L’ideologia buddista nell’arte alla Biennale di Venezia
Le opere di Atta Kim e Lee Sun Don
Claudio Simeoni: la religione Pagana nell'arte.
53esima Biennale di Venezia: La Religione Pagana come bisogno umano espresso nell'arte.
Gli artisti, le opere e le idee religiose Pagane espresse in esse.
English version: Buddhist ideology in art at the 53rd Venice Biennale
Questi due artisti, dei grandi artisti, portano
a Venezia rappresentazioni artistiche proprie dell’ideologia buddista.
Un’ideologia creazionista e fatalista in cui domina il concetto che “tutta la
vita è dolore” e la separazione, o la futilità della vita, vengono rappresentati
attraverso l’arte.
Le opere sono presentate
dal coreano Atta Kim e dal patriarca del buddismo Forshang,
Lee Sun Don di Taiwan.
Culturalmente sono due
artisti diversi fra di loro, ma ideologicamente sono affini; almeno dal punto
di vista occidentale.
Atta Kim presenta le sue
città vuote e le sue opere effimere.
Città prive di persone.
Città decontestualizzate dall’Essere Umano che le ha costruite e che le
usa. Città che sembrano create da una
mano sconosciuta e che vengono tese, come omaggio, all’uomo. Il soggetto uomo,
il cui tempo è compreso nel tempo d’esistenza della città, è annullato anche
come specie. Estromesso dalla città. Il vuoto del luogo che non è abitato e,
nemmeno costruito. Un luogo che è creato da un soggetto estraneo al luogo.
Il concetto di vuoto è
preso dal Taoismo, solo che fuori del Taoismo assume il significato di assenza
o vuoto della ragione. Il Tao di cui non si può parlare. Non si può parlare del
Tao perché ciò che sta nel Tao è estraneo alla ragione, e perciò alla parola,
alla forma e alla quantità, o non se ne può parlare perché la ragione afferma
che nel Tao non c’è niente? Il Tao del Taoismo è vuoto di ragione, per questo
le parole non lo definiscono, ma è pieno dell’origine di ogni cosa che la
ragione non riesce a descrivere: il Tao del Taoismo è il mondo delle emozioni
nel quale la ragione non può accedere, ma dal quale la ragione riceve tensione:
“il nome che non può essere nomato
Non è l’eterno nome
Senza nome è l’inizio del cielo e della terra
E col nome è la madre di ogni cosa”
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Le città vuote di Atta Kim sono private delle emozioni della
vita. Tutto è effimero. |
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Le città vuote di Atta
Kim sono private delle emozioni della vita.
Puro atto razionale, privato
delle emozioni di chi ha alzato le pietre, di chi ha progettato una
trasformazione.
La dissoluzione di Atta
Kim è la rappresentazione dell’inutilità di ogni cosa e di ogni esistenza che
perde di senso in sé. Per Atta Kim la forma si trasforma in vuoto all’interno
della concezione di un mondo che è solo forma e nella forma risolve sé stesso.
Come il Buddha che esce
dal suo palazzo e scopre, improvvisamente il dolore, la malattia, la vecchiaia
e la morte come modi di essere capaci di danneggiare il suo benessere e di
dissolverlo. Come per il Buddha il concetto di trasformazione non esiste se non
nella direzione della dissoluzione del presente, così nell’arte di Atta Kim non
c’è crescita né arricchimento del presente, ma solo decadenza di un presente umano
effimero. Nel buddismo non c’è la rappresentazione della sacralità del bambino
che cresce, ma solo quella dell’adulto che attraverso il dolore, la malattia,
la vecchiaia e la morte, va verso la dissoluzione di ciò che è effimero.
Nel buddismo non c’è sedimentazione
delle tensioni emotive veicolate nella quotidianità, ma solo distacco dalla
quotidianità, dagli oggetti e dai desideri, nella paura che ciò crei dolore.
Atta Kim espone a Pa.zzo Zenobio presso i Carmini, Dorsoduro 2596 fino al 22 novembre 2009.
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Simile è il discorso di Lee Sun
Don. |
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Il distacco è
rappresentato in tutti i suoi quadri di soggetto religioso in cui appare “il buddha in divenire”. Opere che Lee Sun
Don ha iniziato a Venezia e che intende finire, con un dialogo costante con i
visitatori, alla fine della manifestazione. Sviluppare i lavori in interazione
con interviste ai visitatori e costruire una grande opera filmica.
La separazione dalla
vita è ben rappresentata da Lee Sun Don dalla statua
del Buddha che espone. Il Buddha sdraiato completamente indifferente al mondo
perché il mondo non lo riguarda. Dove la stessa meditazione buddista è distacco
dal mondo e non, come nel Paganesimo, per accedere ai mondi emotivi. Il
distacco, nel Buddismo, non è dalla forma, ma dalle emozioni di cui la forma è
rappresentazione. Per il buddista, staccarsi dal mondo non è staccarsi dalla
forma, ma staccarsi dalle relazioni empatiche con le intelligenze del mondo che
possono suscitare desiderio, emozioni e, per conseguenza, dolore di cui la
forma fisica è soggetto veicolante, percepiente e
desiderante. Il buddista non affronta la causa del dolore, ma la sua percezione
del dolore che è causa del suo provare dolore.
Il buddista esalta il
proprio ego che separa dal dolore del mondo e non modifica le cause del dolore
che agiscono nel mondo. Il buddista si chiude nel proprio monastero, si separa
dal mondo, si compiace di un mondo che prova dolore mentre lui, separato da
quel mondo e da quel dolore, medita. A differenza del cristiano che, invece,
impone la sofferenza, il dolore, al mondo perché quella sofferenza, secondo
lui, avvicina il mondo al suo dio; il buddista fa della separazione dalla
sofferenza del mondo autocompiacimento della sua superiorità nei confronti del
mondo.
La reincarnazione separa
la mente, l’anima che si reincarna, dal corpo. Il corpo, come nel
cristianesimo, è un oggetto estraneo che incarcera mente e anima. Come nel
Corpus Ermeticum, tutto ciò che l’immaginazione
ritiene buono e attribuisce a ciò che è bene appartiene all’anima e tutto ciò
che è male e dolore viene attribuito al corpo: divisione arbitraria, ma che
appaga l’ideologia (salvo dimenticare che la manifestazione di piacere del
“bene”, percepito in quanto tale, è una manifestazione del corpo). Questo
permette di leggere la beatitudine del Buddha ideale per ogni buddista che
rompe il ciclo delle reincarnazioni.
In occidente
l’emozione è un mondo, origine degli Esseri e relazione empatica di ogni
soggetto nella Natura. Le relazioni fra soggetti della natura, nei loro
sforzi di vivere, aprono i canali dell’illuminazione della ragione che non è
altro che l’affluire alla ragione della comprensione emotiva della realtà e il
giungere alla coscienza razionale di percezioni elaborate mediante la “parte
antica del cervello” che normalmente la ragione cancella relegandole nel
profondo. In oriente la separazione dal mondo, inteso come tesioni emotive, avvicina l’uomo alla perfezione.
In occidente il Mito
racconta storie (perché non si può altro che raccontare storie come effetti
razionali) che parlano di trasformazione del presente mediante un agire nei
mondi delle emozioni e nei mondi dell’azione; in oriente i buddisti raccontano
storie di separazione dalle emozioni e dalle azioni per giungere alla
beatitudine (dove la beatitudine è rappresentata anche da “donne seducenti”
poste in un trascendente separato dalla quotidianità e legato ad un
trascendente desiderato).
Per la Religione Pagana i
desideri, le passioni, le emozioni, l’agire, plasmano e costruiscono il corpo di
energia che cresce dentro agli individui aggiungendo ad ogni passione e ad ogni
emozione nuova forza e nuova struttura mediante le azioni del corpo che abita
il mondo in cui vive. Il corpo del buddista non aggiunge nulla alla sua anima.
Il corpo stesso è una “punizione” per non aver rotto il ciclo delle
reincarnazioni. Per questo, come il cristiano mortifica il corpo, il buddista
lo disciplina per farlo funzionare nella negazione del desiderio o plasmarlo in
funzione di un ideale immaginato.
Nel Paganesimo
Politeista la vita fisica è un’occasione, un’opportunità, da cogliere; per il
buddista la sua vita fa parte del ciclo delle reincarnazioni; per il cristiano
è dono del suo dio da mortificare per liberare l’anima affinché torni dal suo
dio.
Dei termini come Dvesa, Dosa (entrambe; avversione, odio,
rivincita, giustizia come bisogno espresso anche in maniera violenta), Moha
(infatuazione, innamoramento), Kama
(l’amore sessuale, necessità orgasmica), Raga (passione o sete di vivere);
il buddista afferra solo l’aspetto “indisciplinato e autodistruttivo” in un
mondo che ne condanna pratiche e manifestazioni. Aspetto che dilata mediante
l’immaginare di un’apocalisse personale qualora vi si abbandonasse o le praticasse.
Non scorge, invece, che queste sono forze da cui è nata la vita: egli stesso
come espressione della vita della Natura nel suo insieme alla quale è legato
mediante le sue emozioni con relazioni empatiche del suo essere profondo dalle
quali cerca, con un atto di disprezzo, una separazione.
Il buddista, mediante
l’illuminazione, risveglia il “dio”, il Buddha è il “risvegliato”, dentro di
lui; il buddista non costruisce, a differenza dei Pagani Politeisti, il dio che
cresce dentro di lui, ma lo risveglia mediante le pratiche di meditazione e di
rinuncia.
In questo è facile
cogliere i motivi della guerra scatenata dal Dalai Lama contro il popolo
tibetano. Il popolo Tibetano non deve vivere per sé stesso, ma schiavo dei
monaci che, meditando, liberi dagli affanni della quotidianità, svegliano il
Buddha dentro di loro.
E l’arte rispecchia
tutto questo: il Pagano Politeista vive la vita e disciplina le proprie
pulsioni per veicolarle nell’oggettività sociale del mondo in cui è nato; il
cristiano nega la vita, impone la sofferenza alla vita, per la gloria del suo
dio padrone; il buddista si separa dalla vita e dalle sue pulsioni perché della
vita coglie solo il dolore. Così il Pagano Politeista corre verso la morte del
corpo fisico perché quella corsa è la sua costruzione del proprio corpo
luminoso; il cristiano attende con angoscia la propria morte confidando nel suo
dio padrone; il buddista distrugge le proprie relazioni con il mondo nel
tentativo di non reincarnarsi. Poi la vita, ad ogni uomo, qualunque sia la sua
“credenza religiosa”, presenta un conto che deve essere saldato durante la
propria esistenza. Da qui nascono le eresie e i vari modi di “intendere” i
dettami religiosi.
Poi succede che,
l’occidente cristiano che sacrifica i propri figli alla gloria del proprio dio
distruggendo la loro attenzione e il loro intento di essere nel mondo, incontra
un oriente in cui i figli si disciplinano spostando l’attenzione dentro e fuori
di loro. Alle prime conquiste e violenze dell’occidente cristiano seguono le reazioni
dell’oriente. Reazioni che si adattano e si evolvono nel tempo costringendo
l’occidente cristiano a soccombere nella sua stessa miseria morale che la
sottomissione al proprio dio ha costruito.
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Tutto questo si riflette nell'arte di Lee Sun Don che, usando il simbolismo religioso, affascina i visitatori. Completerà le sue opere esposte nell'arco dell'esposizione aperta fino al 22 novembre a P.zzo Pisani Canareggio 6104 (chiuso il lunedì) |
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Lee Sun
Don usa molto il simbolo del Drago come rappresentazione di un “tutto
universale”. La sensazione presente in ogni Essere della Natura di essere parte
di un “tutto” e, nello stesso tempo, l’ideologia religiosa che tende a
descrivere questo tutto come proiezione dell’immaginazione dell’individuo
religioso che mette al centro del “tutto” sé stesso; che si separa da quel
“tutto” per diventare giudice e rappresentante di quel “tutto”. Il Drago, in
molte simbologie cinesi, rappresenta l’imperatore come assoluto universale. Un
po’ come l’Uno dei Neoplatonici. “La potenza del Drago,
insegna Chuang-Tzu, è una cosa misteriosa; è la
risoluzione dei contrari; perciò Confucio vide in Lao-Tzu
la personificazione stessa del Drago”. E i buddisti cino-nipponici
devono molto a Lao-Tzu.
Marghera, 23 giugno 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
E-MAIL:
claudiosimeoni@libero.it
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