell'individuazione come causa originaria del male, l'arte come rallegrante speranza che il corso incantato dell'individuazione un giorno sarà rotto, l'arte come presentimento d'una restaurata unità.
Poco prima è stato detto che l'epos omerico è il poema della civiltà olimpica, col quale essa ha cantato il proprio inno di vittoria sui terrori della lotta contri i Titani. Ora, sotto il prepotente influsso della poesia tragica i miti omerici rinascono trasfigurati e in questa metempsicosi rivelano che nel frattempo anche la civiltà olimpica è stata vinta da una più profonda visione del mondo. Prometeo, il Titano superbo, ha già annunciato al suo olimpico aguzzino che un estremo pericolo minaccia il suo dominio, se, al momento giusto, non voglia allearsi con lui. In Eschilo vediamo 1'alleanza di Giove con i Titani spaventato e trepidante per la propria fine. Così 1'antica età dei Titani viene nuovamente riportata dal Tartaro alla luce e riceve un seguito. La filosofia della natura nuda e selvaggia guarda con occhi senza veli passarle davanti danzando i miti omerici: essi impallidiscono e tremano sotto lo sguardo dardeggiante di questa dea, fino a quando il pugno potente dell'artista dionisiaco non li costringa al servizio del nuovo dio. La verità dionisiaca prende possesso di tutto il dominio del mito quale simbolo della sua conoscenza, e questa espone in parte nei riti pubblici della tragedia, in parte nelle pratiche segrete dei misteri drammatici, ma sempre sotto il mitico velo antico. Quale forza fu questa che liberò Prometeo dai suoi avvoltoi e trasformò il mito in veicolo della sapienza dionisiaca? E' la forza della musica comparabile alla forza di Ercole, che, giunta nella tragedia alla sua manifestazione suprema, sa interpretare il mito con nuove e più profonde significazioni; e noi già nelle pagine precedenti abbiamo dimostrato che questa è la facoltà più potente della musica. Infatti è la sorte di tutti i miti rattrappirsi a poco a poco nell'angustia d'una pretesa verità storica e d'essere trattati, da una certa età posteriore, come un semplice fatto a cui si applicano le esigenze della critica storica; e i Greci erano già pienamente sulla via di cambiare con 1'aiuto della loro sagacia e dell'arbitrio tutto il loro sogno mitico giovanile in una storia di fatti accaduti nella loro giovinezza. Questo infatti è di solito il modo in cui muoiono le religioni, quando cioè i presupposti mitici d'una religione, esaminati dall'occhio freddo e critico d'un dogmatismo ortodosso, vengono sistematizzati come una somma finita d'avvenimenti storici e si comincia ansiosamente a difendere la credibilità dei miti, opponendosi alla loro crescita, e così dunque il sentimento del mito s'estingue e ne prende il posto la pretesa della religione di stabilirsi su basi storiche. Il genio neonato della musica s'impossessa allora di questo mito morente, che fra le sue mani fiorisce ancora una volta con un colore che non aveva mai mostrato prima, con un profumo che sommuove il nostalgico presentimento d'un mondo metafisico. Dopo quest'ultimo splendore il mito cade, le sue foglie appassiscono e ben presto i Luciani beffardi dell'Antichità ghermiscono i fiori sbattuti da tutti i venti, scoloriti e arsi. Con la tragedia il mito arriva al suo contenuto più profondo e alla sua forma più espressiva; esso sorge in piedi ancora una volta come un eroe ferito: tutta la forza che gli rimane, insieme con la tranquilla saggezza del morente, brilla nell'ultima e possente luce dei suoi occhi.
Cosa volevi, o sacrilego Euripide, quando tentasti ancora una volta di costringere questo morente al combattimento in prima linea? Esso morì sotto le tue mani violente: ed allora adoperasti un mito contraffatto e mascherato, che come la scimmia di Ercole sapesse ancora adornarsi dell'antico splendore. E come ti morì fra le mani il mito, così ti morì anche il genio della musica; avesti un bel saccheggiare avidamente tutti i giardini della musica, ma anche in questo modo non hai ottenuto che una musica contraffatta e mascherata. E perché tu avevi abbandonato Dioniso, Apollo abbandonò te; scaccia pure dalla loro tana tutte le passioni per spingerle nel tuo cerchio magico, lima e affila pure per i discorsi dei tuoi eroi una dialettica sofistica, ma anche i tuoi eroi hanno solo passioni contraffatte e mascherate e pronunciano solo discorsi contraffatti e mascherati.

Nietzsche, "Nascita della tragedia", Orsa Maggiore Editrice, 1993 p. 58 – 63

Il dionisiaco e l'apollineo diventano modelli. Il modello della razionalità e dell'impulso emotivo. Questi due modelli entreranno nella psicologia con Freud. Solo che Nietzsche non li usa come "modelli di rappresentazione del medesimo uomo", ma li usa come caratteristiche distinte di razze per differenziare la "razza ariana" dalle razze "semitiche" trasformando una condizione culturale in una caratteristica razziale.

Il furto del fuoco da parte di Prometeo è considerato da Nietzsche, un delitto. Una sorta di delitto di "lesa maestà". Ma Prometeo non ha commesso un delitto: ha preso il fuoco e non ha lasciato gli Dèi senza il fuoco. Prometeo non viene punito da Zeus perché ha preso il fuoco (la conoscenza), ma perché ha aiutato gli uomini ad accedere alla conoscenza che li trasforma in Dèi.

Prometeo ha messo gli Dèi nelle condizioni di trattare con gli uomini e agli uomini ha dato la conoscenza per poter trattare alla pari con gli Dèi.

Ricordiamo che Prometeo è un Titano, figlio di Titani, esattamente come Zeus ed Era sono Titani figli di Titani e che l'azione di Prometeo non compromette la vita degli uomini.

Nel mito biblico del "peccato" che vede l'origine del male, la donna per l'umanità si ribella al potere coercitivo di Dio e prende la conoscenza che Dio gli negava. Dio è terrorizzato dalla donna che ha colto dall'albero della conoscenza e deve far in modo che la donna non possa cogliere anche dall'albero della vita per vivere in eterno.

La diversità fra il mito di Prometeo e la descrizione della bibbia sta tutta nella relazione fra Dio o gli Dèi e l'uomo. Il Dio della bibbia aggredisce l'uomo, Zeus se la prende con Prometeo ma riconosce all'uomo il diritto alla conoscenza.

La razza ariana è la razza di Nietzsche, colei che vive il patire del cuore nella dimensione della ragione apollinea in una visione di civiltà che emerge da un disordine emotivo proprio della dimensione dionisiaca. Il delirio è elaborazione dell'ideologia cristiana dove nel delirio emotivo dionisiaco, che porterebbe l'uomo all'autodistruzione, interviene il Gesù a salvare l'uomo. Il Gesù-Apollo che determina le condizioni e le regole in cui l'emozione-dionisiaca si può esprimere.

Nietzsche vivrà tutta la vita in una sessualità negata, controllata dalla madre prima e dalla sorella poi che si esprimerà in un desiderio continuo di ribellione ad una morale che lo ha fagocitato e che vuole rinnovare proponendo un delirio che come un novello Dio cristiano lo porta fuori, al di là, delle imposizioni apollinee, oltre la dimensione dionisiaca capace di renderlo immune da quel senso di colpa che attanaglia la sua coscienza.

Un modo di essere costruito dal crogiolo alchemico in cui il padre e la madre hanno mescolato la sua infanzia di assolutismo cristiano, abbandono alla volontà di Dio; una sessualità negata e una psiche imprigionata fra eroina, morfina e cocaina. Da questo crogiolo umano emerge il "pensiero filosofico" di un Nietzsche che tenta di giustificare il sé stesso. Il Dioniso che scalpita dentro di lui per emergere nella coscienza; in un Apollo che costringe la sua coscienza a vivere sensi di colpa in uno stato psichico depresso che non avrà fine se non nella follia che aliena l'uomo non solo dal mondo, ma anche da sé stesso mentre rassegnato cammina lentamente verso la morte per consumazione.

Nel 1873 Nietzsche scrive "La filosofia nell'età tragica dei Greci" e "Verità e menzogna in senso extramorale". Questi testi saranno pubblicati solo postumi. Nietzsche pubblica "Considerazione inattuale su David Strauss l'uomo di fede e lo scrittore"

Nel 1874 Nietzsche pubblica "Sull'utilità e lo svantaggio della storia per la Vita" e "Schopenhauer come educatore".

Nel 1875 Nietzsche leggerà Duhring, mentre le sue condizioni di salute stanno velocemente peggiorando. Tutta la critica che Nietzsche mette in atto contro i socialisti è contro il socialismo di During (cosa che, sia pur da un altro punto di vista, farà anche Engels).

Nel 1876 Nietzsche partecipa al festival di Bayreuth in cui Wagner presenta la sua opera "Anello del Nibelungo". Nietzsche rimane deluso dal festival in cui si sono dati appuntamento "la marmaglia oziosa dell'Europa". Intanto inizia a lavorare a quello che diventerà: "Umano, troppo umano". La sua condizione di salute sta peggiorando rapidamente e Nietzsche, va a Sorrento ospite di Malwida von Meysenbug. A Sorrento Nietzsche avrà l'ultimo incontro con Wagner.

Nel 1877 Nietzsche torna in Svizzera dove lavorerà al libro "Umano, troppo umano". Inizia ad essere intollerante all'insegnamento e pensa di abbandonarlo.

Nel 1878 Nietzsche pubblica "Umano, troppo umano" e con questo celebra l'anniversario della morte di Voltaire.

Scrive Nietzsche in "Umano, troppo umano" a proposito della nascita del culto religioso:

Origine del culto religioso.

Se ci riportiamo ai tempi in cui la vita religiosa era nel suo massimo rigoglio, vi troviamo una convinzione di base che oggi non condividiamo più, e a causa della quale ci vediamo chiuse una volta per sempre le porte della vita religiosa: tale convinzione riguarda la natura e il rapporto con essa. A quei tempi nulla ancora si sa di leggi naturali: né per la terra né per il cielo esiste ancora una necessità; una stagione, la luce del sole, la pioggia possono venire o anche non venire. Manca in genere ogni concetto di causalità naturale. Quando si rema, non è l'atto del remare che fa muovere la barca, il remare è solo una cerimonia magica, con la quale si costringe un demone a far muovere la barca. Tutte le malattie, e la stessa morte, sono il risultato di influssi magici. L'ammalarsi e il morire non sono mai processi naturali; manca ogni idea di «svolgimento naturale» - solo presso gli antichi greci, dunque in una fase molto tarda dell'umanità, essa comincia ad affacciarsi nel concetto della Moira, che troneggia sugli dèi. Quando uno tira con l'arco, sono sempre presenti una mano e una forza irrazionali; se le sorgenti improvvisamente inaridiscono, si pensa prima d'ogni altra cosa ai demoni sotterranei e alle loro malizie; dev'essere il dardo di un dio, sotto la cui forza irresistibile un uomo improvvisamente si abbatte. In India (secondo Lubbock) il falegname suole offrir sacrifici al suo martello, alla sua ascia e agli altri arnesi di lavoro, e allo stesso modo si comporta il bramino con la penna con cui scrive, il soldato con l'arma che usa sul campo, il muratore con la sua cazzuola, il contadino con il suo aratro. Nell'idea degli uomini religiosi, l'intera natura è una somma di azioni di esseri dotati di conoscenza e volontà, un immenso complesso di atti arbitrari. In relazione a tutto quanto sta fuori di noi, non è permesso concludere che qualcosa sarà in questo modo o in un altro, che qualcosa dovrà avvenire in questo modo o in un altro; quel che è approssimativamente sicuro e calcolabile siamo noi: l'uomo è la regola, la natura è la mancanza di regola - questa proposizione contiene la convinzione fondamentale che domina le culture primordiali, rozze, produttrici di religione. Noi uomini di oggi sentiamo per l'appunto esattamente l'opposto: quanto più ricco l'uomo si sente interiormente, quanto più polifonico è il suo soggetto, tanto più potente agisce su di lui la simmetria della natura; noi tutti riconosciamo con Goethe nella natura il grande mezzo di acquietamento dell'animo moderno, ascoltiamo il battere del pendolo del più grande orologio con una nostalgia di tranquillità, di familiarità e di silenzio, come se di questa simmetria potessimo intriderci e, solo grazie ad essa, giungere al godimento di noi stessi. Allora accadeva il contrario: se ci riportiamo col pensiero alle condizioni rozze e primitive dei popoli, o consideriamo da vicino gli odierni selvaggi, li troviamo determinati nel modo più rigoroso dalla legge, dalla tradizione: l'individuo è quasi automaticamente vincolato da esse, e si muove con l'uniformità di un pendolo. La natura - la non compresa, terribile, misteriosa natura - gli deve apparire come il regno della libertà, dell'arbitrio, della forza superiore, e allo stesso tempo come un grado sovraumano dell'esistenza, come dio. Ora però ogni individuo di simili tempi e condizioni sente come da quegli arbitri della natura dipendano la sua esistenza, il bene suo, della famiglia, dello Stato, il successo di ogni impresa: certi processi naturali debbono intervenire al tempo giusto, altri invece al tempo giusto cessare. In che modo si può esercitare un influsso su queste spaventose incognite, come si può imbrigliare il regno della libertà? questo egli si domanda, e indaga con angoscia: non esiste dunque alcun mezzo per regolare quelle forze con una tradizione, con una legge, così come ne sei regolato tu stesso? La riflessione degli uomini che credono alla magia e ai prodigi mira a imporre una legge alla natura: e, in poche parole, il risultato di questa riflessione è il culto religioso. Il problema che quegli uomini si pongono è intrinsecamente collegato a questo: come può la razza più debole dettar legge alla più forte, determinarla, guidare le sue azioni (in rapporto alla più debole)? Per prima cosa ci si ricorderà del tipo più innocuo di costrizione, quella che si esercita su qualcuno una volta ottenutane la simpatia. Con suppliche e preghiere, con la sottomissione, con l'obbligo di regolari tributi e doni, con lusinghiere glorificazioni è dunque possibile esercitare una costrizione anche sulle forze della natura, in quanto le rendiamo a noi favorevoli: l'amore vincola e viene vincolato. Poi si possono concludere accordi, nei quali ci si obbliga a un determinato comportamento reciproco, si dànno pegni e si scambiano giuramenti. Ma molto più importante è un tipo di costrizione più efficace, per mezzo della magia e degli incantesimi. Come l'uomo, con l'aiuto del mago, può nuocere anche a un nemico più forte e lo mantiene in uno stato di paura nei suoi confronti, come l'incantesimo d'amore agisce a distanza, così l'uomo debole crede di poter influire anche sui potenti spiriti della natura. Il mezzo principale di ogni incantesimo è di entrare in possesso di qualcosa che appartenga a qualcuno: capelli, unghie, qualche cibo della sua mensa, persino il suo ritratto, il suo nome. Con questo apparato si può allora procedere all'incantesimo; infatti il presupposto fondamentale è questo: a ogni essere spirituale è proprio qualcosa di corporeo, con l'aiuto del quale si può vincolare lo spirito, nuocergli, distruggerlo; l'elemento corporeo fornisce l'appiglio con cui si può afferrare l'elemento spirituale. Ora, come l'uomo agisce sull'uomo, così egli agisce anche su un qualsiasi spirito della natura: anch'esso, infatti, possiede il suo elemento corporeo per il quale può essere afferrato. L'albero e, paragonato ad esso, il seme da cui è nato: questo misterioso accostamento sembra dimostrare che in ambedue le forme si è incorporato il medesimo spirito, ora piccolo, ora grande. Una pietra che improvvisamente rotola è il corpo in cui agisce uno spirito: se in una plaga solitaria si erge un enorme blocco di pietra, sembra impossibile pensare a una forza umana che l'abbia trascinato sin là, dunque la pietra dev'essersi mossa da sola: essa cioè deve ospitare uno spirito. Tutto quanto abbia un corpo è accessibile all'incantesimo, e dunque anche gli spiriti della natura. Se poi un dio è legato alla sua immagine, si può esercitare una costrizione diretta anche su di lui (negandogli i cibi votivi, flagellandolo, incatenandolo e cose simili). In Cina la gente del popolo, per estorcere a un dio il favore che viene a mancare, lega con corde l'effigie di colui che l'ha abbandonata, la tira giù, la trascina per le strade su mucchi di fango e di immondizie: «Cane di uno spirito, dicono, ti abbiamo fatto abitare in un tempio splendido, ti abbiamo indorato, ti abbiamo nutrito bene, e tu sei così ingrato!». Ancora in questo secolo, in qualche paese cattolico sono state prese analoghe misure coercitive contro immagini di santi e della madonna che, in casi di pestilenza e di siccità, rifiutavano di fare il proprio dovere. Tutti questi rapporti magici con la natura hanno dato vita a innumerevoli cerimonie; e infine, quando la confusione tra queste è diventata troppo grande, ci si affanna a ordinarie, a fissarle in un sistema, cosicché si crede di garantirsi il favorevole svolgimento dell'intero ciclo della natura, e in particolare della grande rivoluzione annuale, svolgendo corrispondentemente tutto un sistema di procedure. Il senso del culto religioso è di determinare ed esorcizzare la natura a vantaggio dell'uomo, dunque di imprimerle una legalità che essa non possiede fin da principio, mentre al giorno d'oggi si vuole conoscere la legalità della natura per adeguarsi ad essa. Insomma, il culto religioso si basa sull'idea dell'incantesimo tra uomo e uomo; e il mago è più antico del prete. Ma, parimenti, esso poggia su altre e più nobili concezioni; presuppone il rapporto di simpatia tra uomo e uomo, l'esistenza della benevolenza, della gratitudine, dell'esaudimento delle suppliche, di patti tra nemici, del conferimento di pegni, del diritto alla protezione della proprietà. Anche a livelli culturali molto bassi, l'uomo non sta di fronte alla natura come uno schiavo impotente, non è necessariamente il suo servo privo di volontà: al livello della religione greca, soprattutto nel rapporto con gli dèi olimpici, si può addirittura pensare alla convivenza di due caste, una più nobile e potente e una meno nobile; ma in un certo senso ambedue sono, quanto a origine, complementari e di una sola specie, non debbono vergognarsi l'una dell'altra. Questo è l'elemento nobile della religiosità greca.

Nietzsche, Umano, troppo umano, Newton, 1979, p. 82 – 85

Questo spaccato da "Umano, troppo umano" ci permette di individuare il condizionamento delirante vissuto da Nietzsche.

Gli antichi non sono ciò che gli antichi erano, ma sono ciò che Nietzsche immagina che gli antichi fossero pensando a sé stesso, Nietzsche, se fosse vissuto in epoche antiche partendo dalla manipolazione cristiana che Nietzsche ha ricevuto nel suo tempo.

Immagina tempi in cui la vita religiosa era al massimo rigoglio. Ma quale vita religiosa? Quella immaginata dal fondamentalista cristiano che crede che tutti siano stati dei fondamentalisti cristiani che veicolavano il suo stesso fondamentalismo con altri nomi. Immaginazione priva di dati di realtà. Puro delirio. A quei tempi, dice Nietzsche, nulla si sa delle leggi della natura, né della terra né del cielo. In realtà è il cristiano che non sa nulla dei meccanismi della natura e che immagina che il suo Dio ha creato il mondo. In Nietzsche l'ignoranza del cristiano viene elevata a sapienza con cui giudicare gli uomini di un passato che egli si limita ad immaginare. Giudica uomini che conoscevano perfettamente le leggi della natura perché quelle leggi della natura abitavano a differenza di Nietzsche che come cristiano delirante si era alienato dal mondo e dalla vita limitandosi ad immaginarla.

Ci volle Archimede per definire il principio di galleggiamento, ma gli uomini usavano il principio di galleggiamento da migliaia di anni e, nonostante Archimede avesse definito il principio di galleggiamento, i cristiani derisero i progettisti della prima nave in metallo perché certamente sarebbe affondata.

Nietzsche non sa nulla degli Antichi. Prende il cristiano ignorante e lo sposta in un tempo in cui l'ignoranza è l'incapacità (l'inconsapevolezza) del cristiano di abitare un mondo dal quale è terrorizzato.

Se per gli antichi ogni azione era sacra perché sovrintendeva alla loro esistenza e al loro abitare il mondo, per il cristiano l'azione non ha nessun valore perché tutto è determinato da Dio. E mentre il cristiano attende che Dio agisca, l'uomo antico agiva e modificava sia il mondo in cui viveva che sé stesso. L'uomo antico remava per far muovere la barca, ma se Zeus avesse mandato un po' di vento alla sua vela, avrebbe fatto meno fatica. L'imponderabile è opera degli Dèi, ma solo l'uomo che agisce nel mondo come un Dio è in grado di cogliere le occasioni divine che si presentano.

La Moira che troneggia sugli Dèi è un concetto sconosciuto per un cristiano fondamentalista. Come può qualche cosa condizionare Dio, il Dio padrone assoluto, dei cristiani? Ma gli antichi Dèi nascevano, si trasformavano, divenivano e divenivano proprio abitando con gli uomini, con gli animali, con le piante. Gli Dèi, come gli uomini, crescevano e le condizioni, la Moira, determinava i limiti e i tempi del loro essere nel mondo.

Nietzsche forma il suo pensiero pensando agli Antichi come a dei selvaggi mentre pensa a sé stesso come un uomo evoluto. Il rapporto deve essere capovolto. Gli antichi erano uomini che vivevano le condizioni del mondo e modificavano il mondo, al contrario, Nietzsche è il selvaggio che ignorando le condizioni del mondo, si è ritirato dal mondo per paura e immagina un mondo ostile perché non è in grado di agire in esso.

Per Nietzsche l'uomo che agisce nel mondo è l'uomo debole, la razza inferiore, che ha la capacità di ricattare la sua razza superiore. La razza dei fannulloni fanatici che si identificano col Dio cristiano che può sterminare chiunque col diluvio universale, ma che si vede costretta a mediare fra il suo delirio di onnipotenza e questa razza inferiore che produce cibo, case, benessere e una ricchezza dalla quale Nietzsche, razza superiore, prende a piene mani senza dar nulla in cambio.

Nel 1879 Nietzsche si licenzia dall'insegnamento all'università di Basilea e passa l'inverno in Alta Engadina.

Nel 1881 Nietzsche pubblica "Aurora", un testo sui pregiudizi morali. Viaggia a Recoaro, a Sils-Maria fra stati psicologici depressivi e momenti di euforia. Dal delirio si genera il pensiero dell'"eterno ritorno all'eguale". Viaggia arrivando, verso la fine dell'anno, a Genova.

Scrive Nietzsche in Aurora per spiegare la propria visione sociale:

Avvenire della nobiltà.

Gli atteggiamenti del mondo aristocratico esprimono il fatto che continuamente, nei suoi membri, la consapevolezza della potenza giuoca la sua affascinante parte. Così l'individuo di nobili costumi, uomo o donna che sia, non si lascia volentieri cadere sulla sedia come se fosse del tutto esausto; evita di appoggiare le spalle dove tutti cercano di star comodi, per esempio in treno; pare che non si stanchi quando a corte se ne sta in piedi per delle ore; la sua casa non la arreda in vista della comodità, bensì in spazi grandiosi e con gran decoro, come se dovesse essere la dimora di esseri più grandi (e anche più alti); a un discorso provocatorio egli risponde con contegno e con spirituale chiarezza, non come atterrito, schiacciato, confuso, pieno di vergogna, alla maniera del plebeo. Così come sa mantenere l'aspetto di una elevata energia fisica costantemente presente, desidera anche, attraverso un atteggiamento costante di serenità e di gentilezza, tener desta l'impressione, perfino in situazioni penose, che la sua anima e il suo spirito sono all'altezza dei pericoli e delle sorprese. Una civiltà aristocratica riguardo alle passioni può assomigliare al cavaliere che prova delizia a far andare a passo spagnolo un animale irruente e superbo - ci si immagini qui l'età di Luigi XIV - oppure al cavaliere che sente il suo cavallo correre impetuosamente sotto di sé come una forza naturale, proprio vicino al limite in cui cavallo e cavaliere perdono la testa, ma nel godimento della voluttà di tenere proprio adesso alta la testa: in entrambi i casi la civiltà aristocratica respira potenza, e se assai spesso nei suoi costumi chiede soltanto l'apparenza del sentimento di potenza, tuttavia, attraverso l'impressione che questo giuoco fa sui non aristocratici e attraverso lo spettacolo di questa impressione, cresce continuamente il reale sentimento della superiorità. - Questa incontestabile fortuna della civiltà aristocratica, che si edifica sul sentimento della superiorità, comincia adesso a salire su un gradino ancor più elevato, giacché ormai, grazie a tutti gli spiriti liberi, è permesso e non è più oltraggioso per il nobile di nascita e d'educazione accedere all'ordine della conoscenza e riportarne consacrazioni più spirituali, apprendere servizi cavallereschi più elevati di quelli appresi sino ad oggi, e guardare a quell'ideale della vittoriosa saggezza, che nessun'epoca ancora ha potuto proporre a se stessa come l'epoca che proprio oggi sta per giungere. In conclusione: di che cosa deve d'ora innanzi occuparsi la nobiltà, se di giorno in giorno sembra che diventi sempre più indecoroso occuparsi di politica?

Nietzsche, Aurora – Pensieri sui pregiudizi morali, Newton, 1981, p. 120 – 121

La nobiltà, di cui parla Nietzsche, è Dio. Nella testa di Nietzsche c'è l'Onnipotente che nella società si identifica nell'aristocrazia sociale, come in Platone.

L'aristocratico di Nietzsche controlla le proprie emozioni. Controlla i propri comportamenti vendendo un'immagine di integrità comportamentale che nasconde le aberrazioni del dominio e del possesso che esercita nei confronti degli altri uomini. La debolezza dell'aristocratico sta nelle emozioni esposte, rappresentate. Se l'aristocratico espone le sue emozioni è un debole. Diventa un uomo qualunque e come uomo qualunque, essendo incapace di vivere le contraddizioni della vita se non possedendo persone che gli riconoscono il diritto di essere possedute a da lui, diventa debole, incapace di gestire il possesso delle persone mediante la minaccia dell'annientamento e dello sterminio.

E' una condizione, quella dell'aristocratico che stermina i bifolchi del popolo che pretendono di essere uomini, che Nietzsche conosce molto bene vedendolo realizzato nel genocidio che ha seguito l'annientamento della Comune di Parigi.

L'aristocratico recita una scena, una rappresentazione, il cui scopo è far credere alla plebaglia di essere in possesso di una conoscenza superiore e la plebaglia deve guardare all'aristocratico come i preti cristiani gli hanno insegnato a guardare Dio.

L'aristocratico, per Nietzsche, è l'apollineo. Colui che domina gli uomini mediante la forma della ragione. Gli uomini vivono una dimensione dionisiaca che a stento viene frenata dalla morale perché se il dionisiaco irrompe nell'apollineo aristocratico può distruggere la violenza con cui viene trattenuto e usato dall'apollineo per dominare gli uomini.

E ancora, scrive Nietzsche in Aurora:

La classe impossibile.

Povero, lieto e indipendente! - queste cose insieme sono possibili; povero, lieto e schiavo! - anche queste sono possibili, - e agli operai, della schiavitù della fabbrica, non saprei dire niente di meglio, posto che essi non avvertano in generale come un'infamia il venir adoperati in tal modo, ed è quel che accade, come ingranaggi di una macchina e, per così dire, come tappabuchi dell'umana arte dell'invenzione! Puah! Credere che attraverso un salario più elevato possa esser cancellata la sostanza della loro miseria, cioè la loro condizione di impersonale asservimento. Puah! Lasciarsi convincere che attraverso un potenziamento di questa impersonalità si possa, all'interno del congegno meccanico di una nuova società, trasformare in virtù l'infamia della schiavitù! Puah! Avere un prezzo, per il quale non si è più persone, ma si diviene ingranaggi! Non siete voi i cospiratori, nell'attuale follia delle nazioni che vogliono anzitutto produrre il più possibile ed essere il più possibile ricche? Starebbe a voi presentare il conto: quali grandi somme di valore interiore vengono gettate per un tale obiettivo esteriore! Ma dov'è il vostro valore interiore, se non sapete più cosa voglia dire respirare liberamente? Se non avete neppure un poco, voi stessi, in vostro potere? Se troppo spesso avete disgusto di voi stessi come di una bevanda stantia? Se prestate ascolto al giornale e sbirciate il vostro vicino, eccitati dal rapido salire e discendere di potenza, denaro e opinioni? Se non avete più fiducia nella filosofia che si veste di stracci, nella franchezza di chi è senza bisogni? Se per voi è divenuta motivo di scherno la volontaria e idillica povertà, la mancanza di professione e di matrimonio, quale dovrebbe proprio confarsi ai più spirituali tra di voi? Non risuona sempre, invece, ai vostri orecchi, il piffero dei socialisti acchiappatopi, che vi vogliono eccitare con assurde speranze? Che vi ordinano di essere pronti e niente altro che questo, pronti dall'oggi al domani, cosicché non facciate altro che aspettare qualcosa dall'esterno e per il resto viviate come avete finora vissuto - sinché questa attesa non divenga fame e sete e febbre e follia, e alla fine sorga il giorno della bestia triumphans in tutta la sua maestosità? - Invece ognuno dovrebbe pensare dentro di sé: «Meglio emigrare, in selvagge e fresche regioni del mondo cercar di divenir padrone e, soprattutto, padrone di me stesso; cambiare luogo finché continua a ammiccarmi un qualche segno di schiavitù; non scansare l'avventura e la guerra e per i casi peggiori tenersi pronto alla morte: purché finisca questa indecente condizione di schiavitù, purché cessi questo inacidirsi e invelenirsi e questo fare i cospiratori!». Questo sarebbe il giusto modo di pensare: gli operai in Europa d'ora innanzi dovrebbero dichiararsi come classe un'impossibilità umana, e non solo, come per lo più avviene, come qualcosa di duramente e inopportunamente organizzato; essi dovrebbero introdurre nell'alveare europeo l'epoca dei grandi sciami migratori, quali finora non si erano mai visti, e, attraverso questa azione di libertà di emigrazione in grande stile, protestare contro la macchina, contro il capitale e contro la scelta che adesso li minaccia, quella cioè di dover diventare o schiavi dello Stato o schiavi di un partito sovversivo. Che possa l'Europa alleggerirsi di un quarto dei suoi abitanti! Ad essa e a loro il cuore si farà più leggero! Solo nella lontananza, nelle imprese di entusiaste spedizioni di colonizzatori si riconoscerà con precisione quanta buona ragione e equità, quanta sana diffidenza la madre Europa abbia incarnato nei suoi figli, - questi figli che non potevano più sopportare di restare accanto a lei, la vecchia donna ammuffita, e correvano il rischio di diventar cipigliosi, irascibili e avidi di godimento come lei. Le virtù dell'Europa con questi operai se ne andranno in giro al di fuori dell'Europa; e ciò che all'interno della patria cominciava a degenerare in pericoloso scontento e in delinquenziale inclinazione, al di fuori di essa acquisterà una selvaggia e bella naturalezza e si chiamerà eroismo. - Così, alla fine, ritornerebbe di nuovo un'aria più pura anche nella vecchia Europa, adesso sovrappopolata e tutta intenta a covare dentro di sé! Che manchino pure, allora, le «forze del lavoro»! Forse si rifletterà allora sul fatto che ci si è abituati a tanti bisogni solo dal momento in cui divenne così facile soddisfarli, - e alcuni bisogni si tornerà di nuovo a disimpararli! Forse allora si faranno venir qui dei Cinesi: e questi porterebbero con sé il modo di vivere e di pensare che si conviene a laboriose formiche. Anzi, essi potrebbero nel complesso aiutare ad infondere nel sangue di questa inquieta Europa, che si sta logorando, qualcosa della calma e contemplatività asiatica e - cosa di cui c'è maggiormente necessità - qualcosa della asiatica resistenza e stabilità.

Nietzsche, Aurora – Pensieri sui pregiudizi morali, Newton, 1981, p. 125 – 126

Quanto fanno schifo agli aristocratici questi operai che si adeguano a lavorare per un salario misero per dodici ore al giorno. Fabbriche che impiegano anche bambini comperati a basso prezzo dagli orfanotrofi cristiani.

All'aristocratico che vive sul lavoro di altre persone, le persone a cui ruba il pane, fanno schifo. Pensa che siano suoi schiavi resi docili ed obbedienti dall'educazione religiosa.

Fate schifo, dice Nietzsche dopo che lui ha rubato loro il pane.

I socialisti fanno schifo, vi ingannano. Cercano di farvi aumentare il salario, ma aumentando il salario non cambiano le vostre condizioni di vita. Voi non siete come me, dice Nietzsche agli operai, io rubo il vostro lavoro, ma io sono l'oltre uomo e voi siete la miseria dell'umanità.

Perché non emigrate, non andate all'estero a massacrare i nativi americani o i neri dell'Africa conquistandovi la vostra libertà. Si! E la libertà dei nativi americani e dei neri dell'Africa?

Ma dov'è, si chiede Nietzsche, il vostro valore interiore? Forse avrebbe dovuto chiederlo a tutti quelli che sono stati macellati dopo la Comune di Parigi. Ma per Nietzsche sono stati macellati proprio perché non avevano un valore interiore.

E' agli operai che Nietzsche rinfaccia di " Se non avete più fiducia nella filosofia che si veste di stracci, nella franchezza di chi è senza bisogni? Se per voi è divenuta motivo di scherno la volontaria e idillica povertà, la mancanza di professione e di matrimonio, quale dovrebbe proprio confarsi ai più spirituali tra di voi?". Lo avesse detto ai suoi amici aristocratici! Per lui i poveri devono esaltare la loro povertà o emigrare in massa perché a Nietzsche la povertà fa schifo, ma soprattutto a Nietzsche fa ancora più schifo che gli operai rivendicano delle migliori condizioni di vita. Per Nietzsche gli operai sono topi che seguono i pifferai socialisti. E' lo stesso atteggiamento che Gesù aveva con i poveri.

Nel 1882 Nietzche fa un viaggio a Messina, poi a Roma dove conosce Lou von Salomé alla quale Nietzsche chiede di sposarlo, ma lei rifiuta per due volte la sua richiesta. Da Roma Nietzsche si reca in Svizzera dove termina "La gaia scienza" pubblicato in agosto. Rompe i rapporti con Salomé e Nietzsche litiga con la madre e la sorella Elisabeth. La depressione psicologica in cui Nietzsche vive si accentua. Nietzsche è sempre più malato. Il suo delirio sempre più accentuato.

Scrive Nietzsche ne "La gaia scienza":

341. Il peso più grande. Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina?». Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun'altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?

Nietzsche, La gaia scienza, Adelphi, 1984, p. 201 – 202

Il delirio porta Nietzsche a rielaborare sia il concetto di reincarnazione di Platone che il concetto cristiano di rinascita nella carne. La sintesi, nel suo delirio, lo porta ad elaborare l'idea dell'eterno ritorno nell'uguale. Egli si sente l'uomo che ritorna a compiere la medesima azione perché quell'azione ha già compiuto. Nella sua follia egli è il protagonista che ritorna ad agire in un mondo di soggetti che ritornano ad agire compiendo la medesima azione. Un mondo statico, chiuso su sé stesso condannato da un Dio padrone a ripetere sé stesso e il medesimo spettacolo per il proprio divertimento.

Quello di Nietzsche è un delirio in cui pensa a sé stesso che compie la medesima azione, ma non al sé stesso che per la prima volta scelse di compiere quelle azioni. C'è almeno una prima volta? Forse non c'è nemmeno una prima volta e il delirio di Nietzsche si conchiude in un presente che vuole negare le possibilità ad un futuro. Questo perché lui non ha futuro. Si fissa l'idea dell'eterno ritorno sempre uguale e sempre ripetuto uguale in un tempo che è sempre uguale.

Nel 1883 pubblica la prima parte di "Così parlò Zarathustra". In Febbraio a Venezia muore Wagner. In quell'anno Nietzsche rompe definitivamente i rapporti con Salomé e l'amico Rée e si riconcilia con la sorella Elisabeth. Nell'estate esce la seconda parte di "Così parlò Zarathustra". Nel settembre di quell'anno Elisabeth si fidanza con Bernhard Forster, un antisemita. Altre liti familiari. In quell'anno viene avvicinato da amici di Freud.

Nel 1884 termina la terza parte del "Così parlò Zarathustra".

Scrive Nietzsche in "Così parlò Zaratustra":

Dei sublimi

Placido è il fondo del mio mare: chi potrebbe indovinare che esso nasconde mostri scherzosi! Incrollabile è la mia profondità: ma essa luccica di guizzanti enigmi e risate. Oggi ho visto un sublime, un solenne, un penitente dello spirito: oh, come la mia anima ha riso della sua bruttezza! Col petto sollevato, simile a quelli che aspirano fiato: così se ne stava il sublime, tacitamente: Tutto addobbato di verità brutte, la sua preda di caccia, e ricco di vesti stracciate; molte spine aveva anche indosso - ma non ho visto ancora una rosa. Egli non ha ancora imparato il riso e la bellezza. Tetro fu il ritorno di questo cacciatore dalla foresta della conoscenza. Dalla battaglia tornava a casa, con belve feroci: ma dalla sua tetraggine fa capolino ancora una belva feroce - non ancora vinta!
Egli sta là ancora, come una tigre che voglia spiccare un balzo; ma a me queste anime tese non piacciono, questi ritratti su se stessi non sono di mio gusto. E voi dite, amici, che non si ha da discutere sul gusto e sul sapore? Ma tutta la vita è una disputa su gusto e sapore!
Gusto: è il peso e insieme la bilancia e colui che pesa; e guai a ogni essere vivente che volesse vivere senza la contesa per il peso, la bilancia e coloro che pesano!
Se si stancasse della sua sublimità, questo sublime: allora avrebbe inizio la sua bellezza - e allora lo gusterei e lo troverei saporoso.
E solo quando si distoglierà da se stesso, salterà al di là della sua stessa ombra - e, davvero! nel suo sole. Troppo a lungo il penitente dello spirito sedette all'ombra e le sue guance sono smunte; quasi l'ha còlto l'inedia per le sue attese.
Disprezzo è ancora nel suo occhio; e la nausea si cela sulla sua bocca. Adesso riposa, è vero, ma il suo riposo non ha ancora conosciuto il sole. Come il toro dovrebbe fare; e la sua felicità dovrebbe odorare di terra, non di disprezzo della terra. Lo vorrei vedere come un candido toro, sbuffante e muggente mentre precede il vomere: e il suo muggito dovrebbe essere la lode di tutte le cose terrene!
Cupo è ancora il suo viso; su di esso scherza l'ombra della mano. Ancora adombrato è il senso della sua vista. La sua azione stessa è l'ombra su di lui: la mano oscura colui che agisce. Egli non ha ancora superato la sua azione. Certo, di lui io amo la nuca taurina: ma vorrei vedere anche l'occhio angelico. Deve ancora disimparare la sua volontà eroica: un elevato egli ha da essere e non soltanto un sublime: - l'etere stesso dovrebbe sollevarlo, senza volontà! Ha soggiogato mostri, ha risolto enigmi: ma egli dovrebbe liberare anche i suoi mostri e i suoi enigmi, dovrebbe trasformarli in figli del cielo. La sua conoscenza non ha ancora imparato a sorridere e a essere senza gelosia; la sua scrosciante passione non si è ancora acquietata nella bellezza. In verità non nella sazietà dovrebbe tacere e immergersi la sua brama, ma nella bellezza! La grazia appartiene alla magnanimità di colui che ha grandi sensi. Col braccio appoggiato sulla testa: così dovrebbe riposare l'eroe, così dovrebbe egli superare anche il suo riposarsi. Ma proprio per l'eroe la bellezza è di tutte le cose la più ardua. Irraggiungibile è la bellezza per ogni volontà violenta. Un po' più, un po' meno: proprio questo è qui molto, è qui il massimo. Stare in piedi coi muscoli rilassati e con la volontà staccata: questa è la cosa più ardua per voi tutti, o sublimi! Quando la potenza diventa clemente e scende giù nel visibile: un tale scendere giù, io lo chiamo bellezza. E da nessun altro come da te, o possente, io voglio appunto la bellezza: la tua bontà sia il tuo supremo sopraffare te stesso. So che sei capace di ogni malvagità: perciò da te voglio la bontà. Davvero, spesso ho riso dei rammolliti che si credono buoni perché non hanno artigli! Alla virtù della colonna aspira! - più bella essa diventa e sempre più delicata, ma di dentro più dura e più robusta, quanto più ascende. Sì, o sublime, per te verrà il momento di essere anche bello e di specchiarti nella tua stessa bellezza. Allora l'anima ti rabbrividirà di brame divine; e persino nella tua vanità sarà adorazione! Questo infatti è il segreto dell'anima: solo quando l'eroe l'ha lasciata, le si avvicina, in sogno, - il super- eroe.
Così parlò Zarathustra.

Nietzsche, Così parlò Zaratustra, Adelphi, 1979, p. 141 – 143

E' il concetto del sublime in Nietzsche espresso nel "Così parlò Zaratustra" ed è il concetto dell'uomo stanco e alienato che fa della propria alienazione la sublimazione dell'immaginario in cui ha chiuso il proprio desiderio.

Il desiderio di essere un eroe. Di aver comportamenti eroici, ma non fa nulla. Nessun comportamento, nessuna scelta, solo l'ozio del drogato che chiuso in sé stesso si immagina un proprio mondo a misura della propria alienazione.

A Nietzsche fa schifo l'azione, fanno schifo gli operai, fa schifo coloro che non farebbero scelte mentre lui rifiuta ogni scelta nella sua vita vivendo di mammismo e di alienazione sociale.

Zaratustra non è altro che la proiezione di come Nietzsche immagina sé stesso se avesse la forza di agire e di essere una persona che abita il mondo e non solo un parassita che vive di rendita e che si nasconde nelle case di aristocratici o di alberghi di lusso.

Nietzsche si immagina povero, con le vesti stracciate e con la saggezza che non è altro che un desiderio che rappresenta un ego smisurato che desidererebbe essere un padrone di uomini.

Così parlò Zaratustra!

Nel 1885 termina la quarta parte del "Così parlò Zarathustra" che Nietzsche pubblica a proprie spese. In quell'anno Elisabeth si sposa con Bernhard Forster.

Nel 1886 Nietzsche pubblica "Al di là del bene e del male". Doveva essere una continuazione di "Umano, troppo umano" e invece diventa "preludio ad una filosofia futura".

Scrive Nietzsche in "Al di là del bene e del male":

25.

State in guardia, voi filosofi e amici della conoscenza; e guardatevi dal martirio! Dalla sofferenza «per amore della verità»! E addirittura dalla difesa di voi stessi! Si guasta nella vostra coscienza ogni innocenza e ogni sottile neutralità, diventate ostinati contro le obiezioni e i drappi rossi, diventate stupidi, bestiali, vi trasformate in tori, quando nella lotta contro il pericolo, la diffamazione, il sospetto, il rifiuto, e le conseguenze ancora più rozze dell'ostilità dovete ricoprire alla fine persino il ruolo di difensori della verità sulla terra: - come se «la verità» fosse una persona così indifesa e goffa, da aver bisogno di difensori! E proprio di voi, di voi cavalieri dalla triste figura, parassiti e tessitori di ragnatele intorno allo spirito! Alla fine lo sapete abbastanza bene che non può avere nessuna importanza, che proprio voi abbiate ragione, e che fino ad oggi ancora nessun filosofo abbia avuto ragione, e che in ogni piccolo punto interrogativo che voi mettete dopo le vostre parole predilette e le vostre teorie preferite (e all'occasione dopo voi stessi), potrebbe esserci una veridicità più degna di lode che non in tutti gli atteggiamenti solenni e trionfali che assumete di fronte agli accusatori e ai tribunali! Fatevi piuttosto da parte! Correte a nascondervi! E usate la vostra maschera e l'astuzia perché vi si confonda con altri! O vi si tema un poco! E non dimenticate il giardino, il giardino dalle inferriate d'oro! E abbiate uomini intorno a voi che siano come un giardino, - o come musica sulle acque, quando è sera, e già il giorno diventa ricordo: - scegliete la buona solitudine, la libera, coraggiosa, lieve solitudine, che vi dà anche un diritto di restare ancora, in un certo senso, buoni! Come rende velenosi, astuti, cattivi questa lunga guerra, che non si lascia condurre con violenza e a viso aperto! Come rende personali una lunga paura! una lunga attenzione al nemico, a un nemico possibile! Questi respinti dalla società, eternamente perseguitati, istigati con perfidia, - compresi gli eremiti per forza, gli Spinoza e i Giordano Bruno - alla fine diventano sempre, e sia pure sotto la maschera più spirituale, e forse addirittura senza saperlo, dei raffinati ricercatori di vendetta e avvelenatori (si porti alla luce una buona volta il fondamento dell'etica e della teologia di Spinoza!) - per non parlare della goffaggine dell'indignazione morale, che in un filosofo è il segno infallibile che gli è sfuggito l'humor filosofico. Il martirio del filosofo, il suo «sacrificio per la verità», porta alla luce ciò che v'è in lui dell'agitatore e dell'istrione; e posto che sino ad oggi si sia guardato a lui solo con curiosità artistica, è certo comprensibile, in relazione a molti filosofi, il pericoloso desiderio di vederli, per una volta, anche nella loro degenerazione (degenerati in «martiri», in strilloni da teatro e da tribuna). Ma chi prova un tale desiderio, deve aver chiaro ciò che vedrà: - solo una satira solo una farsa finale, solo la continua dimostrazione che la lunga vera tragedia è alla fine: ammesso che ogni filosofia sia stata, al suo nascere, una lunga tragedia.

26.

Ogni persona eletta tende istintivamente al suo rifugio e alla sua intimità, dove poter essere libera dalla massa, dai molti, dai troppi, dove poter dimenticare la regola «uomo», in quanto sua eccezione: - escluso l'unico caso, che egli venga spinto da un istinto ancora più forte direttamente su questa regola, come uomo della conoscenza in senso sublime ed eccezionale. Chi nel rapporto con gli uomini non ha assunto, secondo le circostanze, tutti i colori della pena, verde e grigio di nausea, fastidio, pietà, tetraggine, abbandono, non è certo un uomo di gusto superiore; ma se egli non si assume volontariamente tutti questi pesi e questo fastidio, se li elude sempre e rimane, come si è detto, silenzioso e superbo, rinchiuso nella sua torre, allora una cosa è certa: egli non è fatto, non è predestinato alla conoscenza. Perché, se lo fosse, dovrebbe dirsi un giorno «al diavolo il mio buon gusto! la regola è più interessante dell'eccezione, - di me, che sono l'eccezione!» - e scenderebbe in basso, soprattutto «dentro». Lo studio dell'uomo medio, lungo, 'severo che vuole molte simulazioni', superamenti di sé, fiducia, cattive compagnie - ogni compagnia è cattiva, eccetto quella dei propri pari -: costituisce una parte necessaria della biografia di ogni filosofo, forse la più sgradevole, la più maleodorante, la più ricca di delusione. Ma se egli ha fortuna, come si addice a un beniamino della conoscenza, allora incontrerà chi gli abbrevierà e gli mitigherà il compito, - intendo i cosiddetti cinici, dunque quei tali che riconoscono semplicemente in sé la bestia, la volgarità, la «regola» e che oltre a ciò possiedono tuttavia abbastanza spiritualità e sensibilità per sentire la necessità di parlare di sé e dei propri simili dinnanzi a testimoni: - talvolta si rotolano persino nei libri come nei loro stessi escrementi, Il Cinismo è l'unica forma nella quale anime volgari rasentano l'onestà; e di fronte al cinismo più rozzo o più raffinato l'uomo superiore deve aprire bene le orecchie e congratularsi ogni volta con sé stesso, se proprio di fronte a lui un pagliaccio sfrontato o il satiro della scienza parlano a voce alta.
Ci sono persino casi nei quali alla nausea si mescola l'incanto: Il, cioè, dove per un capriccio della natura, il genio è unito a un tale sfrontato caprone e a una scimmia, come nel caso dell'Abbé Galiani, l'uomo più profondo, il più acuto e forse anche il più sporco del suo secolo -fu molto più profondo di Voltaire e di conseguenza anche molto più silenzioso. E' accaduto già molto spesso che, come si è accennato, si abbia una testa di scienziato su un corpo di scimmia, un intelletto eccezionalmente fine in un'anima volgare - un caso per nulla raro, in particolare fra i medici e i fisiologi della morale. E ogni volta che si parla senza amarezza, anzi tranquillamente dell'uomo come di un ventre con due bisogni e di una testa che ne ha uno solo; dovunque si veda, si cerchi e si voglia vedere sempre solo fame, libidine sessuale e presunzione, come se esse fossero gli unici e veri moventi delle azioni umane; in breve, dove si parli «male» dell'uomo - e neppure con cattiveria -, l'amante della conoscenza, dovrà ascoltare con acuta attenzione e con zelo dovrà tendere l'orecchio soprattutto quando si parla senza indignazione. Poiché l'uomo indignato, e colui che sempre si strazia e si sbrana con i propri denti (o in sostituzione di sé strazia il mondo, o Dio, o la società), può sì secondo la morale, essere superiore al satiro che ride, pago di sé, ma in ogni altro caso è il caso più comune, più insignificante, meno istruttivo. E nessuno mente quanto l'indignato.

27.

E' difficile essere compresi: soprattutto quando si pensa e si vive gangasrotogati, in mezzo a uomini che pensano e vivono diversamente, vale a dire kurmagati o nel migliore dei casi maindekagati «che camminano come le rane» - faccio proprio tutto, per non essere compreso? - e bisogna essere riconoscenti di tutto cuore già per la buona volontà di interpretarci con qualche finezza. Ma per quanto riguarda «i buoni amici», che amano sempre troppo la comodità e che, proprio perché amici, credono di averne diritto: si fa dunque bene a concedere loro fin dal principio uno spazio di gioco e un'arena per il malinteso: - così avremo ancora motivo di ridere; - o di eliminarli del tutto, questi buoni amici, - e ancora di riderne!

28.

Ciò che più difficilmente si lascia tradurre da una lingua nell'altra è il ritmo del suo stile: che come tale ha il suo fondamento nel carattere della razza, detto in termini fisiologici, nel ritmo medio del suo «metabolismo». Esistono traduzioni, che pur fatte con oneste intenzioni, sono quasi delle falsificazioni, perché sono, involontariamente, volgarizzazioni dell'originale, semplicemente perché non hanno potuto rendere anche il suo ritmo gagliardo e allegro, che supera d'un balzo e aiuta a superare, tutto quanto vi è di pericoloso nelle parole e nelle cose. Il tedesco è quasi incapace del presto nella sua lingua: e se ne può facilmente dedurre, che è incapace anche di molte delle più squisite e ardite nuances del libero pensiero, proprio degli spiriti liberi. Come gli sono estranei per fisicità e coscienza il buffo e la satira, allo stesso modo Aristofane e Petronio sono per lui intraducibili. Ogni contegnosa gravità, pesantezza, solenne goffaggine, ogni specie di stile prolisso e noioso si sono sviluppati nei tedeschi con una varietà di grande ricchezza, - mi si concederà che anche la prosa di Goethe, nella sua mescolanza di rigidità e di grazia, non fa eccezione, in quanto riflesso dei «buoni vecchi tempi» alla quale appartiene ed espressione del «gusto tedesco», nel tempo in cui esisteva ancora un «gusto tedesco»: che era un gusto «rococò», in moribus et artibus. Fa eccezione Lessing, grazie alla sua natura di attore, la quale comprendeva molto e di molto si intendeva: lui, che non per nulla tu il traduttore di Bayle, lui che si rifugiava spesso presso Diderot e VoItaire, e più ancora fra i poeti della commedia romana: - Lessing amava anche nel ritmo la libertà dello spirito, la fuga dalla Germania. Ma quando mai la lingua tedesca fu in grado, sia pure nella prosa di un Lessing, di imitare il ritmo di Machiavelli, che nel suo Principe fa respirare la secca, sottile aria di Firenze e non può fare a meno di riferirei anche le cose più serie in uno sfrenato allegrissimo: forse non senza una maliziosa percezione d'artista, di quale contrasto stesse osando, - pensieri, lunghi, gravi, duri, pericolosi e un ritmo da galoppo e l'estro migliore e più ardito. Chi infine potrebbe osare persino una traduzione tedesca di Petronio, che più di qualsiasi grande musicista fino ad oggi, è stato il maestro del presto, con le sue invenzioni, trovate, parole: - che importano infine tutte le paludi del mondo malato, cattivo, anche del «vecchio mondo», se si hanno come lui i piedi di un vento, il tratto e il respiro, il 1iberatorio sarcasmo di un vento che sana ogni cosa, mentre costringe ogni cosa a correre! E per ciò che riguarda Aristofane, quello spirito trasfigurante, complementare, grazie al quale si perdona all'intera grecità di essere esistita, posto che si sia compreso fino in fondo quanto ogni cosa abbia bisogno di esser perdonata, trasfigurata e non saprei indicare nulla che mi abbia fatto sognare sulla natura enigmatica di Platone più di quel petit fait felicemente tramandato: che sotto il guanciale del suo letto di morte si sia trovata non una «Bibbia», non un'opera egiziana, pitagorica, platonica - ma Arisrofane. Come avrebbe potuto, persino un Platone, sopportare la vita - una vita greca, alla quale egli aveva detto di no, - senza un Aristofane! –

29.

E' di pochi, essere indipendenti: è privilegio dei forti. E chi tenta, anche avendone il miglior diritto, ma senza esservi costretto, dimostra con ciò di essere verosimilmente non solo forte, ma audace sino all'eccesso. Entra in un labirinto, moltiplica i pericoli che la vita già di per sé stessa comporta; dei quali non è il minore il fatto che nessuno veda con i propri occhi dove e come si stia smarrendo, si isoli e venga fatto a pezzi da un qualche speleominotauro della coscienza. Posto che un tale individuo vada verso la rovina, ciò avviene in modo così estraneo alla comprensione degli uomini, che essi non lo compatiscono e non lo sentono: - ed egli non può più tornare indietro! Non può più tornare neppure alla compassione degli uomini!

30.

Le nostre massime conoscenze suonano necessariamente come follia (- e lo debbono -), e in alcune circostanze come delitti, se giungono in modo illecito all'orecchio di coloro che non vi sono adatti o predestinati. L'essoterico e l'esoterico, come si distinguevano dal punto di vista filosofico presso gli indiani, i greci, i persiani e i mussulmani, in breve ovunque si credeva nella gerarchia e non nell'uguaglianza e nella parità dei diritti, - non si differenziano l'uno dall'altro perché l'essoterico sta al di fuori e vede, valuta, misura, giudica dall'esterno e non dall'interno: l'essenziale è che egli vede le cose dal basso - mentre l'esoterico dall'alto! Ci sono altezze dell'anima, vista dalle quali anche la tragedia cessa di avere un effetto tragico; e, uniti in uno solo tutti i dolori del mondo, chi potrebbe avere l'ardire di giudicare se questa vista indurrebbe e costringerebbe necessariamente proprio alla compassione e quindi alla moltiplicazione del dolore? Ciò che è balsamo e nutrimento per la specie più elevata degli uomini, deve essere quasi veleno per una specie assai diversa e inferiore. Le virtù dell'uomo comune avrebbero forse in un filosofo il significato di vizio e di debolezza; sarebbe possibile che un uomo di tipo superiore, posto che degenerasse e andasse in rovina, giungesse solo in questo modo a possedere le qualità in virtù delle quali fosse sentita la necessità di venera l'Io come un santo, nel mondo abietto nel quale è sprofondato. Esistono libri che hanno per l'anima e per la salute un valore opposto a seconda che se ne serva un'anima volgare, un'inferiore forza vitale, oppure la più elevata e possente; nel primo caso quei libri sono pericolosi, stritolano e dissolvono, nell'altro sono i richiami dell'araldo che invitano i più prodi a dar prova del loro valore. I libri per tutti sono sempre libri maleodoranti: vi si attacca l'odore della piccola gente. Dove il popolo mangia e beve, persino dove adora, Il di solito c'è fetore. Non bisogna entrare in una chiesa, se si vuole respirare aria pura.

Nietzsche, Al di là del bene e del male, Newton, 1977, p. 59 – 65

Il filosofo come soggetto separato dalla società in cui vive. Il filosofo amante della "verità", della sua "verità", che può diventare martire per quella "verità". Nietzsche non si chiede "Chi nella società può trasformare il filosofo in martire?", e nemmeno si chiede se il "filosofo" può trasformare la società in cui vive in martire, in un insieme di pecore da condurre al macello della vita.

Cos'è una società in relazione al filosofo e che cos'è quel filosofo in relazione alla società?

Sono riflessioni dalle quali Nietzsche fugge.

Ed eccolo Nietzsche identificarsi con i "filosofi perseguitati", il novello Gesù davanti ai farisei, Spinoza davanti agli ebrei, Giordano Bruno davanti ai cattolici. Gesù, Spinoza, Giordano Bruno, giocano con il potere e dicono al potere come il potere dovrebbe essere per essere un potere migliore. E il potere, il comando sociale, dice loro che non accetta che loro interferiscano con il potere perché il potere, il comando sociale, sa fare bene il suo lavoro avendo accumulato esperienza da Sacrate fino al loro oggi.

Ma Nietzsche, il drogato, non vede questo. Lui è all'interno del suo delirio e si immagina un potere che lo potrebbe perseguitare in nome della sua presunta verità dimenticando che ogni potere necessità di una verità da affermare per promuovere sé stesso. E la verità di Nietzsche è la verità del potere che trasforma una società in sudditi, in oggetti da disprezzare. Quel giorno che i disprezzati decidessero che il loro essere nel mondo merita rispetto, allora offrirebbero la cicuta a Socrate…

Nietzsche sponsorizza l'ideologia del ladro che si separa dalla società, ma che si circonda di una banda pronta a far guerra alla società. Come interpretare in maniera diversa le parole di Nietzsche: " Fatevi piuttosto da parte! Correte a nascondervi! E usate la vostra maschera e l'astuzia perché vi si confonda con altri! O vi si tema un poco! E non dimenticate il giardino, il giardino dalle inferriate d'oro! E abbiate uomini intorno a voi che siano come un giardino, - o come musica sulle acque, quando è sera, e già il giorno diventa ricordo: - scegliete la buona solitudine, la libera, coraggiosa, lieve solitudine, che vi dà anche un diritto di restare ancora, in un certo senso, buoni! Come rende velenosi, astuti, cattivi questa lunga guerra, che non si lascia condurre con violenza e a viso aperto!" Paranoia? O forse allo storico sono sfuggite azioni di persecuzione del pensiero filosofico di Nietzsche evidenti a Nietzsche e che noi ignoriamo?

E' vero, i tribunali condannarono Giordano Bruno in funzione di Gesù. Il tribunale condannò Spinoza in nome di Dio. Ma i persecutori degli uomini non sono forse solo il Dio di ebrei e cristiani o il Gesù dei cristiani? Il potere di persecuzione delle idee non è forse cortocircuitato solo in questa dimensione?

Socrate ha bevuto la cicuta! Ma Socrate non ha bevuto la cicuta perché aveva una sua "verità" da contrapporre ad una diversa verità espressa dal potere. Socrate ha bevuto la cicuta perché era un agente di morte. Era colui che per conto dei tiranni andava a catturare e uccidere i democratici. Ma, si obbietta, ha detto che si è rifiutato. L'ultima volta, ma quante sono le volte precedenti in cui non si è rifiutato?

Piace a Nietzsche l'idea del "filosofo martire". Gli dà un che di estetico, una sorta di "comportamento eroico" come se ci fosse qualche cosa di sublime nelle ossa rotte o nella pelle bruciata dal fuoco della tortura. Ma a Nietzsche piace l'immagine " Il martirio del filosofo, il suo «sacrificio per la verità», porta alla luce ciò che v'è in lui dell'agitatore e dell'istrione; e posto che sino ad oggi si sia guardato a lui solo con curiosità artistica, è certo comprensibile, in relazione a molti filosofi, il pericoloso desiderio di vederli, per una volta, anche nella loro degenerazione (degenerati in «martiri», in strilloni da teatro e da tribuna)."

Le nostre massime, dice Nietzsche, suonano come follia. La follia non è la massima del filosofo, è l'alienazione sociale del filosofo che rinchiuso in sé stesso immagina un mondo per sé stesso e in sé stesso. Allora ecco la follia rinchiudersi in una dimensione esoterica. Nascosta in sétte di incappucciati dove ogni affermazione, anziché essere sottoposta ad analisi e critica, diventa conoscenza esoterica e misterica da soggettivare per fede in un'ossessiva ricerca di un significato che ha il solo scopo di inchiodare la ricerca dell'uomo in un nulla. Un uomo speranzoso che il nulla possa celare perle che egli desidera, ma che non troverà mai.

Nel 1886 Nietzsche scrive una nuova prefazione sia per una nuova edizione di "Umano, troppo umano", sia per "Nascita della Tragedia" che appare come una sorta di autocritica. In quell'anno lavora al quinto libro de "La gaia scienza". Intanto la sorella Elisabeth e il marito si sono trasferiti in Paraguay a fondare una colonia di "pura razza ariana".

Nel 1887 Nietzsche pubblica "Genealogia della morale" e lavora su appunti per la "Volontà di potenza".

Scrive Nietzsche in "Genealogia della morale":

3.

La sua coscienza? .. E' facile dire già ora come il concetto di «coscienza» che incontriamo qui nella sua forma più compiuta, più alta e quasi sorprendente, abbia già una lunga storia e metamorfosi formale. Poter rispondere di se stessi e con orgoglio, cioè poter dire di sì anche a se stessi - è, come si è detto, un frutto maturo, ma anche un frutto tardo - per quanto tempo questo frutto acerbo e amaro è dovuto restare sull'albero! E per un periodo di tempo ancora molto più lungo questo 'frutto non lo si vide affatto - nessuno lo avrebbe potuto promettere, anche se l'albero stava crescendo, tutto teso alla nascita proprio di questo frutto! «Come si crea una memoria nell'animale uomo? Come si imprime a questo intelletto dell'attimo, in parte ottuso, in parte dispersivo, a questo oblio vivente, come si imprime tanto a fondo qualcosa da farla rimanere presente?» ... Questo problema antichissimo, come è chiaro, non è stato risolto proprio con risposte e mezzi gentili; forse non esiste, in tutta la preistoria dell'uomo, niente di più terribile e misterioso della sua mnemotecnica. «Si marchia qualcosa col fuoco, per farla imprimere nella memoria: solo ciò che non cessa di far male, resta nella memoria» - questo è un principio fondamentale della più antica (e purtroppo anche più duratura) psicologia sulla terra. Si potrebbe dire anche, che dovunque sulla terra esistano ancora solennità, gravità, mistero, colori oscuri nella vita di uomini e popoli, operi ancora a posteriori qualcosa dell'orrore con cui una volta sulla terra, dovunque, si prometteva, si davano pegni, si dispensavano lodi: il passato, il più lungo, il più profondo e il più duro passato, ci respira vicino e sgorga in noi, quando ci facciamo «gravi». Ogni qualvolta l'uomo ha ritenuto necessario farsi una memoria, ciò non è avvenuto mai senza sangue, torture, sacrifici; i sacrifici e i pegni più atroci (tra gli altri, il sacrificio dei primogeniti), le più disgustose mutilazioni (per esempio le castrazioni), le più crudeli forme rituali di tutti i culti religiosi (e tutte le religioni sono, nel loro fondo estremo, sistemi di crudeltà) - tutto ha la sua origine in quell'istinto che vide nel dolore il più potente mezzo sussidiario della mnemonica .. In un certo senso tutto l'ascetismo non E'' altro che questo: un paio di idee devono essere rese indelebili, onnipresenti, indimenticabili, «fisse», per una ipnotizzazione di tutto il sistema nervoso e intellettuale proprio grazie a queste «idee fisse» - e le procedure, come le forme di vita ascetiche, sono mezzi per liberare queste idee dalla concorrenza con tutte le altre idee, per renderle «indimenticabili». Quanto peggio stava l'umanità «in fatto di memoria», tanto più tremendo è stato sempre l'aspetto dei suoi usi; la durezza della legislazione penale in particolare dà una misura di quanta fatica le sia costata la vittoria contro l'oblio e il far restare presenti a questi schiavi ottimali delle passioni e dei desideri un paio di primitive esigenze della convivenza sociale. Noi Tedeschi non ci consideriamo certo un popolo particolarmente crudele e duro di cuore, né tanto meno superficiale e contento di vivere alla giornata; ma basta solo dare un'occhiata ai nostri antichi ordinamenti penali per capire immediatamente quanta fatica costa, sulla terra, allevare un «popolo di pensatori» (voglio dire: il popolo d'Europa, nel cui seno oggi è possibile trovare il maximum di fiducia, di serietà, di obiettività e di mancanza di gusto, e che grazie a queste qualità ha un diritto ad allevare ogni specie di mandarini in Europa). Questi Tedeschi si sono creati una memoria con mezzi terribili, per arrivare a padroneggiare i loro plebei istinti di fondo e la loro rozzezza brutale: si pensi alle antiche punizioni tedesche, per esempio alla lapidazione (già la saga fa cadere sulla testa del colpevole la macina del mulino), al supplizio della ruota (la più tipica delle invenzioni e delle specialità del genio tedesco nel campo delle pene!), a quello del palo, a quello di far smembrare e calpestare il colpevole dai cavalli (lo «squartamento»), a quello di far bollire il reo nell'olio o nel vino (ancora nel XIV e nel XV secolo), al prediletto scorticamento {«scuoiamento»), allo strappare la carne dal petto; e anche al supplizio di cospargere il malfattore di miele e di abbandonarlo poi alle mosche, sotto il sole ardente. Con l'ausilio di queste immagini e di questi procedimenti si finisce per fissare finalmente nella memoria cinque o sei «non voglio», in rapporto ai quali si è promesso, per vivere nei vantaggi della società - e in realtà, con l'aiuto di questa specie di memoria si è arrivati infine «alla ragione»! - Ah la ragione, la serietà, la padronanza degli affetti, tutta questa oscura faccenda che è chiamata riflessione, tutti questi privilegi e accessori di lusso dell'uomo: come si sono fatti pagare cari! quanto sangue e quanto orrore è al fondo di tutte le «cose buone»!

4.

Ma come mai è venuta al mondo quell'altra «oscura faccenda», la coscienza della colpa, l'intera «cattiva coscienza»? - E con ciò torniamo ai nostri genealogisti della morale. Io dico ancora una volta - o forse non l'ho ancora mai detto? - essi non valgono niente. Un'esperienza singola di non più di cinque spanne, solo «moderna», nessun sapere, nessuna volontà di sapere il passato; ancora meno un istinto storico, una «seconda vista» necessaria proprio in questo caso - eppure si occupano di storia della morale: e ciò deve ovviamente portare a risultati che hanno un rapporto non puramente sdegnoso con la verità. Questi nostri genealogisti della morale hanno mai sia pur lontanamente pensato che, per esempio, quel concetto fondamentale di «colpa» ha la sua origine nel concetto molto materiale di «debito»? O che la pena come rivalsa si è sviluppata prescindendo assolutamente da ogni presupposto sulla libertà e non libertà del volere? - e ciò sino al punto in cui c'è invece sempre in primo luogo bisogno di un alto livello di umanizzazione, perché l'animale «uomo» cominci a operare quelle diversificazioni molto più primitive come «intenzionale», «negligente», «casuale», «responsabile» e i loro opposti, e a tenerne conto nella corresponsione della pena. Quel pensiero oggi così a buon mercato e apparentemente così naturale e inevitabile, cui si è sempre dovuto far ricorso per spiegare come si è originato sulla terra il sentimento della giustizia, il pensiero cioè che «il delinquente merita di essere punito perché avrebbe potuto agire diversamente», è in effetti una forma assolutamente tarda, anzi raffinata del giudicare e del dedurre umano; chi la sposta alle origini, commette un grossolano errore riguardo alla psicologia della umanità più antica. Per tutto il più lungo periodo della storia umana, non si è usata la pena, perché si considerasse responsabile della sua azione colui che aveva fatto il male, cioè non secondo il presupposto che si debba punire solo il colpevole - ma invece, si puniva, come ancora oggi i genitori puniscono i figli, e cioè sottò l'impulso della collera per un danno subito, la quale si sfoga sull'autore del danno - collera, questa, controllata e modificata dall'idea che ogni danno abbia, in qualche cosa, il suo equivalente e che possa essere indennizzato, sia pure con il dolore di chi lo ha prodotto. Da dove ha derivato la sua forza questa antichissima idea, dalle radici profondissime che forse oggi non è più possibile estirpare, l'idea di un'equivalenza di danno e dolore? lo l'ho già svelato: nel rapporto contrattuale tra creditore e debitore, che è tanto antico quanto lo sono anche i «soggetti di diritto», e rimanda ancora una volta, da parte sua, alle forme fondamentali di compera, vendita, baratto e commercio.

Nietzsche, Genealogia della morale, Newton, 1977, p. 77 – 80

Il delirio porta Nietzsche a pensare tutta l'esistenza come l'esistenza si esprime nel suo tempo. Una violenza presente che, secondo Nietzsche, deve necessariamente essere stata una violenza del passato per costringere gli uomini ad accettare come tradizione quanto imposto mediante il dolore e la sofferenza.

Una sofferenza che Nietzsche ritiene necessaria per imporre il dovere agli schiavi. Una violenza che, secondo Nietzsche, avrebbe abitato la preistoria di un'umanità creata da Dio.

Il torturatore è il costruttore della tradizione. La memoria dell'uomo, dice Nietzsche, si è costruita con le stragi, la violenza, la tortura. Chi torturava? Colui che riteneva di avere un credito e che riteneva di doverlo riscuotere da un debitore. E il debitore, secondo Nietzsche, veniva torturato affinché pagasse quel credito. Tutta la tortura, tutta la violenza era imposta dal creditore per riscuotere il debito che il debitore aveva contratto. Dio ha creato il mondo e gli aguzzini di Dio torturano gli uomini per riscuotere il prestito della vita che Dio ha concesso loro.

E' con la memoria costruita mediante la tortura, che Nietzsche elenca, che si è giunti, secondo Nietzsche, alla ragione. Solo che dimentica che tutte le torture che ha elencato sono costruite dalla ragione. Sono costruite da quella descrizione del mondo che ha nella creazione di Dio una verità che solo con la tortura può essere imposta.

L'arte del controllo delle persone, secondo Nietzsche, consiste nel creare un debito, vero o fasullo che sia, nelle persone per imporre loro il dovere di pagare quel debito agli aguzzini che pretendono il controllo della loro vita.

E la pena sociale, per Nietzsche, risponde ad una questione spirituale dove il reato, comunque si voglia fantasiosamente definire reato un'azione, è tale solo perché chi ha la forza di commettere reati nella società eleva sé stesso al di fuori della responsabilità per l'azione che viene fatta. Così, chi accusa qualcuno di aver commesso un "delitto", lo sequestra come se mettere in atto un sequestro non fosse esso stesso un delitto. Chi uccide viene ucciso: non sono forse due delitti uguali al di là di chi quei delitti commette? Si dirà che uno dei due delitti è voluto dalla legge. Ma la legge non è forse l'azione prepotente del più forte sul più debole? Dello Stato sul singolo mentre è reato l'azione del singolo contro lo Stato? Ma lo Stato in Nietzsche è Dio e il singolo mette in atto azioni contro Dio. Il Dio di Nietzsche macella gli abitanti di Sodoma e Gomorra. Ora, chi ha commesso il delitto? Dio, che macella gli abitanti di Sodoma e Gomorra; o gli abitanti di Sodoma e Gomorra che pretendevano di fare sesso come volevano?

Chi è il delinquente?

Chi tortura o chi viene torturato?

Se nel gregge inizi ad ammazzare tutte le pecore che corrono troppo forte, generazione dopo generazione, ci si ritrova con un gregge che cammina lentamente: ma chi paga per i delitti di aver ammazzato le pecore che correvano troppo forte?

E' piantato nella memoria di Nietzsche:

"E dimorino queste parole, le quali oggi ti comando, nel tuo cuore, e inculcale ai tuoi figliuoli, e ragionane quando tu starai a sedere in casa tua, e quando tu camminerai per via, e quando tu giacerai, e quando tu ti leverai. E legale per segnale, in su la tua mano, e siano per frontali fra' tuoi occhi. Scrivili ancora sopra gli stipiti della tua casa, e sopra le tue porte."

Deuteronomio 6, 6 – 9

Ben violenta è stata l'educazione cristiana subita da Nietzsche da parte della sua famiglia. Violenza che ha costretto Nietzsche ad interiorizza il cristianesimo e con esso la violenza dell'imposizione. Un'imposizione che Nietzsche non ha voluto cercare nella propria educazione, ma ha preferito immaginare che le torture, che la sua società impone agli uomini, siano sempre state fin da un tempo antico. Un tempo antico in cui egli immagina che i genitori sacrificassero i loro figli come era pronto a fare Abramo per la gloria del suo Dio.

Tutti uguali e, dunque, nessun colpevole. Invece i colpevoli ci sono e sono tutti coloro che hanno voluto manipolare la storia per giustificare le loro azioni malvage.

Nel 1888 Georg Brandes all'università di Copenaghen tiene alcune lezioni su Nietzsche. Nietzsche soggiorna a Nizza e da Nizza va a Torino e vi rimane fino al 5 giugno per tornarci a settembre. Fra un soggiorno e l'altro a Torino, soggiorna a Sils-Maria. Pubblicherà a settembre "Il caso Wagner". Dai lavori sulla "volontà di potenza" vengono pubblicati due libri "Crepuscolo degli idoli" e "l'Anticristiano". Dal novembre in poi lavora al libro "Ecce homo". Nietzsche lavora anche ai "Ditirambi di Dioniso".

Scrive Nietzsche in "Crepuscoli degli Dèi":

Anzi, come è noto, la prima Chiesa combatté contro gli «intelligenti» a favore dei «poveri di spirito»: come ci si potrebbe aspettare da essa una guerra intelligente contro la passione? - La Chiesa combatte la passione mediante l'eliminazione in ogni senso: la sua pratica, la sua «cura» è la castrazione. Essa non domanda mai: «come si spiritualizza, si abbellisce, si divinizza un desiderio?» - in ogni tempo essa ha messo il vigore della disciplina nell'estirpazione (della sensualità, dell'orgoglio, della sete di dominio, della sete di possesso, della sete di vendetta), - Ma aggredire le passioni alla radice significa aggredire alla radice la vita: la prassi della Chiesa è nemica della vita

2.

Lo stesso mezzo, la castrazione, l'estirpazione, viene istintivamente scelto, nella lotta contro un desiderio, da coloro che sono troppo deboli di volontà, troppo degenerati per potersi imporre in esso una misura: da quelle nature che han bisogno della trappa, per dirla con una metafora (e senza metafora -), di una qualsiasi definitiva dichiarazione di ostilità, di un abisso tra sé e una passione. I mezzi radicali sono indispensabili solo ai degenerati; la debolezza della volontà, o, più precisamente, l'incapacità di non reagire a uno stimolo, è essa stessa soltanto un'altra forma di degenerazione. L'ostilità radicale, l'inimicizia mortale per la sensualità resta un sintomo che fa pensare: autorizza a ipotesi sullo stato complessivo di un uomo eccessivo a tal punto. - Quell'inimicizia, quell'odio giungono del resto al culmine quando quelle nature non hanno più sufficiente fermezza neppure per la cura radicale, per il rifiuto del loro «diavolo». Si consideri tutta quanta la storia dei preti e dei filosofi, e anche degli artisti: le cose più velenose contro i sensi non sono state pronunciate dagli impotenti, e neppure dagli asceti, ma dagli asceti impossibili, da coloro che avrebbero avuto bisogno di essere asceti.

3.

La spiritualizzazione della sensualità si chiama amore: essa è un grande trionfo sul cristianesimo. Un altro trionfo è la nostra spiritualizzazione dell'inimicizia. Essa consiste riel comprendere profondamente il valore dell'avere nemici: insomma nell'agire e nel pensare all'opposto di come si agiva e si pensava prima. La Chiesa ha voluto in ogni tempo l'annientamento dei propri nemici: noi, noi immoralisti e anticristiani, vediamo nell'esistenza della chiesa un vantaggio per noi... Anche in campo politico l'inimicizia si è fatta oggi più spirituale - molto più accorta, più riflessiva, più indulgente. Quasi ogni partito, per la propria sopravvivenza, ha interesse a che il partito avversario non sì indebolisca; lo stesso vale per la grande politica. Soprattutto una creazione nuova, come per esempio il nuovo Reich, ha bisogno più di nemici che di amici: solo nel contrasto si sente necessario, solo nel contrasto diventa necessario ... Non diversamente ci comportiamo con il «nemico interiore»: anche qui abbiamo spiritualizzato l'inimicizia, anche qui abbiamo compreso il suo valore. Si è fertili solo a patto di esser ricchi di contrasti; si resta giovani solo a condizione che l'anima non si distenda, non desideri la pace ...
Nulla ci è divenuto più estraneo di quel che una volta ci sembrava desiderabile, la «pace dell'anima», il desiderio cristiano; nulla invidiamo meno della vacca della morale e della grassa felicità della buona coscienza. Si rinuncia alla grande vita, se si rinuncia alla guerra ... In molti casi, certo, la «pace dell'anima» è soltanto un equivoco, - qualcosa d'altro; che solo non conosce un nome più onesto. Senza giri di parole e pregiudizi, qualche caso. «Pace dell'anima» può essere ad esempio il dolce irradiarsi in campo morale (o religioso) di una ricca animalità. O una incipiente stanchezza, la prima ombra che la sera, ogni specie di sera, getta. Oppure un segno che l'aria è umida, che arrivano venti del Sud. O l'inconsapevole gratitudine per una buona digestione (detta talvolta «filantropia»). Oppure l'acquietarsi del convalescente, che in tutto trova un sapore nuovo, e che aspetta ... O lo stato che segue a un forte appagamento della nostra passione dominante, il benessere di una eccezionale sazietà. Oppure la debolezza senile della nostra volontà, delle nostre brame, dei nostri vizi. O la pigrizia, che la vanità induce ad agghindarsi di attributi morali. Oppure l'affacciarsi di una certezza, di una sia pur terribile certezza, dopo la lunga tensione e il martirio dell'incertezza. Oppure l'espressione della maturità e della padronanza nel fare, nel creare, nell'agire, nel volere, il respiro tranquillo, la raggiunta «libertà del volere» ... Crepuscolo degli idoli: chissà? forse anch'esso soltanto una specie di «pace dell'anima» ...

Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli, newton, 1989, p. 136 – 138

Scrivere che Nietzsche è contro la chiesa cattolica, la chiesa protestante o le chiese ortodosse è corretto. Dire che Nietzsche fosse stato contro Gesù è falso.

Le chiese cristiane combattono il desiderio e le passioni degli uomini che sono le passioni della vita. Questo Nietzsche lo vede perché dentro di lui i desideri sono stati repressi dall'educazione cristiana.

La castrazione, l'eunuco per il regno dei cieli, è la pratica del cristianesimo nei confronti degli uomini. All'origine il cristianesimo ha combattuto la cultura perché la cultura era il suo nemico. Oggi, dice Nietzsche, combatte le passioni e i desideri. Ma il cristianesimo combatte sempre la cultura, l'intelligenza, opponendo a questa la non cultura rappresentata dalla bibbia e dai vangeli esattamente come l'islam combatte la cultura con le scuole coraniche.

Dice Nietzsche: " le cose più velenose contro i sensi non sono state pronunciate dagli impotenti" e a chi si riferisce Nietzsche se non a Paolo di Tarso? Combattere il sesso e la sessualità è l'arte con cui le chiese cristiane dominano gli uomini imponendo loro la fede. Una fede imposta con tanta violenza che Nietzsche stesso non è in grado di rispondere all'oppressione sessuale con la necessità di liberare la sessualità sua e delle persone.

Quando Nietzsche dice ". La Chiesa ha voluto in ogni tempo l'annientamento dei propri nemici: noi, noi immoralisti e anticristiani, vediamo nell'esistenza della chiesa un vantaggio per noi…". No! Non è un vantaggio, al contrario è il limite del futuro. Il cristiano come Nietzsche è libero di peccare e di considerare sé stesso come immorale. Nel peccare Nietzsche si sente potente, ha violato gli ordini della chiesa cristiana, ma la società in cui vive è sottoposta ancora al giogo della chiesa cristiana. Nietzsche, il cristiano, pecca ma gli uomini vivono nel terrore, non del "peccato", ma della polizia che trasforma il reato in peccato e il delinquente in peccatore da perseguire oltre la pena che la società impone in relazione al reato.

Così Nietzsche si sente un eroe nel peccare contro la moralità imposta dalla chiesa e le donne sono sottoposte al delitto d'onore perché per loro, spesso, "peccare" equivale a morire. Nietzsche, come altri, in fondo sono cristiani. Le chiese cristiane servono loro per sentirsi peccatori, sudditi che fuggono dal controllo del re, mai cittadini che rivendicano diritti sociali.

L'uomo può vivere e arricchirsi vivendo nelle contraddizioni, ma può morire e distruggersi se quella contraddizione conchiude in sé stessa tutta la conflittualità vissuta da un individuo. La conflittualità costruisce l'individuo quando è proiettata verso il futuro, non quando serve per rafforzare un nemico che ti costringe alla conflittualità.

Nel 1889 Nietzsche termina i "Ditirambi di Dioniso" e in quello stesso anno si verifica un ulteriore crollo psicologico di Nietzsche. Nietzsche inizia a scrivere "biglietti della pazzia" a principi, regnanti e uomini politici. Scrive una lettera a Burckhardt, costui si allarma e informa Franz Camille Overbeck che si precipita a Torino e porta Nietzsche a Basilea ricoverandolo in una clinica per malattie mentali il 9 gennaio. Poi, la madre di Nietzsche lo fa trasferire nella clinica universitaria di Iena. Frattanto, in Paraguay si suicida Foster dopo il fallimento della colonia dei "puri ariani" che aveva fondato in quel paese. Il razzismo di Foster marchierà tutta la vita di Elisabeth.

Nel 1890 Nietzsche è nella casa di Naumburg dove, infermo, viene assistito dalla madre e dalla sorella Elisabeth.

Nel 1895 viene pubblicato l'Anticristiano (l'Anticristo).

Scrive Nietzsche nell'Anticristiano (l'Anticristo):

38.

A questo punto non riesco a trattenere un sospiro. Ci sono giorni in cui mi affligge un sentimento, più nero della più nera melanconia - il disprezzo per gli uomini. E per non lasciar alcun dubbio su ciò che io disprezzo, su chi io disprezzo: è l'uomo di oggi l'uomo di cui io sono fatalmente contemporaneo. L'uomo di oggi - io soffoco del suo impuro respiro ... Verso il passato, al pari di tutti gli uomini della conoscenza sono di una grande tolleranza, vale a dire riesco a dominare generosamente me stesso: con una cupa cautela io attraverso il mondo da manicomio di interi millenni si chiami esso «cristianesimo», «fede cristiana», «Chiesa cristiana» - mi guardo bene dall'addossare all'umanità la responsabilità delle sue malattie mentali. Ma il mio sentimento si rivolta, erompe, non appena entro nell'età moderna, nell'età nostra. Il nostro tempo sa. Quel che una volta era soltanto malato, oggi è divenuto indecoroso - è indecoroso essere oggi cristiani. E qui ha inizio la mia nausea. - Mi guardo attorno: non è più rimasta una parola di ciò che una volta era detto «verità», non sopportiamo più che un prete anche soltanto pronunci la parola «verità». Persino se si ha per l'onestà la più modesta pretesa, si deve oggi sapere che un teologo, un prete, un papa non soltanto errano, ma mentono in ogni frase che sia da essi proferita - ed essi non sono più liberi di mentire per «innocenza» per «ignoranza». Anche il prete sa, come lo sanno tutti, che non esiste più alcun «Dio», alcun «peccatore», alcun «redentore », - che «libera volontà» e «ordinamento etico del mondo » sono menzogne -la serietà, il profondo autosuperamento dello spirito non permettono più a nessuno di non saper nulla al riguardo ... Tutti i concetti della Chiesa sono riconosciuti per quello che sono, come la più maligna falsificazione di monete che esista, mirante a invilire la natura i valori della natura; il prete stesso è riconosciuto per quello che è, per la più pericolosa specie di parassita, per il vero ragno velenoso della vita ... Noi sappiamo, la nostra coscienza oggi sa -, quale valore abbiano in generale quelle sinistre invenzioni dei preti e della Chiesa, a che cosa esse sono servite; con esse è stato raggiunto quello stato di auto diffamazione dell'umanità che può destare la nausea allo spettacolo di essa - i concetti di «al di là», di «giudizio finale», d'«immortalità dell'anima», quello stesso di «anima» sono strumenti di tortura, sono sistemi di crudeltà in virtù dei quali il prete diventò padrone, restò padrone ... Ognuno lo sa: e ciononostante tutto permane nell'antico stato. Dove se n'è andato l'ultimo senso di decoro, di rispetto di fronte a se stessi, se perfino i nostri statisti, una specie di uomini del resto assolutamente priva di scrupoli e anticristiani da capo a piedi nell'agire, si fanno ancor oggi chiamare cristiani e prendono la comunione? ... Un giovane principe, in testa al suo reggimento, magnifica espressione dell'egoismo e dell'orgoglio del suo popolo - che, senza alcuna vergogna, si professa cristiano! ... Chi è allora che il cristianesimo nega? Che cosa significa «mondo»? Essere soldati, giudici, patrioti; difendersi; essere gelosi del proprio onore; volere l'utile proprio; essere fieri ... Ogni prassi di qualsiasi momento, ogni istinto, ogni valutazione trasformantesi in azione sono oggi anticristiani: che specie mai di aborto di falsità deve essere l'uomo moderno, per non vergognarsi, a onta di tutto ciò, di chiamarsi ancora cristiano!

39

Mi rifaccio indietro, racconto la storia autentica del cristianesimo. - Già la parola «cristianesimo» è un equivoco -, in fondo è esistito un solo cristiano e questi morì sulla croce. Il «Vangelo» morì sulla croce. Ciò che a cominciare da quel momento è chiamato «Vangelo», era già l'antitesi di quel che lui aveva vissuto: una «cattiva novella», un Dysangelium. E' falso sino all'assurdo vedere in una «fede», per esempio nella fede della redenzione per mezzo di Cristo, il segno distintivo del cristiano: soltanto la pratica cristiana, una vita come la visse colui che morì sulla croce, soltanto questo è cristiano ... Ancor oggi una tale vita è possibile, per certi uomini è persino necessaria: l'autentico, originario cristianesimo sarà possibile in tutti i tempi. .. Non una credenza, sebbene un fare, soprattutto un non- fare-molte-cose, un diverso essere ... Gli stati di co-scienza, a esempio una qualsiasi fede, un tener-per- vero - è noto a ogni psicologo - sono per l'appunto perfettamente indifferenti e di quint'ordine in confronto al valore degli istinti: con espressione più rigorosa, l'intera nozione di causalità intellettuale è falsa. Ridurre l'essere-cristiani, la cristianità a un tener-per- vero, a un mero fenomenismo della coscienza, significa negare la cristianità. In realtà non sono esistiti affatto dei cristiani. Il «cristiano», quel che da due millenni è chiamato cristiano, non è null'altro che un auto fraintendimento psicologico. Se lo si considera con maggior esattezza, in quello dominavano, a onta di ogni «fede», semplicemente gli istinti - e che specie d'istinti! - La «fede» fu in tutti i tempi, per esempio in Lutero, soltanto un mantello, un pretesto, un sipario, dietro il quale gli istinti facevano il loro giuoco -, un'accorta cecità sulla supremazia di certi istinti ... La «fede» - ebbi già a definirla la caratteristica accortezza cristiana, - si è parlato sempre di «fede», si è agito sempre unicamente sulla base dell'istinto ... Nel mondo rappresentativo del cristiano non appare nulla che anche soltanto abbia sfiorato la realtà: al contrario, nell' odio istintivo contro ogni realtà abbiamo riconosciuto l'elemento propulsivo, l'unico elemento propulsivo che è alla radice del cristianesimo. Che cosa ne consegue? Che anche in psychologicis l'errore è qui radicale, cioè essenzialmente determinante, cioè sostanza. Si tolga qui un solo concetto, si metta al suo posto un'unica realtà - e l'intero cristianesimo rotolerà nel nulla! - Visto dall'alto, questo stranissimo tra tutti i fatti, una religione non soltanto condizionata da errori, bensì ingegnosa e persino geniale soltanto in errori nocivi, soltanto in errori che intossicano la vita e il cuore, resta uno spettacolo per gli dèi - per quelle divinità che sono al tempo stesso filosofi, e che io ho, per esempio, incontrato in quei famosi dialoghi di Nasso. Nell'istante in cui la nausea si allontana da esse (- e da noi), diventano grate dello spettacolo offerto dai cristiani: quel miserabile piccolo astro che si chiama terra merita forse soltanto a causa di questo curioso caso uno sguardo divino, una divina partecipazione ... In altre parole non sottovalutiamo il cristiano: il cristiano, falso sino all'innocenza, è di gran lunga superiore alla scimmia - relativamente ai cristiani una nota teoria sulla discendenza diventa una semplice cortesia

Nietzsche, L'Anticristo, Adelphi, 1977, p. 48 – 52

Il libro di Nietzsche "L'anticristiano" viene diffuso col titolo modificato in "L'anticristo". Si tratta del Nietzsche malato che individua l'origine della sua malattia nell'educazione cristiana nella quale è stato violentato fin dall'infanzia. L'educazione cristiana lo ha costretto a mettere in atto scelte distruttive come frutto della sua credenza e della sua fede in Dio.

La sua fede in "Dio" cozza con i dati di realtà del proprio vissuto. Cozza con i suoi desideri esistenziali. Cozza con una realtà del mondo che gli appare assurda. Lui, il super-uomo, costretto dall'educazione cristiana a fare scelte che al momento gli sembravano logiche e perfettamente in linea con i suoi bisogni, ma che hanno finito per costruire la propria distruzione ammantandolo di illusioni.

In un mondo in cui le persone si alzano e lavorano per poco, lui, anziché aumentare quel poco, di cui peraltro si serve, preferisce disprezzare quelle persone. Le forze che costringono quelle persone a lavorare per poco, sono le stesse forze psicologiche che lo hanno piegato nella psiche e nel fisico costringendolo in una dimensione in cui la depressione e la vergogna di sé stesso non trova sollievo.

L'educazione cristiana che Nietzsche ha subito diventa oggettivamente il suo nemico da combattere, ma nel combattere l'educazione cristiana Nietzsche si ferma alla forma esteriore perché, in ultima analisi, egli si identifica con Gesù e la sua malattia depressiva viene identificata nel suo "dolore della croce". Fermandosi alla forma apparente, Nietzsche non fa altro che alimentare la sostanza che alimenta la coercizione sociale. Quella coercizione all'origine della sua malattia.

Nel 1897 muore la madre di Nietzsche e da allora la cura di Nietzsche è fatta dalla sorella che lo trasferisce a Weimar dove aveva fondato l'archivio Nietzsche nel 1894.

Il 25 agosto del 1900 Nietzsche muore. La sorella pubblica "La volontà di potenza" costruita arbitrariamente con i frammenti rinvenuti nell'archivio e nel 1908 esce una edizione un po' manipolata di "Ecce Homo".

Scrive Nietzsche in Ecce Homo:

Nessuno ha mai potuto accertare la febbre su di me. Un medico, che mi curò a lungo come malato di nervi, disse alla fine: «no! i suoi nervi non hanno niente, sono io che sono nervoso». In definitiva nessuna degenerazione locale accertabile; nessun mal di stomaco di natura organica, per quanto sappia, come conseguenza di un esaurimento generale, di una fortissima debolezza del sistema gastrico. Anche il dolore agli occhi, che si avvicina a volte, pericolosamente, alla cecità, è solo una conseguenza, non una causa: di modo che ogni accrescimento della, forza vitale ha accresciuto la forza visiva. Guarigione vuol dire, per me, una lunga, troppo lunga serie di anni, - significa purtroppo anche ricaduta, declino, periodicità di ogni genere di décadence. Ho forse bisogno di dire, dopo tutto ciò, che sono esperto in materia di décadence? La ho sillabata da ogni lato. E anche quell'arte della filigrana dell'afferrare e comprendere in generale, quel tocco per le nuances, quell'attitudine psicologica a «vedere dietro l'angolo», e ogni altra cosa che mi distingue, l'ho imparata allora, è il vero dono di quel tempo nel quale ogni cosa si affinò in me, l'osservazione come tutti gli organi dell'osservazione. Partendo dall'ottica del malato, considerare i concetti e i valori più sani, poi, al contrario, partendo dalla pienezza e dalla sicurezza di sé della vita ricca, guardare in basso, nel lavoro segreto dell'istinto di décadence - questo è stato il mio esercizio più lungo, la mia vera e propria esperienza, se sono stato maestro in qualche cosa lo sono stato qui. Ora l'ho in mano, mi sono fatto la mano a rovesciare le prospettive: ragione prima per la quale a me solo, forse, è possibile una «transvalutazione dei valori».

2.

Indipendentemente dal fatto che sono un décadent, sono anche il suo contrario. Prova ne è, tra l'altro, che contro le condizioni spiacevoli ho sempre scelto, istintivamente, gli strumenti adatti: mentre il décadent in sé sceglie sempre gli strumenti che lo danneggiano. Come summa summarum ero sano; ma nel dettaglio, nella peculiarità ero décadent. Quell'energia per conquistare un assoluto isolamento e distacco dalle condizioni abituali, la violenza con la quale mi sono imposto di non lasciarmi più curare, servire, coccolare dai medici - tutto questo tradisce l'assoluta sicurezza dell'istinto per quanto riguarda ciò di cui allora, avevo soprattutto bisogno. Mi presi in mano, mi guarii io stesso: la condizione per questo - ogni fisiologo lo ammetterà - è che si sia fondamentalmente sani. Un essere tipicamente morboso non può guaire, tanto meno guarirsi; per uno tipicamente sano, al contrario, la malattia può essere addirittura un energico stimolante al vivere, al vivere-di-più. E' così infatti che mi appare ora quel lungo periodo di malattia: scoprii, per così dire, di nuovo la vita, me stesso incluso, gustai tutte le cose buone, anche le piccole cose, come altri non avrebbero facilmente potuto gustarle, - feci della mia volontà di salute, di vita, la mia filosofia ... Poiché, si faccia attenzione, gli anni della mia minore vitalità furono quelli in cui cessai di essere pessimista: l'istinto dell'auto ristabilirsi mi proibiva una filosofia della povertà e dello scoraggiamento ... E da cosa, in fondo, si riconosce l'essere ben riuscito? Dal fatto che un uomo ben riuscito fa bene ai nostri sensi: dal fatto ch'è tagliato in un legno duro, tenero e profumato al tempo stesso. Gli piace solo ciò che gli si conviene; il suo piacere, il suo desiderio cessano non appena la misura di ciò che conviene viene superata. Egli indovina i rimedi contro le ferite, utilizza a suo vantaggio le disavventure; ciò che non lo uccide lo rende più forte. Raccoglie istintivamente, di tutto ciò che vede, ode, vive, la sua somma: è un principio selettivo, elimina molte cose. E' sempre nella sua società, sia che tratti con libri, uomini o paesaggi: onora in quanto sceglie, in quanto concede, in quanto dà fiducia. Reagisce lentamente ad ogni tipo di stimoli; con quella lentezza alimentata in lui da una [unga prudenza e da una deliberata fierezza - esamina la sollecitazione che giunge, è ben lontano dall'andarle incontro. Non crede alla «disgrazia», né alla «colpa»: sa chiudere con sé, con gli altri, sa dimenticare, - è forte abbastanza perché tutto debba venire a suo vantaggio. - Ebbene, io sono l'opposto di un décadent: poiché ho descritto appunto me stesso.

3.

Considero un grande privilegio aver avuto un tale padre: i contadini davanti ai quali predicava - poiché egli era stato pastore, negli ultimi anni, dopo aver vissuto alcuni anni alla corte di Altenburg - dicevano che un angelo avrebbe dovuto assomigliargli. - E qui tocco il problema della razza. Io sono un nobiluomo polacco pur sang, in cui non c'è neppure una goccia di sangue cattivo e tantomeno di sangue tedesco. Se cerco la più profonda antitesi di me stesso, l'incalcolabile volgarità degli istinti, trovo sempre mia madre e mia sorella, - credermi imparentato con una tale canaille sarebbe una bestemmia contro la mia divinità. Il trattamento che ricevo, fino a questo momento, da parte di mia madre e di mia sorella m'ispira un indicibile orrore: qui è all'opera una perfetta macchina infernale, con infallibile sicurezza sul momento in cui si può ferire a sangue - nei miei momenti più alti, ... perché a loro manca ogni forza per difendersi contro questo velenoso vermicaio. . .. La contiguità fisiologica rende possibile una tale disharmonia praestabilita ... Ma io confesso che l'obiezione più profonda contro l'«eterno ritorno», il mio pensiero propriamente abissale, sono sempre la madre e la sorella. - Ma anche come polacco io sono un terribile atavismo. Bisognerebbe risalire i secoli, per trovare questa razza, la più nobile che mai ci sia stata sulla terra, con la purezza d'istinto con la quale io la rappresento. Io ho contro tutto ciò che oggi si chiama noblesse, un sovrano sentimento di distinzione - non accorderei al giovane imperatore tedesco l'onore di essere il mio cocchiere. C'è un unico caso nel quale riconosco un mio uguale - lo confesso con profonda gratitudine. La signora Cosima Wagner è di gran lunga la natura più nobile; e, per non tacere nulla, dirò che Richard Wagner è stato l'uomo di gran lunga più affine a me ... Il resto è silenzio ... tutti i concetti dominanti sui gradi di parentela sono un controsenso fisiologico, che non può essere superato. Il papa ha ancor oggi commercio con questo controsenso. Si è apparentati meno di tutti con i propri genitori: sarebbe il segno estremo della volgarità essere apparentati con i propri genitori. L'origine delle nature più elevate risale infinitamente più indietro, per arrivare ad esse si è dovuto raccogliere, accumulare, risparmiare per un tempo lunghissimo. I grandi individui sono i più antichi: non lo capisco, ma Giulio Cesare potrebbe essere mio padre – oppure Alessandro, questo Dioniso vivente… nell'attimo in cui scrivo tutto questo, la posta mi porta una testa di Dioniso…

Nietzsche, Ecce homo, Newton, 1989, p. 227 - 230

Nietzsche prigioniero, malato, depresso, che cerca disperatamente l'origine della sua malattia nella propria madre e nella propria sorella. L'assolutismo cristiano della madre e l'assolutismo cristiano di sua sorella ora lo tengono prigioniero. Si nutrono del suo delirio ed egli sogna di appartenere ad una "razza gloriosa" mentre è solo espressione del fallimento della propria volontà d'esistenza. Il fallimento di scelte che ora, vicino alla morte, sta rimpiangendo. Ma non poteva fare diversamente.

In questa situazione pensa a suo padre, pastore cristiano di contadini deferenti, e pensa alle atrocità delle imposizioni morali che sta subendo da sua madre e da sua sorella che lo trattano come un peccatore disgustoso.

Ridotto a "rottame umano" Nietzsche sogna la virilità dell'onnipotente che lo porta a dire "… trovo sempre mia madre e mia sorella, - credermi imparentato con una tale canaille sarebbe una bestemmia contro la mia divinità". Trova disgustosa sua madre e sua sorella, ma non ne può fare a meno, non è in grado di liberarsene. Nello stesso tempo sua madre e sua sorella trovano piacere a tenerlo prigioniero e a vendere i suoi deliri esaltando il filosofo che sono riusciti a violentare e a stuprare. Tutti gli uomini invecchiano e muoiono. La morte, comunque arrivi o sia costruita, è il fine dell'esistenza, ma in Nietzsche si muove lo spettro dell'"eterno ritorno nell'uguale" il terrore che tutto quello che sta vivendo dovrà riviverlo vita dopo vita per tutta l'eternità.

In questa situazione, in questo dolore Nietzsche scrive appunti sulla "Volontà di potenza". Lui che non vive una volontà di potenza, ma la sogna, la partorisce in un desiderio frustrato.

Una volontà di potenza che sarà usata dalla sorella per dimostrare che il pensiero di Nietzsche coincideva col pensiero dell'assolutismo nascente del nazismo.

Scrive Nietzsche in "Volontà di potenza":

337

Cinque, sei secondi, non di più: tutt'a un tratto sentite la presenza dell'armonia eterna. L'uomo, nel suo involucro mortale, non può sopportarlo; bisogna trasformarsi fisicamente o morire. E' un sentimento chiaro e indubitabile. Vi sembra di essere in contatto con tutta la natura e dite: «Sì, questo è vero». Quando Dio creò il mondo, disse alla fine di ogni giorno: «Sì, questo è vero, questo è buono!». Questo non è intenerimento, è gioia. Voi non perdonate nulla, perché non c'è nulla da perdonare. Voi non amate più - oh!, questo sentimento è più elevato dell'amore. Il più terribile è la tremenda determinatezza con cui ciò si esprime, e la gioia di cui colma. Se questo durasse più a lungo, l'anima non potrebbe resistere, dovrebbe svanire. In questi cinque secondi io vivo un'intera esistenza umana, darei per essi tutta la mia vita, e non sarebbero pagati troppo caro. Per poter resistere più a lungo, bisognerebbe trasformarsi fisicamente. Credo che l'uomo cessi di generare. A che scopo figli, se il fine è raggiunto?

Comprensione del simbolo della resurrezione: «Dopo la resurrezione non si genererà più, si sarà come gli angeli di Dio», cioè il fine sarà raggiunto: a che scopo figli? Nel figlio si esprime l'insoddisfazione della donna ...

338.

Se gli uomini avessero coerenza in corpo, l'avrebbero anche in testa. Ma il loro miscuglio ...

339.

Che cosa mi procura più fastidio? Vedere che ormai nessuno ha più il coraggio di pensare fino in fondo ...

340.

I segni premonitori di una grande rivolta: un cinismo imposto, una sete di scandalo, agaçant, irritation, lassitude. Il pubblico spossato, su false vie, non si riconosceva più. Nei momenti di crisi dagli strati più bassi della popolazione compare un gran numero di individui che non hanno nessuno scopo, nessuna idea di una qualche natura e che si distinguono soltanto per il loro amore per il disordine. Quasi sempre stanno sotto il comando di un piccolo gruppo di «avancés» che ne fanno ciò che vogliono ...
I "gens de rien" ebbero improvvisamente importanza, criticarono a gran voce tutte le cose rispettabili, essi che fino a quel momento non avevano osato aprir bocca, e i più ragguardevoli si misero ad ascoltarli in silenzio, spesso perfino con un piccolo sorriso di approvazione.

341.

- cercando una solidarietà criminosa e giunto al suo dominio? Lo spionaggio. Nel suo sistema ogni membro sorveglia l'altro, la delazione è un dovere. Ciascuno appartiene a tutti e tutti a ciascuno. Tutti sono schiavi e uguali nella schiavitù. Nei casi estremi la calunnia e l'assassinio, ma soprattutto l'«uguaglianza». Come prima cosa si abbassi, si degradi il livello della cultura scientifica e degli ingegni! Un livello scientifico è accessibile solo alle intelligenze superiori; ma non occorrono intelligenze superiori. Gli uomini di capacità superiori si sono impadroniti del potere e sono sempre stati dei despoti. Non possono non essere despoti, hanno sempre fatto più male che bene; vengono scacciati o consegnati "au supplice". A Cicerone si tagli la lingua, si accechi Copernico, si lapidi Shakespeare... Gli schiavi possono essere uguali: senza dispotismo non c'è mai stata ancora né libertà né uguaglianza, ma in un gregge può dominare l'uguaglianza ... Si devono spianare le montagne; abbasso l'istruzione e la scienza! Ce n'è abbastanza per mille anni; ma si deve organizzare l'obbedienza, l'unica cosa che difetti nel mondo. La sete di istruzione è una sete aristocratica. Con la famiglia e l'amore scompare anche la sete di proprietà. Uccideremo questa sete: scateneremo l'ubriachezza, il baccano, la delazione, propagheremo una dissolutezza inaudita, soffocheremo i geni nella culla. «Riduzione di tutti "au mème dénominateur", uguaglianza piena!». «Abbiamo imparato un mestiere e siamo gente onesta; non ci serve nient' altro» - hanno detto recentemente degli operai inglesi. E' necessario solo il necessario, questo deve essere il motto del globo terrestre d'ora in avanti. Ma ci vogliono anche rivolgimenti, a questi penseremo noi, noialtri dirigenti e guide ... Gli schiavi devono avere padroni. Obbedienza piena, piena spersonalizzazione: ma ogni trent'anni si darà il via ai rivolgimenti e tutti cominceranno improvvisamente a divorarsi l'un l'altro, fino a un certo punto naturalmente, al solo scopo di non annoiarsi. La noia è un sentimento aristocratico; nel socialismo non ci saranno desideri. Riserviamo a noi il dolore e il desiderio, gli schiavi avranno il socialismo ... Ho pensato di consegnare il mondo al papa. Che esca a piedi scalzi dal suo palazzo e dica al popolo: «ecco a che punto mi hanno ridotto!», - Tutti, anche "l'armée", si getteranno ai suoi piedi. Il papa sopra, noi intorno a lui e sotto di noi il socialismo ... L'Internazionale dovrà accordarsi col papa: lui subito acconsentirà, non ha via di scampo ... Lei è bello! Qualche volta dimentica ciò che di squisito c'è in Lei! Persino candore e ingenuità! Lei certamente soffre, soffre sinceramente, a causa di questo candore. Io sono nichilista, ma amo la bellezza - je suis nihiliste, mais j'aime la beauté. I nichilisti non amano forse la bellezza? Ciò che non amano, sono gli idoli: io amo gli idoli e Lei è il mio idolo! Non offende nessuno e tutti La odiano; considera tutti gli uomini suoi pari, e tutti La temono: è bene così. Nessuno oserà batterLe la mano sulla spalla. Lei è un aristocratico tremendo, e quando va verso i democratici, l'aristocratico è "charmeur". Per Lei è ugualmente indifferente sacrificare la sua vita o quella degli altri. Lei è proprio l'uomo che ci vuole ...
Noi penetriamo fino al popolo, siamo già ora straordinariamente forti. I nostri non sono solo quelli che sgozzano, incendiano e fanno i classici coups. Costoro non sono che d'impaccio ... Senza disciplina, non capisco nulla. Li ho contati tutti: il maestro che con i bambini irride al loro Dio e alla loro patria; l'avvocato che difende l'assassino ben istruito, dimostrando che aveva una educazione migliore della sua vittima e che per procacciarsi del denaro non aveva altro sistema che uccidere; gli studenti che per provare una sensazione ammazzano un contadino; i giurati che sistematicamente assolvono tutti i delinquenti; il procuratore che in tribunale teme di non mostrarsi abbastanza liberale ... Tra gli amministratori e i letterati - quanti stanno dalla nostra parte (- e non lo sanno!) ... D'altra parte c'è dappertutto una vanità di proporzioni smisurate, un appétit bestiale ... Sa Lei di quanto siamo debitori alle celebri teorie? Quando partii dalla Russia, la teoria di Littré che avvicina il delitto alla pazzia faceva furore, ritornai, e già il delitto non è più pazzia, ma il bon sens stesso, quasi un dovere, per lo meno una nobile protesta. «Hé bien, perché mai un uomo illuminato non dovrebbe uccidere, se ha bisogno di denaro?». Ma questo non è ancora nulla. Il Dio russo ha lasciato il posto al bere; tutti bevono, le chiese sono deserte... Se siamo noi i padroni, li cureremo: se ce ne sarà. bisogno, li relegheremo per 40 anni in una Tebaide. Ma per due generazioni è necessaria la débauche, una débauche ignobile, inouie, sale, occorre!... Finora il popolo russo non ha conosciuto il cinismo, nonostante la grossolanità del vocabolario della sua rabbia. Sa Lei che il servo della gleba rispettava se stesso più di quanto non faccia Turgeniev? .. Lo si batteva, ma restava fedele ai suoi dèi - e Turgeniev ha abbandonato i suoi ....
Il popolo deve credere che noi tutti conosciamo la meta. Noi proclameremo la distruzione: quest'idea è così affascinante. Ricorreremo all'incendio - E useremo la pistola ... Il se cache ... Occorre una forza inaudita.

Nietzsche, Volontà di potenza, Newton, 1984, p. 130 - 133

E' l'uomo creato da Dio che vissuto nella disperazione dell'impotenza osserva un mondo che gli è estraneo. Cosa farebbe quest'uomo, fallito nella sua esistenza, se avesse il potere di dominare altri uomini? E che cosa avrebbe fatto se fosse stato consapevole, quando pensava di essere forte e potente e, invece, ha rinunciato ad esercitare la sua forza ed ora vive solo di rimpianti.

La Volontà di Potenza in Nietzsche è solo un desiderio frustrato. Dice Nietzsche "se io fossi Dio", anziché un rottame che ha fallito la propria esistenza. Quante cose la mia immaginazione mi spingerebbe a fare.

Nei momenti di euforia propri della sua malattia Nietzsche pensa di vivere la condizione di Dio. Egli è Dio. Sente come Dio quando " Quando Dio creò il mondo, disse alla fine di ogni giorno: «Sì, questo è vero, questo è buono!». Questo non è intenerimento, è gioia". E' la gioia che Nietzsche prova nell'immedesimarsi nel soggetto che, immagina, ha creato il mondo e che si è impadronito della sua vita impadronendosi di lui quand'era un bambino. Nello stesso tempo Nietzsche consola sé stesso per non aver avuto figli " Comprensione del simbolo della resurrezione: «Dopo la resurrezione non si genererà più, si sarà come gli angeli di Dio», cioè il fine sarà raggiunto: a che scopo figli? Nel figlio si esprime l'insoddisfazione della donna…". Nietzsche non vuole essere paragonato ad una donna. Lui risorge, lui è il profeta "dell'eterno ritorno all'eguale". Non è importante se il concetto di reincarnazione di Nietzsche nel suo eterno ritorno è diverso dal concetto di reincarnazione nella carne: sempre di rinascita si parla e un coccetto, nella psicologia di Nietzsche, regge l'altro.

"Se gli uomini avessero coerenza in corpo, l'avrebbero anche in testa". Ma perché gli uomini dovrebbero essere coerenti? Ogni uomo si adatta alle condizioni che incontra nascendo: da quando in qua le condizioni del mondo sono coerenti come desidererebbe che fossero chi si identifica con Dio e interpreta la coerenza con "uguaglianza a sé stesso"?

Gli uomini non sono incoerenti. Sono le condizioni del mondo che sono incoerenti mancando di uguaglianza fra stimolazione emotiva e rappresentazione formale nel mondo della ragione.

Dice Nietzsche " Che cosa mi procura più fastidio? Vedere che ormai nessuno ha più il coraggio di pensare fino in fondo…". E' la voce del Dio dei cristiani che pretende coerenza e verità dagli uomini per poterli dominare. Piccoli uomini disarmati che danno l'assalto al cielo della vita fra timori e pericoli sconosciuti, vengono insultati da Dio. "Voi incoerenti, non avete il coraggio delle vostre scelte, siete vili…". E intanto il Dio dei cristiani macella gli uomini col diluvio universale o con gli eserciti che massacrano uomini in nome di Dio.

Scrive Nietzsche: " Nei momenti di crisi dagli strati più bassi della popolazione compare un gran numero di individui che non hanno nessuno scopo, nessuna idea di una qualche natura e che si distinguono soltanto per il loro amore per il disordine". Ma non era quello che Nietzsche diceva di sé stesso? Sono gli strati più bassi della popolazione a vivere nelle condizioni peggiori offerte dalla società. Il re non si ribella al re. L'aristocratico non si ribella all'aristocratico. Loro rubano alla "parte più bassa della popolazione" e "la parte più bassa della popolazione", quando può, mette in atto azioni per migliorare le proprie condizioni di vita. Per contro il re, l'aristocrazia, Nietzsche, ecc. Mettono in atto azioni per impedire alla popolazione di migliorare le sue condizioni di vita e continuare ad assicurare a sé stessi il privilegio di annoiarsi continuando a derubare "la parte bassa della popolazione".

Non si taglia la lingua a Cicerone, ma Cicerone ha tagliato la lingua a Catilina. Poi, può succedere che Robespierre tagli la testa al re. Può succedere che la parte bassa della popolazione rivendichi diritti e come nel 1870 i parigini vengano macellati.

Dice nella sua disperazione Nietzsche: " Tutti sono schiavi e uguali nella schiavitù. Nei casi estremi la calunnia e l'assassinio, ma soprattutto l'«uguaglianza»". E' sconvolto dal principio di uguaglianza. Al principio di uguaglianza dei materialisti che dice "Tutti i soggetti sono uguali davanti alla legge", Nietzsche oppone il principio di uguaglianza proprio del cristianesimo: "tutti sono uguali in ginocchio davanti a Dio" e, per estensione, ad ogni autorità che pensa sé stessa al di fuori della legge.

Mentre qualcuno dice che Dio, e per estensione Nietzsche stesso, deve essere sottomesso alla legge come ogni altra persona, Nietzsche, in pieno delirio, si identifica in Dio con la "Volontà di Potenza", che è la "volontà di sterminare avendo la possibilità di sterminare" e si allontana dal suo essere uomo.

 

 

Marghera, 08 settembre 2018. Revisionato nella forma attuale Marghera, 23 settembre 20119

 

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Claudio Simeoni

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