La partita di calcio fra filosofi, azione n. 48
Fondamentalisti contro Rinascimentali n. 10

Capitolo 79

La partita di calcio mondiale fra i filosofi

Claudio Simeoni

 

Sei capace di giocare a calcio?

 

Fondamentalisti e Rinascimentali n. 10

 

Continua dal precedente...

 

I confini del campo di calcio iniziano a farsi liquidi, tutto tremula e il definito si dissolve.

I giocatori in campo appaiono ammutoliti. Sono consapevoli che il loro tempo sta per scadere.

Nessuna squadra è riuscita a prevalere sull'altra ed ora è tardi. Tardi per avere un'altra occasione. I filosofi, fissati in un loro presente al di fuori del tempo, hanno avuto la loro occasione per abbracciare la storia dell'umanità, ma non hanno saputo sfruttarla.

Hanno riempito pagine di parole, chi per rendere l'uomo schiavo, sottomesso ed ubbidiente, e chi per liberare l'uomo in un presente che sfuggiva dalla comprensione del suo divenuto.

Ora tremano i confini del campo di gioco e di lì a poco si dissolverà e tutti i filosofi fluttueranno nell'immaginario degli uomini con le loro affermazioni, con le loro verità, più immaginate che analizzate, che chiedono di essere interpretate.

Che ne è del filosofo quando la sua idea diventa immaginazione, desiderio, apprensione e verità nella testa di uomini che in nessun altro modo sanno "spiegare" sé stessi in un mondo che chiede ragione alla loro esistenza e delle loro azioni?

I filosofi avvertono l'urgenza della loro azione in una loro "fine vita" che si avvicina. I quattro grandi arbitri incitano i giocatori al loro ultimo sforzo. Non c'è la reincarnazione o la resurrezione della carne, non c'è un karma o un destino che li attende questa è la loro ultima occasione.

Spinoza, dopo aver percorso una decina di metri, serve Francesco Bacone.

"Alla metafisica abbiamo assegnato l'indagine delle cause formali e finali. Attribuzione, questa, che, quanto alle prime, può sembrare futile e vuota, grazie alla comune e inveterata opinione secondo la quale la ricerca umana non è in grado di raggiungere le forme essenziali o vere differenze: da tale opinione riterremo questo, che la scoperta delle forme, se possibile, è fra tutte le parti del sapere la più degna d'indagine. Quanto alla sua possibilità, cattivi esploratori san quelli che giudicano non esservi terra là dove vedono solo mare. Ma è noto che Platone, con la sua teoria delle idee, elevata in spirito come su una roccia, dichiarò "che le forme erano il vero oggetto della conoscenza". Egli perdette però il vero frutto di questa opinione per il fatto di aver considerato le forme come assolutamente astratte dalla materia, e non limitate e determinate dalla materia stessa, dando così alla sua dottrina una inclinazione verso la teologia, di cui è infettata tutta la sua filosofia naturale. Ma chi guardi con occhio sempre vigile e severo l'azione, l'attività e la funzione del conoscere, potrà vedere e comprendere che cosa siano le forme; e questa scoperta è fruttuosa e importante per la condizione dell'uomo."

Francesco Bacone, Scritti filosofici, Sapere divino e umano, Utet, 2009, p. 228

Bacone tenta di servire Pomponazzi, ma la palla sta per tornare a Spinoza che riceve un calcio nello stomaco da Tommaso d'Aquino da lasciarlo a terra agonizzante.

"Dunque è necessario che Dio stesso, che è il proprio essere, sia la causa prima e diretta di qualsiasi essere. Perciò l 'operare di Dio sta all'essere delle cose come la mozione del corpo che muove sta al divenire e al moto delle cose che produce o muove. Ora, è impossibile che il divenire e il moto di codeste cose perdurino, se viene a cessare la mozione del movente. Dunque è impossibile che permanga l'essere delle cose, senza un'operazione da parte di Dio. Come l'opera dell'arte presuppone l'opera della natura, così l'opera della natura presuppone l'opera di Dio creatore: poiché la materia dei prodotti artificiali deriva dalla natura, e quella degli esseri naturali deriva per creazione da Dio. Ora, i prodotti dell'arte si conservano nell'essere per la virtù degli esseri naturali: una casa, p. es., si conserva per la solidità delle pietre. Perciò tutti gli esseri naturali non si conservano nell'essere che per la virtù di Dio."

Tommaso d'Aquino, Somma contro i gentili, Mondadori, 2009, p. 702

In campo entrano i barellieri in soccorso di Spinoza cacciato dalla Comunità ebraica e accusato di eresia.

I barellieri soccorrono Spinoza e lo portano fuori dal campo della storia della filosofia.

Tommaso d'Aquino serve Paolo di Tarso.

"Ignorate forse, o fratelli, - parlo a persone che conoscono la legge - che la legge ha forza sull'uomo finché egli vive? Infatti, una donna maritata è legata per legge a suo marito finché egli vive, ma se il marito muore, essa è sciolta dalla legge che la legava al marito. Quindi sarà chiamata adultera se, vivendo il marito, si dona ad un altro uomo; ma se il marito muore, è sciolta dalla legge, per cui non è più adultera se si dona ad un altro uomo.
Così anche voi, fratelli, mediante il corpo di Cristo siete già morti alla legge per essere di un altro, di Colui che resuscitò i morti, affinché noi fruttifichiamo per Dio. Difatti, quando eravamo ancora nella cane, le passioni dei peccati, provocate dalla legge, agivano nelle nostre membra, in modo che noi fruttificavamo per la morte. Ora invece siamo liberati dalla legge, essendo morti a ciò che ci teneva soggetti, affinché serviamo in uno spirito nuovo e non più nella vecchiezza della lettera."

Paolo di Tarso, Lettera ai Romani 7, 1-6

Paolo di Tarso, esaltato dal successo della sua azione, passa la palla a Maometto detto "profeta di Allahu Akbar".

34. O voi, proprio voi che credete! ci sono troppi saccenti e troppi monaci che allargano le ganasce sui beni 'altrui (ma lo fanno a loro scorno!) e allontanano la gente dal sentiero del Dio. Profetizza castigo assai violento a coloro che ammassano oro e argento e non lo spendono nel sentiero del Dio.
35. Verrà certo il giorno in cui quei tesori saranno resi incandescenti nel fuoco del gahannam. I loro proprietari riceveranno le stigmate del marchio di fuoco in fronte, sui fianchi, sulla schiena: «Avevate ammassato tesori, nevvero? assaporate adunque la delizia di ciò che avete ammucchiato ».

Maometto, Corano, Sura IX Immunità o pentimento, versetto 34 e 35, Mondadori, 1980,p. 274

Maometto detto "profeta di Allahu Akbar", dopo essersi portato ben oltre la metà campo avversaria, passa la palla a Socrate.

"In realtà mi sembra che anche ciò sia bello, se uno sia in grado di educare uomini, come sono in grado di farlo Gorgia di Leontini, Prodico di Ceo e Ippia di Elide. Infatti, ciascuno di costoro, o cittadini, è in grado, andando in ciascuna delle città, di persuadere i giovani - ai quali sarebbe pur possibile frequentare gratuitamente chi vogliono dei concittadini -, ad abbandonare la compagnia di quelli e a stare invece con loro, dando loro denari, e per giunta ad avere gratitudine nei loro confronti. Anzi, c'è un altro sapiente di Paro di cui ho saputo che è venuto a abitare qui. Infatti, mi è capitato di incontrarmi con un uomo che ha profuso denaro ai sofisti più di tutti gli altri messi insieme, Callia figlio di Ipponico. E a quest'uomo che è padre di due figli, ho domandato: O Callia, se questi tuoi figli fossero due puledri o due vitelli, dovremmo prendere e pagare uno che si curasse di loro e che si impegnasse a farli diventare belli e buoni in quella virtù specifica che conviene loro e costui sarebbe un competente di cavalli o un agricoltore. Ora, dal momento che i tuoi figli sono uomini, chi hai in mente di prendere che si curi di loro due? Chi è che ha conoscenza della virtù di questo tipo, ossia della virtù dell'uomo e del cittadino? Io ritengo che tu abbia ben riflettuto su questo, per il motivo che hai figli. C'è qualcuno - dissi - che ha tale conoscenza, oppure non c'è? Certamente, mi rispose. E chi è - gli chiesi io - e di dov'è e a che prezzo insegna? è Eveno - mi rispose -, o Socrate, è di Paro e vuole cinque mine. Ed io considerai come fortunato Eveno, se possiede veramente tale arte e se la insegna ad un prezzo così modico. Anch'io, ad ogni modo, me ne farei vanto e ne sarei orgoglioso se avessi conoscenza di queste cose. Ma io di tali cose non ho proprio conoscenza, o cittadini di Atene!"

Platone, Tutti gli scritti, Apologia di Socrate, Bompiani, 2014, p. 26

Socrate non appare in gran forma e Hume interviene su di lui togliendogli la palla.

"In realtà, FILONE, continuò, questo sembra certo: benché un uomo, esagerando in arguzia, dopo una meditazione intensa sulle molte contraddizioni e imperfezioni della ragione umana, possa spogliarsi interamente di ogni credenza e opinione, tuttavia gli è impossibile perseverare in questo scetticismo totale o tradurlo nel suo comportamento, sia pure per poche ore. Gli oggetti esterni lo premono, le passioni lo spingono. La sua malinconia filosofica scompare e anche influenzando al massimo il suo carattere, non potrà, neanche per un momento, mantenere una modesta parvenza di scetticismo. E per quale ragione dovrà farsi tale violenza? E' questo un problema sul quale gli sarà sempre impossibile darsi una risposta coerente con i propri principi scettici. Insomma, niente potrebbe essere più ridicolo dei principi degli antichi PIRRONIANI, se realmente, come si pretende, essi cercarono di portare ovunque? quello scetticismo imparato dai discorsi delle loro scuole, ove invece avrebbero dovuto tenerlo confinato.?"

David Hume, Dialoghi sulla religione naturale, BUR, 2013, p. 129

Hume effettua un lancio lungo a cercare Kant molto vicino alla porta avversaria.

"Fino a questo punto, nella allucinazione, non è propriamente colpita la capacità intellettiva, quanto meno non è necessario che lo sia; infatti 1'errore si annida propriamente soltanto nei concetti, mentre i giudizi, una volta che si sia voluta accettare come vera la sensazione sbagliata, possono essere, di per sé, giustissimi e perfino insolitamente ragionevoli. Uno squilibrio dell'intelletto, per contro, consiste in questo: che da esperienze in tutto e per tutto esatte si giudica in un modo del tutto sbagliato. Il vaneggiamento è il primo grado di questa malattia, che nei successivi giudizi d'esperienza opera in senso contrario alla comune regola dell'intelletto. Il vaneggiante vede o si ricorda di oggetti con la stessa esattezza di qualunque sano, solo che spiega di solito il comportamento di altri uomini in base ad una vana presunzione di sé, e crede di potervi leggere chi sa quali preoccupanti intenzioni che a quelli non sono mai venute in mente."

Immanuel Kant, Saggio sulle malattie della mente, Ibis, 2009, p. 57

Kant, con la palla che sembra incollata ai suoi piedi, si avventa come una furia contro la porta avversaria….prima di rendersi conto che il tempo della sua esistenza è finito.

Mentre il campo di calcio si dissolve, mestamente i giocatori escono dall'arena con la consapevolezza di aver perso un'occasione.

 

Continua...

 

Marghera, 22 agosto 2018

 

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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Membro fondatore
della Federazione Pagana

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