Michail Bakunin

Le biografie dei giocatori - sedicesima biografia

Capitolo 99

La partita di calcio mondiale fra i filosofi

Claudio Simeoni

 

Le biografie dei filosofi che partecipano alla partita di calcio

 

La biografia di Michail Bakunin

 

Bakunin nasce il 18 maggio 1814 a Premuchino, trecento chilometri da Mosca.

Bakunin nasce da una famiglia ricca. Il padre Aleksandr era un suddito fedele allo zar, laureatosi a Padova, era agente degli Zar in Italia. Tornato in Russia si era sposato con Varvara Nurav'eva con cui ha avuto molti figli.

Viveva in un possedimento agricolo curato da cinquecento servi della gleba. Michail Bakunin, nei suoi studi, impara cinque lingue fra cui l'italiano.

Nel 1828 Bakunin entra nell'esercito e frequenta la scuola di artiglieria.

Nel 1833 diventa alfiere, è pieno di debiti e viene trasferito in Polonia.

Nel 1835 lascia l'esercito.

Nel 1835 va a Mosca dove conosce Aleksandr Herzen e Vissarion Belinskij che tentano di elaborare i rudimenti di un socialismo russo.

Bakunin, distante dalla politica, inizia ad avvicinarsi alla filosofia con la traduzione di "La missione del dotto" di Fichte e inizia a studiare Hegel.

Nel 1840 Bakunin è a Berlino, dove frequenta l'università e inizia ad appassionarsi di politica. Nel 1842 e pubblica negli "Annali tedeschi" un articolo dal titolo "La reazione in Germania" che firma con il nome di Jules Elysard. Amico del poeta Georg Herwegh, va con lui in Svizzera. Qui incontra Wilhelm Wetling, un comunista che viene arresto. Nel suo taccuino la polizia legge il nome di Bakunin e questo indurrà la Russia a processare Bakunin in contumacia nel 1844. Bakunin viene condannato alla deportazione e alla perdita dei titoli e dei beni.

Nel 1847 Bakunin è a Parigi dove conosce Marx e Proudhon.

Nel 1847 a Parigi fa un discorso in cui esalta la rivolta della Polonia nel 1830 e in cui auspica la liberazione dei popoli slavi e la caduta dell'impero Russo. Viene espulso dalla Francia e arriva a Bruxelles.

Nel 1848 a Parigi scoppia la rivolta contro la monarchia e viene proclamata la Repubblica. In quell'anno Bakunin in giugno è a Praga e partecipa al Congresso democratico come rappresentante degli slavi. Organizza la prima associazione segreta rivoluzionaria. Bakunin lancia un "Appello agli slavi" che viene contrastato da Engels. Engels nega che gli Slavi possano costituire una nazione. Intanto, interviene l'esercito e Bakunin fugge a Dresda. A Dresda conosce Richard Wagner e, sia pur in modo casuale, diventa il protagonista della rivolta di Dresda nel 1849 per poi essere arrestato.

Nel 1849 Bakunin viene processato e condannato a morte. La pena viene tramutata in ergastolo. Verrà estradato in Russia e rinchiuso nella prigione di Pietro e Paolo a Pietroburgo.

Nel 1854, imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo, scrive la "Confessione" al fine di ottenere la grazia dallo Zar. Il testo della "Confessione", rinvenuto nel 1921 quando i bolscevichi analizzarono gli archivi della polizia zarista, è il testo che maggiormente delinea la struttura psicologica di Bakunin. Bakunin è in galera e dalla galera deve riuscire ad ottenere la grazia. Ci si aspetta un testo che chieda la grazia, un testo rispettoso, dignitoso e nello stesso tempo comprensivo e sottomesso, ma sicuramente, chi scoprì questo testo nel 1921, non si aspettava che dalle righe emergesse questa personalità di Bakunin e non se lo aspettavano nemmeno gli anarchici.

Scrive fra l'altro Bakunin in "Confessione":

Per questa classe io provavo molta più simpatia che per le altre, incomparabilmente più che per quella dei nobili russi, debosciati e senza carattere. Rimettevo nei contadini tutte le mie speranze di una resurrezione, tutta la mia fede nella grandezza dell'avvenire russo. In essi vedevo la freschezza, un'anima grande, un'intelligenza luminosa, che la depravazione straniera non aveva contaminato. Era in questo popolo che vedevo la forza russa, e pensavo a ciò che esso sarebbe potuto diventare se gli si fosse data la libertà e la proprietà, se gli si fosse insegnato a leggere e a scrivere! Mi domandavo il motivo per il quale il governo attuale, autocratico, investito di un potere senza limiti, che non aveva limiti nella legge, nel- la realtà delle cose, che non aveva un diritto straniero che gli si opponesse, e che non aveva un solo potere rivale, non impegnasse tutta la sua potenza per la liberazione, l'emancipazione e l'istruzione del popolo russo. E, legata a tale questione essenziale e fondamentale, molte altre questioni si affacciavano al mio spirito! Ma invece di rispondervi, come farebbe un suddito di Vostra Maestà Imperiale: «Non e mio compito ragionare su simili questioni! L'Imperatore e le autorità sanno che cosa fare e io non ho che da sottomettermi loro»; invece di dare quest'altra risposta, non priva di fondamento e base della precedente: «Il governo considera le cose dall'alto e le vede tutte simultaneamente; io invece non posso vedere tutti gli ostacoli, tutte le difficoltà, tutte le circostanze e le condizioni attuali della politica interna ed estera e così non posso stabilire il momento propizio per attuare questa azione». Invece di dare queste risposte, nel mio pensiero, o meglio nei miei scritti, dicevo con insolenza e come un traditore: «Il governo non libera il popolo russo, anzitutto perché, benché dotato di un potere illimitato e della potenza del diritto, in realtà è condizionato da una serie di circostanze, legate tra loro invisibilmente e che tutte fanno capo alla sua amministrazione corrotta e all'egoismo della nobiltà. E più ancora perché esso in realtà non vuole né la libertà né l'istruzione né l'emancipazione del popolo russo poiché lo considera come una macchina senza anima, una macchina per conquistare l'Europa». Questa risposta, assolutamente contraria al mio dovere di suddito fedele, non contraddiceva affatto le mie convinzioni democratiche. Voi potrete domandarmi: «Che cosa pensi ora?» Sire: mi sarà difficile rispondere a questa domanda. Durante i due anni e più di prigionia ho avuto il tempo di riflettere su molte cose e posso affermare che mai, nella mia vita, ho riflettuto così seriamente come in questo periodo: sono stato isolato, lontano da tutte le seduzioni del mondo e sono stato reso scaltro da un'esperienza reale e dura. E ho nutrito dubbi ancora più grandi sulla verità delle mie idee da quando, rientrando in Russia, vi ho trovato invece che un trattamento duro e grossolano come mi attendevo, un'accoglienza umana, nobile e misericordiosa. Nel corso di questa esperienza ho appreso molte cose che ancora ignoravo e alle quali non avrei creduto vivendo all'estero. Molte, molte cose sono cambiate in me: ma posso affermare in tutta coscienza che non siano restate in me vestigia dell'antica malattia? Non vi è che una verità che ho compreso perfettamente: che la scienza e la pratica del governare sono cose così grandi, così difficili che pochi esseri al mondo sono capaci di concepirli con la loro sola intelligenza, senza esservi preparati da un'educazione particolare, da una speciale atmosfera, da una conoscenza approfondita e da un contatto permanente; che la vita degli Stati e dei popoli richiede delle doti superiori, delle leggi che si elevano al di sopra della misura ordinaria e che una quantità di cose che nella vita privata ci sembrano dure, ingiuste e crudeli, diventano necessarie nella sfera superiore della politica. Ho compreso che la storia ha una sua propria direzione, misteriosa, logica, benché sovente contraria alla logica del mondo, che questa direzione è salutare quantunque essa non corrisponda sempre ai nostri desideri individuali e che, salvo qualche eccezione, molto rara nella storia, eccezione che la Provvidenza ha per così dire ammesso e che la riconoscenza della posterità ha santificato, nessun uomo privato, quantunque grandi possano essere la sincerità, la verità, la santità apparente delle sue convinzioni, ha il diritto né il compito di seminare dei pensieri di rivolta e di levare una mano impotente contro le forze superiori e impenetrabili del destino. In una parola, ho compreso che le mie intenzioni, che i miei atti sono stati ridicoli, insensati, insolenti e criminali al più alto grado; criminali verso di Voi, mio Imperatore, criminali verso la Russia, mia patria, criminali infine verso tutte le leggi politiche e morali, divine e umane! Ma ritorniamo ora alle mie domande sediziose e democratiche…

Tratto da: Bakunin, Confessione – 1854, in Là dove c'è lo Stato non c'è libertà, Demetra, 1996 p. 22 – 24.

In tutti i testi Bakunin racconta che cosa "gli altri" devono fare, in "Confessione" Bakunin parla di sé stesso nella condizione di prigioniero dello Zar.

Nel 1857 Bakunin viene deportato in Siberia. In Siberia viene seguito dalla giovane Antonia Kwiatkowski. In Siberia, diventa amico del generale Murave'ev che governava la regione.

Nel 1861 Bakunin fugge in Giappone. Dal Giappone giunge a New York per arrivare, nel dicembre 1861, a Londra.

Nel 1862 scrive sulla rivista di Herzen, "Kolokol".

Nel 1863 scoppia una rivolta in Polonia, Bakunin parte per una spedizione marina, ma fallisce. I rapporti fra Herzen e Bakunin si rompono perché Bakunin è sempre più convinto della necessità di un'insurrezione.

Nel 1864 nasce la Prima Internazionale e Bakunin è incaricato di tenere i rapporti con l'Italia per contrastare Mazzini. Va a Firenze e poi a Napoli. Là costituisce un gruppo segreto legandosi anche alla massoneria. Scrive articoli sul "Il popolo d'Italia" e su "Libertà e Giustizia".

Nel 1867, con la polizia che lo controlla, Bakunin lascia l'Italia.

Nel 1868 Bakunin ripara in Svizzera e entra a far parte della Lega della pace e della libertà. Emarginato, ne esce e fonda l'Alleanza Internazionale della Democrazia Socialista che entra a far parte dell'Internazionale.

Nel 1869 partecipa ai lavori dell'Internazionale e interviene per abolire il diritto di ereditarietà contro il parere dei marxisti.

Nel 1869, arrivato a Locarno Bakunin diventa il capo degli anarchici.

Nel 1870 Bakunin viene accusato da Marx di voler diventare il capo dell'Internazionale per cambiarne indirizzi, progetti e scopi. Nel luglio scoppia la guerra Franco Prussiana e Bakunin parte per Lione partecipando alla rivolta. All'arrivo dell'esercito, Bakunin fugge.

Nel 1871 Marx, in una conferenza a Londra, decide di costituire un partito politico operaio che partecipi alle elezioni e al parlamento. Bakunin risponde con delle lettere scrivendo ai "Compagni della confederazione del Giura" e nel 1872 scrive in "Risposta alla circolare sulle "Pretese scissioni nell'Internazionale"."

Nel 1872 il Congresso dell'Internazionale all'Aja espelle Bakunin. Poco dopo gli anarchici danno vita a una loro internazionale.

Nel 1873 Bakunin, deluso dall'esperienza rivoluzionaria e dalle critiche che riceve per il suo atteggiamento verso la Russia, abbandona gli anarchici.

Nel 1874 Bakunin è a Bologna per l'insurrezione tentata dal movimento italiano. L'impresa fallisce e Bakunin si salva fuggendo.

Nel 1886 Michail Bakunin il, 1° luglio, muore a Berna.

Da dove nascono le idee di Bakunin? Dall'educazione da nobile zarista e dall'addestramento militare che ha ricevuto in accademia. La sua idea era che le cose si potevano fare se era lui a comandare. Solo che, come tutti i nobili, comandava il momento presente e non era in grado di collocare l'azione del momento presente in vista di un obbiettivo futuro. Non c'era futuro nelle azioni di Bakunin.

Per Bakunin l'uomo era creato da Dio e non si poteva modificare l'uomo. Si poteva insegnare a leggere e scrivere, ma l'uomo viveva in quanto modello creato.

In questa ottica si capisce il discorso della Confessione. Bakunin non progettava il proprio futuro e non progettava un futuro diverso per la società in cui viveva.

La sua ideologia è volta a giustificare l'uomo in quanto creato da Dio. L'uomo che si deve ribellare all'oppressione che vive, ma quell'uomo non va a ricercare le cause dell'oppressione. L'uomo vive il contingente e nel contingente, essendo l'uomo oppresso, l'uomo, per Bakunin, si deve ribellare all'oppressione anziché rimuovere le cause e le condizioni che lo opprimono.

Bakunin è il tipico nobile russo, irascibile, insoddisfatto, pieno di debiti che trova soddisfazione nello spaccare tutto. In questo sta la differenza con Karl Marx che, al contrario, voleva progettare un futuro date le condizioni della società in cui viveva.

 

Marghera, 29 settembre 2018

 

 

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Claudio Simeoni

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