La biografia di Soren Aabye Kierkegaard

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La biografia di Soren Aabye Kierkegaard

 

Kierkegaard nasce nel 1813 a Copenaghen.

Il padre di Kierkegaard Michael Pederson (1756-1838) un commerciante molto ricco deluso dalla prima moglie per non aver avuto figli, sposa in seconde nozze Ane Sorensdatter Lund (1768-1834) che partorisce sette figli.

I genitori di Kierkegaard sono anziani e Soren è l'ultimo di sette fratelli. Di questi, cinque fratelli muoiono prima che compia 21 anni. In Danimarca era il periodo in cui i Pietisti facevano propaganda distribuendo bibbie e timore di Dio. Kierkegaard sarà sottoposto ad una educazione cristiana fanatica e severa fino al parossismo. Soren Kierkegaad viene violentemente educato nella comunità pietista. Il pietismo è un movimento religioso fondato da Philipp Jacob Spene (1635 – 1705) che in opposizione al luteranesimo ha un'impostazione che costringe le persone alla contrizione per i peccati, alla sottomissione al peccato originale e all'angoscia nei confronti del possibile giudizio di Dio nei loro confronti. I ragazzi vengono costretti ad essere angosciati. Vengono fatti ammalare volutamente perché questa, secondo i pietisti, è l'unica condizione che può portarli alla salvezza.

Soren è l'ultimo di sette fratelli. Su sette fratelli, cinque moriranno prima che Soren abbia venti anni e Soren vive questa tragedia come punizione divina per i suoi peccati. L'angoscia che è stata imposta a Soren dall'educazione religiosa e l'idea che Dio lo abbia punito assieme a suo padre per i peccati commessi, lo trasforma in un individuo depresso e malato per tutta la sua vita. Questa condizione psicologica segnerà tutta la sua esistenza e per sopravvivere sarà costretto a trasformare gli effetti della violenza subita in un modello ideale che conduce alla santità (angoscia come mezzo per salvarsi dal peccato).

Nel 1830 Kierkegaard inizia gli studi universitari di teologia e prenderà la laurea in teologia nel 1841 dopo che suo padre e sua madre sono morti. Da studente Kierkegaarf partecipa a movimenti sociali fortemente improntati da idee sociali cristiane finalizzate ad imporre l'ideale pietista all'intera società civile. Il suo nemico sono le idee liberali e borghesi che, in quel tempo, spingono verso una democratizzazione della società civile. Esprime idee religiose cristiane come nemiche di ogni forma di democrazia.

Nel 1840 sostiene un esame di teologia che lo abilita alla carriera ecclesiastica. In pieno stato depressivo, dopo un viaggio nello Jutland, decide di fidanzarsi con Regina Olsen (1822 – 1904). Dopo un anno Kierkegaard rompe il fidanzamento con la massima violenza possibile, rendendosi disgustoso. Indubbiamente l'angoscia di peccare aveva avuto il sopravvento. Regina Olsen sposerà Johan Frederik Schlegel (1817 – 1896) avvocato e dipendente pubblico. Fu governatore generale delle Indie occidentali danesi dal 1855 al 1860. Soren Kierkegaard rimpiangerà questa scelta per tutta la vita alimentando angoscia ad angoscia.

Questo atteggiamento di Kierkegaard è molto strano e potrebbe essere stato il sintomo di una predilezione sessuale omosessuale che gli creava un conflitto angoscioso fra un desiderio represso, che viveva come peccato, e un desiderio di omologazione sociale insoddisfatto che percepiva come condanna di Dio.

Il padre, al momento della morte, gli confessa un "peccato" che convince Soren Kierkegaard di essere "maledetto da Dio". Questa convinzione si rafforza con la morte dei fratelli e della prima moglie del padre. Kierkegaard, convinto di essere maledetto da Dio, non è più in grado di rinunciare alla condizione di assoluto peccatore che il padre gli ha imposto. Essere un assoluto peccatore gli permette, mediante l'espiazione, di tornare a Dio. In sostanza, Kierkegaard si autoinfligge l'angoscia allo stesso modo in cui i pententi cristiani si impongono il cilicio. E' l'autoflagellazione della sessualità.

Nel 1841 Kierkegaard si laurea con una tesi dal titolo "Sul concetto di ironia in costante riferimento a Socrate". Si oppone al romanticismo dei fratelli Schlegel e ai romantici tedeschi e danesi oppone Goethe.

Nel 1842 Kierkegaard va a Berlino per incontrare Schelling che come lui si oppone alle rivendicazioni sociali democratiche opponendo alle tesi democratiche i principi della religione cristiana. Tornato a Copenaghen inizierà a scrivere le sue idee in materia religiosa, filosofica e sociale.

La vita di Kierkegaard è una vita che si svolge nel senso di colpa, nella percezione soggettiva del peccato, nella paura di Dio e nell'autopunizione per compiacere Dio.

Il peccato che Kierkegaard sente sulle sue spalle è un peccato, una colpa, commessa da suo padre che si riflette in lui e di cui egli sente il bisogno di espiare in quanto, ritiene, che sia giusto che i figli paghino per le colpe dei padri.

Studia teologia e tenta di diventare prete, ma poi rinuncia alla carriera come rinuncia ad avere rapporti con la fidanzata Regine Olsen.

La filosofia di Kierkegaard è un lungo elogio alla potenza di Dio. Un lungo lamento angoscioso per essere un peccatore e sogna di essere sacrificato sulla pira da Abramo al posto di Isacco per la gloria di Dio.

Nella filosofia di Kierkegaard non esiste speculazione, non esiste critica, non esiste l'uomo che pensa il mondo, esiste solo la sua malattia che lo spinge ad esaltare Dio e a vivere lo stato angoscioso dei suoi presunti peccati come espiazione. Per Kierkegaard più che di filosofia, dovremmo parlare di deliri del malato in un reparto di psichiatria.

Nel 1843 Kierkegaard pubblica Enten-Eller. Enten-Eller è conosciuta in Italia col titolo di Aut-aut. Fu pubblicata sotto lo pseudonimo di Victor Eremita ed ebbe subito una larga diffusione in Danimarca. Contiene vari argomenti dal "Diario del seduttore" (sembra scritto all'interno del progetto di rifiutare il matrimonio con Regina), una serie di aforismi autobiografici e "Il riflesso del tragico antico nel tragico moderno" all'interno della lotta che Kierkegaard fa contro l'idea di associarsi socialmente per modificare la realtà opponendogli l'ideologia dell'individuo isolato che si sacrifica per Dio.

Il brano che in Italia va sotto il nome di Aut-aut appartiene alla seconda parte del volume Enten-Eller, in realtà è la " Lettera dell'assessore Guglielmo". Nonostante sia inserito come seconda parte del libro Enten-Eller, Aut-aut, è stato scritto e preparato prima del libro, quando Kierkegaard era in Germania ad ascoltare Schelling.

Scrive Kierkegaard in Aut-aut:

Cosa è mai l'uomo senza amore? Ma vi sono molte qualità di amore; amo mio padre diversamente da mia madre, mia moglie diversamente ancora, ed ogni diverso amore ha una sua diversa espressione; ma vi è anche un amore col quale amo Dio, e questo ha un'espressione sola nella lingua: il pentimento. Se non l'amo casi, non lo amo in modo assoluto con tutto il mio essere più profondo. Ogni amore diverso per l'assoluto è un malinteso. Quando io tento di cogliere l'assoluto con la passione del pensiero (anche questo è un amore per l'assoluto, che io lodo), non è più l'assoluto che io amo, non amo in modo assoluto. Questo amore per Dio è infatti necessario. Ma non appena amo liberamente, e amo Dio, non posso far altro che pentirmi. E se non vi fosse nessun'altra ragione perché l'espressione del mio amore per Dio fosse pentimento, basterebbe il fatto che egli mi ha amato per primo. Ma anche questa è una definizione imperfetta, poiché solo quando scelgo me stesso come colpevole scelgo me stesso in modo assoluto, se la mia scelta deve essere una scelta e non coincidere con una creazione. Anche se fosse il peccato del padre ad andare in eredità al figlio, egli si pente anche di quello, perché soltanto così può scegliere se stesso, scegliersi in modo assoluto; e anche se le lacrime dovessero quasi distruggerlo, egli continua a pentirsi, poiché solo così sceglie se stesso. E come se il suo io fosse fuori di lui e dovesse essere conquistato, il pentimento è il suo amore per esso, perché lo sceglie in modo assoluto dalla mano del Dio eterno.
Quello che ho esposto fin qui non è sapienza cattedratica: è cosa che ciascuno può capire sol che lo voglia e ognuno può volerlo, se veramente vuole. Non l'ho imparato nelle sale delle conferenze, l'ho imparato nella mia stanza di soggiorno, o se vuoi, nella camera dei bambini, poiché quando vedo il mio figlioletto correre per terra, tanto allegro, tanto contento, penso: chissà se non ho avuto una influenza dannosa su lui. Dio sa che ho ogni cura per lui, ma questo pensiero non mi tranquillizza. Allora dico a me stesso che verrà un momento nella sua vita, in cui anche il suo spirito si maturerà nel momento della scelta; allora sceglierà se stesso e si pentirà anche di quelle colpe che da me possono pesare su di lui. Ed è assai bello che un figlio si penta delle colpe del padre, eppure non lo farà per amor mio, ma solo perché così può scegliere se stesso. Succeda poi quel che vuol succedere; spesso quello che noi riteniamo sia il meglio può avere delle influenze perniciose sull'uomo; ma anche tutto questo è nulla. Io gli posso fare molto bene, ed io mi sforzerò di farlo, ma il bene più alto egli solo lo può fare a se stesso. Ecco perché l'uomo fa tanta fatica a scegliere se stesso, perché qui l'assoluto isolamento è identico alla più profonda continuità, perché, fin che non hai scelto te stesso, vi è come una possibilità di diventare qualcosa di diverso, o in un modo o nell' altro.
Ecco, qui hai il mio modesto parere intorno a quello che sia lo scegliere ed il pentirsi. Non si conviene amare una fanciulla come se fosse la propria madre, e la propria madre come fosse una fanciulla; ogni amore ha la sua particolarità. L'amore per Dio ha la sua assoluta particolarità e la sua espressione è il pentimento. E, cosa è mai ogni altro amore a paragone di questo? Solo un balbettio infantile. Non sono un giovane eccitato che cerchi di raccomandare le sue teorie, sono un marito e certo non tremo se mia moglie mi sente dire che ogni amore a paragone col pentimento è solo un balbettio; eppure so di essere un buon marito, «io che come marito ancora lotto sotto le vittoriose bandiere del primo amore». So che essa condivide la mia convinzione, e per questo l'amo ancor di più; e perciò non vorrei essere amato da quella tale fanciulla, perché essa non condivide la mia convinzione.
Qui si mostrano di nuovo altre terribili deviazioni. Chi striscia sulla terra non è esposto a cadere tanto facilmente come chi sale sulle cime delle montagne. Chi rimane seduto vicino al camino non è esposto tanto facilmente a sperdersi come chi si arrischia nel mondo. Lo so bene! Ma non per questo sono meno convinto della mia scelta.
Da qui un teologo prenderebbe lo spunto per una quantità di interessanti osservazioni; non voglio addentrarmi in esse, dato che sono solo un profano. Mi limiterò a cercare di chiarire quanto precede osservando che solo nel cristianesimo il pentimento ha trovata la sua vera espressione. L'ebreo religioso sentiva il peso del peccato dei suoi padri sulle sue spalle, ma però non lo sentiva affatto così profondamente come il cristiano; infatti l'ebreo non poteva pentir- sene, poiché non poteva scegliere se stesso in modo asso- luto. Il peccato dei suoi progenitori pesava su di lui; egli era sfinito da questo fardello, sospirava, ma non lo sapeva sollevare; questo lo sa fare solo chi sceglie se stesso in modo assoluto, aiutato dal pentimento. Quanto maggiore è la libertà, tanto maggiore è la colpa, e questo è il segreto della beatitudine. Anche se non è una viltà, è una pusillanimità non volersi pentire delle colpe dei padri; se non è bassezza, pure è piccineria e mancanza di generosità.
Nella scelta della disperazione scelgo dunque «me stesso». Mentre io dispero, come dispero di ogni altra cosa, dispero anche di me stesso; ma l'io di cui dispero è una cosa finita, come ogni altra cosa finita, e l'io che scelgo è l'io assoluto, o il mio io secondo il suo valore assoluto. Questo è il motivo profondo per cui io dicevo e continuo a dire che l'aut-aut tra la vita estetica e la vita etica non è un dilemma perfetto, perché solo un termine può venir scelto e l'altro sorge dal fatto di non scegliere. Con questa scelta scelgo non tra il bene ed il male, ma scelgo il bene, ma mentre scelgo il bene, scelgo eo ipso la scelta tra il bene ed il male. La scelta originaria è sempre presente in ogni scelta susseguente.
Dispera dunque, e la tua leggerezza non ti farà più vagabondare come uno spirito incostante, come un fantasma, tra le rovine di un mondo che pure è perso per te; dispera, e il tuo spirito non sospirerà mai più nella malinconia, poiché il mondo diventerà nuovamente bello e pieno di gioie per te, anche se lo vedrai con occhi diversi da prima, e il tuo spirito divenuto libero si innalzerà fino al mondo della libertà. Qui potrei interrompere; perché ti ho condotto al punto che volevo; ormai dipende da te. Vorrei che tu ti liberassi dalle illusioni dell'estetica e dai sogni di una mezza disperazione per risvegliarti alla serietà dello spirito. Potrei interrompere, ma non ne ho l'intenzione, poiché voglio farti considerare la vita da questo punto di vista e presentarti la concezione etica. Sono solo cose modeste che ho da offrirti, in parte perché il mio talento non è affatto all'altezza del compito, in parte perché la modestia è una delle principali qualità di ogni etica, una qualità che è molto appariscente per chi viene dall'abbondanza dell'estetica. Qui vale il detto: nibil ad ostentationem, omnia ad conscientiam. Se qui mi interrompessi, potrebbe essere sospetto, anche per il motivo che facilmente sembrerebbe che anch' io finisco in una specie di quietismo, in cui la personalità deve riposare, colla medesima necessità del pensiero, nell'assoluto. Cosa importerebbe allora aver conquistato se stesso, cosa importerebbe aver ricevuta una spada che può conquistar tutto il mondo, quando non se ne vuol fare altro uso che infilarla nel fodero?
Però prima di accingermi a esporre più particolareggiatamente il quadro della vita etica, voglio con due parole accennare al pericolo che v'è per l'uomo nel momento della disperazione, agli scogli su cui egli si può infrangere e naufragare del tutto. La Scrittura dice: «cosa guadagnerebbe l'uomo se conquistasse tutto il mondo ma la sua anima avesse a soffrirne? cosa potrebbe ricompensarlo?». La Scrittura non dice il contrario, ma esso è insito nella frase. Il contrario suonerebbe cosi: «che male farebbe all'uomo se perdesse tutto il mondo e non avesse a soffrirne l'anima sua? di che ricompensa avrebbe bisogno?». Vi sono delle espressioni che paiono semplici di per se stesse eppure riempiono l'anima di una strana angoscia, perché più diventano oscure, quasi più si pensa ad esse. In senso religioso le parole: «peccato contro lo spirito santo» son una di queste espressioni. Non so se sia mai riuscito ai teologi di darne una spiegazione precisa; io non mi sento in grado di darla, infatti, sono solo un profano. Invece l'espressione «aver a soffrire nell'anima», è una espressione etica, e chi ritiene di avere una concezione di vita etica deve anche ritenere di poterne dare una spiegazione. Si sente assai spesso ripetere questa espressione, eppure chi la voglia capire bene deve aver esperimentato nell'animo profonde commozioni, deve aver disperato; poiché sono propriamente le commozioni della disperazione che vi sono esposte; da una parte tutto il mondo intero, dall'altra parte la propria anima.

Kierkegaard, Aut-aut, Edizione CDE spa, 1990, p. 93 – 97

"Non appena amo Dio, non posso far altro che pentirmi". L'uomo che ama Dio è il non uomo. Un oggetto che si è annullato nei confronti della vita, si è isolato dalla società per coltivare il suo rapporto con Dio. Il non-uomo disprezza gli uomini che costruiscono relazioni e che vivono in un mondo sociale pieno di problemi, desideri e tensioni.

Kierkegaard, nel giustificare il proprio annullamento in Dio che chiama "amore", mente sapendo di mentire. Mente per poter ingannare il proprio lettore. Kierkegaard non ha mai avuto una moglie, è semplicemente scappato perché non reggeva il peso di una relazione con una donna e avere una relazione con un uomo per lui era un peccato mortale. Una relazione si costruisce e l'amore è vivere con-passione i comuni problemi per superarli. Con Dio non ci sono problemi. Dio domina, l'uomo si pente di essere nato e in nome di Dio rinuncia ad affrontare i problemi della vita distaccandosi dalle relazioni sociali.

Le relazioni sociali fanno paura a Kierkegaard. L'associazionismo era il suo nemico. La democrazia è il suo nemico. Tutto deve sottomettersi a Dio, al re, all'imperatore che sono tali per volontà di Dio. Per volontà del padrone.

Kierkegaard non fa altro che riprendere "L'imitazione di Cristo" di Tommaso da Kempis dove l'uomo si annulla in tutto ciò che l'uomo immagina sia il desiderio di Cristo. Un desiderio profondamente malato perché è il desiderio di un Gesù che desidera il dominio dell'uomo sull'uomo e rinuncia a vivere in funzione di sé stesso, ma solo in funzione del dominio compiacendosi dei sottomessi che desiderano essere sottomessi a Gesù.

L'esaltazione che fa Kierkegaard della sua relazione con Dio e della sottomissione angosciosa che lo porta a pentirsi è una manifestazione della sua malattia psichiatrica in cui Kierkegaard cerca di esorcizzare la sofferenza enfatizzando e glorificando il proprio annullamento in funzione di Dio.

Nella sua disperazione angosciosa Kierkegaard sceglie sé stesso. Sceglie la libertà di essere uno schiavo sottomesso per esorcizzare la sua angoscia. In questo modo paga per i peccati di suo padre perché egli ritiene giusto che i figli paghino per i peccati dei genitori, ma soprattutto paghino per il peccato più grave, quello i essere nati.

L'odio per la vita di Kierkegaard è feroce. Cita i libri sacri dei cristiani dicendo «cosa guadagnerebbe l'uomo se conquistasse tutto il mondo ma la sua anima avesse a soffrirne? cosa potrebbe ricompensarlo?». Ma chi vuole conquistare il mondo? Chi vuole possedere il mondo? Quando Paride ebbe l'incarico di scegliere la più bella fra Hera, Minerva e Venere, non scelse le ricchezze assolute e nemmeno di conquistare il mondo, scelse di vivere una relazione emotiva. Non scelse di essere un padrone di uomini, scelse di essere un uomo che vive la sua vita.

L'uomo non ha un'anima, ha una vita da vivere e l'angoscia impone all'uomo di non vivere la propria esistenza, ma di ritirarsi dal mondo.

Kierkegaard non ha nessun senso etico. Giustifica la violenza che ha subito mediante l'educazione pietistica e dal momento che non è stato in grado di liberarsene ha preferito enfatizzarla elevandola a modello di santità. Come Paolo di Tarso che, sessualmente impotente, ha preferito imporre l'impotenza sessuale a tutto il mondo trasformando la sua impotenza sessuale a modello desiderato per entrare nella grazia di Dio.

L'uomo che ebbe paura di sposarsi, afflitto da una depressione cronica immagina di " Non sono un giovane eccitato che cerchi di raccomandare le sue teorie, sono un marito e certo non tremo se mia moglie mi sente dire che ogni amore a paragone col pentimento è solo un balbettio; eppure so di essere un buon marito, «io che come marito ancora lotto sotto le vittoriose bandiere del primo amore». So che essa condivide la mia convinzione, e per questo l'amo ancor di più; e perciò non vorrei essere amato da quella tale fanciulla, perché essa non condivide la mia convinzione". Il filosofo della menzogna: ha rifiutato di fare esperienza ed opera presenta un'affermazione vuota a giustificazione della propria sottomissione a Dio.

Dopo la pubblicazione di Enten-Eller Kierkegaard inizia a nascondersi per paura di doversi confrontare culturalmente nella società. Abbandona ogni impegno sociale e rifiuterà ogni coinvolgimento nella società, compresa un'eventuale carriera ecclesiastica.

Poi Kierkegaard scrive "Timore e tremore" e "Studi sul cammino della vita". Lavori in cui c'è una ossessiva ricerca del peccatore che cerca di beneficiare dell'onnipotenza del suo Dio che alla sua coscienza appare sempre più lontano e indifferente al suo stato d'angoscia.

Scrive Kierkegaard in "Timore e tremore" un saggio sul diritto di Abramo di ammazzare suo figlio per entrare nelle grazie del suo Dio:

Noi leggiamo nella Sacra Scrittura: «E Dio tentò Abramo, dicendo: Abramo, dove sei? Abramo rispose: Eccomi qui». Tu, a cui si rivolge questo mio discorso, ti comporti allo stesso modo? Quando hai veduto avvicinarsi da lungi i duri colpi del destino, hai forse detto alle montagne: copritemi, e alle colline: cadete su di me? (Le., 23, 30). O se tu fossi più forte, il tuo piede non avanzerebbe lentamente per la via, non desidereresti far ritorno alle antiche orme? Quando ti fu rivolta la chiamata, hai o non hai risposto, oppure ti sei messo a brontolare? Non così Abramo che contento, franco, fiducioso rispose: Eccomi! Noi leggiamo ancora: «E Abramo si levò di buon mattino». Egli si affrettò come se si trattasse di recarsi a una festa, e di buon mattino era al posto stabilito, sul monte Moria. Non disse nulla a Sara, nulla a Eliezer: chi avrebbe potuto comprenderlo? Non gli aveva la tentazione, con la sua propria natura, imposto il silenzio? «Abramo tagliò la legna, legò Isacco, accese la catasta, estrasse il coltello». - Mio uditore! Ci furono molti padri che credettero di perdere nel loro figlio la cosa più cara al mondo, di perdere così ogni speranza per l'avvenire, ma non ci fu nessuno che fosse il figlio della promessa nel senso che Isacco lo era per Abramo. Molti padri perdettero il loro bambino; ma fu Iddio, l'immutabile e insondabile volontà dell'Onnipotente, fu la sua mano a toglierlo! Non così con Abramo. A lui era riservata una più dura prova e il destino d'Isacco era il coltello in mano ad Abramo. Ed egli rimase lì, il vegliardo con la sua unica speranza!
Ma non dubitò, non si mise a sbirciare a destra e a sinistra con angoscia, non importunò il cielo con le sue preghiere. Sapeva ch'era Dio, l'Onnipotente, che lo metteva alla prova; sapeva che si poteva esigere da lui il sacrificio più duro: ma sapeva anche che nessun sacrificio è troppo duro quando è Dio che lo vuole - e cavò fuori il coltello.
Chi dette forza al braccio di Abramo, chi tenne sollevata la sua destra perché non cadesse impotente? A contemplare una scena simile, si resta paralizzati. Chi fortificò l'anima di Abramo, perché i suoi occhi non si abbassassero e non vedessero Isacco e l'ariete? Al vedere una cosa simile, si diventa ciechi. - Eppure è raro che qualcuno forse diventi paralitico o cieco, ancor più raro è che qualcuno racconti degnamente quanto è accaduto (ad Abramo). Tutti lo sappiamo - si tratta soltanto di una prova.
Se Abramo, quando fu sul monte Moria, avesse dubitato, se indeciso avesse guardato attorno, se nell'alzare il coltello avesse per caso scorto l'ariete, se Dio gli avesse permesso di sacrificarlo al posto di Isacco - allora egli avrebbe fatto ritorno a casa. Tutto era (lo stesso) di prima, egli aveva Sara, conservava Isacco, epperò quant'era cambiato! Perché il suo ritorno era una fuga, la sua salvezza il caso, la sua mercede la vergogna, il suo futuro forse la perdizione. Allora egli non avrebbe testimoniato né per la sua fede né per la grazia di Dio ma soltanto di quant'era orribile salire sul monte Moria. Allora Abramo non sarebbe stato dimenticato, né il monte Moria. Questo sarebbe stato nominato non come l'Araratsu cui si posò l'Arca (Gen., 8, 4) ma come un orrore, poiché è stato qui che Abramo dubitò e conservato Isacco - non era così? Il Signore non te lo tolse più e tu fosti felice con lui nella tua tenda, come lo sei nell'altra vita per tutta l'eternità. Venerabile Padre Abramo! Son passati millenni da quel giorno, ma tu non hai bisogno di nessun tardo amante che strappi il tuo ricordo alla violenza dell'oblio, poiché ogni lingua ti ricorda - e tu però ricambi il tuo ammiratore nella forma più splendida: tu lo fai beato nell'aldilà riposante sul tuo seno, e qui ne imprigioni la vista e il cuore con la meraviglia della tua azione. Venerabile Padre Abramo! Secondo Padre dell'umano genere! Tu che per primo comprendesti e testimoniasti per quell'enorme passione che disdegna la lotta spaventosa con la furia degli elementi e le forze della creazione per lottare con Dio. Tu che per primo conoscesti quella sublime passione, la sacra pura e umile espressione per la follia divina', che fosti ammirato dai pagani - perdona colui che ha voluto parlare in tua lode, anche se non l'ha fatto come si conveniva. Ha parlato umilmente, secondo il desiderio del suo cuore; ha parlato brevemente com'era conveniente. Ma egli non dimenticherà mai che per te dovettero passare cent'anni prima di ottenere un figlio di vecchiaia contro ogni aspettativa, che tu dovesti estrarre il coltello prima che tu conservassi Isacco: non dimenticherà mai che in 130 anni di vita non sei andato al di là della fede.

Kierkegaard, Timore e tremore, BUR, 1985, p. 43 – 45

Kierkegaard elogia la più grande aberrazione che la storia dell'ideologia religiosa cristiana ed ebrea presentano. Kierkegaard esalta Abramo, l'assassino che per cupidigia è pronto ad ammazzare suo figlio ingraziandosi il suo padrone. In Kierkegaard il figlio non è una persona, è solo un oggetto, una bestia destinata ad essere sacrificata a Dio. Il figlio non ha diritti. Al figlio è lasciata solo la libertà di porgere la gola per essere scannato.

Kierkegaard elogia il macellaio che obbedisce a Dio ed è pronto per macellare suo figlio.

Il principio filosofico ed etico che si deduce da questo orrore è che i figli non hanno un futuro perché sono oggetti posseduti dal padre che li può ammazzare per la gloria del suo Dio. Qualunque autorità rappresenti questo Dio.

La libertà di Abramo è la libertà di obbedire al proprio Dio. La libertà di Dio è quella di rubare il futuro ad Isacco perché Isacco non ha futuro essendo solo bestiame posseduto da Abramo.

Abramo non testimonia la fede, ma la più vile cupidigia, quella cupidigia per la quale è pronto ad assassinare per garantirsi i favori del potente di turno, del padrone di turno. Per questo, non solo gli stermini che gli ebrei hanno subito ad opera dei cristiani hanno Abramo come mandante, ma lo stesso sterminio nazista degli ebrei altro non è che l'applicazione pratica dell'ideologia imposta dagli ebrei mediante Abramo. Lo sterminio nazista riproduce il modello religioso di Abramo dove Abramo sono i nazisti ed Isacco sono gli emarginati da sterminare. Era il "Dio lo vuole". Dio vuole il sacrificio umano e nella macelleria umana dei campi di sterminio non c'è il lieto fine, c'è solo il piacere di Dio, il suo compiacimento per l'inebriante profumo dell'olocausto.

Nella sua malattia, Kierkegaard si identifica con Abramo. E' Kierkegaard che obbediente a Dio porta suo figlio Isacco sul monte Moria per poterlo sacrificare. Kierkegaard voleva sacrificare suo figlio e dimostrare a Dio che lui era degno di "leccargli il culo", come aveva fatto Abramo.

Nel 1844 Kierkegaard pubblica "Il concetto dell'angoscia".

Scrive Kierkegaard in "Il concetto d'Angoscia":

L'angoscia è prodotta dal peccato

Con la peccaminosità fu posta la sessualità. Nello stesso momento comincia la storia del genere umano. Come la peccaminosità si muove nel genere per determinazioni quantitative, così fa l'angoscia. La conseguenza del peccato originale o la sua presenza nel singolo è l'angoscia, che si distingue da quella di Adamo solo quantitativamente. Nello stato d'innocenza (parlare di un tale stato dev'essere possibile anche riguardo all'uomo posteriore) il peccato originale deve avere l'ambiguità dialettica, dalla quale prorompe la colpa nel salto qualitativo. Invece, l'angoscia in un individuo posteriore potrà essere più riflessa che non in Adamo, perché in lui si fa valere l'incremento qualitativo acquisito dalla specie. Ma l'angoscia non diventa mai, qui non più che altrove, un'imperfezione nell'uomo; anzi, si deve dire: più originario è l'uomo, e più profonda è l'angoscia, perché il presupposto della peccaminosità sulla quale, dato che egli entra nella storia della specie, si basa la sua vita individuale, egli se lo deve appropriare. In questo senso la peccaminosità ha acquistato una maggiore potenza e il peccato originale vien crescendo. Che ci siano uomini che non avvertono affatto alcuna angoscia, lo si deve comprendere pensando che neppure Adamo l'avrebbe sentita se egli fosse stato un animale.
L'individuo posteriore è, come Adamo, una sintesi che dev'essere portata dallo spirito; ma è una sintesi derivata, in quanto in essa è posta anche la storia della specie; in questo sta il più o il meno di angoscia dell'individuo posteriore. Ma la sua angoscia non è angoscia del peccato, perché non c'è la differenza tra il bene e il male che esiste soltanto mediante la realtà della libertà. Se questa differenza esiste, è soltanto come il presentimento di una idea, la quale però, attraverso la storia della specie, può ancora acquistare un significato maggiore o minore.
Che l'angoscia nell'individuo posteriore sia più riflessa in conseguenza della sua partecipazione alla storia della specie, la quale si può paragonare all'abitudine (questa, infatti, pur essendo una seconda natura, non è una nuova qualità, ma soltanto un progresso quantitativo), deriva dal fatto che ora l'angoscia entra nel mondo coll'angoscia; ma il peccato, a sua volta, portò con sé l'angoscia. Perché la realtà del peccato è una realtà che non ha consistenza. Da una parte la continuità del peccato è la possibilità che genera angoscia; d'altra parte la possibilità di una redenzione è a sua volta un niente che l'individuo a un tempo ama e teme; perché questo è sempre il rapporto tra l'individualità e la possibilità.

Kierkegaard, Il concetto dell'Angoscia, Biblioteca Ideali Tascabili, 1995, p. 43

Per Kierkegaard è il peccato introdotto da Adamo nel mondo è la soddisfazione del bisogno sessuale. Il peccato originale che diventa peccato di specie perché ogni individuo della specie umana ha necessità di praticare attività sessuale. La negazione dell'attività sessuale produce angoscia.

L'angoscia non è generata dalla pratica sessuale, l'angoscia è prodotta dalla negazione della pratica sessuale.

A Kierkegaard interessa solo la distruzione dell'individuo, ridurre l'individuo alla propria dimensione esistenziale, un fallito nella vita che vive di angoscia e depressione pretendendo di elevare l'angoscia e la depressione a manifestazione di una santità che lo lega a Dio.

Kierkegaard riproduce il meccanismo voluto da Paolo di Tarso. Paolo di Tarso, sessualmente impotente, negò il diritto alla sessualità supportato dall'ideologia del controllo della sessualità messa in atto da Platone, dai cinici, dagli stoici e i neoplatonici.

Per Kierkegaard il sesso è il peccato che con Adamo entra nel mondo e che viene rinnovato da ogni singolo uomo come reiterazione del peccato originale. Negare la sessualità produce angoscia, ma Kierkegaard capovolge i termini e indica nell'angoscia l'effetto del peccato sessuale. L'angoscia come mezzo attraverso cui negare la sessualità perché ogni singolo individuo è peccatore al cospetto di Dio.

L'ideologia esistenzialista è solo questo: gestire l'uomo mediante l'angoscia davanti ad una dimensione ontologica dell'esistenza che da prodotto dell'immaginazione diventa fondamento aprioristico che controlla ogni scelta umana.

La repressione sessuale produce angoscia e malattia mentale come la depressione e la depressione e l'angoscia diventano strumenti con cui costringere l'uomo a reprimere la propria sessualità.

Scrive ancora Kierkegaard in "Il concetto d'angoscia":

Se l'uomo fosse un animale o un angelo, non potrebbe angosciarsi. Poi ché è una sintesi, egli può angosciarsi, e più profonda è l'angoscia più grande è l'uomo; non l'angoscia, come gli uomini l'intendono di solito, cioè l'angoscia che riguarda l'esteriore, ciò che sta fuori dell'uomo, ma l'angoscia ch'egli stesso produce. Soltanto in questo senso bisogna intendere il racconto del Vangelo quando si dice che Cristo fu angosciato fino alla morte (Mt. 26, 38), come pure quando Egli dice a Giuda: «Quello che fai, fallo presto» (Jo, 13, 27). Nemmeno la terribile espressione di Cristo che mise in angoscia lo stesso Lutero quando predicava su di essa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt. 27, 46), nemmeno queste parole esprimono così fortemente il patimento; infatti, coll'ultima si indica uno stato in cui Cristo si trova, la prima invece indica il rapporto con uno stato che non è.
L'angoscia è la possibilità della libertà; soltanto quest'angoscia ha, mediante la fede, la capacità di formare assolutamente, in quanto distrugge tutte le finitezze scoprendo tutte le loro illusioni. E nessun grande inquisitore tien pronte torture così terribili come l'angoscia; nessuna spia sa attaccare con tanta astuzia la persona sospetta, proprio nel momento in cui è più debole, né sa preparare così bene i lacci per accalappiarla come sa l'angoscia; nessun giudice, per sottile che sia, sa esaminare così a fondo l'accusato come l'angoscia che non se lo lascia mai sfuggire, né nel divertimento, né nel chiasso, né sotto il lavoro, né di giorno, né di notte.
Colui ch'è formato dall'angoscia è formato mediante possibilità; e soltanto chi è formato dalla possibilità, è formato secondo la sua infinità. Perciò la possibilità è la più pesante di tutte le categorie. Veramente si sente dire spesso il contrario, che la possibilità è così lieve e la realtà invece tanto pe- sante. Ma da chi si sentono fare tali discorsi? Da alcuni uomini miserabili, che non hanno mai saputo che cosa sia la possibilità, e avendo dimostrato la realtà che costoro non sono buoni a nulla e che non saranno mai buoni a nulla, si son rifatta a furia di menzogne una possibilità che fu così bella, così affascinante; alla base di questa possibilità sta tutt'al più un po' di presunzione giovanile di cui sarebbe meglio vergognarsi. Di solito la possibilità di cui si dice ch'è così lieve, s'intende come possibilità di felicità, di fortuna ecc. Ma questa non è affatto la possibilità; questa è un'invenzione fallace che gli uomini, nella loro corruzione, imbellettano per avere almeno un pretesto di lamentarsi della vita e della Provvidenza e per avere un'occasione di farsi importanti ai propri occhi. No, nella possibilità tutto è ugualmente possibile e chi fu realmente educato mediante la possibilità, ha compreso tanto il lato terribile quanto quello piacevole. Se un tale esce dalla scuola della possibilità sapendo, meglio che non un bambino, il suo ABC, ch'egli dalla vita non può pretendere assolutamente nulla e che il lato terribile, la perdizione, l'annientamento, abita con ogni uomo a porta a porta, e se ha tratto profitto dall'esperienza che l'angoscia, di cui egli si angosciava, lo assali nel momento seguente, allora darà alla realtà un'altra spiegazione; esalterà la realtà, e anche quando essa pesa grave sopra di lui, si ricorderà ch'essa è molto più leggera di quanto non fosse la possibilità. è soltanto in questo modo che la possibilità può formare; perché la finitezza e le condizioni finite nelle quali è assegnato all'individuo il suo posto, siano esse piccole e comuni o di grandezza storica, formano soltanto in un modo finito; si può sempre mercanteggiare, sempre svignarsela in qualche punto, sempre tenersene un po' fuori, sempre evitare di imparare da loro qualche principio di valore assoluto. Per imparare così l'individuo deve avere di nuovo la possibilità in sé e formare da sé quello da cui deve imparare; anche se questo, nel momento, non riconosca affatto di essere formato da lui, ma gli toglierà assolutamente ogni potere.
Ma perché un individuo sia formato così assolutamente e infinitamente mediante la possibilità, egli dev'essere sincero di fronte alla possibilità e deve avere la fede. Per fede io intendo qui quello che una volta Hegel, a modo suo, determina molto giustamente: la certezza interiore che anticipa l'infinito, Se le scoperte della possibilità sono trattate con sincerità, la possibilità scoprirà tutte le cose finite, idealizzandole però nella forma dell'infinità, e abbatterà nell'angoscia l'individuo finché esso, da parte sua, non le vincerà nell'anticipazione della fede.
Quanto ho detto qui sembra forse a molti un discorso oscuro e stolto; poiché essi, al contrario, si vantano di non provare mai angoscia. A costoro vorrei rispondere che certamente non si deve aver angoscia degli uomini, delle cose finite; ma solo colui ch'è passato attraverso l'angoscia della possibilità, soltanto egli è formato in modo da non dover più avere angoscia; non perché scansa i terrori della vita; ma perché questi restano sempre tenui in confronto di quelli della possibilità. Se invece il mio interlocutore credesse che la sua grandezza fosse proprio di non aver mai avuto angoscia, lo inizierei con piacere alla mia spiegazione, cioè che la sua opinione risulta dal fatto ch'egli è assai privo di spirito.

Kierkegaard, Il concetto dell'Angoscia, Biblioteca Ideali Tascabili, 1995, p. 113 – 114

L'angoscia come forma di salvezza dagli oggetti che procurano angoscia.

E' come se Kierkegaard dicesse che l'assassino salva l'assassinato.

In questo terribile mare d'angoscia che solo Dio può eliminare, l'angoscia viene diffusa socialmente nella convinzione che diffondendo l'angoscia si costringono le persone alla fede e, con essa, alla salvezza. Questo stano dicendo le voci degli aguzzini dell'inquisizione che bruciavano le persone per salvare la loro anima.

Lo stato d'angoscia è la realtà del cristianesimo che sparge dolore perché solo spargendo dolore rinnova quello che ha immaginato sia il dolore di Cristo. E spargendo dolore il cristianesimo si compiace della sua gloria e del suo successo nello spargere dolore. Si compiace del potere che dispone nel costringere l'uomo nella sofferenza.

Tutto l'esistenzialismo è arte del diffondere dolore, sofferenza, fallimento esistenziale. Dopo il fallimento dello spiritualismo e dell'idealismo, ecco l'esistenzialismo raccogliere il diritto di giustificare la diffusione del dolore nelle società civili.

La malattia mentale è ricca di allucinazioni a sfondo religioso. Inizieranno in quegli anni le apparizioni mariane. La madonna verrà vista in giro per l'Europa da persone angosciate che alla logica dei movimenti nazionali che chiedono democrazia, opporranno l'angoscia della sottomissione al volere di Dio che appare nelle varie allucinazioni. L'angoscia e l'allucinazione come arma ideologica che afferma una realtà che appartiene all'ambito dell'assurdo e che la logica filosofica non è in grado di difendere, argomentare o dimostrare.

Le apparizioni della madonna, affermate da individui angosciati, devasteranno la società civile impedendo spesso la realizzazione di forme di democrazia.

L'11 novembre 1855 l'angoscia finalmente trionfa. Colpito da paralisi Kierkegaard muore a 42 anni ponendo fine alla sua angoscia esistenziale.

Kierkegaard non ha mai viaggiato, non ha mai partecipato al dibattito sociale, non si è mai confrontato con qualcuno che non fosse l'immagine che aveva in testa del suo Dio del quale cercava quella provvidenza che non arrivò mai.

Quando nel 1848 scoppiano moti insurrezionali in Europa, egli non capisce perché queste persone si ribellano anziché mettersi in ginocchio davanti a Dio, al loro imperatore.

Kierkegaard appare più un caso di malattia psichiatrica che un filosofo. Le sue affermazioni sembrano le confessioni di un paziente che vive con angoscia i suoi sensi di colpa e che fa dei propri sensi di colpa modello esistenziale da presentare alla società. Kierkegaard è considerato il padre dell'esistenzialismo perché tutto l'esistenzialismo è legittimazione filosofica della malattia mentale che giustifica angoscia, depressione e smarrimento sociale.

 

 

Marghera, 08 settembre 2018, revisionato il 10 novembre 2019

 

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Claudio Simeoni

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