La biografia di Tommaso Campanella

Le biografie dei giocatori - quarta biografia

Capitolo 87

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Claudio Simeoni

 

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La biografia di Tommaso Campanella

 

Tommaso Campanella nato il 5 settembre 1568 e morto il 21 maggio 1639.

Tutti i dati biografici di Tommaso Campanella sono dedotti dalla biografia scritta da Luigi Amabile nel 1882. Un lavoro in tre volumi.

A quindici Tommaso Campanella anni prende i voti di frate domenicano e da quel momento sarà tutto un dentro e fuori dalla galera.

Qual era il vero problema di Tommaso Campanella? Era il delirio di onnipotenza che gli faceva credere di essere il meglio del meglio del meglio all'interno di una chiesa cattolica che, dal punto di vista religioso, era il meglio del meglio del meglio.

Un'intelligenza estremamente vivace che lo metteva in competizione fra i frati domenicani che non vedevano di buon occhio il suo attivismo. Campanella individuò presto la relazione fra questione sociale e questione teologica rendendolo, di fatto, un soggetto eretico facilmente perseguibile dall'inquisizione.

Scrive Eugenio Garin:

"Ne in questo Campanella si staccava dal pensiero rinascimentale ma vi si conformava in pieno, assai più del Telesio. Ma non trovava solo questo nell'iniziazione magico-astrologica: vi trovava l'annunzio di una pienezza e di un rinnovamento dei tempi; «tempora sunt tenebrosa, Antichristus est in ianuis » [Sono tempi di tenebre; l'Anticristo è alle porte.] La teoria delle grandi congiunzioni che elaborata tra gli arabi da Alkindi, era stata introdotta in occidente con la versione degli scritti di Albumasar, aveva affascinato da Ruggero Bacone a Pietro d'Ailly spiriti piissimi, certi di vedere nella congiunzione dei pianeti superiori il ritmo occulto delle vicende delle religioni e dei regni."

Eugenio Garin, Storia della filosofia Italiana, vol. II, ed. CDE, 1989, p. 305

Mel 1591 Campanella stava leggendo quanto inciso su una lapide posta all'ingresso della biblioteca di S. Domenico in cui il papa scomunicava chiunque avesse preso libri senza permesso. In preda al riso, Campanella si fece sfuggire una frase che risultò ad alcuni oltraggiosa. Campanella fu arrestato e portato prima nelle prigioni del Nunzio e poi fu condotto a Roma per essere rinchiuso nelle carceri del Sant'Uffizio. Stando alle testimonianze al processo, Tommaso Campanella, davanti alla lapide avrebbe detto: "Che cos'è questa scomunica? Si mangia?".

1591 Campanella è accusato di sospetta eresia e di collaborazione col demonio dal momento che, avendo rifiutato l'autorità di Aristotele e Tommaso d'Aquino, ha preferito rivolgere i suoi studi al naturismo di Telesio. Durante il processo l'accusa di praticare il demonio viene a cadere, ma si conferma l'anno di carcerazione per contiguità con le idee di Telesio.

Nel 1592 Tommaso Campanella era ancora in prigione a Napoli e il 28 agosto 1592 Tommaso Campanella firma la sua abiura accettando la condanna dell'Inquisizione. Sempre nel 1592 Tommaso Campanella va a Firenze che ritiene una città più sicura di Napoli. Poi, Tommaso Campanella, va a Padova, al convento di S. Agostino, ma dopo soli tre giorni viene arrestato e inquisito. Intanto, nel viaggio da Firenze a Padova, mentre attraversa Bologna l'inquisizione lo raggiunge e gli sequestra tutti i libri e i manoscritti.

Cosa è successo a Padova, non è chiaro. Ci fu uno scontro fra i frati del convento di S. Agostino e il priore da cui scaturì un'inchiesta. Sembra che il priore abbia subito un'aggressione. Il processo è breve, Tommaso Campanella viene scagionato. Anche se questo processo non verrà citato, sembra che questo processo abbia influito molto su Tommaso Campanella.

Nel 1593 Tommaso Campanella fu nuovamente processato a Padova dove venne accusato di essere l'autore del libretto "I tre impostori" [Mosè, Gesù e Maometto] e di essere un seguace delle dottrine di Democrito. Si discolpò, ma questo è il terzo processo subito da Tommaso Campanella.

Nel 1593 (forse 1592) a Padova Tommaso Campanella incontra Galileo Galilei. Intanto scrive "Apologia pro Telesio", "Physiologia iuxta propria principia" e "Rhetorica nova". Questi testi sembrano scaturiti dalle lezioni private con le quali Campanella si manteneva a Padova.

Le imputazioni padovane a Tommaso Campanella furono:

1 - Essere autore del libretto "I tre impostori".

2 - Aver disputato di "fede" con un "giudaizzante".

3 - Essere autore di un sonetto contro Cristo.

4 - Possedere un libro di geomanzia.

Poi a Roma furono aggiunte le seguenti accuse:

5 - Disapprovare il potere e la dottrina della chiesa;

6 - Sostenere opinioni Democritee.

L'accusa n. 6 sembra sia dovuta ad una particolare interpretazione del testo di Tommaso Campanella "Del senso delle cose e della magia". Non si sa bene se il "giudaizzante" con cui Tommaso Campanella avrebbe discusso sia stato il frate cappuccino Antonio da Verona arso vivo in Campo de' Fiori a Roma nel 1599 oppure il suo compagno di galera Ottavio Longo. Antonio da Verona sosteneva che "Cristo non ha mai redento il genere umano". Nel 1593 Campanella è nelle carceri del Sant'Ufficio a Padova con il medico Clario e Ottavio Longo.

Scrive, a proposito della magia, Tommaso Campanella in "Il senso delle cose e la magia":

Magi s'appellaro gli antichi savii dell'Oriente; in particolare i Persiani, che investigavano le cose occulte di Dio e della natura, sua arte, e poi operavano cose maravigliose applicandole all'uso umano, come scrive sant'Agostino. Ma oggi è sì avvilito questo nome che solo a' superstiziosi amici de' demonii si dona, perchè la gente, fastidita dì investigare le cose; ha cercato per breve strada, dalli demonii, quel che non ponna dare e fingono di potere. Così l'Astrologia, maneggiata da imperiti, è venuta in abbominio; anzi li Profeti oggi si chiamano barbanti e sciagurati dallo sciocco volgo. Si è forzato nondimeno il Porta studiosissimo di revocar questa scienza, ma solo istoricamente, senza render causa e lo studio d'Imperato può esser base in parte di ritrovarla.
Constava di tre scienze, come Plinio narra, quest'arte, cioè della Religione, Medicina e Astrologia. La prima serve per purgar l'animo per farsi atto alle conoscenze e amico della prima causa e per imporre fiducia, onore e riverenza negli animi di quelli ai quali s'applica. La seconda per conoscere le virtù dell'erbe, pietre e metalli e la simpatia e antipatia tra loro e con noi, e la complessione e attitudine a patire e operar dell'uomo che ha bisogno di quelli. La terza per conoscere il tempo di operare e il simbolo che con ogni cosa han le stelle fisse, erranti e li luminari che manifestamente sono cause delle virtù e mutazioni di tutte cose. Onde nell'Evangelio di san Matteo sono lodati quei Magi che conobbero dalla cometa la natività del' Monarca del Mondo perchè Dio all'investigatori delle opere sue e ammiratori mostra non solo quel che cercano, ma più grazia dona loro di arrivare a cose soprannaturali, essendosi purgati e disposti con le vìrtudì: tanto è benigno e amoroso l'Autor nostro
Questa, dunque, sapienza è speculativa e pratica insieme, perchè applica quel che intende all'opere utili al genere umano. Stimò Plinio che quest'arte sia a tutti naturale e che il fare miracoli penda da lei. Però mette Moisè esser stato gran Mago come gli Egizii Jamnes e Mambre che pugnaro con lui, e dice ultimamente in Cipro essersi trovata magia, irnperochè san Paolo fece accecare Elimas Mago e poi lo sanò in presenza del Proconsole Sergio Paolo, in quell'isola; nè crede che ci siano demonii, perchè Nerone investigò quelli e cercò alcuno che gli mostrasse, e non ne vide mai uno; talchè pensa la natura essere Dio infuso in ogni cosa e operare secondo la sapienza nostra, che servirsi sa delle opere sue. Ma Trismegisto sapientissimo dice che l'uomo è un miracolo del mondo e più nobile delli Dei o eguale, e che però abbia potestà tanta nel suo senno che' può far Dei di marmo e di bronzo e dargli anima sotto a certe costellazioni e ricever risposta da loro. E questo crede Porfirio e Plotino, aggiungendo che vi siano Angeli buoni e perversi, come ogni dì si vede esperienza e io n' ho visto manifesta prova non quando la cercai, ma quando pensavo ad altro; però non è meraviglia se al curioso Nerone non sono comparsi. E quanto dicono di Simon Mago stimo esser giuoco naturale, poichè Svetonio Tranquillo narra che Nerone fè rinnovare il caso d'Icaro.
Or io affermo essercì magia divina che l'uomo senza grazia di Dio non intende nè opera, e questa fu quella di Moisè e d'altri santi gloriosi amici di Dio che con poca scienza fecero tanti miracoli obedendo a loro la natura come a messaggieri di Dio. Ci è magia naturale come questa delle stelle e della medicina e fisica, aggiungendo religione per dar fiducia a chi spera il favore di questa scienza; e ci è la magia diabolica di coloro che per arte del demonio fan cose mirabili a chi non l'intende, e questa senza demonio spesso si fa da cantambanchi in presenza di sciocchi; ma sono cose d'astuzia e non di sapienza. La naturale, dunque, sta in mezzo e chi ben la esercita con pietà e riverenza del Creatore, merita spesso esser levato alla. sopranaturale partecipare con li superi. Ma chi l'abusa in ammaliare le genti, avvelenare, arrabbiare e burlare, merita che il demonio s'ingerisca, l'inganni e conduchi a perdizione.

Tommaso Campanella, Il senso delle cose e la magia, Fratelli Melita, 1987, p. 221 – 224

Tutta la magia di Campanella era la magia di carattere religioso, quella che la chiesa cattolica rivendica nei suoi atti e nei suoi riti per volontà di Dio. La questione non consiste nel fatto che la chiesa cattolica nega la magia, ma che la chiesa cattolica rivendica l'operare magico per sé stessa e per i suoi consacrati negando la presenza della magia divina in tutti gli altri uomini che, pertanto, diventano coloro che hanno commercio col demonio.

Mentre Tommaso Campanella dice che la magia è un patrimonio di tutti gli uomini, la chiesa cattolica rivendica la magia come effetto esclusivo dei preti cattolici consacrati. Loro sono Gesù e come Gesù possono operare miracoli. Se tutti gli uomini, come dice Campanella, hanno il potere di invocare e ottenere miracoli, scade l'esclusiva pratica dei preti cattolici. Questo la chiesa cattolica non lo può permettere.

Che la pratica della magia di Tommaso Campanella sia legata a doppio filo alla bibbia e ai vangeli, non c'è alcun dubbio.

Scrive Tommaso Campanella:

I primi uomini conoscevano Dio manifestamente per 1'opera della creazione ancora fresca e per li continui benefizii e apparizioni di quello, talchè chi era più amico della prima causa era più sapiente, poichè la sapienza è lo stesso culto divino, cioè la Religione, come dice Jub. Dunque, chi meglio lo serviva, aveva più obedienza dalle creature e faceva opere miracolose. Ma perchè si sdegnarono gli uomini di servire al più sapiente uomo, fecero divisione, e perchè la Religione non li sforzasse a star soggetti al gran Sacerdote amico di Dio, introdussero nuovi Dei per ragion di stato dicendo che quel Dio che in forma umana o d'altra spesso appariva, era alcun di loro.
S'appella va comunemente Dio, Jove, onde la lingua ebraica, figlia della Caldea che fu la prima, ancora lo chiama Jeova. Il primo che s'usurpò nome di Jove fu Belo descendente di Nembrot, capo della Monarchia Assiria e padre di Nino, dalla qual nazione, cinquant'anni da poi, si partì Abraham e seminò il culto del vero Jeova per il mondo, e gli fu per questo da Dio promessa l'eredità di tutto il mondo, poichè egli era dell' Autor del mondo conoscitore; e così veramente è avvenuto, chè non si trova nazione che non si vanti venire da Abraham: li Maomettani per Ismaele , gli Ebrei per Isaac, i cristiani per via di Davide, del cui tronco venne Cristo e inserto noi a quel ceppo santo come olivastri nell'oliva. E verrà tempo, come si vede disposto, che tutto il mondo tornerà al culto di Dio vero e sarà figlio d'Abraham, non spurio come Macone, nè carnale come gli Ebrei per via d' Isac, ma spirituale, poichè ad Abraham l'eredità dell'universo è promessa, secondo dice san Paolo.

Tommaso Campanella, Il senso delle cose e la magia, Fratelli Melita, 1987, p. 224 – 225

Sta di fatto che nel 1593 i tre vengono torturati per ordine del Sant'Ufficio a Padova. All'inizio viene torturato solo Longo, ma poi arriva l'ordine di torturare anche Clario e Tommaso Campanella. E' il Clario, che come medico aveva buoni rapporti con l'arciduca della Stiria, che riuscì ad attrarre l'attenzione e costringere il papa di Roma ad interessarsi della vicenda.

Comunque, il Clario e Tommaso Campanella furono torturati ferocemente.

Nel 1595 il Sant'Ufficio invita Campanella a scrivere per discolparsi. Torturato ancora, il 16 maggio 1595, Tommaso Campanella abiura e viene relegato nel convento domenicano di S. Sabina sull'Aventino. Da S. Sabina Tommaso Campanella fa proposte per riformare il clero.

Nel 1597 Tommaso Campanella parte per Napoli, ma dopo qualche mese viene sottoposto ad un altro processo.

Tommaso Campanella venne accusato di eresia da Scipione Prestinace, un bandito calabrese condannato a morte per delitti comuni. Scipione Prestinace voleva allontanare un po' il momento dell'esecuzione e così chiese di parlare con il Sant'Ufficio per dare informazioni. Questo permetteva di posticipare l'esecuzione. Nelle sue dichiarazioni accusò di eresia molti conterranei e dette forse supporto a dicerie per arricchire la propria confessione tentando di evitare l'esecuzione. Fra gli altri accusò anche Tommaso Campanella. Scipione Prestinace fu decapitato il 17 febbraio 1597.

Il 5 marzo 1597 Tommaso Campanella fu arrestato, ma il 17 dicembre 1597 fu assolto.

Scrive Eugenio Garin:

"Stende allora il De monarchia christianorum, perduto, e il De regimine ecclesiae, delineando quella concezione di un dominio universale della Chiesa che doveva poi svolgere nella Monarchia del Messia. Scrive il Dialogo contro Luterani e Caluinisti e altri eretici e compone i Discorsi ai principi d'Italia, in cui i concetti della potenza papale sono fortemente affermati. «Nulla nazione dopo perduto l'imperio ha potuto ricuperarlo più, però non ci è più speranza in Italia che le stelle pur contraddicono; solo ci resta questa gloria del papato, ed è tanto grande che tutti i principi Cristiani baciano i piedi al nostro principe, il che non facevano all'Imperator Romano. Egli pone e depone tutti i principi, e dà legge all'universo, ed è capo della monarchia celeste, e seggio della scola di Dio». L'ideale della monarchia del Messia e quello della monarchia di Spagna confluiscono nell'ideale unico di un'unificazione politica operata dal re cattolico per l'unione spirituale del mondo."

Eugenio Garin, Storia della filosofia Italiana, vol. II, ed. CDE, 1989, p. 309

Il discorso di unificare il mondo sotto una sola religione e una sola monarchia diventerà sempre più importante in Tommaso Campanella. Un delirio nato dalla credenza dell'imminente fine del mondo e della nascita del regno di Dio, la nuova Gerusalemme.

In Tommaso Campanella si possono distinguere due fasi di sviluppo del suo pensiero filosofico. La prima fase è caratterizzata da una vicinanza con la filosofia della natura di Telesio che porterà l'inquisizione a interpretare il suo libro "Del senso delle cose e della magia" in chiave democritea e una seconda fase in cui Tommaso Campanella sarà pervaso dall'amore di Gesù e indicherà nella chiesa cattolica e nel cristianesimo l'ideologia unificante dell'intero genere umano.

Per capire il disprezzo per l'uomo e l'amore per il monarca Gesù e la chiesa cattolica, è necessario ricordare come Tommaso Campanella odiasse tutto ciò che non rispondeva all'ideale del superuomo.

Scrive Eugenio Garin che cita letteralmente Tommaso Campanella:

« volea fare una repubblica dove si havesse da vivere in commune e ... la generatione humana si doveva solamente fare dali huomini buoni, e ... li inhabili non dovevano fare la generatione humana, intendendo e dichiarando per huomini inhabili quelli che non erano valorosi et huomini gagliardi »

Eugenio Garin, Storia della filosofia Italiana, vol. II, ed. CDE, 1989, p. 311

In sostanza, pensava che gli uomini fossero da allevare come le bestie, esattamente come Platone. Esattamente come Platone predica l'eugenetica per la selezione della razza. Poi, i nazisti faranno il resto.

Sta di fatto che Campanella si difese in questo quarto processo con molto impegno e fu assolto.

Scrive Luigi Firpo nel suo "I processi di Tommaso Campanella":

Piuttosto, l'assoluzione del Campanella deve esser spiegata con la natura stessa delle accuse a suo carico: se si considera che egli era assente dalla Calabria fin dallo scorcio del 1589, la denuncia che lo colpiva doveva riferirsi a fatti anteriori a quella data. Quel poco che si sa dei primi anni del Campanella mi permette di avanzare una sola ipotesi, che è peraltro soddisfacente: si può pensare cioè che il Prestinace abbia riferito la diceria popolare di un Campanella fuggito a Napoli in compagnia di un rabbino maestro di arti dernoniache, diceria riaffiorata poi nel grande processo e tale, per la sua natura superstiziosa, da dare adito ad efficaci difese.
Tuttavia, per quasi tutto il 1597 il filosofo rimase nelle carceri del Uffizio. Ciò non sorprende, se si considera che l'Inquisizione era costretta ormai ad agire nei suoi riguardi con somma cautela, fra tante incertezze causate da un lato dall'insistenza delle accuse e dall' altro dall'abilità del prigioniero nel discolparsene. E' comunque indubbio che questa specie di appendice al processo precedente si chiuse con l'assolutoria, sia pure condizionata a certe limitazioni.
[…]
Forse giocando a suo favore su quest'ultima fase delle sue disavventure il Campanella affermò di essere uscito dall'Inquisizione romana «ac si non fuisset captus», volentieri dimenticando che, prima di quell'assolutoria, c'era stata una bene scontata condanna all'abiura. Malgrado la felice soluzione, quest'ultimo processo era quello che comprometteva in modo definitivo la posizione del filosofo di fronte alla Chiesa: veniva distrutto tutto quel paziente lavorio, ch' egli aveva compiuto con gli scritti e con le proteste di devozione, per acquistarsi stima e protezione presso principi, no- bili e prelati. Si può dire che sin da questo momento è votato al fallimento il non ancor nato sogno di una repubblica di Calabria, perché l'occhio vigile dell'Inquisizione spierà d'ora innanzi ogni atto ed ogni pensiero del prigioniero liberato.

Luigi Firpo, I processi di Tommaso Campanella, Salerno Editrice, Roma, 1998, p. 89 – 90

Tommaso Campanella assolto, ma posto sotto stretto controllo. I sospetti di eversione su Tommaso Campanella si stanno ammassando. L'abilità retorica lo aveva salvato da un'ulteriore condanna. Ma che cosa c'era di vero nelle accuse? Quali erano le intenzioni sociali di Tommaso Campanella?

Di tutte le sue lusinghe, dice Eugenio Garin, Tommaso Campanella rivelò le sue vere intenzioni poco dopo:

Comunque la maschera il Campanella la gettò quando organizzò l'insurrezione, traendosi dietro monaci ignoranti e dissoluti, banditi rifugiati nei conventi; fra essi emergevano Dionisio Ponzio e, capo degli armati, Maurizio de Rinaldis, nobile, impetuoso, 'che aveva stretto accordi con i Turchi, i quali sarebbero intervenuti con una flotta. Due denunce troncarono la cosa; ben presto tutti i capi vennero arrestati, Campanella fu preso il 6 settembre 1499, trenta galere turche si presentarono invano il 30 settembre davanti a Stilo. Si inizia allora il lungo processo contro il filosofo, di ribellione, davanti a un tribunale misto, laico ed ecclesiastico; e di eresia. Campanella che, sottoposto a tortura, aveva in un primo momento fatto delle pericolose ammissioni, si finse pazzo e sopportò con animo immutabile i nuovi e più terribili tormenti con cui si volle strapparlo alla sua finzione. Il Sant'Uffizio lo condannò alla prigione a vita; il governo spagnuolo, pur senza chiedere esplicitamente il processo, accolse tacitamente la stessa conclusione.

Eugenio Garin, Storia della filosofia Italiana, vol. II, ed. CDE, 1989, p. 315 .

La vicenda del quinto processo a Tommaso Campanella è un po' complessa perché si inserisce in tensioni sociali che stavano sfociando in un'insurrezione contro la Spagna e contro la chiesa cattolica.

Della situazione in cui ha operato Tommaso Campanella e che ha portato al suo arresto, scrive Luigi Firpo:

Dopo un decennio di assenza dalla sua terra, ai primi del '98 Campanella fu costretto dai superiori dell'ordine a ritornare in Calabria; a Stilo prese dimora nel piccolo convento domenicano di Santa Maria di Gesù. Fallita l'evasione dall'isolamento provinciale, compromessa irreparabilmente la carriera in seno all' ordine, duramente percosso e umiliato, egli dovrebbe ora seguire la via amara della rinuncia e del silenzio: presto si trova invece coinvolto in una nuova mossa temeraria. In quel paese stremato e oppresso, diviso da fazioni accanite e da aspre contese giurisdizionali, violato dalle scorrerie dei Turchi in cerca di preda, infestato dai banditi, prende via via forma intorno alla dominante figura del Frate una vaga, ma pur vasta e rivoluzionaria congiura contro 1'autorità spagnola ed ecclesiastica, intesa ad instaurare in Calabria una repubblica comunista e teocratica di cui egli sarebbe stato capo e legislatore. Il programma prevede la cacciata degli Spagnoli, la soppressione della proprietà e delle gerarchie, una democrazia fraterna pervasa dall' aspettazione di immani rivolgimenti cosmici già preannunciati da segni inquietanti in terra e in cielo. Forse Campanella reca al complotto nulla più che l'apporto del suo fascino di uomo dotto e facondo, l'annuncio messianico del nuovo ordine imminente, un'interpretazione globale delle profezie, degli oracoli, dei prodigi e dei segni astrali; ma le conventicole dei malcontenti e degli illusi vedono in lui la guida ispirata e il condottiero insostituibile, anche se ne fraintendono e snaturano le mete ideali, attratti solo dalla bramosia di saziare basse avidità e vendette personali.

In ripetute prediche del febbraio-aprile 1599 tenute nella chiesa di Stilo Campanella annuncia pubblicamente l'imminenza di gravi rivolgimenti mondiali e forse sin d'allora compila una silloge di testi profetici sulla fine del mondo. Nel giugno i contatti fra i congiurati si fanno più fitti; nel luglio egli si reca a Castelvetere (oggi Caulonia), dove per due giorni intesse colloqui con persone interessate al movimento. Di ritorno a Stilo, trascorre qualche giorno nella casa paterna di Stignano, scambiando lettere cifrate con i congiurati, poi, ai primi d'agosto, presenzia ad altri due convegni clandestini a Davoli e a Santa Caterina, rientrando quindi a Stilo.

Mentre fervevano questi ingenui preparativi, una tempestiva delazione sopravvenne a spezzare l'avventurosa trama. Al cadere d'agosto 1599 i rinforzi vice reali sbarcavano nella penisola e il panico si impadroniva degli aderenti alla concertata ribellione: tutto il fragile e sconnesso edificio della congiura crolla tra fughe e delazioni; via via che i sospetti vengono catturati, si istituisce a loro carico un duplice processo di ribellione e d'eresia. Il 17 agosto Campanella fugge dal convento di Stilo e si nasconde a Stignano in casa amica, ma il 2 settembre, sentendosi malsicuro, si rifugia nel vicino convento francescano di Santa Maria di Titi e il giorno seguente muove verso la Roccella, celandosi, travestito da contadino, nella capanna di un Antonio Mesuraca, che aveva verso di lui un grave debito di riconoscenza, perché in passato il padre del fuggiasco gli aveva salvato la vita.

Ma, dopo aver promesso al Campanella di procurargli un imbarco sicuro, Mesuraca lo tradisce, consegnandolo (6 settembre) agli armati che lo braccavano. Tradotto alle carceri di Castelvetere, veniva subito raggiunto dall' astuto avvocato fiscale Luis de Xarava del Castillo, che il 10 dello stesso mese lo induceva abilmente a vergare un documento nel quale fosse esposta la parte da lui avuta negli eventi recenti. Ingannato dalla falsa benevolenza che il magistrato gli ostentava, Campanella, colto in quel momento di affannoso disorientamento, sottoscrisse ammissioni incaute, frasi di cui certo ebbe presto a pentirsi.

Luigi Firpo, I processi di Tommaso Campanella, Salerno Editrice, Roma, 1998, p. 99 – 100

Arrestato il 6 settembre 1599, incarcerato a Castelvetere, il 10 settembre firmò una confessione denunciando di correità i suoi complici e negò la sua partecipazione attiva all'insurrezione, ma i suoi complici lo indicarono come capo dell'insurrezione.

La situazione sociale della Calabria era una situazione di grande sofferenza. In questa situazione Tommaso Campanella predicava la fine di quel mondo di sofferenza e l'avvento del regno di Dio sulla terra. Un regno, come dice, che forse si realizza solo in cielo, ma che non è male realizzarne qualche aspetto in terra.

Tommaso Campanella ha partecipato all'organizzazione dell'insurrezione? Certamente le sue prediche sull'imminenza della fine del mondo, hanno sicuramente aggregato molte persone che in Tommaso Campanella vedevano una sorte di nuovo profeta.

Quasi sicuramente il tentativo di organizzazione insurrezionale non sarebbe avvenuto senza la collaborazione attiva di Tommaso Campanella.

Luigi Firpo riporta la dichiarazione di Tommaso Campanella a Castelvetere in cui, fra l'altro, dice Campanella:

E mentre io era in Arena mi venne lettera da Giulio Contestabile di Stilo, che Maurizio era andato sopra le galere de' Turchi de Amurat Rais e che se pensava che Maurizio avesse fatto quel ch'esso un'altra volta volea fare, e ritornato a Stilo mi stimulò ch'io spiasse questo; io dimandai a Giovan Gregorio Presinaci, amico e compare di Maurizio, e a Giovan Iacopo Sabinis, e mi risposero ch'era vero questo di Maurizio, ma non me vollero dire, forsi perché non sapeano o tacevano, quel ch' era fatto; e spesso me diceano ch'io dico ogni cosa; io respose che lo saperò. Finalmente venne Maurizio a Stilo, mentr'io era in Stignano, e mi lasciò una lettera, che li facesse favore d'andare a Davoli per cose importante e che li portasse nova del suo accordio col capitano; io non volea andare, perch' avea da essere in Santo Dominico de Su- riano, ma poi, considerando ch'avea d'andare a Santa Caterina, come aveamo promesso all'arciprete e a don Iacobo fratello del governatore e ad altri gentiluomini e fratri amici miei, mi risolsi scorrere sino a Davoli, dove trovai Maurizio in casa de don Marc'Antonio Pittella: e andai con fra Dominico Petrolo e con Fabrizio Campanella; e qui Maurizio me disse che io non avea migliore amico di lui, e ch' esso avea trattato con Amurat sopra le galere che venisse l'armata del Turco, ché esso voleva pigliare e Catanzaro e la provincia; io le disse ch' avea fatto assai male, perché questi sono infedeli e nemici, e non si può fidare, e mi admirai che questo negozio fosse andato tanto avante per man sua; esso respose ch'avea capitulato con li Turchi, che non avessero essi a tener dominio in Calabria, ma solum assistere nel mare per fare paura a chi lo contrastasse, e che li Turchi voleano solo il traffico in questo Regno e non altro; io mi stupi, perch'esso mi mostrò una scrittura d'Amurat scritta in lingua e lettera turchesca, che non la seppi leggere, e le disse: - Guàrdati, Maurizio, perché li Turchi non osservano fede, e dicono che ci lasciano liberi per intromettersi loro qui prima, e sempre giurano il falso, come fece Mustatà al Bragadino quando prese Cipro e altri esempi gli addussi, e mi lamentai di questo atto suo, senza raggione fatto e senza religione, e de quel ora mi determinai lasciare la sua amicizia. E mentre stavamo o cosi, Maurizio avea mandato per certi gentiluomini di Catanzaro, quali fòro Giovan Tomase di Franza e Paulo di Corduba e un altro non mi ricorda il nome; e questi doi, il Franza e Corduba, mi dimandaro segreti per aver donne; io mi burlai e le disse che queste son vanità e che per via de Dio non se ponno fare e per via del Diavolo sono ingannati, ché li portano un diavolo in forma de femina; e Maurizio mi pregò che io dicessi s'era vero quel che esso avea predetto a quelli gentiluomini, perché me aveano gran credito; io disse ut supra, che Dio poteva mutar il mondo, e vedendomi corso io con altri e con Maurizio a questo raggionamento, non ho potuto far de non confirmarlo, ma però me sono partito per disgusto, si bene tutti mi si offersero ch'io volesse essere capo e predicare, me averiano sequitato; e Maurizio voleva ch'io restassi con lui, e non hovoluto farlo. Venni a Santa Caterina e stetti tre di a spasso, e pregai il guardiano delli Capuccini che facessero pregare Iddio secondo l'intenzione mia; e cosi venni a Stilo, e fra Dionigi me disse ch'avea dato bastonate a un frate, e me venne a trovare, ch'andava ad Oppido e che temeva del Visitatore, e io lo feci tornare a conciare le cose sue; ed esso, avendosi visto condemnato in galera tre anni, privato dell' abito e di lettorato, secondo ch'avea comunicato con Maurizio, cominciò in Catanzaro a predicare rebellione secondo la profezia mia, e per aver molti della sua parte predicò ch'in questa congiura ci era il papa, il cardinal San Giorgi, il vescovo di Melito e de Nicastro, e don Lelio Ursino e li signori del Tufo, e tutti quelli ch'esso s'imaginò essere amici miei e suoi; e io giuro in verità che mai non ho parlato di queste cose e me pensai che per mezzo nostro se avessero a muovere, ma il fra Dionigi se ne venne per fare uscire a me e a fra Dominico 29 in campagna con lui e con Maurizio, e me pose fretta e paura, e io non ho voluto fare questo, ma mi sono apartato in Stignano; e fra Dionisio se parti, o per imbarcar, o per trovare compagni, e me dimandò lettera a Claudio Crispo, e io non l'ho voluto fare, e me disse che serà la mia mina, ma io non poteva credere tante cose, perché mi pensava che fra Dionisio così [dicesse] per fare paura a noi acciò uscessimo in campagna; anzi, io voleva scrivere una lettera all' auditor David, dicendoli che mi fu riferito ch'io fui nominato in una congiura, ch'io non so questo, ma che per quanto so io come servo di Sua Maestà venni in Catanzaro a dirlo; e fra Dionigio mi sconsigliò, e fece tanto che mi apartai; e quando mio patre intese tal nova, cominciò a piangere e reprenderme, stupendosi di questo. Maurizio me scrisse due volte da Stilo ch'io andasse a Stilo, ch'esso mi salvarà, e io, sendo scandalizzato del suo trattare, non ci andai; e mentre stavo mangiando in Santa Maria de Titi mi venne a trovare, e io non mi fermai, ed esso me sequitò dicendo: - Ferma, ferma! -, e io non l'ho voluto fare, dicendo mio patre che meglio mi vole morto, che uscire in campagna come ribello con ribelli.

Luigi Firpo, I processi di Tommaso Campanella, Salerno Editrice, Roma, 1998, p. 108 – 111

Nella dichiarazione di Castelvetere, Tommaso Campanella rigetta le accuse di essere parte dell'insurrezione. Accusa altri di essere gli organizzatori e i mandanti costruendo una serie di argomentazioni che lo assolverebbero da ogni coinvolgimento.

Avevano cercato anche l'appoggio dei turchi per fermare gli spagnoli e questo non poteva passare inosservato. Tommaso Campanella non venne creduto tanto più che gli altri arrestati indicavano in Tommaso Campanella il capo della rivolta.

Non c'è dubbio che è il vangelo a guidare il delirio di Tommaso Campanella. Tutto sta all'interno del vangelo. Tommaso Campanella non agisce contro la religione cristiana, ma agisce per conto della religione cristiana e la sua filosofia è tutta dentro alla religione cristiana.

Nella prima difesa, ma anche nelle altre difese, è chiaro il ruolo del vangelo nelle sue esternazioni. Quell'attesa apocalittica della fine del mondo e della venuta del regno di Dio che la chiesa cattolica predicava rinnovando la profezia generazione dopo generazione.

Scrive Luigi Firpo riportando integralmente la difesa che fece Tommaso Campanella nella prima "Delinatio defensionum":

Fra Tommaso mosso da profezie naturali e divine, disse che presto il mondo sarebbe stato distrutto, in accordo con san Giovanni laddove errano i Padri per aver seguito una pia opinione anziché i segni del Vangelo. San Gregorio nelle omelie su san Luca affermò che molti segni del Vangelo già si erano manifestati, cioè i terremoti, le scorrerie dei barbari, le epidemie, le carestie: mancano però - egli aggiunge - i segni nel sole, nella luna e nelle stelle, che sono da ritenersi prossimi, visti i già avvenuti mutamenti atmosferici. Ma ora io vedo i segni, facendo tesoro dell'insegnamento di Cristo nella parabola dell'albero di fico. Oltre I'intiepidirsi della carità e gli scismi, è stato infatti predicato il Vangelo al Nuovo Mondo, siamo nella sesta età, nella decima parte dell'era divisa in dodici da Esdra; dai tempi di Tolomeo ai nostri il Sole si è avvicinato alla Terra di quasi settantamila stadi; le costellazioni dello Scorpione e del Toro han mutato sede, gran segno ammonito re del Vangelo; e Platone disse che ciò avrebbe indicato un sommovimento cosmico seguito dal dottor Annio dei Predicatori nel suo scritto sui frammenti degli antichi; e san Vincenzo predicò duecento anni or sono ch' era prossimo il giorno del Giudizio, secondo l'insegnamento di Cristo: oggi dunque sarà anche più vicino. Che nel 1600 si debba verificare una trasformazione nelle cose umane si deduce dal fatto che prima del Giudizio dovrà realizzarsi l'unione delle genti in un solo ovile e sotto un solo pastore il che non può avvenire senza un vasto sommovimento.
Si prova che ciò debba accadere di preferenza nel tempo nostro anziché in un altro, poiché siamo in un momento cruciale dei tempi, quando appunto avvengono i mutamenti, come si è notato per esperienza naturale, della quale si giova la sapienza teologale, « che chiama le sue ancelle alla rocca»; l'influenza del sette, del nove e dei composti fu rilevata da Pitagora, come mostrano i ritorni periodici delle malattie e le scadenze delle varie età in cui si muta la complessione corporea. Anche Platone scrisse che tutti i regni si trasmutano nei periodi contrassegnati dal sette e dal no- ve, e ne diede la riprova l'autore del Metodo storico coll' esempio degli Assiri, dei Persiani, dei Greci ecc.; Augusto affermò che la vita umana è in pericolo quando gli anni sono sette volte nove; Salomone disse che il numero regge ogni cosa creata; Mosè introduce il sette nella creazione, nella partizione dell' anno e nel giubileo, Geremia nel sabbatismo della Terra Santa, e Daniele, e i loro commentatori, e sant'Agostino prima di tutti. Dovendo dunque accadere queste cose, parve credibile dovessero accadere nel 1600, visto che si compone di 900 più 700, e coincide col giubileo, quando Cristo ritorna a prender possesso della sua eredità secondo il Levitico, egli che è « erede di ogni cosa» secondo Paolo.
Inoltre questo tempo fu preceduto ed è seguito ora da stupefacenti eclissi di sole e di luna, dallo straripamento del Tevere e del Po, da gran terremoti in Calabria e in Sicilia; e certo i segni naturali additano mutamenti della natura obbedienti al Creatore. Ci fu anche un'invasione di cavallette, e a Stilo nel luglio del 1599 si vide una grande cometa e una scala nell'aria che recava in cima un cipresso: per questo dunque a ragion veduta non esitai a credere alla guerra; questi stessi segni sono notati nel libro II dei Maccabei e in Plinio, e se è vero che molti non vi prestan fede, ciò appunto fu predetto da Cristo, da san Paolo e da Isaia. Infatti « il giorno del Signore li sorprenderà come un ladro nella notte», essi che vanno affermando trattarsi di cose naturali e deridono quelli che stanno alle vedette, come accadde « ai tempi di Noè » a quanti irridevano la sua vigilanza. I segni sono per coloro che sanno osservare, e non è necessario, come essi credono, che tutto avvenga simultaneamente: infatti i segni del Giudizio presero a manifestarsi dal tempo di san Gregorio ed ora seguitano, com'egli stesso afferma. Dunque merita lode fra Tommaso, che mantiene desti gli uomini a questa aspettativa. Inoltre Arquato e Cipriano Leovizio, le cui predizioni già si sono verificate in gran numero, affermano che grandi mutamenti sono alle viste da questo momento in avanti e specialmente nel 1605.
Che fra Tommaso abbia interpretato gli sconvolgimenti imminenti a vantaggio del Re e della Chiesa si prova col fatto ch' egli si giovò della testimonianza dei profeti e dei santi: egli afferma infatti, che prima della fine del mondo si realizzerà l'unità dello Stato cristiano nell'unico ovile e con un solo pastore, alla cui testa starà il pontefice romano: questa unione fu da lui predicata col dire che il Re verrà annettendo tutti i regni, che il papa li accoglierà nel suo ovile con la più ampia sovranità e che toccherà ai frati di san Domenico di preparare questo organismo politico. Che questo dovrà avvenire fu affermato da san Paolo, quando già declinava la monarchia di Roma, secondo l'interpretazione di Lattanzio Firmiano, Tertulliano, san Clemente romano, Clemente d'Alessandria, sant'Ireneo, san Giustino, Sulpicio Severo nella Vita di san Martino, col quale convisse, e san Bernardino, per le profezie di Esdra, Geremia, Zaccaria, Michea, Ezechiele e dell'Apocalisse. Tutti dicono infatti che si deve riedificare la Gerusalemme terrestre e che la sua potestà e il suo nome trapasseranno nella Chiesa di Roma, che regge le chiavi, come dice lo Spirito all' angelo di Filadelfia, che è Roma, spogliatasi dal nome di Babilonia quando Cotantino diede pace e vittoria ai Cristiani e stabili che tutte le cause potessero venir demandate al vescovo, come narrano la Storia tripartita, Niceforo, il Baronia ecc. Sta scritto: «Tu figlia di Sion, torre vetusta del gregge, fino a te verrà la potestà prima, il regno della figlia di Gerusalemme »; Roma è la figlia di Gerusalemme, dove nel corpo di Pietro Cristo fu crocifisso la seconda volta e fondò la sua sede; e Pietro dice che i profeti predissero «le passioni e glorie future» di Cristo. E quantunque alcuni Padri sostengano per interpretazione anagogica che solo in Cielo si realizzerà la pacificata comunità futura, tuttavia i Padri sopra citati, coi quali io convengo, non sono smentiti dall'interpretazione letterale, secondo la quale occorre che già si realizzi in terra un qualche preludio della città celeste. Dice infatti Lattanzio, che Cristo venne a restaurare l'età dell'oro e che la Chiesa realizzerà sulla terra quanto di quell' età narrano i poeti, dello Stato ideale i filosofi, della pace dell'instaurata Gerusalemme i profeti; e invero san Giovanni ed Ezechiele affermano che dopo quella pacificazione sorgeranno Gog e Magog e saranno sconfitti dai santi né questa battaglia avverrà certo in Cielo.

Luigi Firpo, I processi di Tommaso Campanella, Salerno Editrice, Roma, 1998, p. 131 – 137

In tutta la difesa, Tommaso Campanella evoca la fine del mondo. L'apocalisse imminente che, seguendo i dettami del vangelo, sarebbe annunciata da terremoti, calamità naturali ed eventi catastrofici nei cieli.

In tutta la vita degli uomini ci sono sempre terremoti, eventi naturali distruttivi e nel cielo si verificano sempre fenomeni celesti che modificano la regolarità della quotidianità.

Tutti questi eventi alimentano l'ansia negli uomini. In particolare negli uomini sofferenti che in questi fenomeni scorgono la possibile fine della loro sofferenza.

Gli uomini che attendono la fine del mondo o l'evento risolutore delle proprie angosce sono uomini pronti a distruggere il mondo per realizzare le loro aspettative. Se da un lato l'attesa per la fine del mondo è la leva con la quale i cristiani hanno tentato di impedire ogni sforzo di trasformazione sociale, dall'altro è la leva con cui hanno alimentato una conflittualità sociale sterile capace di consentire alla chiesa cattolica il controllo degli uomini nei secoli.

Scrive Eugenio Garin in Storia della filosofia italiana vol. II

… l'idea di un'unica natura, signora di tutte le vicende, unico e vero Dio. «Dicea che non c'era Dio, ma solo la natura, et noi a questa gli havemo messo nome Dio», confessano concordemente i compagni di congiura. Comunque, anche quando la ritenne, o volle mostrarla, conciliabile con la religione rivelata, sempre ne sostenne le basi, attingendone conferma non solo alla propria profezia, ma alla propria facoltà profetica medesima. Nella confessione fatta nel '99 affermerà: «io ... ho atteso a diverse professioni de scienza, et in particulare alla prophetia, tanto raccomandata da S.to Paulo alli Corinthi, potestis omnes prophetare, et per questo mi dilettai di quelle cose che donano iuditio del futuro, secondo che domine Dio l'ha posto per segni delle cose del mondo ... » E nelle stelle e nei libri astrologici e profetici aveva trovato l'annuncio della renovatio. «Ego vero qui inter tenebras saeculi huius quaesivi lucem, evolvi prophetarum volumina et doctorum scripturas et sapientium universae terrae quos habere potui...» [Io che fra le tenebre di questo mondo cercai la luce, sfogliai tutti i libri dei profeti, tutti gli scritti dei dottori e dei sapienti della terra che mi riuscì d'avere ...] ed in tanti volumi aveva trovato la vera fede universale, destinata a trionfare dopo l'Anticristo, ed aveva trovato nelle situazioni stellari, confermate dagli avvenimenti terreni, la certezza della vicinanza del grande evento: «post modicum tempus .. : relicta barbarie assumptaque rationalitate, cum corruerit Antichristus .... universus mundus erit christianus »[ In breve, quando, scomparsa la barbarie, nel trionfo della ragione, l'Anticristo precipiterà rovinosamente ... , il mondo intero sarà cristiano.]

Eugenio Garin, Storia della filosofia Italiana, vol. II, ed. CDE, 1989, p. 305 - 306

Il 09 giugno 1600 il cardinale Santoro, capo dell'Inquisizione romana, autorizza il tribunale di Napoli ad infliggere a Tommaso Campanella ulteriori torture, in particolare la tortura della corda, usando ogni mezzo per ottenere la confessione da Tommaso Campanella.

Frattanto, Tommaso Campanella continuava a fingersi pazzo, dopo essere stato interrogato e non aver firmato il verbale di interrogatorio perché aveva le braccia slogate dalla tortura, Tommaso Campanella fu sottoposto alla tortura della veglia combinato con il supplizio del cavalletto. Campanella sopportò quella tortura per 36 ore. Ne uscì dissanguato, con le giunture sconnesse e le carni lacerate. Rimase infermo per sei mesi, ma psicologicamente devastato.

Clemente VIII gli evitò la condanna a morte. A Napoli fu condannato e passò 27 anni in carcere. Fu liberato su intercezione di Maffeo Barberini che, in seguito, divenne papa col nome di Urbano VIII. Portato a Roma, Tommaso Campanella, liberato nel 1629 lavorò come consigliere per le questioni astrologiche di Urbano VIII per cinque anni.

Nel 1634 un nuovo tentativo insurrezionale messo in atto dai suoi seguaci in Calabria lo costrinse a fuggire da Roma con l'aiuto del cardinale Bernini e dell'ambasciatore francese. Fuggito a Parigi, fu accolto e finanziato dal re Luigi XIII e protetto dal cardinale di Richelieu.

Tommaso Campanella voleva far trionfare la chiesa cattolica, degli uomini, a lui, non importava nulla. Erano solo merce avariata per i suoi scopi di onnipotenza.

Morì nel 1639.

 

 

Marghera, 08 settembre 2018, modificato l'11 settembre 2019.

 

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