La biografia di Platone figlio di Aristone

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Capitolo 85

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Claudio Simeoni

 

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La biografia di Platone figlio di Aristone

 

Platone nasce nel 427 a. c. e muore nel 347 a. c.

Per capire la qualità del pensiero di Platone è necessario capire che non solo Platone era legato da parentele e da frequentazioni ideologiche con i tiranni oligarchici imposti da Sparta, ma la tirannia era l'oggetto che veniva giustificato nel suo pensiero filosofico.

Con Platone, vita e filosofia vanno di pari passo. Ha tessuto le lodi al tiranno Crizia e Alcibiade, ed era parente di Crizia.

Platone non è presente alla morte di Socrate e questo fatto ha destato molto stupore fra gli studiosi. Per essersi prestato a collaborare con i Trenta Tiranni imposti da Sparta, fugge da Atene e si rifugia a Megara una città che nelle guerre del Peloporneso si era schierata con Sparta e le oligarchie antidemocratiche contro Atene.

Frequenta il tiranno di Siracusa, Dionisio I, il nipote Dione (che diventerà tiranno a sua volta), Dionigi il vecchio, Dionigi il giovane. Platone non si fa scrupolo di difendere Eraclide che contro Siracusa ha incitato alla rivolta dei mercenari.

E' da ricordare che nel 353 a. c. Dione, l'allievo di Platone che in seguito prenderà il potere con un colpo di Stato a Siracusa, verrà a sua volta giustiziato da una rivolta.

Ma la frequentazione dei tiranni non va molto bene a Platone. Platone il tiranno senza una tirannide, vuole fare guerra al tiranno che domina Siracusa e il tiranno che domina Siracusa gli concede un bel viaggio nell'inferno della schiavitù. Durante un viaggio di ritorno da Siracusa, Platone fu condotto all'isola di Egina e là fatto prigioniero e reso schiavo. In seguito Platone verrà riscattato alla schiavitù da Aniceride di Cirene.

Nel tentativo di sostituire la propria tirannia ad altre tirannie, sarà cacciato da Siracusa una seconda volta.

Che Platone si sentisse un dio figlio di un dio, non ci dovrebbero essere dei dubbi.

E' un'operazione di Speusippo, figlio della sorella di Platone e allievo di Platone che, succedutogli alla direzione dell'Accademia, ha l'idea di santificare Platone.

La santificazione dei delinquenti, affinché non si analizzi troppo profondamente il loro pensiero, è un'invenzione dell'Accademia di Atene e verrà fatta propria dai cristiani, in epoca successiva, per giustificare il loro delinquere. Riempiranno il loro calendario di "santi", tutti uomini che si sono comportati da delinquenti sociali, uomini che hanno ucciso, rubato, umiliato, torturato altri uomini, distrutto popoli fino a commettere delitti come il genocidio. "santi" perché i loro delitti non erano, almeno non solo, finalizzati al loro tornaconto personale, ma perseguendo il loro tornaconto personale hanno imposto la sottomissione degli uomini a Dio. In altre parole, hanno fatto la gloria di Dio. Come dirà Paolo di Tarso, non hanno agito per la carne, ma hanno agito per lo spirito.

Platone, secondo Speusippo, sarebbe stato figlio del dio Apollo e, per questo, fratello di Asclepio. Ci raccontano che Aristone (padre di Platone) in procinto di giacere con la madre di Platone, Perictione, gli appare il dio Apollo che lo convince a non avere un rapporto sessuale con Perictione perché ci avrebbe pensato lui a metterla incinta di Platone. E' lo stesso tema del dio dei cristiani, di Maria e di Giuseppe. Un tema che, prima di arrivare ai cristiani, passa per Scipione l'Africano (ricordiamo il ruolo del circolo degli Scipioni nell'arrivo delle idee dell'Accademia a Roma) la cui madre racconta di essere stata messa incinta da una luce del dio, per ricordare Alessandro Magno che istiga sua madre a confessare che suo padre non era Filippo, ma il dio Ammon.

Speusippo non si inventa una storia di sana pianta se questa tecnica non fosse stata parte del progetto dell'Accademia come dimostra, del resto, la stessa Apologia di Socrate in cui Socrate afferma di essere l'uomo più saggio del mondo perché l'aveva detto Apollo ad un suo amico.

Il mitizzare rispetto ad una rivelazione divina o ad un mandato divino è un modello di tutti i pensatori il cui pensiero tende a legittimare la dittatura e la sottomissione. Il sottomettere gli uomini non dipende dalla loro malvagità o dalla loro incapacità di vivere, ma dipende dalla volontà del dio di cui loro si sentono i portavoce.

In questo modo all'Accademia di Atene ebbe inizio il culto di Platone elevato a dio. E chi poteva discutere le idee assolutistiche e tirannidi di Platone se quelle erano le idee di un Dio o di un inviato del Dio?

Platone, come Gesù, curava gli ammalati. Era figlio di Apollo e fratello di Asclepio e, dunque, un miracolista. La venerazione di Platone fu accentuata anche fra i neoplatonici.

Speusippo nella sua opera, Il banchetto funebre di Platone, pose le basi per il vangelo di Luca quando esaltò l'intelligenza e la memoria di Platone quando era bambino e quanto era studioso nell'adolescenza. Esattamente come Gesù bambino, secondo Luca, stupì al tempio (Vangelo di Luca 2, 46 -). Il modello letterario su cui vengono cuciti i Vangeli sono quelli di Socrate, Platone e quanto fu inventato nell'Accademia di Atene al solo scopo di rendere gli scritti di Platone rivelazione di un dio e impedirne l'analisi critica.

Platone è l'inventore dei modelli filosofici del dominio dell'uomo sull'uomo. E' l'inventore della necessità di "possedere l'uomo con tutto il suo cuore e con tutta la sua anima".

Ogni potere costituito e ogni dittatura avrà in Platone la sua guida e la sua ispirazione. Lo stesso cristianesimo sarà costretto ad usare le invenzioni filosofiche di Platone mettendole a fondamento della propria ideologia religiosa. Solo così poteva dominare l'uomo.

Vale la pena di fare un piccolo elenco delle invenzioni filosofiche di Platone. Serve ricordare che molti dei nomi con cui definiamo le invenzioni di Platone erano già stati usati da filosofi precedenti o appartenevano al mito religioso precedente all'arrivo di Platone. Platone prende quel nome, quell'idea, e la riempie di un suo contenuto. Quando quel nome viene riutilizzato ha perso il significato attribuitogli dai pre-platonici ed ha assunto il nuovo significato platonico col quale si presenta nella società.

Per esempio, quando parliamo di "anima" non intendiamo più il "ciò che anima" per distinguere ciò che è animato da ciò che riteniamo non sia animato, ma intendiamo il significato attribuitogli da Platone: un oggetto diverso dal corpo fisico, che abita il corpo fisico, che ha preceduto in sé la nascita del corpo fisico e che sopravvivrà dopo la morte del corpo fisico sempre uguale a sé stessa e sempre immutabile. Questo modo di pensare l'anima è un concetto introdotto da Platone che, separando il corpo dall'anima, attraverso il controllo dell'anima, impone ai corpi un comportamento, una morale, da osservare mediante una sorta di controllo militare.

L'anima è un oggetto che controlla il corpo e che dice quale morale il corpo deve perseguire. Di fatto, la descrizione che definisce il termine "anima", controlla il corpo degli uomini determinandone i loro comportamenti. Ciò che vuole l'anima dal corpo è ciò che il potere sociale vuole dal corpo. In altre parole è ciò che Dio vuole dai corpi degli uomini.

L'anima, come noi oggi la pensiamo, separata dal corpo è un'invenzione di Platone. Tutta la filosofia parlerà dei "diritti dell'anima" o dei "doveri del corpo nei confronti dell'anima", la filosofia non parlerà mai di corpi che abitano un mondo di esseri viventi.

Scrive Platone nel Timeo:

Per quanto riguarda, poi, la forma di anima che in noi è la più importante, bisogna rendersi conto di questo, ossia che il Dio l'ha data a ciascuno come un dèmone. E' questa la forma di anima che noi diciamo che abita nella parte superiore del corpo m e che dalla terra ci innalza verso la realtà che ci è congenere nel cielo, in quanto noi siamo piante non terrestri ma celesti.

Platone, Timeo 90 A, in Tutti gli Scritti, Bompiani, 2014, p.1409

Con l'invenzione dell'anima, che precede la nascita del corpo e che continuerebbe l'esistenza dopo la morte del corpo mantenendo un controllo costante sul corpo, Platone si inventa la reincarnazione. C'erano concetti che hanno preceduto il concetto di reincarnazione di Platone? Può essere o può non essere. A noi non sono pervenuti dati certi sui pensatori che hanno preceduto Platone. Molte informazioni su filosofi precedenti sono desunte da quanto Platone dice o da quanto dicono chi viene anche molto dopo Platone. Platone è inattendibile. Spesso ciò che lui afferma lo attribuisce ad altri per non assumersi la responsabilità di dirlo in prima persona.

Avendo inventato la reincarnazione, in cui l'individuo più "squallido" è quello che si reincarna in una donna, deve privare i corpi della loro esperienza prodotta dal loro lavoro e dalla loro attività. Platone si inventa la reminiscenza. Non sono gli uomini che abitano il mondo, che imparano e che si modificano imparando, ma, secondo Platone, gli uomini si limiterebbero a ricordare le esperienze nelle vite passate. Solo che si è dimenticato di dire cosa le persone ricordassero nelle vite passate delle loro esperienze passate. L'uomo non è prezioso perché abita con impegno e passione il mondo, ma le persone impegnate vanno umiliate perché devono limitarsi a ricordare.

Platone si inventa la possessione diabolica. Il Daimon in Grecia, era l'aspetto divino di ogni essere vivente. Gli stessi Dèi erano potenti Daimon e gli uomini avevano quel potere divino che alimentavano durante la loro vita e che partorivano alla morte del corpo fisico. Platone separa l'uomo dalla sua parte divina che chiama "anima" e separa l'uomo, come corpo e come anima, dalle tensioni che lo spingono ad agire nel mondo attribuendole ad oggetti esterni che chiama "demoni".

Questa operazione viene fatta attraverso l'Apologia di Socrate quando Socrate dice:

Scrive Platone facendolo dire a Socrate:

Non c'è, o carissimo; e se tu non vuoi dirlo, lo dico io, a te e agli altri che sono qui presenti! Ma tu rispondi almeno a ciò che segue a questo. Ci può essere qualcuno che creda esistano forze demoniache, ma che non creda esistano dèmoni? Non c'è. Mi hai fatto cosa gradita nel darmi risposta, anche se a mala pena e per costrizione di quelli che sono qui presenti. Dunque, tu sostieni che io credo e che insegno che esistano cose demoniache; orbene, che tali cose siano nuove o che non lo siano, stando al tuo discorso, in ogni caso, io crederei che esistano realtà demoniache e ne hai fatto anche giuramento nel tuo atto di accusa. Ma se io credo nell'esistenza di cose demoniache, allora è veramente necessario che io creda che esistano anche dèmoni. Non è così? è proprio così. Suppongo che tu sia consenziente, dal momento che non fornisci una risposta. E i dèmoni non diciamo che siano dèi o figli di dei? Dici sì, o no? Certamente. Dunque, se io credo, come tu sostieni, che esistano dèmoni, e se i demoni sono certi dèi, proprio questo risulta essere quello che io dico che tu presenti come enigma e che fai per gioco; intendo il tuo affermare che io non credendo che esistano gli dèi credo all'opposto che ci siano dèi perché credo che esistano dèmoni. Se, poi, i dèmoni sono certi figli spuri di dei, che sono nati da ninfe o da altre madri di cui si racconta, allora quale uomo potrà ritenere che esistano figli di dèi, ma che non esistano dèi? Sarebbe una cosa assurda, proprio come se uno credesse che esistano figli di cavalle e di asini, ossia i muli, ma non credesse che esistano cavalle e asini.

Platone, Apologia di Socrate 27, D – E, in Platone, Tutti gli scritti, Bompiani 2014 p. 33

E ancora:

Forse potrebbe sembrare che sia assurdo il fatto che io, in privato, consigli queste cose, andandomene attorno, e che mi dia tanto da fare, e che, invece, in pubblico non osi, salendo sulla tribuna per parlare alla folla, dare consigli alla Città per quello che è il vostro interesse. La causa di questo fatto è quello che mi avete sentito dire molte volte e in vario modo, ossia che in me si manifesta qualcosa di divino e di demoniaco, quello che anche Meleto, facendo beffe, ha scritto nell'atto di accusa. Questo che si manifesta in me fin da fanciullo è come una voce che, allorché si manifesta, mi dissuade sempre dal fare quello che sono sul punto di fare, e invece non mi incita mai a fare qualcosa. E' appunto questo che mi distoglie dall'occuparmi di affari politici.

Platone, Apologia di Socrate 31, C – D Platone, Tutti gli scritti, Bompiani 2014 p. 37

Non è Socrate ad essere intelligente o saggio, ma è il Demone che agisce dentro di lui e che lo costringe ad essere intelligente e saggio.

Da questo spunto viene elaborato il concetto di "possessione diabolica" fatto proprio dai vangeli cristiani e riversato nel cristianesimo come metodo per spiegare il comportamento dell'uomo che non fosse in sintonia con quanto i cristiani credono che debba essere il comportamento dell'uomo. Su questo modello si scrivono i vangeli cristiani.

Un'altra invenzione di Platone è quella dell'uomo che "agisce per volontà di Dio". Sempre nell'Apologia di Socrate, Socrate stesso afferma di agire per volontà e mandato del dio.

Scrive Platone:

"E a me questo, come ancora vi dico, è stato comandato dal Dio, con oracoli e con sogni e in tutti quei modi con cui, talora, anche in altri casi, il destino divino comanda all'uomo di compiere una certa cosa."

Platone, Apologia di Socrate 33, C, Platone, Tutti gli scritti, Bompiani 2014 p. 38

E ancora:

"Ora mi sono accadute cose, come vedete anche voi, che si possono ritenere, e che vengono considerate, mali supremi. Invece il segno del Dio non si è opposto a me, né mentre uscivo di casa, né mentre salivo qui in tribunale, e neppure durante il discorso, in nessuna occasione mentre io mi accingevo a dire qualcosa."

Platone, Apologia di Socrate 40, A – B, Platone, Tutti gli scritti, Bompiani 2014 p. 44

E ancora:

"Se io vi dicessi che questo significherebbe disubbidire al Dio e che per questa ragione non sarebbe possibile che io vivessi in tranquillità, voi non mi credereste, come se io facessi la mia "ironia"."

Platone, Apologia di Socrate 37 E, 38 A, Platone, Tutti gli scritti, Bompiani 2014 p. 42

L'invenzione di Platone, nata probabilmente come un gioco letterario, diventa il modello per "il figlio di Dio". Socrate è solo l'inviato di Dio. L'uomo più saggio del mondo perché lo ha detto il Dio. Ma da questo al "figlio di Dio" ci sono i passaggi dei figli degli Dèi che riempivano la mitologia ma che, a differenza dell'inviato figlio di Dio, agivano essi stessi nel mondo e non andavano farneticando "In verità, in verità vi dico…".

Un'altra invenzione di Platone è "la povertà come misura della veridicità del filosofo".

Scrive Platone:

"E se da queste cose traessi qualche giovamento e dessi consigli per ricevere qualche compenso in denaro, una qualche motivazione ci sarebbe. Ma ora lo vedete pure voi stessi che i miei accusatori, i quali mi hanno accusato delle altre cose in modo così spudorato, per questo non sono stati a tal punto spudorati da portare un solo testimone da provare che io anche una sola volta mi sia fatto pagare o che abbia preteso un qualche compenso. Il testimone atto a provare che io dico il vero, ve lo porto invece io: la mia povertà!"

Platone, Apologia di Socrate 31, B – C, Platone, Tutti gli scritti, Bompiani 2014 p. 36 – 37

Dico il vero perché sono povero o sono povero perché dico il vero? Da questo meccanismo nascono i cinici. Antistene fu il fondatore dei cinici, allievo di Socrate (si dice) e spesso anche in polemica con Platone. Quando i cristiani costruiranno la figura di Gesù, saranno molto attenti a riprodurre questo modello platonico. Gesù nei vangeli non possiede casa, non si sa come abbia i vestiti e con che denaro compri il cibo. Gesù non lavora, è un fannullone con soldi a disposizione, ma senza una ricchezza da ostentare (salvo nell'episodio del profumo) perché questo, nel modello platonico, lo farebbe passare per "veritiero": "Non voglio soldi per quello che vi dico!" però voi mettetevi in ginocchio davanti a me e riconoscetemi come il vostro padrone figlio del Dio padrone del mondo.

Platone costruisce una nuova dimensione degli Dèi: gli Dèi come re e padroni di uomini. Il concetto che gli Dèi "governano il mondo" c'era anche prima di Platone, ma non c'era il concetto che gli Dèi fossero padroni (o re) di uomini che dovevano obbedire.

Scrive Platone nel Crizia:

A quei tempi gli dèi si erano divisi a sorte, paese per paese, tutta quanta la terra senza che insorgesse alcun motivo di lite. Sarebbe, infatti, inconcepibile che gli dèi ignorassero ciò che a ciascuno di loro conveniva, oppure che, ben sapendo quello che più era confacente ad altri, alcuni avessero voluto impossessarsene al prezzo di contese. Avvenne dunque che essi ottennero, per via del sorteggio fatto da Giustizia, proprio quelle regioni che desideravano, e così si misero a colonizzarle. Dopo di che, come fa il pastore coi suoi armenti, così anch' essi allevarono noi uomini che eravamo per loro possesso e gregge. Con una differenza, però: che gli dèi non usavano corpi per costringere altri corpi, nel modo che i pastori usano per tenere il gregge, cioè a suon di bastonate, ma come per lo più si condurrebbe un animale domestico: cioè guidandolo da tergo. Così appunto gli dèi conducevano e dirigevano la stirpe umana: secondo il loro disegno, con la forza della persuasione ne tenevano l'animo quasi ne reggessero il timone. Ma, mentre tutti gli altri dèi, chi in un posto chi nell'altro accudivano alle terre ottenute in Sorte, Efesto ed Atena forse perché avevano natura affine essendo figli dello stesso padre, o forse perché avevano le stesse aspirazioni, mossi com'erano dall'amore per il sapere e per l'arte - ebbero ambedue in sorte quest'unica regione, come loro terra di elezione, spontaneamente fertile di virtù e saggezza. Così in essa fecero nascere uomini virtuosi, e ispirarono nelle loro menti l'ordine politico.

Platone, Crizia 109 C – D, in Platone, Tutti gli scritti, Bompiani, 2014, p. 1422

Efesto ed Atena erano uniti per l'arte della fusione del bronzo. Aggiungendo olio d'oliva al fuoco si poteva alzare la temperatura e raggiungere quei 1100 gradi che portava il rame al punto di fusione. L'unione dei due Dèi è talmente antica da essere ignorata da Platone. Platone inventa la forma degli Dèi come "pastori di uomini" una forma che verrà fatta propria dai cristiani che ridurranno i popoli a bestiame da pascolare.

Platone inventa il Demiurgo. Il Dio creatore che, per non entrare in conflitto col sistema religioso del suo tempo, afferma che tale Dio creatore ha creato anche gli Dèi.

Scrive Platone nel Timeo:

Creazione dei pianeti come strumenti del tempo

Dunque, in base a tale pensiero e ragionamento del Dio intorno alla generazione del tempo, ossia affinché il tempo si generasse, furono fatti il sole e la luna e cinque altri astri, che hanno nome di pianeti, per la distinzione e la conservazione dei numeri del tempo.
E formati i corpi di ciascuno di essi, Dio li collocò nelle orbite nelle quali si muoveva il circuito circolare del Diverso. Essendo sette gli astri, sette sono le orbite. Pose la Luna nella prima intorno alla terra, il Sole nella seconda al di sopra della terra. Lucifero e quello che è detto sacro ad Ermes li fece procedere in un ciclo per velocità pari a quello del Sole, ma avendo in sorte direzione contraria ad esso. Per questo il Sole, il pianeta di Ermes e Lucifero raggiungono il Sole e sono raggiunti l'uno dall'altro nella stessa maniera.
Per quanto riguarda gli altri pianeti, poi, dove li ha collocati e per quali ragioni, se uno volesse esporre minutamente tutto quanto, essendo argomento collaterale, ci comporterebbe più lavoro che non quello a motivo del quale viene fatto. Ma su questo, forse, si potrà fare una degna esposizione, avendo tempo a disposizione, più tardi.
Dopo che ciascuno degli astri, che erano destinati a costituire il tempo, giunse nell'orbita che a lui conveniva, e dopo che tutti i loro corpi avvinti con vincoli vitali divennero viventi ed appresero ciò che era stato a loro prescritto, allora, seguendo il moto del Diverso, che è obliquo e passa attraverso il moto dell'Identico e ne è dominato, e girando l'uno di essi in un'orbita maggiore e l'altro in una minore, quelli dell'orbita minore giravano più rapidamente e quelli della maggiore più lentamente. E per il movimento dell'Identico gli astri che giravano velocissimamente apparivano essere raggiunti da quelli che giravano più lentamente, mentre in realtà li raggiungevano. Infatti, il movimento dell'Identico, avvolgendo tutte le loro orbite in forma di spirale, a motivo del fatto che essi procedevano per due vie diverse in senso contrario simultaneamente, i pianeti che si allontanavano più lentamente da esso, che è velocissimo, risultavano essere vicinissimi ad esso.
E affinché ci fosse una misura chiara della loro reciproca lentezza e velocità, secondo cui i pianeti procedono per le loro otto orbite, il Dio nel secondo cerchio rispetto alla Terra accese un lume, che noi ora chiamiamo appunto Sole, affinché illuminasse il più possibile tutto il cielo, e affinché tutti i viventi per i quali era conveniente partecipassero del numero, apprendendolo dalla rotazione dell'Identico e del Simile.
La notte, dunque, ed il giorno nacquero così per queste ragioni, e rappresentano il ciclo del movimento circolare uno e sapientissimo. E il mese si compie quando la Luna, dopo aver percorso il proprio cerchio, raggiunga il Sole; e l'anno quando il Sole abbia percorso il proprio cerchio.
Invece ai cicli degli altri pianeti, in quanto gli uomini, se non pochi tra molti, non ne hanno conoscenza, non danno un nome, né misurano i rapporti che hanno gli uni con gli altri mediante i numeri; di conseguenza, per così dire, non sanno che sono tempo anche i moti di questi pianeti, che sono di quantità smisurate e mirabilmente vari. Tuttavia, non è impossibile comprendere che il numero perfetto del tempo compie l'anno perfetta, quando le velocità di tutti gli otto cicli, compiendosi nello stesso tempo rispettivamente, ritornino al punto d'inizio, misurate col ciclo dell'Identico, che procede in maniera uniforme.
In questo modo e per queste ragioni furono generati tutti quegli astri che corrono per il cielo e hanno ritorni, affinché questo cosmo fosse somigliantissimo al Vivente perfetto e intelligibile, a motivo dell'imitazione della realtà eterna.
E tutte le altre cose, fino alla generazione del tempo, erano state eseguite a somiglianza di ciò che Egli imitava; ma, siccome il cosmo non comprendeva ancora in sé tutti quanti i viventi che dovevano essere generati, in questo che mancava era ancora dissomigliante dal modello.
Ora, questo che mancava Egli lo compì modellandolo sulla natura del modello.
Come, dunque, l'Intelligenza contempla le Idee che sono contenute nel Vivente che è, quali e quante sono in lui contenute, tali e tante pensò che anche questo dovesse avere.
E tali Idee sono quattro: una è la stirpe celeste degli dèi: un'altra è quella alata che va per l'aria; la terza è la specie acquatica, mentre la quarta è quella pedestre e terrestre.
La maggior parte dell'Idea del divino la realizzò di fuoco, affinché fosse luminosissima e bellissima a vedersi. E facendola simile all'universo la produsse ben rotonda e la pose nell'intelligenza del cerchio più potente come suo seguace, e la distribuì in circolo per tutto il cielo, perché fosse un vero ornamento ad esso e vario nella sua totalità.
E a ciascuno di questi, poi, assegnò due movimenti: l'uno in se stesso e nel medesimo modo, in quanto ciascuno pensa sempre in sé le medesime cose; l'altro movimento, invece, in avanti, in quanto ciascuno è dominato dal moto circolare dell'Identico e Simile. E rispetto agli altri cinque movimenti, poi, Egli fece ciascuno immobile e fisso, affinché ciascuno diventasse ottimo in sommo grado. Da questa causa furono generati quegli astri che non sono erranti, viventi divini ed eterni, i quali allo stesso modo e nello stesso luogo ruotando stanno sempre immobili. Invece quelli che ruotano ed hanno un siffatto corso errabondo, sono stati generati nel modo che s'è detto prima.
La Terra, poi, nostra nutrice, stretta intorno all'asse che si estende attraverso l'Universo, Egli la costruì custode ed artefice della notte e del giorno, la prima e la più antica fra gli dèi, quanti sono stati generati dentro al cielo.
Quanto, poi, alle danze di questi astri e ai loro incontri reciproci e ai percorrimenti dei loro cerchi in se medesimi e alle loro processioni, e quali di tali dèi nelle congiunzioni si avvicinino reciprocamente e quali si oppongono fra di loro, e dietro a quali e in quali tempi tal uni di essi a vicenda e ci si nascondano e di nuovo, riapparendo, a chi non sappia fare i calcoli mandino paure e segni delle cose che in seguito dovranno accadere: ebbene, il discorrere di queste cose senza avere sotto gli occhi immagini di esse, sarebbe una vana fatica.
Ma a noi bastino queste cose, e i nostri discorsi sul conto della natura degli dèi visibili e generati abbiano, a questo punto, conclusione.

Generazione degli dèi di cui parla la mitologia

Dire, poi, e conoscere la generazione degli altri dèmoni, è cosa maggiore delle nostre capacità; e bisogna credere a quelli che ne hanno parlato in precedenza, perché essi, essendo discendenti degli dèi, come dicevano, dovevano conoscere certamente i loro progenitori. Dunque, è impossibile non prestar fede ai figli di dèi, anche se parlino senza dimostrazioni verosimili né necessarie. Ma, poiché sostengono di riferire cose di famiglia, obbedendo alla legge dobbiamo credere a loro.
Dunque, per noi, la generazione di questi dèi come essi la riferiscono, così sia e così la si dica. Da Gea e da Urano nacquero Oceano e Teti; e da questi nacquero Forci e Crono e Rea e quanti con essi, e da Crono e da Rea nacquero Zeus ed Era e tutti quanti sappiamo che sono detti loro fratelli, e ancora altri discendenti di questi.

Il Demiurgo affida agli dèi creati il compito di creare i viventi mortali

Poiché, dunque, tutti gli dèi furono generati, quanti si aggirano per il cielo e quanti appaiono in maniera visibile nella maniera in cui vogliono, il Generatore dell'Universo disse a loro le seguenti parole: «O dèi figli di dèi, io sono Artefice e Padre di opere che, generate per mezzo mio, non sono dissolubili, se io non voglio. Infatti, tutto ciò che è legato può dissolversi; ma voler dissolvere ciò che è stato connesso in maniera bella e in buona condizione, è da malvagio. Per queste ragioni e poiché siete stati generati, non siete totalmente indissolubili. Ma non sarete disciolti e non vi toccherà un destino di morte, poiché avete a vostro vantaggio la mia volontà, che è un legame ancora maggiore e più forte di quello dal quale siete stati legati allorché siete nati. Ora, dunque, imparate ciò che vi dico e vi indico. Restano ancora da generare tre generi di mortali. E se questi non vengono generati, il mondo sarà incompleto: infatti non avrà in se medesimo tutti i generi di viventi. Eppure deve averli, se deve essere perfetto in maniera conveniente. Ma se questi si generassero ed avessero vita per opera mia, diventerebbero uguali agli dèi. Perché, dunque, siano mortali e questo universo sia veramente completo, occupatevi voi, secondo natura, alla costituzione dei viventi, imitando la mia potenza che attuai nella vostra generazione. E per quanto riguarda quella parte che nei viventi conviene abbia il nome in comune con gli immortali e che è detta divina e che governa in coloro che vogliono seguire giustizia e voi, io ne fornirò il seme e il principio. Per il resto voi, intessendo il mortale all'immortale, producete gli animali e generateli, e fornendo loro il nutrimento allevateli, e quando periscono riceveteli nuovamente».

Creazione e destinazione delle singole anime

Disse queste cose, e di nuovo nel cratere di prima, nel quale aveva temperato e mescolato l'anima dell'universo, versò le cose che erano avanzate di quelle usate prima, mescolandole quasi alla stessa maniera, ma non pure alla stessa maniera, ma seconde e terze in purezza.
Dopo che ebbe costituito tutto, lo divise in anime, tante di numero quanti erano gli astri, distribuì ciascuna anima a ciascun astro, e postele in tal modo come su un veicolo, mostrò loro la natura dell'universo e disse loro le leggi fatali. Disse che la prima generazione sarebbe stata stabilita come una sola per tutte, affinché nessuna ricevesse da Lui meno del dovuto, e che tutte quante in ciascuno degli organi del tempo conveniente a ciascuna, avrebbero dovuto produrre il più religioso degli animali. E poiché la natura umana è duplice, il genere migliore sarebbe stato quello il quale poi si sarebbe chiamato sesso maschile.
E quando le anime fossero state di necessità innestare nei corpi e al loro corpo una cosa si aggiungesse e un'altra si separasse, sarebbe stato necessario che da queste violente passioni si generasse un sentimento connaturato in tutte, e amore commisto a piacere e a dolore, e, oltre a questi, paura e ira e tutte le altre passioni che seguono a queste, e quelle che hanno natura contraria. E se le anime dominassero tali passioni, vivrebbero nella giustizia; se, invece, ne fossero dominate, vivrebbero nell'ingiustizia.
E colui che vivesse bene il tempo assegnatogli, ritornato di nuovo nell'abitazione dell'astro a lui affine, avrà vita beata e conforme alla sua natura. Ma chi fallisse in queste cose, nella seconda generazione trapasserebbe in natura di donna. E se neanche in questa condizione desistesse dal male, secondo la somiglianza del tipo di malvagità in lui generata, si muterebbe sempre in qualche corrispondente natura ferina; e, continuando a mutare, non cesserebbe dagli affanni, prima che egli, perseguendo la rivoluzione dell'Identico e del Simile che ha in se medesimo, vincendo con la ragione la grande massa, che anche successivamente gli si era aggiunta provenendo dal fuoco e dall'acqua e dall'aria e dalla terra, massa tumultuante e irrazionale, riacquistasse la forma della prima ed ottima costituzione.
Dopo che Egli aveva promulgate ad essi tutte queste leggi, affinché non fosse causa della malvagità futura di ciascuno, seminò alcuni di essi sulla terra, altri sulla luna, altri su tutti gli altri strumenti del tempo.
E agli dèi giovani Egli affidò ciò che seguiva a tale semina, ossia il compito di plasmare i corpi mortali e ciò che ancora restava, ossia quanto era ancora necessario aggiungere all'anima umana, e procurando questo e tutto ciò che consegue a questo, dominassero e governassero il vivente mortale nella misura del possibile nel modo migliore e più bello, almeno in quanto egli non diventasse egli stesso causa dei propri mali.
E dopo aver ordinato queste cose, Egli rimase nel proprio stato, in modo conforme alla sua natura.

Creazione dei corpi mortali

E mentre Egli permaneva in quel suo stato, i Figli, avendo compreso l'ordine impartito dal Padre, ubbidivano ad esso, e, preso il principio immortale del vivente mortale, imitando il loro Artefice, presero a prestito dal cosmo, col patto che in seguito avrebbero dovuto restituire, particelle di fuoco, di terra, di acqua e di aria, le congiunsero insieme, non con quei legami indissolubili con i quali essi erano avvinti, ma connettendole con chiodi invisibili per la loro piccolezza, e fatto di tutte una unità per ogni singolo corpo, legarono i circoli dell' anima che è immortale nel corpo che è soggetto ad efflussi e ad influssi.

Platone, Timeo, 38 D – 43 A, Platone, Tutti gli scritti, Bompiani 2014 p. 1367 – 1371

La creazione di Platone tende ad essere più elaborata della creazione della bibbia. Questo perché Platone tenta di coinvolgere l'intera filosofia che lo ha preceduto trasformando la realtà nel prodotto della volontà del Demiurgo platonico.

Il Dio della bibbia è un Dio di un popolo arrogante e culturalmente analfabeta. La bibbia raccoglie un Dio che crea mediante un colpo di bacchetta magica. Al contrario, Platone cerca di essere più sofisticato. Argomenta maggiormente e il Dio creatore di Platone è quasi un costruttore.

Scopo dell'idea del Demiurgo, il Dio creatore, è privare gli uomini di ogni merito nella loro esistenza. L'uomo è merce creata da Dio. Non ha diritti, non deve rivendicare nulla, deve solo sottomettersi ed obbedire ai "filosofi metafisici" che dicono all'uomo che cosa il loro Dio creatore vuole da loro.

L'uomo non è più il cittadino, il soggetto sociale, l'uomo deve obbedire a chi lo ha creato e ha creato anche chi lo comanda. E l'uomo vile diventa una donna, una sottospecie di essere umano, che deve essere privata delle prerogative che Platone ancora riconosce all'uomo.

Tutta la filosofia pre-platonica sparisce. L'uomo è creato da Dio e nessuno può dire diversamente. L'uomo è uno schiavo di Dio e delle leggi che Dio ha stabilito e che Platone descrive conoscendo esattamente cosa Dio vuole dall'uomo.

Con quest'azione Platone vuole essere riconosciuto il padrone degli uomini, in diritto di dominarli, perché lui sa che cosa Dio vuole e come Dio ha creato l'uomo.

Platone lancia l'idea dell'eugenetica per selezionare gli uomini funzionali allo Stato e al dominio sociale di cui si immagina padrone.

Scrive Platone nella "Repubblica":

Le astuzie del legislatore per mantenere pura la razza dei Custodi

«E' proprio così - aggiunsi -. D'altra parte, caro Glaucone, accoppiarsi così, senza una regola, e agire come capita, in una Città di uomini felici non sarebbe una cosa santa e pertanto sarebbe vietata dai reggitori».
«E infatti non è giusto», ne convenne.
«E' chiaro dunque che il passo successivo consisterà nell'istituire matrimoni il più possibile santi: santi nel senso di particolarmente utili».
«Precisamente».
«E a quali condizioni potranno essere particolarmente utili? Dimmi un po', Glaucone: io vedo in casa tua mute di cani da caccia e stormi di uccelli pregiati, e, per Zeus, non hai mai notato come si accoppiano e come allevano i loro nati?»,
«E come?», domandò.
«Innanzi tutto, fra questi stessi esemplari, per quanto siano tutti di razza selezionata, non ce ne sono forse alcuni che sono meglio degli altri?».
«Sì, ci sono».
«E allora, permetti che tutti generino, indifferentemente, o ti piacerebbe che generassero di preferenza i migliori?».
«I migliori».
«E chi, in particolare: i più giovani, i più vecchi o quelli che sono nella piena maturità fisica?».
«Senz' altro, coloro che sono nella piena maturità fisica».
«E se gli incroci non avvenissero secondo queste regole, non pensi tu che la razza dei tuoi uccelli e dei tuoi cani andrebbe rapidamente decadendo?».
«Penso di sì», disse.
«E credi – continuai - che sia diverso per i cavalli e per gli altri animali?». «Sarebbe assurdo», ammise lui. «Ah, caro amico - esclamai -, dovranno ben essere eccelsi i nostri reggitori, se quello che s'è detto vale anche per il genere umano».
«E proprio così - disse -. Ma perché?».
«Perché - risposi - si dovrà correre a non pochi ripari. E se, a nostro giudizio, basterebbe un medico, neppur troppo esperto, quando si tratta di corpi che non han bisogno di medicine, ma che semplicemente vogliono sottoporsi ad una dieta, stiamo pur certi che ne occorrerebbe uno di ben altro valore, qualora ci fosse davvero bisogno di una cura».
«E' vero, ma a che scopo dici ciò?». «A questo - risposi -. C è il rischio che i nostri reggitori siano costretti a ricorrere a continue bugie e inganni nell'interesse dei loro stessi amministrati; e abbiamo già riconosciuto che tutte queste bugie, quando sono a fin di bene, hanno il valore di farmaci».
«E a giusta ragione», riconobbe. «E' proprio questa "giusta ragione" che in fatto di matrimoni e di allevamento dei figli deve realizzarsi il più spesso possibile».
«E come?».
«Se dobbiamo tener conto - risposi - di ciò che abbiamo già ammesso, conviene che gli uomini migliori si accoppino con le donne migliori il più spesso possibile e che, al contrario, i peggiori si uniscano con le peggiori, meno che si può; e se si vuole che il gregge sia veramente di razza occorre che i nati dai primi vengano allevati; non invece quelli degli altri E questa trama, nel suo complesso, deve essere tenuta all'oscuro di tutti, tranne che dei reggitori, se si desidera che il gruppo dei guardiani sia per lo più al sicuro da sedizioni».
«Benissimo», disse.
«Dunque, stabiliremo ufficialmente delle feste in cui le future spose e i loro pretendenti si troveranno insieme; in queste occasioni si celebreranno sacrifici e si faranno comporre dai nostri poeti inni adatti alle nozze che si stanno facendo. Il numero complessivo dei matrimoni lo faremo decidere dai reggitori, i quali avranno come obiettivo il mantenimento a livello costante della popolazione, cosicché, tenendo conto delle guerre, delle epidemie, e di tutte le altre calamità del genere, lo Stato non sia né eccessivamente popoloso, né troppo scarso di uomini».
«Giusto», disse.
«Io credo che si dovrà anche trovare una qualche forma di sorteggio truccato la quale faccia sì che la parte dei meno dotati di cui si è parlato incolpi dell'unione che le tocca non i reggitori, ma la sorte».
«Non saran certo trucchi da poco», osservò.

La scelta degli individui e del tempo migliore per l'accoppiamento

«E ai giovani che si distinguono in guerra o in altri campi bisogna conferire, oltre ai premi e alle altre onorificenze anche la possibilità di giacere con le donne il più spesso possibile, per far sì che, con questo sotterfugio, la maggior parte dei figli nasca dal loro seme».
«Giusto».
«Pertanto, man mano che i figli vengono alla luce, troveranno ad accoglierli delle commissioni di magistrati a ciò preposte, le quali possono essere formate da soli uomini, o da sole donne, o anche possono essere miste, in quanto le cariche dello Stato sono comuni agli uomini e alle donne».
«D'accordo».
«E queste commissioni, a mio parere, presi in consegna i figli dei migliori, dovrebbero portarli in asili ubicati in parti isolate della Città dove abitano speciali nutrici. Invece, i figli della parte peggiore, o anche quelli della parte migliore fisicamente malformati, per ragioni di convenienza, verranno nascosti in un luogo inaccessibile e sconosciuto».
«Non c'è scelta - convenne-, se si vuole conservare pura la razza dei Custodi».
«Dunque, i magistrati incaricati del loro nutrimento avranno cura di condurre le madri in periodo di allattamento in quell'asilo, mettendo però in atto tutti gli artifizi possibili perché nessuna di esse sia in grado di riconoscere il proprio figlio e avendo altresì cura di procurare delle altre madri, quando queste non avessero sufficiente latte. Fra i compiti di questi magistrati ci sarà pure quello di controllare che il periodo di allattamento non si protragga troppo e di assegnare alle nutrici e alle bambinaie il compito di curare i piccoli di notte e in ogni altra circostanza».
E quello, di rimando: «Certo che tu concedi un trattamento di favore alle donne dei Custodi in maternità?»
«Ho i miei buoni motivi - ribattei -. Ma passiamo al secondo punto, come avevamo predisposto. Avevamo detto che i figli dovevano essere generati da chi era nel pieno del vigore fisico».
«E' vero».
«Orbene, sei d'accordo con me che il fiore della vita duri per la donna vent'anni e per l'uomo trenta?».
«E quali sono questi anni?», domandò.
«Nel nostro Stato una donna si intende in età feconda dai venti anni fino ai quaranta; un uomo, invece, genererà per lo Stato dal momento in cui ha raggiunto il punto massimo della sua corsa, fino all'età di cinquantacinque anni».
«Sia in un caso che nell'altro - ne convenne - in questo periodo di tempo si tocca il culmine del vigore fisico e intellettuale».
«Pertanto, se qualcuno al di sotto o al di sopra di questi limiti di età si mettesse in mente di generare figli alla società, il suo gesto lo considereremo come un peccato contro la volontà degli dèi e contro la legge. Invero è come se avesse generato per lo Stato un figlio, il quale, posto anche che sfuggisse al pubblico controllo, sarà comunque il frutto di un concepimento non consacrato e non benedetto dalle preghiere che sacerdoti, sacerdotesse e la Città intera elevano in occasione di ogni matrimonio, perché dai buoni venga una prole ancor migliore, e da chi serve utilmente lo Stato figli ancor più utili. Questo figlio, al contrario, sarà stato concepito nell'oscurità, frutto di una riprovevole intemperanza»,
«Giusto», approvò quello.
«E la stessa legge - aggiunsi - vale anche nel caso in cui un uomo in età consentita per la generazione si unisca a una donna anch'essa nella medesima età senza che il magistrato li abbia uniti in matrimonio. Diciamo infatti che in tal modo egli introduce nella Città un figlio illegittimo e non conforme alla religione».
«Giustissimo», disse.
«Quando, penso io, uomini e donne sono usciti dalla fascia di età in cui è concesso generare, avranno sì la libertà di accoppiarsi con chi vogliono ( ma non con la figlia, la madre, le nipoti e gli ascendenti della madre, e nel caso delle donne col figlio, col padre e con gli ascendenti e discendenti di questo), ma, in ogni caso, si raccomanda loro di mettere ogni cura a che neppure un concepito veda la luce, e se proprio dovesse nascere e non ci fosse altra possibilità, lo si tratti come se per lui non ci fosse di che alimentarsi».

La comunione dei figli e la sua utilità per lo Stato

«Anche questo - riconobbe - è ben detto. Ma i padri, le figlie e tutti i parenti che hai or ora menzionato, come si riconosceranno fra di loro?».
«In nessun modo - risposi io -. Ma a partire dal giorno in cui uno si sposa, quei bambini che nascono nel settimo o nel nono mese, saranno chiamati figli se sono maschi e figlie se sono femmine, e quelli, a loro volta, chiameranno lui padre; e inoltre i nati di questi li chiamerà nipoti, e per loro quelli della sua generazione saranno nonni e nonne. Infine, i giovani che hanno visto la luce nel periodo in cui le madri e i padri generavano, si considereranno fra loro fratelli e sorelle e quindi non potranno avere rapporti sessuali. La legge, tuttavia, non vieta che essi convivano, purché la sorte lo disponga e la Pizia non disapprovi».

Platone, Repubblica, 459 A – 461 E, Platone, Tutti gli scritti, Bompiani 2014 p. 1182 – 1195

Platone considera le persone bestiame per il suo stato. Quello in cui egli comanda e tutti devono obbedire anche ricorrendo a sotterfugi. Selezionare le persone come le bestie per ottenere lo stesso risultato che si vuole ottenere dalle pecore, dai cani e dai cavalli solo che qui non si tratta di corpi fisici, ma si tratta di selezionare anche e soprattutto il modo di pensare. Questo sistema di Platone sarò introdotto nel cristianesimo che prenderà i bambini piccolissimi e li rinchiuderà in convento per produrre le persone che non potranno mai più affrontare la vita se non credendo in Dio e in Gesù. Se non identificandosi in Dio o in Gesù e riproducendo quei delitti devastanti che hanno distrutto le società.

La selezione della razza è l'obiettivo di Platone che si unirà all'idea del "popolo eletto" o della "razza superiore" in diritto di dominare tutte le altre. Una razza di servi selezionata da un padrone o da dei padroni che come Dèi decidono quali rapporti sessuali si devono avere, quando e con chi per il "bene supremo" di uno stato canaglia partorito dalla malattia mentale di Platone.

Eugenetica malvagia e perversa che diventerà quella del positivismo prima e del nazismo poi portato centinaia di migliaia di persone nei sanatori mentali, nei campi di concentramento e nei campi di sterminio. L'idea del dittatore, ideologo di dittatori, Platone che devasta la società degli uomini perché incapace di vivere da uomo fra gli uomini, ma necessita di veicolare il suo delirio di onnipotenza.

Platone esaspera il concetto della donna come "schifezza" o "abominio" del genere umano.

Delle donne, scrive Platone nel Timeo:

Ora, sembra che sia giunto al termine quello che ci è stato proposto all'inizio, ossia di discorrere dell'universo fino alla generazione dell'uomo. Per quanto riguarda gli altri animali, come a loro volta siano nati, ne faremo solo cenno in breve, senza dilungarci più dell'occorrente. In questo modo, infatti, potremo credere di aver mantenuto la giusta misura nei discorsi fatti su queste cose.
Ecco, dunque, quello che dobbiamo dire a questo riguardo.
Degli uomini che sono nati, quanti sono stati vili e hanno trascorso la vita in maniera ingiusta, secondo un discorso verosimile, nella seconda generazione si sono trasformati in donne. E in quel tempo, gli dèi idearono l'amore della congiunzione, costituendo un essere vivente dotato di anima dentro di noi, e un altro nelle donne, e producendo l'uno e l'altro nel modo che segue.
TI canale in cui scorre la bevanda, là dove il liquido, procedendo attraverso il polmone sotto i reni, entra nella vescica per essere spinto fuori dall'aria, gli dèi lo hanno messo in comunicazione per mezzo di canali con il midollo, che dalla testa per la cervice è condensato lungo la spina dorsale, e che nei discorsi di sopra abbiamo chiamato seme. Tale midollo, poi, in quanto è animato e ha trovato respiro in quel punto in cui ha trovato respiro, infonde il desiderio vitale dell'emissione e fa sorgere l'amore del generare.
Perciò negli uomini l'organo genitale risulta essere non ubbidiente e prepotente, come un animale che non vuole sentire ragione, e cerca di aver predominio su tutto con le sue furibonde passioni.
E a loro volta, nelle donne quelle che sono chiamati matrice e utero, per queste medesimi ragioni sono come un animale desideroso di generare suoi figli, il quale, quando rimanga senza frutto per molto tempo dopo la sua stagione, lo sopporta male e si irrita e va errando per ogni parte del corpo, ostruendo le vie d'uscita dell'aria non permettendo di respirare, porta a difficoltà estreme e produce malattie di ogni genere. E questo dura fino a quando il desiderio e l'amore dei due sessi, congiungendosi insieme, spingano a cogliere un frutto come quello degli alberi e seminare nella matrice, quasi come in un campo arato esseri viventi invisibili a causa della loro piccolezza e non ancora formati, e poi, separandoli.li facciano diventare grandi nutrendoli dentro, e in seguito a questo, mettendoli alla luce, portino a compimento la generazione dei viventi.
Le donne, dunque, e tutto il sesso femminile, ebbero questa origine.

Platone, Timeo 90 E – 91 E, Platone, Tutti gli scritti, Bompiani 2014 p. 1409 – 1410

Le donne come Esseri vili da perseguitare e da sottomettere. Individui inferiori che sono diventati tali per la viltà di individui maschili che si sono trasformati in donne. Questo modo di pensare la donna, che coincide con quello di Paolo di Tarso, diventa il pensiero sociale cristiano che per duemila anni dominerà le società civili.

Platone coltiva l'odio per i poeti perché le emozioni non permettono di dominare l'uomo.

Scrive Platone nella "Repubblica":

La poesia manca di verità, si rivolge alla parte peggiore dell'anima e corrompe i buoni

«Inoltre, è evidente che il poeta imitatore, per sua natura non è portato verso quella determinata facoltà dell'anima, né è fatta per lui la sapienza che essa propugna, dato che egli è in cerca del favore del pubblico; piuttosto, a lui andrà a genio la parte intemperante e volubile, perché è più facile da imitare».
«Certamente».
«A tal punto, avremmo buoni motivi per criticare il poeta e porlo a confronto col pittore. Come il pittore, infatti, egli fa opere di scarso valore se rapportate alla verità; e, ancora, come il pittore si rivolge a una parte dell'anima che non è la migliore. Basta questo per giustificarci del fatto che non l'accoglieremo nella Città che pretende di avere buone leggi.
Ma un altro motivo è che egli effettivamente risveglia, alimenta questa parte dell'anima, e, rinvigorendola, soffoca la facoltà razionale esattamente come avviene nella vita politica, quando uno, dando forza ai peggiori, finisce per consegnare in loro mano lo Stato e col sacrificare i migliori. Per gli stessi motivi potremmo affermare che, nella sfera privata, il poeta imitatore inculca nell'anima di ciascuno una cattiva forma di governo, sia dando credito alla parte priva di ragione -la quale peraltro non sa neppure distinguere il più dal meno, tant'è vero che gli stessi oggetti ora li reputa grandi ora piccoli -, sia costruendo immagini di immagini, con ciò tenendosi a grande distanza dal vero».
«Non c'è dubbio».
«Tuttavia, alla poesia non abbiamo ancora contestato il capo d'accusa più grave. L'aspetto più inquietante, infatti, è che essa, fatta eccezione per pochissimi individui, riesce addirittura a corrompere le persone per bene».
«E come non potrebbe essere grave l'accusa, se davvero essa si comporta in tal modo?».
«Ascoltami e rifletti. Tu sai che i più sensibili di noi, quando sentono la poesia di Omero o di un qualche tragico che imita uno dei tanti eroi prostrati dal dolore e dilungantesi in lamentose litanie di lamenti, o gente che canta i suoi mali battendosi il capo, provano diletto per questo e si abbandonano a seguire tali personaggi, soffrendo con loro, ed anzi, lodando con convinzione come buon poeta, quello che più degli altri sappia disporli in un siffatto stato d'animo».
«Lo so. Come no!».
«Ma quando ci colpisce un lutto in famiglia, vedi bene che ci vantiamo dell'esatto contrario, e cioè da far mostra di serenità e di forza d'animo, come se questo atteggiamento fosse da uomini, e l'altro, quello che prima lodavamo, da donnicciole».
«Lo capisco», disse.
«E allora - seguitai - che cos'ha di bello una lode di tal genere? Che senso ha stare a vedere un uomo siffatto, modello di ciò che uno non deve essere o deve vergognarsi di essere, e, anziché averne orrore, compiacersene e lodarlo?».
«Per Zeus! - esclamò -. Non sembra affatto ragionevole».
«Eppure sì - osservai -, se lo consideri sotto un'altra prospettiva».
«Quale?».

In che modo la tragedia, la commedia e la poesia corrompono la personalità degli uomini

«Devi considerare che i poeti danno soddisfazione e gratificazione proprio a quella parte che con grande sforzo noi cerchiamo di contenere nei momenti di lutto familiare e che di per sé non vorrebbe altro che pianti e lamenti, di cui desidera saziarsi, essendo per natura attratta da essi. Intanto, la nostra facoltà migliore, non essendo abbastanza educata dall'abitudine al ragionamento, allenta il controllo su questa parte lamentosa, perché è impegnata a rimirare le sofferenze altrui, senza per nulla ritener scandaloso che un uomo, che pur si dichiara virtuoso, si lamenti in un modo tanto scomposto; ed anzi di quest'uomo tesse le lodi e lo compatisce. Essa ha addirittura la pretesa di trarre da ciò un godimento: al quale non vuoi saperne di rinunciare, considerando con disprezzo l'intero poema. Del resto, a mio giudizio, a pochi è dato di comprendere la necessità che ognuno per la propria parte faccia tesoro delle esperienze altrui; e inoltre, non è affatto facile contenere la commiserazione delle proprie sventure dopo averla alimentata e potenziata per quelle altrui».

Platone, Repubblica 605 A – 606 C, Platone, Tutti gli scritti, Bompiani 2014 p. 1314 – 1315

Per Platone i poeti sono odiosi perché portano l'animo dell'uomo ad eccitarsi di desiderio e di sentimenti che sono antitetici all'appiattimento emotivo che Platone vuole imporre a tutti gli uomini sottomessi.

Platone elabora il concetto di uso della filosofia per dominare l'uomo.

Scrive Platone in "Amanti":

«E allora, in riferimento ai cani, quelli che sono capaci di renderli migliori, sanno anche castigarli in modo corretto?».
«Sì».
«Pertanto, la stessa arte rende migliori e castiga correttamente?».
«Mi sembra», disse.
«Ebbene, l'arte che rende migliori e castiga correttamente-coincide con quella che distingue i buoni dai cattivi, oppure è un'altra?».
«E la stessa», rispose.
«Vorrai, allora, ammettere anche riguardo agli uomini, che l'arte che li rende migliori coincide con quella che li castiga in modo corretto e che distingue i buoni ed i cattivi».
«Certo», disse.
«Ma l'arte che vale per uno, varrà anche per molti, e quella che vale per molti varrà anche per uno solo?».
«Sì».
«E' così per i cavalli e per tutti gli altri esseri?».
«Lo affermo».
«Qual è, dunque, la scienza che castiga in modo corretto quelli che, nella Città, creano disordine e violano la legge? Non è forse, l'arte giudiziaria?».
«Sì».
«Ebbene, quella che denomini giustizia, è un'altra, oppure questa?». «No, è questa».
«Pertanto, l'arte con cui si castiga correttamente coincide con quella con cui si distinguono i buoni e i cattivi?». «Sì».
«Ma chi ne conosce uno, ne conoscerà anche molti?».
«Sì»,
«E chi non ne conosce molti, non ne conoscerà nemmeno uno?».
«Lo affermo».
«Se, dunque, un cavallo non fosse capace di distinguere i cavalli buoni da quelli cattivi, non conoscerebbe nemmeno se stesso?».
«Lo ammetto».
«E se un bue non sapesse distinguere i buoi cattivi da quelli buoni, non conoscerebbe nemmeno se stesso?».
«Sì», disse.
«E sarebbe così anche se fosse un cane?».
Ne convenne.
«Allora, se un uomo non riesce a distinguere gli uomini buoni da quelli cattivi, non sarà, forse, nemmeno in grado di sapere, riguardo a se stesso, se è buono o cattivo, dal momento che anch'egli è un uomo?».
Lo ammise.
«Ma il non conoscere se stessi è esser temperanti, oppure no?». «Non è essere temperanti».
«E conoscere se stessi è essere temperanti?».
«Sono d'accordo», disse. «Pertanto, l'iscrizione di Delfi, a quanto pare, invita a praticare temperanza e giustizia».
«Sembra».
«Ed è proprio con questa che sappiamo anche castigare in modo corretto?».
«Sì».
«Dunque, ciò grazie a cui sappiamo castigare in modo corretto è la giustizia, ciò grazie a cui siamo in grado di conoscere noi stessi e gli altri è la temperanza?».
«Pare», disse.
«Perciò, giustizia e temperanza sono identiche?».
«Sembra».
«E, così, anche le Città sono ben governate, quando i colpevoli vengono puniti?».
«Dici il vero», rispose.
«E questa è l'arte politica?». Lo ammise.
«Ma quando un solo uomo governa rettamente una Città, non viene forse denominato tiranno o re?». «Certamente».
«Pertanto, governa con arte regale e tirannica?».
«E' così».
«Ebbene, anche queste arti sono identiche a quelle?».
«Lo sembrano».
«Ma quando un solo uomo governa in modo retto una casa, che nome gli viene attribuito? Non sarà, forse, quello di amministratore e di padrone?».
«Sì».
«Allora, anche costui amministrerà bene la casa grazie alla giustizia, oppure con qualche altra arte?».
«Con la giustizia».
«Pertanto, sono la stessa cosa a quanto risulta, re, tiranno, politico, amministratore, padrone, saggio e giusto. E una sola è l'arte regale, tirannica, politica, dispotica, amministrativa, la giustizia, nonché la temperanza?».
«Sembra così», disse.

Platone, Amanti 137 C – 138 D, Platone, Tutti gli scritti, Bompiani 2014 p. 665 – 666.

E infine Platone aggredisce la democrazia in funzione della sua dittatura, la dittatura dei filosofi che produrrà i modelli di società teocratica.

Al vertice i filosofi come Platone o come Ratzinger, poi gli imperatori e chi usa l'esercito per vessare i cittadini e infine i cittadini che devono obbedire con uno stuolo di schiavi che serve i filosofi teologi (metafisici) e chi usa l'esercito per assicurarsi il potere. La dittatura è l'obiettivo di Platone e tutta la sua filosofia è legittimazione della dittatura contro i diritti dell'uomo.

Tutto in Platone è disprezzo per gli uomini. Uomini che Platone intende squallidi come egli vuole essere squallido nei loro confronti. Platone è il padrone degli uomini. Colui che determina come la società deve essere. Colui che dice che cosa pensa il Dio padrone e si pensa come "l'uomo saggio" al quale tutti si devono sottomettere. Le sue "affermazioni di scienza" sono solo farneticazioni, fantasie deliranti, di un uomo che inventa una storia dalla attraverso la quale legittimare il dominio dell'uomo sull''uomo.

Dal 400 d. c. abbiamo visto la società tripartita di Platone realizzarsi. Al potere sono arrivati i teologi cristiani, i filosofi metafisici, costoro hanno sottomesso imperatori e re che con i loro eserciti hanno difeso il loro dominio e le persone, il terzo stato è stato diviso fra individui utili ai teologi, ai re e agli imperatori e un sottoproletariato contadino e affamato che Platone indicava negli schiavi oggetto del suo disprezzo.

Vale la pena di soffermarci sull'odio di Platone per la democrazia che sarà la base della dittatura del Dio cristiano contro il genere umano.

Scrive Platone:

La democrazia si realizza quando i poveri prevalgono sui ricchi

«Ora - ripresi -, chi comanda ha ridotto i suoi sottoposti in tali condizioni proprio per questi motivi. E se si guarda a loro stessi e ai loro figli, non si potrebbe forse dire che sono giovani dalla vita disordinata, neghittosi nel corpo e nell'animo, deboli e imbelli sia di fronte ai piaceri che ai dolori?».
«Come no?».
«D'altra parte, loro stessi che non s'occupano d'altro che del denaro riservano forse maggior cura alla virtù di quelli che sono poveri?».
«No di certo».
«E poi, fra uomini così malridotti, quando si trovino padroni e sudditi a contatto di gomito o in una marcia o in altre riunioni, o in processioni religiose, o in spedizioni militari, o semplicemente come compagni di navigazione, o commilitoni, o a dividersi gli stessi rischi e si guardano l'un l'altro, in questi casi non saranno i poveri ad essere disprezzati dai ricchi.
«Anzi, il povero che di solito è un uomo asciutto e bruciato dal sole, quando viene schierato in battaglia a fianco del ricco, che al contrario ha il pallore di chi è cresciuto al riparo dal sole ed è appesantito da molto grasso in eccesso, e lo vede ansimare e in grave difficoltà, non pensi che sia portato a ritenere che se questi ricchi sono divenuti tali è solo per la sua ignavia? E poi quando i poveri si ritrovassero soli fra di loro, non credi che si direbbero l'un l'altro: "Questi uomini ormai sono nostri: gente da nulla!"?».
«Lo credo bene - rispose - che si comportino così».
«Dunque, come a un corpo malaticcio basta un nonnulla che venga dal di fuori per causare un malanno, e talvolta anche senza influenze esterne è di per sé sottosopra, allo stesso modo per uno Stato che si trovi nelle condizioni di quel corpo è sufficiente un accidente qualsiasi, anche irrilevante, perché cada ammalato affetto da una lotta intestina, vuoi perché una fazione chiama rinforzi da altri Stati oligarchici e un' altra da Stati democratici, vuoi perché anche in assenza di interventi dall'esterno, lo Stato è talora in rivolta».
«E' proprio così»,
«A parer mio, la democrazia si instaura quando i poveri hanno la meglio, e quelli della fazione opposta, in parte sono sterminati, in parte esiliati. Coi rimanenti vengono equamente divise le cariche e i poteri, il più delle volte estraendoli a sorte».
«E' così - disse - che si instaura la democrazia, sia che essa si imponga con la forza delle armi, sia per defezione di una parte, colta da timore».

Individualismo, anarchia e sfrenata libertà sono i tratti tipici dell'uomo democratico

«Ora - domandai -, in che modo costoro sono organizzati? E come sono i caratteri tipici di questa forma di governo? E evidente che l'uomo con questo carattere risulterà essere l'uomo democratico».
«Chiaramente», disse.
«Non credi che l'uomo democratico sia innanzi tutto libero, e che lo Stato medesimo sia in ogni suo aspetto permissivo, e che in esso ci sia libertà di espressione e la possibilità di fare ciò che più aggrada?».
«Così almeno si dice», rispose. «E si sa che dove c'è eccessiva tolleranza, ognuno organizza la sua vita secondo una sua regola particolare, a propria completa discrezione».
«E' risaputo».
«Allora, in un regime siffatto, si incontrerebbero per lo più uomini di ogni tipo e specie».
«Altro che!».
«Sta' a vedere - esclamai - che questa finisce con l'essere la migliore delle forme di governo! Un tale Stato vivacizzato da ogni tipo di costume apparirebbe magnifico come un mantello ricamato di fiori sgargianti di ogni genere. E forse - aggiunsi - anche questo Stato sarebbe giudicato bellissimo dalla maggioranza che si comporta come i fanciulli e le donne quando ammirano vesti variopinte».
«Non c'è dubbio» ammise lui. Ed io: «Caro mio, in un tale Stato è anche agevole individuare una forma di governo».
«Perché?».
«Perché a causa della libertà che in esso vige ne possiede di ogni genere. Quasi quasi, per uno che, come noi stiamo facendo, avesse in animo di fondare una Città, converrebbe decisamente recarsi in uno Stato democratico, e, come fosse al mercato dei governi, scegliersi quel regime che più gli piace, e una volta scelto metterlo in atto».
«Certo - ammise -, che di modelli non gliene mancherebbero».
«E - continuai - il fatto che in una tale Città non ci sia alcun bisogno di assumersi la responsabilità del comando, neppure se avessi tutte le doti per farlo; e neanche saresti tenuto ad obbedire, se non lo desideri, né a combattere quando gli altri combattono, o ad essere in pace quando gli altri lo siano, posto che tu non voglia esserlo; e poi se a ciò aggiungi che quand'anche una legge ti vietasse d'aver posti di comando o di far parte della magistratura, ciò non di meno, se la cosa ti aggrada, tu non dovresti astenertene; ebbene, di primo acchito, non diresti che è portentoso e dolce un tale sistema di vita?».
«Forse - disse -, almeno sulle prime».
«E inoltre, non è davvero squisita la mitezza di certe sentenze? O non vedi risiedere tranquilli e passeggiare in mezzo alla Città uomini condannati a morte o all'esilio, e gironzolare qua e là non visti né notati da alcuno, come fossero eroi?».
«Ne ho visti più d'uno».
«E come giudicare l'arrendevolezza e il totale lassismo di questa forma di governo, direi di più, il disprezzo per quei criteri che noi abbiamo esposto con tanto impegno, quando ponevamo i fondamenti dello Stato? Allora si sosteneva che un individuo, per quanto dotato di una natura più che buona, non potesse mai diventare un virtuoso, se fin da bambino, nel gioco, non si fosse abituato alle cose oneste e poi non si fosse applicato completamente ad esse. Ora, invece, a tutti questi criteri si passa sopra con spavalderia, né ci si preoccupa da quale genere di formazione deriva chi gestisce la vita politica ed anzi si onora chiunque, basta che si proclami amico del popolo.».
«Gran bell'usanza davvero», osservò.
«Dunque - ripresi -, questi e altri a simili sono i tratti tipici della democrazia, la quale certamente ha tutta l'aria di essere una forma di governo civile, non autoritaria e pluralista, che sa diffondere un certo principio di uguaglianza agli uguali e ai disuguali».
«Dici cose perfino ovvie», osservò.

Nell'uomo democratico prevalgono i desideri non necessari

«Passando alla sfera privata - ripresi -, considera qual è l'uomo tipico della democrazia. Non dovremo, come già abbiamo fatto per il corrispondente regime, considerare innanzi tutto il modo in cui si origina?».
«Sì», disse.
«E non potrebbe essere questo?
Poniamo che quel tal cittadino avaro, rappresentante di una mentalità oligarchica, abbia un figlio e da buon padre lo allevi secondo i suoi propri costumi».
«E allora?».
«Poniamo pure che anche questo figlio domini i piaceri che sono in lui; intendo dire quelli che comportano una spesa e non procurano guadagno: in breve, i piaceri non necessari».
«E chiaro», disse.
«Vuoi, però - suggerii -, che, per sgombrare il campo da equivoci, in primo luogo definiamo che cosa si intende per desideri necessari e non necessari?».
«Sì, lo voglio», rispose.
«Non è forse giusto chiamare necessari quei desideri che non possono essere rimossi e inoltre quelli la cui soddisfazione comporta a noi un vantaggio? In effetti, la nostra natura necessariamente ci predispone sia verso gli uni che verso gli altri. O non è così?».
«Certamente».
«E' dunque legittimo attribuire ad essi il carattere della necessità».
«Sì, è legittimo».
«E poi? Quei desideri che al seguito di un precoce allenamento si possono eliminare e che oltre a ciò quando li abbiamo non recano alcun bene, e talora anzi ci arrecano un grave danno, non faremmo bene a chiamarli non necessari?».
«Faremmo bene».
«Vogliamo, allora, fornire esempi di ambedue, per avere un saggio di essi?».
«E' necessario».
«Dunque, il desiderio di nutrirsi quanto basta alla salute e alla buona forma fisica, vale a dire, il desiderio del pane e del companatico, non dovrebbe risultare necessario?».
«Credo di sì».
«E il desiderio del pane è doppiamente necessario, e perché è utile e perché, se cessasse, toglierebbe la possibilità di vivere».
«Sì».
«Invece, la voglia del companatico è necessaria in quanto giova alla buona forma».
«Indubbiamente»,
«Ma il desiderio che andasse oltre tale misura - e cioè quello di cibi più raffinati di questi - e che, d'altra parte, quando fosse tenuto a freno dalla giovinezza, grazie ad una sana educazione, potrebbe essere per lo più messo fuori causa, non lo chiameresti a buon diritto non necessario, tanto più che esso reca danno al corpo e all'anima sia riguardo alle facoltà intellettive che al dominio degli istinti?».
«Certo, con ogni diritto lo si chiamerebbe così». «E allora non potremmo chiamare questi ultimi desideri costosi, gli altri invece desideri vantaggiosi in quanto, appunto, nella pratica recano vantaggio?»,
«E come no?».
«E non dovremo dire la stessa cosa per i piaceri sessuali e per altri ancora?».
«Lo stesso».
«Ora noi affermiamo che colui al quale poc'anzi abbiamo assegnato il nome di fuco è l'uomo invaso da questi piaceri e desideri, predominando in lui quelli non necessari; invece nell'uomo oligarchico e avaro prevalgono i piaceri e i desideri necessari».
«E perché no?».

In assenza di educazione l'anima diviene teatro di opposte passioni che soppiantano ogni virtù

«Ma - seguitai - torniamo a trattare del modo in cui l'uomo da oligarchico si trasforma in democratico. A me pare che il più delle volte la trasformazione avvenga così».
«Come?».
«Quando capita che un giovane, allevato nel modo che si diceva, e cioè senza una vera educazione e all'insegna dell'avarizia, trova gusto al miele dei fuchi, e condivide la compagnia di questi esseri focosi e terribili, capaci di suscitare infiniti piaceri di ogni genere e tipo, allora puoi ritenere che questo sia l'inizio della sua trasformazione: il suo temperamento oligarchico lascia il posto a quello democratico».
«E' proprio inevitabile che così avvenga», disse.
«Del resto, se lo Stato modificava la sua struttura quando giungevano aiuti dall'estero all'opposizione - e s'intende che l'alleanza è fra gente della stessa tendenza politica -, perché non dovrebbe fare altrettanto anche il giovane, allorché alla parte del suo temperamento che è all'opposizione vengono in aiuto dall'esterno certi tipi di desideri che le sono affini e congeneri?».
«Senza dubbio».
«E se poi un rinforzo di natura opposta venisse alla componente oligarchica del suo carattere, poniamo dal padre o da qualche altro parente, a forza di ammonimenti e rampogne, allora nel suo intimo si scatenerebbero spinte e controspinte; insomma una vera e propria battaglia di una parte di sé contro l'altra».
«Come no?».
«E io immagino che qualche volta la componente democratica ceda il passo a quella oligarchica, e dei desideri che essa aveva alcuni vadano persi, altri vengano espulsi per un certo pudore che nasce nell'anima del giovane, la quale, in tal caso, ritornerebbe all'ordine».
«Talvolta sì», ammise.
«Tuttavia, in seguito, immagino che altri desideri non dissimili da quelli estromessi tornino ad alimentarsi e si rafforzino e crescano di numero, certo a motivo della incompetenza del padre ad essere educatore». «In effetti - riconobbe -le cose di solito vanno proprio in questo modo».
«Questi desideri, dunque, lo trascinano alle solite compagnie, e di nascosto incrociandosi gli uni con gli altri vanno moltiplicandosi in gran numero».
«Altro che».
«A lungo andare, poi, prendono possesso della fortezza dell'anima, rendendosi conto che essa è vuota di nozioni, di studi elevati, e di validi ragionamenti, i quali, nella mente degli uomini prediletti dagli dèi, costituiscono i più strenui guardiani e difensori»!"
«Certo, e di gran lunga!», disse. «A tal punto vengono a galla opinioni e discorsi del tutto infondati e falsi che, sostituendosi a quelli veri, ne prendono il posto».
«Non c'è il minimo dubbio», amo mise lui.
«E quest'uomo non torna forse dai famosi Lotofagi, a condividerne la casa? E se dai suoi parenti giungesse qualche altro sostegno alla parte parsimoniosa della sua anima, quei tali discorsi campati per aria chiuderebbero i passaggi delle mura regali che hanno in sé, e impedirebbero l'arrivo dei soccorsi. D'altra parte, non danno neppure accoglienza ai saggi consigli dei cittadini anziani, anzi, siccome alla fine della battaglia sono proprio questi vani discorsi ad uscir vincitori, senza tenerne alcun conto, finisce che mettono al bando il pudore, chiamandolo stoltezza, che espellono la temperanza coprendola di insulti e dandole il nome di viltà; e così pure danno il benservito all'equilibrio e alla parsimonia nelle spese presentandoli come spilorceria e rozzezza, grazie anche alla complicità di molti insidiosi desideri».
«Proprio così».
«E dopo che hanno svuotato e ripulito l'anima di chi è in loro potere e iniziato ai loro misteri, ecco che introducono la sopraffazione e l'anarchia, la dissolutezza e l'impudenza, agghindate di splendenti corone e con gran seguito, e così plaudendole e blandendole, chiamano buone maniere la prepotenza, libertà l'anarchia, munificenza la dissolutezza, coraggio la sfrontatezza.
«Non è forse questo - domandai- il modo in cui un giovane da una formazione che fa leva sui desideri necessari passa alla più totale libertà e rilassatezza nel concedersi a desideri non necessari e niente affatto utili?».
«Non c'è il minimo dubbio», rispose.

L'anima dell'uomo democratico è volubile e priva di equilibrio

«Ora, io mi figuro che un tipo siffatto vada spendendo soldi, fatiche e tempo per i piaceri non necessari, non meno che per quelli necessari. Tuttavia, se la fortuna lo assiste e non si lascia andare alla pazza gioia, ma col passare degli anni, superata la fase acuta delle passioni riacquista un po' della virtù che aveva perduto, non consegnandosi totalmente ai desideri sopraggiunti, allora può trascorrere la vita in equilibrio fra un piacere e l'altro, affidando la guida di sé, per così dire, al primo piacere che il caso gli mette innanzi, fino a che non se ne sia totalmente saziato, per poi passare ad un altro, senza tralasciarne nessuno, dato che li coltiva tutti allo stesso modo».
«Esattamente».
«Ma il discorso veritativo - seguitai -, quello non l'accoglie né lo fa entrare nella sua fortezza; anzi, se qualcuno gli ricordasse che certi piaceri vengono da desideri buoni e leciti, e altri da desideri illeciti, e che i primi vanno coltivati e tenuti in pregio, mentre i secondi vanno repressi e tenuti a freno, egli a ognuna di queste considerazioni risponderebbe con un cenno di diniego, affermando che tutti i desideri sono uguali e degni di uguale considerazione».
«Certo- ammise-, un uomo dotato di una tale mentalità non potrebbe fare altrimenti».
«In poche parole - ripresi - un tipo siffatto passerebbe la sua vita togliendosi soddisfazioni a seconda del desiderio che prevale; talora nell' ebbrezza o fra suoni di flauto, tal altra fra digiuni e brindisi d'acqua; talvolta passando il tempo in esercizi ginnici, tal altra nell'ozio più assoluto e qualche volta addirittura avendo l'aria di darsi alla filosofia. Spesso poi si atteggerebbe a uomo politico, e allora lo vedresti saltare su nell' assemblea a dire e fare quel che gli passa per la mente; e quando gli venisse la voglia di emulare i militari, sarebbe tutto dalla loro parte, e lo stesso farebbe a riguardo degli uomini d'affari. E così il suo modo di vivere non ha né un criterio né una legge, ma chiamando la sua bella vita, spensierata e dolce, la consuma tutta in tale maniera».
«Hai fatto - disse lui - un quadro perfetto della vita dell'uomo tipico dello Stato in cui la legge è uguale per tutti».
«E credo anche che sia una vita tutt'altro che monotona, ricca delle più svariate usanze, e che chi la vive sia bello e imprevedibile, né più e né meno dello Stato che rappresenta.
«Peraltro, molti uomini e molte donne invidierebbero il suo modo d'essere, in quanto riassume in sé i paradigmi di un gran numero di costituzioni e di atteggiamenti».
«Proprio così», ammise. «Costui, dunque, sia messo in conto alla democrazia, come un uomo che può dirsi davvero democratico».
«E che lo sia!», concluse lui.

Platone, Repubblica 555 B – 562 A, in Platone, Tutti gli scritti, Bompiani, 2014, pag. 1273 - 1278

E' l'uguaglianza degli uomini che terrorizza Platone. Platone distingue l'uomo oligarchico dall'uomo democratico per un'indole psicologica, non per il desiderio di una vita diversa.

La discriminazione sociale è l'obbiettivo di Platone che nell'invocare la discriminazione sociale si pone fra coloro che governano, comandano e usano le strutture dello Stato per i suoi bisogni e per imporre ad altri doveri a cui lui non partecipa.

Tutto l'odio di Platone per gli uomini sta in questa frase: "Hai fatto - disse lui - un quadro perfetto della vita dell'uomo tipico dello Stato in cui la legge è uguale per tutti".

Per Platone il democratico è il povero. Chi non è povero, secondo Platone, è un oligarca, un fautore della tirannia. Come Crizia, Socrate e Platone. Si è dimenticato di dire che in una società la ricchezza è frutto di furto perché è sottrazione del lavoro ad altre mani. Appoggiando l'oligarchia o l'oligarca disciplinato, Platone appoggia il furto di alcuni sull'intera collettività.

La collettività che subisce il furto deve difendersi e lo fa invocando leggi uguali per tutti i cittadini in modo da impedire ad alcuni di derubare i cittadini vivendo sotto leggi diverse.

Il cristianesimo ha fatte proprie le leggi della disuguaglianza fra le persone invocate da Platone. Le donne non avevano diritto, i bambini potevano essere violentati e gli uomini potevano morire di lavoro o morire per difendere l'oligarchia cattolica in tutte le guerre scatenate dall'oligarchia cattolica per il proprio potere.

Io ho scritto alcune cose che ho individuato in Platone e che hanno condizionato l'intero sviluppo della filosofia. La filosofia di Platone è la filosofia dell'odio sociale. Ha costruito una società di repressione, di odio, di tormenti e di ingiustizie. Una volta che l'odio platonico si è imposto nella società mediante il cristianesimo, tutto il cammino dell'umanità intrapreso prima di allora si è fermato. E' stato necessario costruire un nuovo e diverso cammino partendo proprio dall'odio e dall'orrore che Platone aveva imposto agli uomini.

Possiamo dire che tutta la storia delle idee filosofiche altro non è che uscita dall'orrore Platonico fatto proprio dal cristianesimo. Un orrore che tende sempre a ripristinarsi ogni volta che un aspetto della repressione cristiana viene rimosso dalla società civile.

E' stata necessaria la Rivoluzione Francese per far comprendere il principio di uguaglianza giuridica; è stato necessario il 1968 per far riconoscere l'uguaglianza, sotto la medesima legge, fra uomo e donna.

Platone ha costruito odio sociale per oltre duemila e quattrocento anni portando a soffrire tutta l'umanità sotto il giogo della schiavitù.

 

 

Marghera, 07 settembre 2018 - modificata il 15 settembre 2019

 

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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Membro fondatore
della Federazione Pagana

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