Ludwig Andreas Feuerbach

Le biografie dei giocatori - ventinovesima biografia

Capitolo 112

La partita di calcio mondiale fra i filosofi

Claudio Simeoni

 

Le biografie dei filosofi che partecipano alla partita di calcio

 

La biografia di Ludwig Andreas Feuerbach

 

Ludwig Feuerbach nasce nel 1804 a Landaut nella Baviera. Il padre è un giurista Paul Jojann Anselm. Il padre di Ludwig è di religione protestante e sta tentando di fare carriera nella cattolica Baviera. Per facilitare la sua carriera fa battezzare Ludwig con rito cattolico.

Fra il 1814 e il 1822 Ludwig frequenta le scuole a Bamberga e il ginnasio ad Ansbach.

Il padre e la madre di Ludwig attraversano un periodo di liti familiari e sono sul punto di divorziare. Questa vicenda condizionerà profondamente Ludwig che si sentiva molto legato alla madre.

Fra il 1824 e il 1825 frequenta la facoltà di teologia dell'università di Heidelberg. Frequenta quell'università per due semestri.

Nel 1824 si iscrive all'università di Berlino dove pur seguendo un corso di teologia, preferisce concentrarsi sulle lezioni di Hegel finché nel 1825 riesce a trasferirsi dalla facoltà di teologia alla facoltà di filosofia.

Nel 1827 ottiene la libera docenza all'università di Erlangen grazie al suo primo scritto "De ratione, una universali, infinita" del 1828.

Nel 1828 Feuerbach scrive a Hegel inviandogli la sua tesi di laurea accompagnata da una lettera in cui esprimeva i suoi intendimenti: la costruzione di una religione della ragione. Voleva sostituire la filosofia alla religione e trasformare la filosofia in una religione. Hegel, che usava la filosofia per giustificare la rivelazione religiosa cristiana, non gli rispose. Secondo Feuerbach la ragione doveva prendere il posto di Dio. Questo tentativo fu fatto da Robespierre durante la rivoluzione francese e proprio per questo Robespierre fu ucciso. Questa idea girava nella testa di Feuerbach e nel 1930 iniziò ad elaborare il concetto di "morte" in un libro, "Pensieri sulla morte e l'immortalità", pubblicato anonimamente. Nel 1830 eravamo ancora nell'epoca della restaurazione dell'assolutismo dopo la sconfitta definitiva di Napoleone Bonaparte. La religione cristiana era l'elemento centrale della restaurazione della monarchia nel nuovo ordine sociale. Una nuova religione, per il potere civile e religioso, era intollerabile.

In conseguenza del libro "Pensieri sulla morte e l'immortalità" pubblicato anonimamente, fra il 1829 e il 1832, mentre insegna come docente libero all'università di Erlangen, la sua carriera viene interrotta per ordine del governo.

L'autore viene individuato molto presto e avendo pubblicato il libro anonimamente ha manifestato una volontà eversiva rispetto al suo presente. Per questo motivo Feuerbach è stato percepito come un pericolo sociale. Il libro fu sequestrato e Feuerbach fu costretto ad interrompere il corso universitario.

Vale la pena di soffermarci su questo libro. Il libro è stato accusato di essere "giovanile", ma questo libro ci rivela le vere intenzioni per le quali Feuerbach studia filosofia. Sostituire la filosofia alla religione, alla teologia, al fine di costruire un uomo diverso nella società.

Scrive Feurbach:

Chi ad una qualsiasi divinità di qualsiasi nazione togliesse le sue particolarità che la distinguono, le toglierebbe altresì il suo organismo, la individualità sua, le toglierebbe non la Divinità in generale la essenza in generale: ma il suo attributo, la sua speciale qualità. Ora una Divinità un Iddio così in generale è per gli uomini una nullità.
Dicasi lo stesso della Immortalità.
Se voi veniste ad alterare le condizioni, le qualità dell' altra vita, di quella altra vita appunto come un uomo se la crede, voi gli togliereste di pianta la medesima: poiché egli non può, né vuol saperne d'altra vita diversa di quella, che egli ha immaginato, e che armonizza col suo carattere, colle sue abitudini, colla sua nazionalità.

Feuerbach, "La morte e l'immortalità", editore LibriItalia, 1997, p. 106

Ovviamente, l'ipotesi di Feuerbach è sbagliata pur apparendo razionale. Possiamo dire che l'errore sta proprio nella razionalità con cui è formulata.

Non è la divinità che costruisce l'idea nell'uomo, ma è l'uomo che vivendo che proietta la sua idea, che diventa sostanza della divinità comunque descritta. La sostanza della divinità è nell'uomo, costruita con la sua attività nel quotidiano. Il percorso della costruzione della divinità va dalla vita dell'uomo alla trasformazione delle sue idee sul mondo in simboli. Le divinità, il cui scopo è quello di oggettivare l'esperienza del vissuto dell'individuo o degli individui che hanno manifestato l'idea, sono la sintesi in una "descrizione simbolica" del vissuto che serve per essere riproposto, come elemento oggettivo, all'intera società.

La qualità della divinità pensata dipende dalla qualità del vissuto degli uomini che la pensano. Il dio padrone cristiano è il prodotto di un vissuto che necessitava di un simbolo per dominare l'uomo. Il dio padrone cristiano nasce dalla necessità di dominio dell'uomo sull'uomo. Il resto, la sua definizione e la logica che ne segue, è pura retorica teologica che sviluppa ideologicamente la necessità e le ragioni per legittimare il dominio.

"Pensare alla vita oltre la morte" è il minimo comune denominatore di ogni struttura psicologica desiderante, generata dal proprio fallimento esistenziale, che cerca di consolare sé stessa confidando in una seconda possibilità esistenziale o in un'altra vita. Da qui il concetto che "Pensare alla vita oltre la morte" ha alla sua base il fallimento esistenziale che porta l'individuo a cercare una provvidenza che ripari al suo fallimento. Ne segue che, chiunque voglia agire nelle idee religiose, deve agire sulla vita dell'uomo la cui qualità genera le diverse qualità degli Dèi che descrive.

Scrive Feuerbach:

Così; mentre ad un'anima cristiana farebbe orrore il Walhalla germanico, ad un musulmano ripugna il Paradiso dei cristiani; ed agli antichi Germani non si avrebbe potuto fare aggradire l'olimpo dei Greci. Quei Germani dell'antichità persuasi, come erano di ritrovare al Walhalla le spose, e le amanti loro, e di continuarvi con esse le loro relazioni coniugali; certo non vedevano in ciò nulla di sconveniente; come non lo vedeano nelle caccie, nelle battaglie, che colà pure tengono, per fermo, di rinnovellare.
Però, al Walhalla le donne erano più belle, più seducenti, che sulla terra, più splendidi i banchetti, più grandi e feroci i lupi, ed i cinghiali nelle caccie, più gigantesche e fragorose le battaglie; insomma il Germano antico aveva colla sua immaginativa ingrandito ed abbellito, quei piaceri, quei cimenti bellicosi, e qui pure era adunque una idealizzazione, che certo vale del pari, ed anche meglio, che una incognita esistenza dopo la morte, come l'afferma, e sulla quale si diffonde in parole, il noioso, e sbiadito Teismo odierno.
Or qui non è difficile il conoscere da quale parte si stia la sincerità sensuale, e da quale la idealità ipocrita.
Dal canto nostro, abbiamo fatto bene rigettando il sensualismo germanico del Walhalla; ma sotto pena di nuocere alla nostra salute fisico-psicologica, individuale, e sociale dobbiamo scansare lo imbatterei nella ipocrisia idealista sorella, ed affine col Cinismo metafisico, e teologico.
Male si apporrebbe chi nella odierna Critica-dialettica altro non sapesse vedere che un semplice attacco contro il Teologismo; dappoichè essa Critica tratta non meno severamente la Metafisica questa Scolastica novella dei tempi odierni.
Fra la immaginazione, e memoria, e la intuizione objettiva corre con gran salto.
La immaginazione è poetica, e costruito che ella abbia un mondo ideale nello interno dell'uomo; si serve di siffatta idealità per farne una specie di compenso al danno ed alle perdite che l'uomo soffre nel mondo della realtà.
Ma, la intuizione prosaica e limitata nel tempo e nello spazio può dirsi, in certo modo, materiale, perché essa non si allontana giammai dalla materia presente, e procede passo a passo nella sfera del mondo esterno, e sensibile di cui l'uomo fa parte.
Per contro, la immaginazione è quantitativamente illimitata, onnipossente, onnisciente, presente a tutto e può dirsi la Bontà stessa personificata, in quanto che si presta ad appagar tutti, per istravaganti che siano, gli umani desideri. Vero è che ella non adempie alle sue promesse, che con fantasmi, ed allucinazioni: ma il cuor dell'uomo si adagia meglio in questo letto fantasmagorico, che nella sincera: ma severa realtà delle cose; in quella realtà dove non gli è dato rinvenire i cari oggetti, che la morte fatalmente gl'invola.

Feuerbach, "La morte e l'immortalità", editore LibriItalia, 1997, p. 106 – 108

Feuerbach si colloca nella scia del romanticismo tedesco che sta per nascere, ma nel farlo porta in Germania alcuni fantasmi della Rivoluzione Francese che la Germania ha deciso di non tollerare. Mettere in discussione il cristianesimo e i suoi dogmi significa mettere in discussione la Germania. Per il governo tedesco, questa è sovversione e Feuerbach viene allontanato dall'insegnamento.

Questa dura lezione marchierà tutto il pensiero filosofico di Feuerbach che, allontanato dall'insegnamento, troverà rifugio nei movimenti della nascente socialdemocrazia pur avendo ben poco da spartire con quel movimento politico.

Nel 1833 muore il padre di Ludwig e nello stesso anno Feuerbach pubblica "Storia della filosofia moderna da Bacone a Spinoza".

Fra il 1835 e il 1836 ritorna all'insegnamento all'università di Erlangen e tiene corsi sulla storia della filosofia moderna "da Bruno ad Hegel). Poi, nel 1836, abbandona definitivamente l'insegnamento.

Nel 1837 Feuerbach sposa Berta Low che ha una cospicua partecipazione azionaria nella fabbrica di porcellane del padre e che gli assicurerà un discreto tenore di vita. Feuerbach si trasferisce a Bruckberg, lontano dalle città.

Nel 1838 collabora con la rivista "Gli annali di Halle". Sulla rivista pubblica "Per la critica della filosofia positiva" nel 1839. La rivista è diretta da Arnold Ruge e Theodore Echtermeyer. La rivista tende ad opporsi sia all'imperatore che al cristianesimo che affianca l'imperatore nel dominare la Germania. La rivista fu chiusa dalla censura. Riaprì la redazione a Dresda nel 1840. Ancora chiusa dalla censura, emigrò in Svizzera nel 1843 uscendo come "Annali tedeschi" e poi, nel 1844 spostò la sede a Parigi uscendo con il titolo "Annali franco-tedeschi". Nel 1843, quando la rivista emigrò in Svizzera, Feuerbach cessò di scrivere in essa.

Nel 1939 Feuerbach pubblica "Boyle", "Su filosofia e cristianesimo", "Il miracolo" e "Per la critica alla filosofia hegeliana". In quello stesso anno nasce la sua prima figlia, Leonore.

Nel 1841 Feuerbach pubblica "L'essenza del cristianesimo". In quello stesso anno nasce la sua seconda figlia, Mathilde che vivrà solo tre anni.

Nel 1842 e nel 1943 Feuerbach pubblica "Tesi preliminari per la riforma della filosofia. Ripubblica "L'essenza del cristianesimo", che ha avuto un notevole successo, e "I principi della filosofia dell'avvenire".

Nell'"Essenza del cristianesimo" Feuerbach espone il proprio essere nel mondo e ci permette di capire come si colloca nella vita e le idee che nascono da questo suo collocarsi nella vita. "L'essenza del cristianesimo" viene iniziata da Feuerbach descrivendo sé stesso, l'uomo, rispetto al mondo della natura, gli animali e definendo le peculiarità dell'essere "religioso" dell'uomo oltre che la qualità della "coscienza dell'uomo" come lui la pensa.

Scrive Feuerbach:

"La religione si fonda sulla differenza essenziale dell'uomo dall'animale - gli animali non hanno religione. Gli antichi zoologi, privi di senso critico, attribuirono sì all'elefante, fra altre lodevoli proprietà, anche la virtù della religiosità; tuttavia la religione degli elefanti rientra nel regno delle favole. Cuvier, uno dei massimi conoscitori del mondo animale, basandosi sulle proprie osservazioni, non colloca l'elefante a un livello spirituale più elevato del cane. Qual è però questa differenza essenziale dell'uomo dall'animale? La risposta più semplice e universale, ma anche più popolare a questo interrogativo è: la coscienza tuttavia la coscienza in senso stretto; infatti una coscienza in quanto sentimento di sé, facoltà sensibile di distinzione, di percezione delle cose esteriori secondo determinate caratteristiche accessibili ai sensi, una tale coscienza non può essere contestata all'animale. Si ha coscienza in senso stretto solo quando un ente ha per oggetto il suo genere, la sua essenzialità. L'animale ha sì per oggetto se stesso come individuo - perciò ha sentimento di' sé -, ma non come genere - perciò gli manca quella coscienza che deriva il suo nome da scienza. Dov'è la coscienza, c'è facoltà di scienza. La scienza è la coscienza dei generi. Nella vita trattiamo con individui, nella scienza con generi. Ma un ente che ha per oggetto il suo proprio genere, la sua essenzialità, può rendere suo oggetto le altre cose o enti secondo la propria natura essenziale. Perciò l'animale ha solo una vita semplice, l'uomo duplice: nell'animale la vita interiore coincide con quella esteriore l'uomo ha una vita interiore e una vita esteriore. La vita interiore dell'uomo è la vita in rapporto al suo genere, alla sua essenza universale. L'uomo pensa, cioè conversa, parla con se stesso. L'animale non può svolgere alcuna funzione del proprio genere senza un altro individuo fuori di lui; l'uomo invece può svolgere senza un altro la funzione generica del pensare, del parlare - infatti pensare, parlare sono vere funzioni del suo genere. L'uomo, rispetto a se stesso, è contemporaneamente Io e Tu; di fronte a se stesso può ricoprire il posto dell' altro, ma appunto per questo, poiché ha per oggetto il suo genere, la sua essenza, non solo la sua individualità. La religione in generale, in quanto s'identifica con l'essenza dell'uomo, s'identifica con l'autocoscienza, con la coscienza che ha l'uomo della propria essenza. Tuttavia la religione, in termini universali, è coscienza dell'infinito; dunque è e non può essere altro se non la coscienza che ha l'uomo della sua essenza, e questa non finita, limitata, ma infinita. Un'essenza davvero finita non ha neppure il più remoto presentimento, per non dire coscienza, di un'essenza infinita, infatti il limite dell'essenza è anche il limite della coscienza. La coscienza del bruco, la cui vita ed essenza è limitata a una determinata specie di piante, non si estende neppure al di là di questa limitata regione. Esso distingue sì questa pianta da altre, ma non sa nient'altro. Una tale coscienza limitata, che però, proprio per questa sua limitatezza, è infallibile, sicura, non è quindi nemmeno chiamata coscienza, ma istinto. La coscienza in senso stretto o proprio e la coscienza dell'infinito si identificano. Una coscienza limitata non è coscienza; la coscienza è essenzialmente di natura infinita. La coscienza dell'infinito non è se non la coscienza dell'infinità della coscienza. In altri termini: nella coscienza dell'infinito l'ente cosciente ha come oggetto solo l'infinità della sua propria essenza. Ma che cos' è dunque l'essenza dell'uomo, di cui egli ha autocoscienza, o che cosa costituisce il genere, l'umanità vera e propria nell'uomo? La ragione, la volontà, il cuore. A un uomo completo spetta la facoltà del pensiero, la facoltà della volontà, la facoltà del cuore. La facoltà del pensiero è la luce della conoscenza, la facoltà della volontà 1'energia del carattere, la facoltà del cuore l'amore. Ragione, amore, facoltà di volere sono perfezioni, le perfezioni dell'essenza umana, anzi, sono assolute perfezioni essenziali. Volere, amare, pensare sono le facoltà supreme, sono 1'essenza assoluta dell'uomo qua talis, in quanto uomo, e il fondamento del suo esistere. L'uomo esiste per pensare, per amare, per volere. Tuttavia ciò che è il fine ultimo, è anche il vero fondamento e la vera origine di un'essenza. Qual è però il fine della ragione? La ragione. E dell'amore? L'amore. E della volontà? La sua libertà. Pensiamo per pensare, amiamo per amare, vogliamo per volere, cioè per essere liberi. Vera essenza è un'essenza che pensa, ama, vuole. Vero, perfetto, divino è solo ciò che è per se stesso. Ora proprio così è l'amore, la ragione, la volontà. La Trinità divina nell'uomo e al di sopra dell'uomo individuale è l'unità di ragione, amore, volontà. La ragione (nelle sue forme sensibili: facoltà di immaginazione, fantasia, rappresentazione, opinione)", la volontà, l'amore o il cuore non sono facoltà che l'uomo possieda - infatti senza di loro non sarebbe nulla, egli è ciò che è solo per mezzo loro…"

Feuerbach, L'essenza del cristianesimo, Laterza, 2003, p. 25 – 27

La separazione fra l'uomo e gli animali altro non è che la riproduzione, in termini diversi, della separazione fra uomo e animali operata dalla bibbia mediante l'atto di creazione del dio biblico. Ma non è questo che colpisce, ciò che colpisce in Feuerbach è la leggerezza con la quale riconosce a sé stesso una coscienza, e la estende alle forme uguali a sé stesso, mentre la nega a tutta la natura. Di fatto, questa idea di separazione è la stessa idea che si è formata in Feuerbach mentre veniva educato durante il catechismo cristiano.

A parte che questa idea era comune perché imposta dal cristianesimo fin nell'infanzia dei ragazzi, ma la visione dell'uomo in Feuerbach è la stessa visione che ne dà la bibbia e che Feuerbach ripropone pari, pari. L'uomo è creato perché "ha queste caratteristiche". Ed è un'idea creazionista alla quale si opporrà il materialismo dialettico affermando che "l'uomo è il prodotto del suo lavoro".

Il materialismo meccanicista abbisogna di un uomo creato da Dio; il materialismo dialettico parla di un uomo che costruisce sé stesso nella sua attività quotidiana. E per costruire sé stesso si intende la sua struttura consapevole, la sua struttura emotiva, la sua struttura d'azione nel mondo. Tutto l'uomo viene modificato e diversificato a seconda delle attività nelle quali è impegnato.

In quei tempi non si poteva pensare in maniera diversa dalla bibbia e tutta l'educazione subita da Feuerbach era tutta all'interno delle idee della bibbia dalle quali non era in grado di emanciparsi. Tuttavia, il suo modo di pensare l'uomo era il modo per ricondurlo nelle categorie di pensiero della bibbia ebrea e cristiana pur all'interno di una critica serrata sia alla veicolazione sociale del cristianesimo sia nell'uso della speranza mediante la quale imporre l'attesa salvifica dell'avvento cristiano. Feuerbach non rimuoveva le categorie bibliche che formavano la coercizione dell'uomo, ma riportava l'uomo nelle categorie bibliche dopo avergli dato un altro nome e un'altra apparenza.

A Feuerbach risponde Marx che dice di Feuerbach:

"Feuerbach non vede dunque che il "sentimento religioso" è esso stesso un prodotto sociale e che l'individuo astratto, che egli analizza, appartiene ad una forma sociale determinata."

E Ancora Marx:

Feuerbach risolve l'essenza religiosa nell'essenza umana. Ma l'essenza umana non è qualche cosa di astratto che sia immanente all'individuo singolo. Nella sua realtà essa è l'insieme dei rapporti sociali. Feuerbach che non penetra nella critica di questa essenza reale, è perciò costretto:
1) ad astrarre dal corso della storia, a fissare il sentimento religioso per sé, ed a presupporre un individuo umano astratto – isolato.
2) L'essenza può essere [da lui] essere concepita soltanto come "genere" cioè come universalità interna, muta, che leghi molti individui "naturalmente".

Engels, Ludwig Feuerbach, appendice di Marx 1844, Editori Riuniti, 1972, p. 84 – 85

La critica di Marx verte sulla relazione fra l'uomo e il mondo, l'uomo e la storia, l'uomo e il suo divenuto come concepito da Feuerbach. Estrarre l'uomo dalle relazioni significa alienare l'uomo dalla natura, dai rapporti sociali, dai rapporti di lavoro, dalla sua azione che è, in prima e ultima istanza, l'attività che costruisce il suo sentimento religioso, lo alimenta, ne modifica la qualità e lo veicola nel mondo rappresentandolo in simboli e in riti.

Nel 1844 Feuerbach pubblica "L'essenza della fede secondo Lutero".

Nel 1845 si scontra con Stirner che lo accusa di rendere reali e oggettiva la "teologia dell'umanesimo".

Nel 1846 Feuerbach pubblica "L'essenza della religione".

Nel 1847 Feuerbach pubblicherà, all'interno dell'opera omnia, "La questione dell'immortalità dal punto di vista dell'Antropologia".

Nel 1848 partecipa, come osservatore esterno, al congresso democratico di Francoforte. Invitato a tenere lezioni ad Heidelberg gli viene negata l'aula all'università, così tiene un ciclo di lezioni nella sala del municipio di Heidelberg. Quelle lezioni col titolo "Lezioni sull'essenza della religione" saranno pubblicate nel 1851. Uno degli ascoltatori di tali lezioni è Moleschott esponente del positivismo.

Nel 1857 pubblica "Teogonia". Un lavoro durato sei anni che riguarda un'analisi dei testi classici e dell'ebraismo. L'opera rimarrà praticamente ignorata.

Nel 1860 Feuerbach vive un doppio problema. Sul piano personale per una relazione extraconiugale con Johanna Kapp, figlia del suo amico filosofo Christian, e sul piano economico per il fallimento della fabbrica della moglie per il quale perde casa e benefici e si riduca a vivere in miseria. In suo soccorso arrivano gli amici, la fondazione Schiller e il Partito Social democratico.

Nel 1866 pubblica "Spiritualismo e materialismo, specialmente in relazione alla libertà del volere" (oltre a manoscritti inediti sull'etica).

Nel 1867 Feuerbach subisce un ictus. Nel 1870 un secondo ictus lo paralizzerà e dopo due anni di sofferenza Feuerbach muore nel settembre del 1872.

Ai suoi funerali parteciparono migliaia di operai. La sua critica al cristianesimo e alla "religione" come concepita nel suo tempo contribuì non poco a modificare la sottomissione alla religione come imposta dai governi centrali che si servivano della religione per dominare i cittadini.

 

Marghera, 22 novembre 2018

 

 

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Claudio Simeoni

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