Voltaire

Le biografie dei giocatori - cinquantaduesima biografia

Capitolo 135

La partita di calcio mondiale fra i filosofi

Claudio Simeoni

 

Le biografie dei filosofi che partecipano alla partita di calcio

 

La biografia di François-Marie Arouet detto Voltaire

 

François-Marie Arouet detto Voltaire

François-Marie Arouet nasce a Parigi il 21 novembre 1694. Dal 1718 si farà chiamare Voltaire e noi, oggi, lo conosciamo come Voltaire. Pertanto, è col nome di Voltaire che ci riferiamo a lui.

Voltaire nasce da un padre di professione notaio. Il padre François e la madre Marguerite D'Aumard vivono in maniera agiata. La madre muore quando Voltaire aveva 10 anni e Voltaire viene mandato al collegio dei gesuiti Louis-le-Grand. E' un collegio frequentato dai figli dell'alta borghesia francese.

Nel 1710 Voltaire termina gli studi al collegio dei gesuiti e il padre lo sprona per avviarlo alla carriera di avvocato. Voltaire si iscrive alla facoltà di giurisprudenza.

L'abate Chàteauneuf, suo padrino, lo introduce negli ambienti libertini di Parigi dove Voltaire acquista subito una fama mondana. Il padre, preoccupato della vita del figlio, manda Voltaire a l'Aia con la carica di segretario dell'ambasciatore francese. All'Aia Voltaire si innamorò di Olympe de Noyer, soprannominata "Pimpette", ma la relazione creò uno scandalo e Voltaire fu mandato a casa. Rientrato dall'Olanda, il padre gli procura un impiego presso Alain, procuratore allo Chàtelet.

Al lavoro Voltaire preferisce i piaceri della poesia e i salotti mondani. E' l'epoca in cui i libertini spezzano la morale sessuale coercitiva imposta dalla chiesa cattolica. La rottura della morale sessuale coercitiva della chiesa cattolica può essere rimossa soltanto da nobili e borghesi ricchi, non certo da persone del popolo.

Nel 1714 Voltaire partecipa ad un concorso di poesia. Scrive versi satirici all'indirizzo del principe reggente, Filippo d'Orléans, e per questo motivo viene dapprima esiliato a Sully-sur-Loire e poi sconta 11 mesi di reclusione alla Bastiglia. Una volta scarcerato sarà esiliato nuovamente a Chàtenay.

In prigione Voltaire scrive la tragedia "Edipo" che verrà rappresentata nel 1718 riscuotendo parecchio successo. Nel 1725 mette in scena "Marianne" che sarà un altro successo.

Nel 1726 Voltaire litiga con il cavaliere di Rohan che lo farà bastonare dai suoi servi e Voltaire sarà nuovamente incarcerato alla Bastiglia.

Viene liberato dalla Bastiglia a condizione di lasciare Parigi. Voltaire lascia Parigi e va a Londra. A Londra Voltaire rimane tre anni lavorando ad un poema epico, l'Enriade, che sarà stampato nel 1723. L'opera troverà il favore della corte di Francia che assegnerà a Voltaire una pensione.

In Inghilterra Voltaire studia il costituzionalismo inglese e si appassiona alla politica e al pensiero inglese deciso a divulgarlo in Francia.

Nel 1734 Voltaire pubblica "Lettres anglaises". Il libro è condannato dal parlamento parigino e bruciato pubblicamente. Da quando Voltaire era tornato in Francia e aveva avuto alcuni successi con opere teatrali, come "Zaire" nel 1732 è costretto a fuggire da Parigi.

Voltaire fugge in Lorena che, allora, era un territorio tedesco. Poi va a Cirey in Champagne dalla marchesa du Chatelet con la quale ha una relazione che durerà finché lei vive.

Nel 1735 viene revocata la condanna di Voltaire ma Voltaire rimane a Cirey per quasi dieci anni in cui compone tragedie, poemi e scritti storici compiendo viaggi in Belgio, in Olanda e in Prussia.

Nel 1743 dopo che Voltaire ha rinunciato a molte sue idee un amico di collegio, d'Argenson, diventato ministro degli Affari Esteri affida a Voltaire alcune missioni diplomatiche in Prussia e in Olanda. Una volta che Voltaire ha svolto queste missioni d'Argenson chiama Voltaire a Parigi e lo introduce alla corte di Versailles controllata da Madame Pompadour. Alla corte francese Voltaire svolge il compito di storiografo del re e scrive delle commedie in sintonia col mondo dei cortigiani francesi.

Nel 1746 diventa membro all'Académie.Française, scrive romanzi di carattere filosofico come Babouc (1746) in cui critica la società parigina, Memnon e Zadig o il destino (1747) in cui Voltaire critica la società del suo tempo che, anche se attraversata da cambiamenti, è inevitabilmente legata al proprio destino.

Nel 1750 muore la marchesa du Chatelet e Voltaire pubblica "La voix du sage et du peuple".

Scrive nella prefazione l'editore della "La voce della salvia e della gente":

ATTENZIONE EDITORI DELL'EDIZIONE DI KEHL.

Questo lavoro apparve nel 1750, in un momento in cui le ridicole liti per la toro minacciavano di disturbare ulteriormente lo stato, dove il clero, che possedeva un quinto delle proprietà del regno, rifiutò di sostenere parte del peso delle tasse. Il resto della nazione sembrava pronto a soccombere e, protetto da alcuni ministri, li aiutò a disonorare il Controllore generale, che osò rendere questo servizio al suo paese. Ma il clero ragionò così:
"Il nostro bene è il bene dei poveri, quindi sarebbe un sacrilegio se, invece di privare i poveri delle loro necessità per far fronte alle spese dello stato, ci portassero via una piccola parte della nostra superfluità. Siamo stati esenti, come la nobiltà, dalle vecchie tasse: quindi non dobbiamo pagare le nuove tasse che la nobiltà paga come il resto dei cittadini."
E la nobiltà che, sotto Luigi XIV, si riunì per uno sgabello, e sotto Luigi XV per un minuetto, non si radunò per difendere i suoi diritti contro i sacerdoti, e continuò a pagare allegramente per il clero. Fare finta, noto agli inglesi, che si può essere legittimamente tassati con il consenso dei rappresentanti del popolo, è sostenere uno dei diritti degli uomini. Fare finta, come il clero francese, che un corpo particolare dovrebbe pagare solo come vuole, e respingere a proprio piacimento l'onere della spesa pubblica per il resto dei cittadini, è insultare il buon senso e la nazione.
Le decime imposte dal clero sono una tassa che, per sua stessa natura, si oppone a qualsiasi miglioramento culturale. I monaci mendicanti sono un'altra tassa molto dannosa per il popolo, dal quale si rimuove ciò che gli avrebbe dato un po' di tranquillità o quanto ha risparmiato.
Così, in Francia, non solo il clero non paga le tasse, ma genera anche profitti molto considerevoli per loro.

NOTA: scaricato da internet, ma ho perso l'indirizzo del sito.

Con questo scritto, Voltaire cade nuovamente in disgrazia presso la corte del re di Francia e preferisce allontanarsi sfruttando la relazione epistolare che intratteneva col re di Prussia Federico II e che più volte lo aveva invitato in Prussia. Voltaire rimane a Berlino dal 1750 al 1753 dove scrive Micromégas, la Défense de M. Bolingbroke, e sistema la prima edizione del Siècle de Louis XIV.

I racconti di Voltaire si svolgono quasi tutti in un clima fantastico. Un fantastico sul quale Voltaire proietta le condizioni sociali del proprio vissuto. In Micromegas descrive un viaggiatore spaziale che incontra abitanti in vari mondi. In queste condizioni Voltaire moltiplica ciò che è umano, sensi capacità, ecc. e ingigantisce i panorami, ma i problemi di cui tratta sono i problemi della quotidianità come in questo passo di Micromegas:

Scrive Voltaire:

Lo credo, disse Micromegas, poiché nel nostro globo abbiamo quasi mille sensi, e ci rimane ancora non so qual vago desiderio, non so quale inquietudine che ci avverte incessantemente che siamo ben poca cosa e ci sono esseri molto più perfetti. Ho viaggiato un poco: ho visto mortali molto inferiori a noi, ne ho visti altri molto superiori, ma non ne ho visto alcuno che non abbia più desideri che vere necessità, e più necessità che soddisfazioni. Arriverò forse un giorno al paese in cui non manca nulla, ma finora nessuno mi ha dato notizie positive di tale paese.» Il saturnino e il siriano si esaurirono in congetture, ma, dopo molti ragionamenti ingegnosissimi e incertissimi dovettero tornare ai fatti. «Quanto tempo vivete? disse il siriano. - Ah! pochissimo, replicò l'ometto di Saturno. - Proprio come noi, ci lamentiamo sempre quanto sia poco. Dev'essere una legge universale della natura. - Ahimè! noi viviamo, disse il saturnino, solo cinquecento grandi rivoluzioni solari (contando a modo nostro sarebbero quindicimila anni, o press'a poco). Vedete bene che è morire quasi al momento in cui si nasce; la nostra esistenza è un punto, la nostra durata un istante, il nostro globo un atomo. Appena ci cominciamo ad istruire un poco, la morte arriva prima che abbiamo fatto qualche esperienza. Per conto mio, non oso fare alcun progetto, mi trovo come una goccia d'acqua in un oceano immenso. Mi vergogno, soprattutto davanti a voi, della ridicola figura che faccio in questo mondo.» Micromegas gli rispose: «Se non foste filosofo avrei paura di rattristarvi, dicendovi che la nostra vita è settecento volte più lunga della vostra; ma sapete benissimo che quando bisogna rendere il corpo agli elementi e rianimare la natura sotto un'altra forma, e cioè morire, quando viene questo momento di metamorfosi, aver vissuto un'eternità o aver vissuto un giorno è precisamente la stessa cosa. Sono stato in paesi dove si vive mille volte più che al mio, e ho visto la gente lamentarsi ancora. Ma ci sono dovunque persone di buon senso le quali sanno farsi una ragione e ringraziare l'autore della natura. Egli ha sparso su questo universo le cose più svariate con una specie di ammirevole uniformità. Per esempio, tutti gli esseri pensanti sono diversi, e tutti in fondo si somigliano per il dono del pensiero e dei desideri. Dovunque la materia è estesa, ma in ogni globo ha proprietà differenti. Quante ne contate voi, di queste diverse proprietà, nel- la vostra materia? - Se parlate di quelle proprietà, disse il saturnino, senza le quali crediamo che questo globo non potrebbe sussistere così com'è, ne contiamo trecento, come l'estensione, l'impenetrabilità, la mobilità, la gravità, la divisibilità, e il resto. - Evidentemente, replicò il viaggiatore, tal piccolo numero basta ai disegni che il Creatore aveva sulla vostra piccola dimora. Ammiro in tutto la sua saggezza, dovunque vedo differenze, ma dovunque anche proporzioni. Il vostro globo è piccolo, i vostri abitanti lo sono anche, avete poche sensazioni, la vostra materia ha poche proprietà: tutto questo è opera della Provvidenza, Di che colore è il vostro sole, se lo si esamina bene? - Di un bianco piuttosto giallastro, disse il saturnino, e se dividiamo uno dei suoi raggi troviamo che contiene sette colori. - Il nostro sole dà sul rosso, disse il siriano, e abbiamo trentanove colori primitivi. Non esiste sole, fra tutti quelli che ho avvicinati, che si somigli, come da voi non esiste viso che non sia differente da tutti gli altri.»

Voltaire, Tutti i romanzi e i racconti, Newton, 1995, p. 22 – 23

Questa tecnica del parlare delle cose e delle relazioni cambiando il contesto sociale e politico è usato da Voltaire in tutti i suoi racconti. La maggior parte delle persone che legge Voltaire si fermano alla forma esteriore, come sempre accade, ma molte persone separano il meccanismo del racconto dalla forma in cui quel meccanismo viene inserito e ne comprendono il senso. In questo caso il desiderio, la vita, la morte e, soprattutto, il desiderio di eternità.

Federico II non è un filosofo che fa il re, come credeva Voltaire. Federico II è prima di tutto il padrone della Prussia e poi è anche un individuo che studia filosofia come "arte di gestire il proprio potere". I rapporti con Federico II entrano in crisi. La polizia prussiana perquisisce la casa di Voltaire e sequestra le sue carte. Indignato, Voltaire lascia Berlino e ritorna in Francia seguito dalla nipote Marie-Louise Mignet vedova di Nicolas Denis coinvolta in una relazione con lo zio.

Fra il 1753 e il 1754 Voltaire è ospitato, fra l'altro, dal benedettino Calmet presso l'abazia di Sénones. Dalla biblioteca dell'abazia Voltaire trae il materiale per le sue ricerche storiche.

Nel 1754 presso Ginevra, in Svizzera acquista una tenuta che chiamerà "Les Délices" e là andrà ad abitare.

Nel 1756 Voltaire pubblica " Saggio sui modi e lo spirito delle nazioni" un'opera monumentale da 174 capitoli frutto di quindici anni di ricerche che comprende un periodo di tempo prima di Carlo Magno a Luigi XIV.

Nel 1758 Voltaire è ospite del castello di Ferney in Francia, ma non lontano dalla Svizzera. Voltaire si lega ad una sorta di "partito filosofico" a cui aderiscono filosofi francesi che collaborano anche alla stesura dell' Encyclopédie come d'Alambert. Il "partito filosofico" propaganda l'ateismo, un ateismo che si fa filosofia e che si contrappone all'idea cristiana di Dio unico. E' un partito filosofico anticristiano il cui scopo è liberare l'uomo dall'assoggettamento alla morale di Dio imposta dal cristianesimo. Nello stesso tempo Voltaire rompe i rapporti con Rousseau contro il quale inizia a polemizzare.

Nel 1759 viene pubblicato "Candido" considerato il capolavoro dei romanzi filosofici di Voltaire.

Vale la pena di citare la conclusione del romanzo Candido perché in quella conclusione risiede l'ideale illuminista, l'ideale che spinse Voltaire a stabilirsi a Ferney solo che, a differenza di Candido, Voltaire aveva accumulato una grande quantità di denaro.

Scrive Voltaire concludendo il romanzo Candido:

Candido, in cuor suo, non aveva alcun desiderio di sposare Cunegonda. Ma l'estrema impertinenza del barone lo decideva a concludere le nozze, e Cunegonda lo sollecitava tanto che egli non poteva più ritirarsi. Consultò Pangloss, Martino e il fedele Cacambo. Pangloss fece un bel memoriale col quale provava che il barone non aveva nessun diritto su sua sorella, e che essa poteva, secondo tutte le leggi dell'Impero, sposare Candido con la mano sinistra. Martino propose di gettare il barone in mare; Cacambo decise di renderlo al capitano levantino e rimetterlo alle galere; dopo di che lo avrebbero mandato a Roma dal padre generale con la prima nave. Il consiglio fu trovato buonissimo; la vecchia approvò; non si disse nulla alla sorella. La cosa fu eseguita con poco denaro, e così si ebbe il piacere di imbrogliare un gesuita e di punire l'orgoglio di un barone tedesco.
Era naturale immaginare che dopo tante disavventure Candido, sposata la propria amante, vivendo col filosofo Pangloss, il filosofo Martino, il prudente Cacambo e la vecchia, e avendo per di più portato un bel gruzzolo di diamanti dalla patria degli antichi incas, avrebbe condotto la vita più piacevole del mondo; ma egli dovette subire tante truffe da parte dei gesuiti, che gli rimase soltanto la sua piccola fattoria; sua moglie, diventando ogni giorno più brutta, divenne bisbetica e insopportabile; e la vecchia era malata e di umore ancora peggiore di Cunegonda. Cacambo, che lavorava nel giardino e andava a vendere i legumi a Costantinopoli, era sopraffatto dal lavoro e malediceva il proprio destino. Pangloss era disperato di non poter brillare in qualche università tedesca. Quanto a Martino, egli era fermamente convinto che si stesse ugualmente male dappertutto, e prendeva le cose con pazienza. Candido, Martino e Pangloss discutevano talvolta di metafisica e di morale. Vedevano spesso passare sotto le finestre della fattoria battelli carichi di effendi, di pascià e di cadì, mandati in esilio a Lemno, a Mitilene, a Erzerum. Si vedevano venire altri cadì, altri pascià, altri effendi, che prendevano il posto degli espulsi, e che venivano poi espulsi a loro volta. Si vedevano passare teste impagliate a puntino che dovevano essere presentate alla Sublime Porta. Questi spettacoli facevano raddoppiare le discussioni; quando però non si discuteva, la noia era tanto forte che un giorno la vecchia osò dire: «Vorrei sapere se è peggio essere violata cento volte dai pirati negri, avere una natica tagliata, essere bastonato dai bulgari, essere frustati e impiccati in un auto-da-fé, essere sezionati, remare in una galera, provare insomma tutte le miserie che noi tutti abbiamo passato, o rimanere qui a non far nulla. – E' un grave problema», disse Candido.
Queste parole fecero nascere nuove riflessioni, e soprattutto Martino concluse che l'uomo era nato per vivere fra le convulsioni degli affanni, o nel letargo della noia. Candido non ne conveniva, ma non affermava nulla. Pangloss confessava di aver sempre atrocemente sofferto, ma, avendo una volta sostenuto che tutto andava a meraviglia, lo sosteneva sempre, e non lo credeva affatto.
Una cosa finì col confermare Martino nei suoi detestabili princìpi, col far esitare più che mai Candido, e con l'imbarazzare Pangloss. Videro cioè un giorno arrivare alla fattoria Paquette e fra Giroflé, ridotti nella più estrema miseria; si erano rapidamente mangiati le tremila piastre, si erano lasciati, si erano riappacificati, avevano litigato, erano stati messi in prigione, erano scappati, e alla fine fra Giroflé si era fatto turco. Paquette continuava dappertutto il suo mestiere e non guadagnava più nulla. «Lo avevo previsto, disse Martino a Candido, che i vostri regali sarebbero stati presto dissipati, e li avrebbero resi ancora più miserabili. Avete nuotato nell'oro, voi e Cacambo, e non siete più felici di fra Giroflé e di Paquette. - Ah! Ah! disse Pangloss a Paquette, il cielo vi riconduce fra noi, povera creatura! Sapete che mi siete costata la punta del naso, un occhio e un orecchio? Come siete ridotta! Eh! che mondo!» Questa nuova avventura li indusse a filosofare più che mai. Abitava nei dintorni un derviscio ricchissimo, che aveva fama di essere il miglior filosofo della Turchia; andarono a consultarlo; Pangloss prese la parola e gli disse: «Maestro, veniamo a pregarvi di direi perché è stato creato un animale così strano come l'uomo. - Di che cosa ti impicci? disse il derviscio, è forse affar tuo? - Ma, reverendo padre, disse Candido, c'è un'orribile quantità di male sulla terra. - Che importa, disse il derviscio, se ci sia male o bene? Quando Sua Altezza manda una nave in Egitto, si preoccupa forse se i topi stiano comodi o meno sulla nave? - Dunque, che cosa bisogna fare? disse Pangloss. - Tacere, disse il derviscio. - Mi lusingavo, disse Pangloss, di poter discutere un po' con voi sugli effetti e le cause, sul migliore dei mondi possibili, sull'origine del male, sulla natura dell'anima e sull'armonia prestabilita.» Il derviscio a queste parole chiuse loro la porta in faccia.
Durante questa conversazione si era sparsa la notizia che a Costantinopoli avevano strangolato due visir di corte e il muftì, mentre molti dei loro amici erano stati impalati. Tale catastrofe fece dappertutto molto rumore per qualche ora. Pangloss, Candido e Martino, tornando alla piccola fattoria, incontrarono un buon vecchio che stava prendendo il fresco davanti alla sua porta, sotto un pergolato di aranci. Pangloss, tanto curioso quanto pensatore, gli chiese come si chiamasse il muftì strangolato. «Non ne so nulla, rispose il brav'uomo, e non ho mai saputo il nome di nessun muftì, né di nessun visir. Ignoro assolutamente la cosa di cui mi parlate; suppongo che in generale coloro i quali si immischiano negli affari pubblici periscano miseramente, e lo meritino; ma non mi informo mai di quel che succede a Costantinopoli; mi accontento di mandarvi a vendere i frutti del giardino che coltivo.» Dette queste parole, fece entrare gli stranieri in casa; le sue due figlie e i suoi due figli offrirono diverse specie di sorbetti fatti da loro stessi, kaimac con una punta di scorza di frutta, cedrato candito, aranci, limoni, ananas, pistacchi e caffè di Moka non mescolato col cattivo caffè di Batavia e delle isole. Poi le due figlie di quel buon musulmano profumarono le barbe di Candido, di Pangloss e di Martino.
«Dovete avere, disse Candido al turco, una vasta e magnifica terra. - Ho soltanto venti jugeri, li coltivo con i miei figli; il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno.»
Candido, tornando alla fattoria, fece profonde riflessioni sulle parole del turco. Disse a Pangloss e a Martino: «Mi pare che queI buon vecchio abbia un destino migliore di quello dei sei re con i quali abbiamo avuto l'onore di cenare. - Le grandezze, disse Pangloss, sono pericolose, secondo tutti i filosofi: infatti Eglone, re dei Moabiti, fu assassinato da Aod, Assalonne fu impiccato per i capelli e trafitto da tre frecce; il re Nadab, figlio di Geroboamo, fu ucciso da Baasa, il re Ela da Zambri, Ocosia da Jehu, Atalia da Goiada, i re Gioacchino, Geconia, Sedecia, furono schiavi. Sapete come morirono Creso, Astiage, Dario, Dionigi di Siracusa, Pirro, Perseo, Annibale, Giugurta, Ariovisto, Cesare, Pompeo, Nerone, Otone, Vitellio, Domiziano, Riccardo II di Inghilterra, Edoardo II, Enrico VI, Riccardo III, Maria Stuarda, Carlo I, i tre Enrico di Francia, l'imperatore Enrico IV? Sapete ... - So anche, disse Candido, che bisogna coltivare il nostro giardino. - Avete ragione, disse Pangloss; poiché, quando l'uomo fu messo nel giardino dell'Eden vi fu messo ut operaretur eum [citazione approssimativa della Genesi], perché lavorasse; e questo prova che l'uomo non è nato per il riposo. - Lavoriamo senza discutere, disse Martino, è il solo mezzo per rendere la vita sopportabile.»
Tutto il piccolo gruppo approvò questo lodevole proposito, ognuno si mise ad esercitare i propri talenti. La piccola terra rese molto. Cunegonda a dire il vero era assai brutta, ma divenne un'eccellente pasticciera; Paquette ricamò, la vecchia si occupò della biancheria. Anche fra Giroflé si rese utile, divenne un ottimo falegname e perfino onesto; e Pangloss diceva talvolta a Candido: «Tutti gli avvenimenti sono concatenati nel migliore dei mondi possibili: infatti se voi non foste stato cacciato da un bel castello a calci nel sedere per amore della signorina Cunegonda, se l'Inquisizione non vi avesse preso, se non aveste percorso l'America a piedi, se non aveste infilzato il barone, se non aveste perso tutti i vostri montoni del buon paese dell'Eldorado, ora non sareste qui a mangiare cedri canditi e pistacchi. – E' giusto, rispose Candido, ma bisogna coltivare il nostro giardino.»

Voltaire, Candido, in Tutti i romanzi e i racconti, Newton, 1995, p. 155 – 158

Le vicende disgraziate di Candido sono le "vicende" di Voltaire per come Voltaire le ha interpretate. Si tratta dell'ideale monastico dei gesuiti che tradotto da Voltaire dice, in sostanza, "cercare di farsi gli affari propri" e "non partecipare alla vita sociale".

Nel 1763 viene pubblicato da Voltaire il "Trattato sulla tolleranza" un testo che in un regime assolutista cristiano appare come una luce di libertà. Il testo viene elaborato in seguito a varie vicende che vedono Voltaire coinvolto in nome della libertà di religione e di pensiero e contro le leggi dell'assolutismo cristiano.

Vale la pena di citare alcune pagine del "Trattato sulla tolleranza".

Scrive Voltaire:

Tra gli antichi Romani, da Romolo fino ai tempi in cui i cristiani si scontrarono con i sacerdoti dell'impero, non trovate alcun uomo perseguitato per le sue convinzioni. Cicerone dubitò di tutto, Lucrezio negò tutto; eppure non venne fatto loro il minimo rimprovero. La licenza arrivò a tal punto che Plinio il naturalista incomincia il suo libro negando Dio e affermando che, se ce n'è uno, questo è il sole. Cicerone dice, parlando dell'inferno: «Non c'è vecchia tanto imbecille da crederei». Giovenale afferma: «Nemmeno i bambini ci credono». A Roma si cantava in teatro: «Dopo la morte non c'è nulla, e la morte stessa è nulla». (Seneca, Troade, coro finale del II atto). Detestiamo pure tali affermazioni o, tuttalpiù, perdoniamo a un popolo non illuminato dai Vangeli: esse sono false, sono empie. Concludiamo però che i Romani erano molto tolleranti, poiché tali massime non suscitarono mai la minima protesta.
Il grande principio del Senato e del popolo romano era: «Le offese fatte agli dei sono un problema degli dei». Questo popolo sovrano non si preoccupava che di conquistare, governare e dare un ordine all'universo. Sono stati i nostri legislatori, oltre che i nostri conquistatori: e tuttavia mai Cesare, che ci diede catene, leggi e giochi, volle costringerei ad abbandonare i nostri druidi per lui, benché fosse il "Pontefice massimo" di una nazione che ci aveva sottomessi.
I Romani non professavano tutti i culti, non li riconoscevano tutti pubblicamente, ma li permisero tutti. Sotto Numa non avevano alcun oggetto materiale di culto, nessun simulacro, nessuna statua; presto ne elessero agli dei "delle Genti maggiori", che i Greci fecero loro conoscere. La Legge delle Dodici Tavole «Non si adorino gli dei stranieri» fu rispettata solo nel senso di concedere il culto pubblico soltanto alle divinità superiori, approvate dal Senato. Isìde ebbe un tempio a Roma fino a che Tiberio non lo demolì, quando i sacerdoti di questo tempio, corrotti dal denaro di Mundus, fecero giacere costui nel tempio, sotto il nome di dio Anubi, con una donna di nome Paolina. E' vero inoltre che Giuseppe Flavio è il solo che riporti la storia: egli non era contemporaneo ai fatti, ed era un credulone. E' poco credibile che, in tempi così civili come quelli di Tiberio, una donna dell'alta società fosse così stupida da credere di godere i favori del dio Anubi. Ma che sia vero o falso questo aneddoto, è sicuro che la superstizione egiziana aveva eretto a Roma un tempio con il pubblico consenso.
Gli Ebrei commerciavano a Roma fin dai tempi delle guerre puniche; vi avevano delle sinagoghe fin dal tempo di Augusto e le ebbero quasi sempre, come nella Roma di oggi. Vi può essere esempio migliore che la tolleranza era considerata dai Romani la legge più sacra del diritto delle genti?
Ci si dice che appena apparvero i cristiani, essi furono perseguitati da quegli stessi Romani che non perseguitavano nessuno. Mi sembra evidente che ciò è molto falso; non ne voglio dare prova diversa da quella fornita dallo stesso S. Paolo. Gli Atti degli apostoli ci fanno sapere che, quando S. Paolo fu accusato dagli ebrei di voler distruggere la legge di Mosè per sostituirvi quella di Gesù, S. Giacomo gli suggerì di farsi radere la testa e di andare a purificarsi nel tempio con quattro ebrei, «perché tutti sappiano che quanto si dice di te è falso e che continui a rispettare la legge di Mosè».
Paolo, cristiano, per sette giorni seguì tutte le cerimonie ebraiche ma, non ancora trascorso il settimo giorno, alcuni ebrei d'Asia lo riconobbero e, vedendo che era entrato nel tempio non solo con dei Giudei ma anche con dei gentili, gridarono alla profanazione, lo catturarono, lo condussero davanti al governatore Felice, e, in seguito, lo portarono davanti al Tribunale di Festo. Gli ebrei in massa chiesero la sua morte, ma Festo rispose loro: «Non è costume dei Romani condannare un uomo prima che l'accusato abbia davanti a sé i suoi accusatori e gli sia stata concessa libertà di difendersi».

Voltaire, Trattato sulla tolleranza, Demetra, 1995 p. 38 – 39

Ancor oggi i cristiani organizzano il linciaggio di Voltaire. Voltaire voleva essere ricco e non povero, come tutti i cristiani a cui i poveri fanno schifo; Voltaire era un libertino, i cattolici violentano i bambini e il loro nemico si chiama "libertà sessuale"; Voltaire disprezzava i neri e gli ebrei, come tutti i cristiani della sua epoca; Voltaire disprezzava gli slavi, come tutti i cristiani francesi. Voltaire era cristiano, legato ai gesuiti e, non dimentichiamo, i gesuiti disponevano di una flotta navale con cui trafficare schiavi dall'Africa alle Americhe; Voltaire era un colonialista, come tutti i cristiani francesi, inglesi, belgi, portoghesi, spagnoli, olandesi ecc; Voltaire condanna l'omosessualità (vedi amore socratico in Dizionario filosofico), esattamente come i cristiani hanno sempre fatto. In sostanza, Voltaire è un cristiano. Manifesta principi cristiani e la sua critica al cristianesimo è tutta interna al cristianesimo.

Un discorso a parte deve essere fatto per quanto riguarda l'avversione nei confronti del "popolo ebraico" di Voltaire. A differenza dei cristiani che si appropriano della bibbia e odiano gli ebrei perché, secondo loro, hanno ammazzato il loro uomo-Dio, Gesù, Voltaire costruisce la sua idea studiando la storia del "popolo ebraico" come descritta dalla bibbia. Voltaire, anziché parteggiare per gli ebrei che ammazzano uomini, donne e bambini per ordine del loro dio, ritiene che queste azioni siano delle barbarie. Dei delitti che quando elevati a fondamento dell'ideologia religiosa, qualificano gli ebrei come assassini che riproducono l'assassinio e il genocidio nella loro filosofia e nella loro ideologia. E' da ricordare che fino al 1900 la bibbia era considerato un libro storico e la storia veniva insegnata partendo dalla creazione del mondo come descritta dalla bibbia (Voltaire studia dai gesuiti). Pertanto, Voltaire fonda il proprio giudizio su quella storia a differenza dei cristiani che fondano il proprio giudizio sulla fede incitando di fatto all'odio contro gli ebrei. Con la formazione del giudizio di Voltaire contro gli ebrei si può discutere perché la formazione di quel giudizio si basa su dati reali, con l'odio contro gli ebrei dei cristiani non si può discutere perché si tratta di un odio imposto dalla fede.

Voltaire non è "altro dal cristianesimo", Voltaire è un cristiano che predica la tolleranza religiosa in un mondo in cui la chiesa cattolica spadroneggia e si permette di strappare la lingua a Vanini perché dice cose che alla chiesa cattolica non piacciono.

Cosa diversa è se mettiamo in relazione il pensiero di Voltaire con la rivoluzione francese. La rivoluzione francese non è fatta dagli illuministi, è fatta dai democratici che hanno una visione sociale di uguaglianza e di libertà estranea al pensiero illuminista.

Le citazioni che riporto dal Dizionario Filosofico illustrano molto bene la diversità di pensiero fra democrazia e illuminismo. L'illuminismo è continuità col regime a monarchia assoluta rispetto al quale rivendica delle libertà, la democrazia è una rottura totale col regime monarchico. E Voltaire era illuminista, non democratico.

Ciò nonostante, Voltaire ha permesso all'uomo di uscire dall'oscurantismo cristiano. Uscire dall'ideologia assolutista che costringeva i francesi a pensare che il re di Francia fosse in grado di fare miracoli per mandato di Dio, di Gesù e del papa cattolico.

Nel 1764 viene pubblicata la prima edizione del "Dictionnaire philosophique". L'opera è condannata dal Parlamento di Parigi.

Del "Dizionario filosofico" è necessario riprodurre alcune voci che ci permette di comprendere alcune visioni sociali di Voltaire:

Scrive Voltaire alla voce "Fede":

Un giorno il principe Pico della Mirandola incontrò papa Alessandro VI presso la cortigiana Emilia, mentre Lucrezia, figlia del santo padre, stava per partorire, e a Roma non si sapeva se il figlio fosse del papa, o di suo figlio il duca di Valentinois, o del marito di Lucrezia, Alfonso d'Aragona, che passava per impotente. La conversazione fu dapprima assai gioviale. Il cardinale Bembo ne riporta un frammento. «Caro Pico», disse il papa, «chi credi che sia il padre di mio nipote?» «Vostro genero», rispose Pico. «E come puoi supporre una simile sciocchezza?» «Lo credo per fede.» «Ma non sai che un impotente non fa figli?» «La fede», riprese Pico, «consiste nel credere alle cose perché sono impossibili; inoltre, l'onore della vostra casa esige che il figlio di Lucrezia non passi per essere il frutto di un incesto. Voi mi fate credere in misteri più incomprensibili. Non devo forse esser convinto che un serpente abbia parlato, che da quel tempo tutti gli uomini furono dannati, che anche l'asina di Balaam parlò con grande eloquenza, e che le mura di Gerico caddero al suono delle trombe?» Pico inaugurò subito una sfilza di tutte le cose straordinarie in cui credeva. Alessandro crollò sul sofà a furia di risa. «Credo in tutto questo come voi», diceva, «poiché so bene che posso essere salvato solo dalla fede, e che non lo sarò per via delle mie opere.» «Ma santo padre», disse Pico, «voi non avete bisogno né di opere né di fede; queste cose valgono per dei poveri profani come noi; ma voi che siete vice-Dio, voi potete credere e fare tutto ciò che vi piacerà. Voi avete le chiavi del cielo; e di sicuro San Pietro non vi chiuderà la porta in faccia. Ma, quanto a me, confesso che avrei bisogno di una potente protezione, se, essendo solo un povero principe, fossi giaciuto con mia figlia, e se mi fossi servito dello stiletto e della canterella [erba velenosa] così spesso come vostra Santità.» Alessandro VI stava allo scherzo. «Parliamo seriamente», disse al principe della Mirandola. «Ditemi quale merito si può avere dicendo a Dio che si è persuasi di cose di cui nei fatti non ci si riesce a persuadere? Quale piacere potrà venirne a Dio? Detto tra noi, dire che si crede a ciò cui è impossibile credere, è mentire.» Pico della Mirandola si fece un gran segno della croce. «Eh! Santo Dio», esclamò, «che Vostra Santità mi perdoni, voi non siete cristiano.» «No, in fede mia», disse il papa. «Lo sospettavo», disse Pico della Mirandola.

Tratto da: Dizionario filosofico, in Tutti i romanzi e i racconti, Newton, 1995, p. 562 – 563

La fede come illusione perché se non ti illudi vieni ammazzato. Devi bere l'acqua avvelenata del pozzo chiamato "fede" perché se non lo fai dubiti e se dubiti chi ha fede, anziché credere, potrebbe iniziare a chiedersi: perché io credo?

Il credere nell'assurdo è proprio del cristianesimo. E' la malattia mentale che guida l'uomo a credere, non i ragionamenti o la riflessione.

Scrive Voltaire alla voce "Fanatismo":

Il fanatismo sta alla superstizione come la convulsione alla febbre, la rabbia alla collera. Chi ha delle estasi, delle visioni, chi scambia il sogno con la realtà, e le sue immaginazioni per profezie, è un entusiasta; chi sostiene la propria follia con l'omicidio è un fanatico. [Giovanni] Diaz, ritiratosi a Norimberga, il quale era fermamente convinto che il papa fosse l'Anticristo dell'Apocalisse, e che avesse il segno della bestia, non era che un entusiasta; suo fratello, Bartolomeo Diaz, che partì da Roma per andare ad assassinare santamente suo fratello, e che in effetti lo uccise per l'amor di Dio, era uno dei più abominevoli fanatici che la superstizione abbia potuto formare. Poliuto, che va al tempio, in un giorno solenne, per rovesciare e distruggere le statue e gli ornamenti, è un fanatico meno orribile di Diaz, ma non meno sciocco. Gli assassini del duca Francesco di Guisa, di Guglielmo principe d'Orange, del re Enrico III e del re Enrico IV, e di tanti altri, erano energumeni malati della stessa rabbia di Diaz.
Il più detestabile esempio di fanatismo è quello dei borghesi parigini che corsero ad assassinare, scannare, gettare dalle finestre, fare a pezzi, durante la notte di San Bartolomeo, i loro concittadini che non andavano a messa.
Ci sono fanatici a sangue freddo: sono i giudici che condannano a morte quelli che non hanno commesso altro crimine che non pensarla come loro; e questi giudici sono tanto più colpevoli, tanto più degni dell'esecrazione del genere umano, in quanto, non essendo preda di un accesso di furore, come i Clément, i Chàtel, i Ravaillac, i Gérard, i Damiens, potrebbero in apparenza dare ascolto alla ragione.
Una volta che il fanatismo ha incancrenito il cervello, la malattia è quasi incurabile. Ho visto dei convulsionari che, parlando dei miracoli di San Pàris, a poco a poco si accaloravano loro malgrado: gli occhi si infiammavano, le membra tremavano, il furore sfigurava loro il volto, e avrebbero ammazzato chiunque li avesse contraddetti. A questa malattia epidemica non c'è altro rimedio che lo spirito filosofico, che, diffondendosi gradualmente, finisce con l'addolcire i costumi degli uomini e prevenire gli accessi del male; giacché, non appena il male fa progressi, non resta altro che fuggire e attendere che l'aria ne sia purificata. Le leggi e la religione non bastano contro la peste delle anime; la religione, lungi dall'essere per loro un alimento salutare, si tramuta in veleno nei cervelli infetti. Questi miserabili hanno costantemente presenti l'esempio di Aod, che assassina il re Eglon; di Giuditta, che taglia la testa di Oloferne giacendosi con lui; di Samuele, che fa a pezzi il re Agag. Non si rendono conto che questi esempi, rispettabili nell'antichità, sono abominevoli nel presente; costoro attingono i loro furori in quella stessa religione che li condanna.
Le leggi sono ancora altamente impotenti contro questi accessi di rabbia; è come se leggeste una sentenza del consiglio a un frenetico. Questi individui sono persuasi che lo spirito santo che li penetra sia al di sopra delle leggi, che il loro entusiasmo sia la sola legge che devono ascoltare.
Che cosa rispondere a un uomo il quale vi dice che preferisce obbedire a Dio che agli uomini, e che, di conseguenza, è certo di meritare il cielo scannandovi?
Di solito sono i furfanti a guidare i fanatici, e a metter loro il pugnale tra le mani; assomigliano a quel Vecchio della Montagna che, a quanto dicono, faceva assaporare le gioie del paradiso a degli imbecilli, e prometteva loro un'eternità di quei piaceri di cui aveva dato loro un assaggio, a condizione che andassero ad assassinare tutti quelli che avesse nominato. Al mondo c'è stata una sola religione che non si sia macchiata di fanatismo, ed è quella dei letterati della Cina. Le sètte dei filosofi non solo erano esenti da questa peste, ma ne erano il rimedio; giacché l'effetto della filosofia è di rendere l'anima tranquilla, e il fanatismo è incompatibile con la tranquillità. Se la nostra santa religione è stata così spesso corrotta da questo furore infernale, è con la follia degli uomini che bisogna prendersela.

Voltaire, Dizionario filosofico, in Tutti i romanzi e i racconti, Newton, 1995, p. 560 – 561

E' un discorso che possiamo applicare non solo alla chiesa cattolica e alla massa di fanatici cristiani (anche se oggi si nascondono sotto etichette politiche), ma possiamo applicarlo anche all'Isis e ai fanatici cristiani che hanno invaso l'Iraq.

Anche se il fanatismo religioso oggi come oggi si esprime mediante il "sovranismo", va sempre ricondotto al cristianesimo che è l'ideologia di riferimento.

Lo stesso vale per la voce "Divinità di Gesù" o si crede per fede, come effetto della violenza subita durante l'infanzia, o non ci sono ragioni sufficienti per credere.

Scrive Voltaire alla voce "Divinità di Gesù":

I sociniani, che sono considerati dei bestemmiatori, non riconoscono la divinità di Gesù Cristo. Essi osano sostenere, con i filosofi dell'antichità, con gli ebrei, i maomettani, e tante altre nazioni, che l'idea di un Dio uomo è mostruosa, che la distanza di un Dio dall'uomo è infinita, e che è impossibile che l'Essere infinito, immenso, eterno, sia stato contenuto in un corpo perituro.
Non esitano a citare in loro favore Eusebio, vescovo di Cesarea, il quale, nella sua Storia ecclesiastica, libro I, cap. XI, dichiara che è assurdo che la natura non generata, immutabile, del Dio onnipotente, prenda la forma di un uomo. Citano i Padri della Chiesa Giustino e Tertulliano, che hanno detto la stessa cosa: Giustino nel suo Dialogo con Tritone e Tertulliano nel suo Discorso contro Praxea. Citano San Paolo, che non chiama mai Gesù Cristo Dio, e che spesso lo chiama uomo. Spingono la loro audacia fino al punto di affermare che i cristiani impiegarono tre secoli interi per formare a poco a poco l'apoteosi di Gesù, e che elevando questo sorprendente edificio si limitarono a seguire l'esempio dei pagani, che avevano divinizzato dei mortali. Inizialmente, secondo loro, Gesù fu visto solo come un uomo ispirato da Dio; in seguito, come una creatura più perfetta delle altre. Qualche tempo dopo gli fu dato un posto al di sopra degli angeli, come dice San Paolo. Ogni giorno accresceva la sua grandezza. Divenne così un'emanazione di Dio prodotta nel tempo. Non era abbastanza; lo si fece nascere prima del tempo. Infine, lo si fece Dio, consustanziale a Dio. Crellius, Voquelsius, Natalis Alexander, Hornebeck hanno fondato tutte queste bestemmie su argomentazioni che stupiscono i dotti e pervertono i deboli. Fu soprattutto Fausto Socini a spargere i semi di questa dottrina in Europa; e verso la fine del XVI secolo c'è mancato poco che non fondasse una nuova specie di cristianesimo: ce n'erano già più di trecento!

Voltaire, Dizionario filosofico, in Tutti i romanzi e i racconti, Newton, 1995, p. 551

Fra gli studiosi e i cattolici era sempre più chiaro l'inganno costruito attorno alla figura di Gesù. Anche se Voltaire non aveva tutti i dati e tutte le informazioni che abbiamo noi oggi, già sottolineava le incongruenze dei vangeli e della rivelazione divina di cui la chiesa cattolica si faceva paladina.

Anche le condizioni sociali espresse da Voltaire appartengono all'illuminismo. Non si pongono mai come delle rotture radicali nei confronti del presente sociale, ma chiedono una modificazione che potrebbe essere accettata anche da un governo appena lungimirante.

Scrive Voltaire alla voce "Uguaglianza":

Che cosa deve un cane a un cane, un cavallo a un cavallo? Niente, nessun animale dipende dal suo simile; ma l'uomo, ricevuto il raggio della Divinità che si chiama ragione, che frutto ne trae? Quello di essere schiavo in quasi tutta la terra.
Se questa terra fosse ciò che sembra dover essere, vale a dire se l'uomo vi trovasse ovunque una sussistenza facile e sicura, e un clima adatto alla sua natura, è chiaro che sarebbe stato impossibile a un uomo asservirne un altro. Se questo globo fosse coperto di frutti salutari; se l'aria che deve contribuire alla nostra vita non ci desse le malattie e la morte; se l'uomo non avesse bisogno di altro alloggio e di altro letto che quello dei daini e dei caprioli: allora i Gengis Kan e i Tamerlani non avrebbero altri servi tori che i loro figli, i quali sarebbero abbastanza onesti da aiutarli nella loro vecchiaia.
In quello stato così naturale di cui godono tutti i quadrupedi, gli uccelli e i rettili, l'uomo sarebbe felice quanto loro, la dominazione sarebbe allora una chimera, un'assurdità alla quale nessuno penserebbe; perché infatti cercare dei servitori quando non avete bisogno di alcun servizio? Se a qualche individuo di idee tiranniche e di braccia irrequiete passasse per la testa di asservire il vicino meno forte di lui, l'oppresso sarebbe lontano cento leghe prima che l'oppressore potesse prendere le sue misure.
Tutti gli uomini sarebbero dunque necessariamente uguali se non avessero dei bisogni. La miseria connaturata alla nostra speranza subordina un uomo a un altro uomo; non è la disuguaglianza la vera sciagura, è la dipendenza. Importa assai poco che un tale si chiami Sua Altezza e un altro Sua Santità; ma è duro servire l'uno o l'altro.
Una famiglia numerosa ha coltivato un buon terreno; due piccole famiglie vicine hanno dei campi ingrati e ribelli: bisogna che le due famiglie povere servano la famiglia opulenta, oppure che la scannino, non c'è alternativa. Una delle due famiglie indigenti offrirà le sue braccia a quella ricca in cambio di pane; l'altra la attaccherà e sarà battuta. La famiglia serva è l'origine dei domestici e della manovalanza; la famiglia battuta è l'origine degli schiavi.
E' impossibile, nel nostro sciagurato globo, che gli uomini che vivono in società non siano divisi in due classi, una di oppressori, l'altra di oppressi; e queste due si suddividono in mille, e queste mille hanno ancora diverse sfumature. Non tutti gli oppressi sono assolutamente infelici. La maggior parte è nata in questo stato, e il lavoro continuo impedisce loro di essere pienamente coscienti della propria situazione; ma, quando lo sono, si assiste allora a guerre come quella del partito popolare contro il partito del senato a Roma; quelle contadine in Germania, in Inghilterra, in Francia. Tutte queste guerre finiscono presto o tardi con l'asservimento del popolo, perché i potenti hanno il denaro, e il denaro è padrone di tutto in uno Stato: dico in uno Stato, poiché lo stesso non vale tra nazione e nazione. La nazione che saprà meglio far uso del ferro soggiogherà sempre quella che avrà più oro e meno coraggio. Ogni uomo nasce con un'inclinazione abbastanza violenta per la dominazione, la ricchezza e i piaceri, e con una forte tendenza alla pigrizia; di conseguenza ogni uomo vorrebbe avere il denaro e le donne o le figlie altrui, essere loro padrone, assoggettarli a tutti i suoi capricci, e non far niente, o quanto meno fare solo cose assai piacevoli. Vedete bene che con queste belle disposizioni è impossibile che gli uomini siano uguali così come è impossibile che due predicatori o due professori di teologia non siano gelosi l'uno dell'altro.
Il genere umano, così com'è, non può sussistere, a meno che non ci sia un'infinità di uomini utili che non possiedono nulla; giacché un uomo agiato non lascerà la propria terra per venire a lavorare la vostra; e, se avete bisogno di un paio di scarpe, non sarà certo un magistrato a confezionarvele. L'uguaglianza è dunque ad un tempo la cosa più naturale e la più chimerica. Poiché gli uomini esagerano in tutto quando possono, questa disuguaglianza è stata spinta all'eccesso; in parecchi paesi si è preteso che non fosse permesso a un cittadino uscire dalla contrada dove il caso l'ha fatto nascere; il senso di tale legge è evidentemente: Questo paese è così cattivo e così mal governato che proibiamo a qualsiasi cittadino di uscirne, per paura che se ne vadano tutti. Fate di meglio: fate venire a tutti i vostri sudditi la voglia di restare, e agli stranieri la voglia di venire.
Ogni uomo, in cuor suo, ha il diritto di credersi in tutto uguale agli altri uomini; da ciò non si deduce che il cuoco di un cardinale debba ordinare al suo padrone di fargli da mangiare; ma il cuoco può dire: «Io sono uomo come il mio padrone, come lui sono nato piangendo; egli morrà come me tra le stesse ambasce e le stesse cerimonie. Entrambi compiamo le stesse funzioni animali. Se i turchi prendono Roma, e se io allora divento cardinale e il mio padrone cuoco, lo prenderò al mio servizio». Tutto questo discorso è ragionevole e giusto; ma, nell'attesa che il Gran Turco prenda Roma, il cuoco deve fare il suo dovere, oppure ogni società umana sarà sovvertita. Prendiamo un uomo che non sia né cuoco d'un cardinale, né investito di alcuna carica nello Stato; un privato cittadino che non dipenda da nessuno, ma cui secchi essere ricevuto ovunque con aria di protezione o di disprezzo, che veda chiaramente come parecchi monsignori non abbiano né più scienza, né più ingegno, né più virtù di lui, e che sia stufo di fare talvolta anticamera in casa loro: che partito deve prendere? Quello di andarsene.

Voltaire, Dizionario filosofico, in Tutti i romanzi e i racconti, Newton, 1995, p. 714 – 715

Il concetto di uguaglianza espresso da Voltaire è il concetto di uguaglianza proprio dei cristiani dove l'uguaglianza non è possibile perché in una società le persone hanno (o sono inserite) in contesti diversi. Lo schiavo è schiavo e, secondo il cristianesimo, l'ideale dello schiavo è quello di diventare il padrone. Ma ciò non avviene e il cuoco deve continuare ad essere cuoco.

Il concetto di uguaglianza della Rivoluzione Francese è il concetto di uguaglianza proprio della democrazia dove si è uguali come persone davanti alla legge e la legge rende uguali tutte le persone. Uno fa il cuoco e l'altro fa il magistrato, ma la pena per un omicidio è uguale sia per il cuoco che per il magistrato.

L'illuminismo è cristianesimo. La democrazia, al contrario, rompe col cristianesimo e proclama che l'uomo ha gli stessi diritti di Dio e soggiace alla medesima legge e alle medesime condizioni morali ed etiche.

Il concetto di tolleranza ha lo scopo di limitare lo strapotere e l'arbitrarietà giuridica del cristianesimo.

Scrive Voltaire nel Dizionario Filosofico alla voce "Tolleranza":

Che cos'è la tolleranza? è l'appannaggio dell'umanità. Siamo tutti impastati di debolezze e di errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, è la prima legge della natura.
Traffichino pure insieme alla borsa di Arnsterdam, di Londra, o di Surat, o di Bassora, il ghebro, il baniano, l'ebreo, il maomettano, il cinese, il bramino, il cristiano greco, il cristiano romano, il cristiano protestante, il cristiano quacchero: non alzeranno mai il pugnale gli uni sugli altri per guadagnare anime alla loro religione. Perché allora ci siamo scannati quasi senza interruzione dal primo concilio di Nicea?
Costantino cominciò promulgando un editto che permetteva tutte le religioni; finì perseguitando. Prima di lui ci si levò contro i cristiani solo perché cominciavano a formare un partito nello Stato. I romani permettevano tutti i culti, perfino quello degli ebrei, perfino quello degli egizi, per i quali provavano tanto disprezzo. Perché Roma tollerava quei culti? Perché né gli egizi, né tanto meno gli ebrei cercavano dì sterminare l'antica religione dell'impero; non percorrevano le terre e i mari per fare proseliti: pensavano solo a far soldi; ma è incontestabile che i cristiani volevano che la loro religione fosse quella dominante. Gli ebrei non volevano che la statua di Giove fosse a Gerusalemme; ma i cristiani non volevano che fosse in Campidoglio. San Tommaso ha la buona fede di confessare che, se i cristiani non detronizzarono gli imperatori, fu solo perché non poterono. La loro convinzione era che tutta la terra doveva essere cristiana. Essi dunque erano necessariamente nemici di tutta la terra, fintantoché non si fosse convertita.
Tra loro erano nemici gli uni degli altri su tutti i punti della loro controversia. Per cominciare, bisogna considerare Gesù Cristo come Dio: coloro che lo negano sono anatemizzati sotto il nome di ebioniti, che anatemizzano gli adoratori di Gesù.
Alcuni di loro vogliono che tutti i beni siano comuni, come si sostiene che fossero al tempo degli apostoli? i loro avversari li chiamano nicolaiti, e li accusano dei più infami delitti. Altri aspirano a una devozione mistica? sono chiamati gnostici, e ci si solleva contro di loro con furore. Marcione disputa sulla Trinità? lo si tratta da idolatra.
Tertulliano, Praxea, Origene, Novato, Novaziano, Sabellio, Donato sono tutti perseguitati dai loro fratelli prima di Costantino; e Costantino ha appena fatto trionfare la religione cristiana, che gli atanasiani e gli eusebiani si fanno a pezzi; e da quel tempo, la Chiesa cristiana è inondata di sangue fino ai nostri giorni.
Il popolo ebraico era, lo riconosco, un popolo assai barbaro. Sgozzava senza pietà tutti gli abitanti di uno sventurato paesucolo sul quale non aveva più diritti che su Parigi o su Londra. Eppure, quando Naaman guarisce dalla lebbra per essersi immerso sette volte nel Giordano; quando, per testimoniare la sua gratitudine a Eliseo, che gli ha insegnato quel segreto, gli dice che adorerà il Dio degli ebrei per riconoscenza, si riserva la libertà di adorare anche il Dio del suo re; ne chiede il permesso a Eliseo, e il profeta non esita a darglielo. Gli ebrei adoravano il loro Dio, ma non erano mai sorpresi che ogni popolo avesse il suo. Approvavano che Camos avesse dato un certo distretto ai moabiti, purché il loro Dio ne desse uno anche a loro. Giacobbe non esitò a sposare le figlie di un idolatra. Labano aveva il suo Dio come Giacobbe aveva il suo. Ecco degli esempi di tolleranza nel popolo più intollerante e più crudele di tutta l'antichità: noi l'abbiamo imitato nei suoi furori più assurdi, e non nella sua indulgenza.
E' chiaro che qualsiasi privato cittadino perseguiti un uomo, suo fratello, perché non la pensa come lui, è un mostro. Su questo non ci sono difficoltà. Ma il governo, i magistrati, i principi, come si regoleranno nei confronti di chi ha un culto diverso dal loro? Se è uno straniero potente, è certo che un principe si alleerà con loro. Francesco I, cristianissimo, si unirà con i musulmani contro Carlo v, altro cristianissimo. Francesco I darà del denaro ai luterani di Germania per sostenerli nella loro rivolta contro l'imperatore; ma comincerà, secondo la prassi, col far bruciare i luterani in casa sua. Per politica li paga in Sassonia; per politica li brucia a Parigi. Ma che cosa accadrà? Le persecuzioni fanno proseliti; presto la Francia sarà piena di nuovi protestanti. Dapprima si lasceranno impiccare, poi impiccheranno a loro volta. Ci saranno guerre civili, poi verrà la notte di San Bartolomeo, e questo angolo del mondo sarà peggiore di tutto ciò che antichi e moderni abbiano mai detto dell'inferno.
Insensati, che non siete mai riusciti a tributare un culto puro al Dio che vi ha fatti! Sciagurati, che non vi siete mai fatti guidare dall'esempio dei noachidi, dei cinesi, dei parsi e di tutti i saggi! Mostri, che avete bisogno di superstizioni come il ventriglio dei corvi ha bisogno di carogne! Vi è stato già detto, e non c'è altro da dirvi: se avete in casa due religioni, si taglieranno la gola a vicenda; se ne avete trenta, vivranno in pace. Guardate il Gran Turco: governa ghebri, baniani, cristiani greci, nestoriani, romani. Il primo che vuol provocare tumulti viene impalato, e tutti stanno tranquilli.

Voltaire, Dizionario filosofico, in Tutti i romanzi e i racconti, Newton, 1995, p. 706 – 707

La tolleranza religiosa è fondamentale nell'ideologia illuminista perché l'illuminismo si sviluppa nel contesto assolutista cristiano che non permette religioni diverse o Dèi diversi dal suo. Questo impedimento cristiano è retto da leggi feroci, da comportamenti criminali della polizia, da provvedimenti giudiziari che solo una diversa giurisprudenza, aperta alla tolleranza e al riconoscimento dell'altro, è in grado di garantire.

Nel 1767 viene pubblicato il racconto filosofico "L'ingenuo".

Nel 1772 viene pubblicata " Questions sur l'Encyclopédie".

A Ferney Voltaire visse tra il 1759 e il 1778, oggi la località si chiama Ferney-Voltaire in omaggio a Voltaire. In quella cittadina Voltaire fece costruire laboratori di orologeria e laboratori per la tessitura della seta ospitando operai perseguitati religiosi. In quegli anni Voltaire si dedica anche a dei processi importanti quale difensore delle vittime di intolleranza. Scriverà "Trattato sulla tolleranza".

Nel 1775 a Ginevra inizia la pubblicazione delle sue Opere Complete.

Nel 1778 dopo venti anni di assenza, torna a Parigi per la rappresentazione di Irène. Il 30 marzo 1678 Voltaire, malato, può assistere alla rappresentazione e riceve un omaggio da tutta Parigi.

Il 30 maggio 1778 Voltaire muore.

Il vescovo di Parigi impedirà la sepoltura in terra consacrata e le sue spoglie saranno portate in Champagne e seppellite nell'abbazia di Scellières. Sarà soltanto dopo la Rivoluzione Francese nel 1791 che le sue ceneri saranno sepolte al Panthéon accanto al suo nemico Rousseau.

 

Marghera, 02 luglio 2019

 

 

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