La partita di calcio fra filosofi, azione n. 52
Rinascimentali contro Dialettici n. 10

Capitolo 83

La partita di calcio mondiale fra i filosofi

Claudio Simeoni

 

Sei capace di giocare a calcio?

 

Rinascimentali e Dialettici n. 10

 

Continua dal precedente...

 

Le nebbie calano sul campo di calcio. Ciò che ebbe un inizio, sta per avere una fine.

Ma quale fu l'inizio? Se lo chiedono gli uomini che dagli spalti osservano i filosofi contendersi la palla.

L'inizio fu in quel giorno, molto lontano, in cui qualcuno disse: "Comando io!" e pretese di esporre le sue ragioni che legittimassero il suo comando.

Quello fu l'inizio, il resto è cronaca di una partita di calcio che si sta esaurendo.

Con un colpo di tacco Bakunin serve Lenin.

"Abbiamo dunque costatato che l'errore fondamentale della «nuova tendenza» della socialdemocrazia russa è di sottomettersi alla spontaneità di non comprendere che la spontaneità delle masse esige da noi, socialdemocratici, UD alto grado di co- scienza. Quanto più grande è la spinta spontanea delle masse, quanto più il movimento si estende, tanto più aumenta, in modo incomparabilmente più rapido, il bisogno di coscienza nell'attività teorica, politica e organizzativa della socialdemocrazia. La spinta spontanea delle masse in Russia si è prodotta (e si produce ancora) con tale rapidità che la gioventù socialdemocratica ha mostrato di non essere preparata all'adempimento di questi compiti giganteschi. Questa impreparazione è la disgrazia di noi tutti, la disgrazia di tutti i socialdemocratici russi. La spinta delle masse è cresciuta e si è estesa continuamente e di giorno in giorno; senza cessare dov'era incominciata, si è estesa a nuove località e a nuovi strati della popolazione (sotto l'influenza del movimento operaio si è ravvivato il fermento fra la gioventù studentesca, fra gli intellettuali in genere e persino fra i contadini). I rivoluzionari sono rimasti indietro al progresso del movimento, e nelle loro «teorie» e nella loro attività non sono riusciti a creare una organizzazione che non abbia soluzioni di continuità, un'organizzazione permanente capace di dirigere l' insieme del movimento."

Lenin, Opere scelte in sei volumi, vol. 1, Che Fare, Editori riuniti edizioni progress, 1972p. 285 – 286

In possesso della palla, Lenin la lancia verso Democrito.

"Alcuni dicono che 1'anima è innanzi tutto (principio) motore. Ritenendo impossibile che ciò che non si muove da sé sia in grado di mettere in moto un altro (corpo), hanno postulato che l'anima sia uno dei corpi che si muovono. Così, Democrito afferma che 1'anima è una sorta di fuoco e di calore; degli infiniti atomi e delle loro infinite figure ... Afferma inoltre, e della stessa opinione è anche Leucippo, che nella panspermia atomica consiste il principio di tutta la natura, e di questi elementi 1'anima è costituita da quelli sferiformi, perché questa configurazione si rivela più di ogni altra in grado di penetrare attraverso ogni cosa e, muovendosi, di muovere anche i restanti atomi, visto che questi filosofi concepiscono l'anima come la realtà che apporta ai viventi il movimento. - Sostenendo che il movimento sia (per natura) proprio dell'anima, Democrito ha detto che essa è fuoco in virtù della sua mobilità. Infatti, egli afferma che il fuoco è costituito dagli atomi sferiformi, in quanto la sfera è il corpo più mobile, poiché tocca la superficie in un solo punto. E ancora, dato che l'anima è (principio) motore e che proprio quest'ultimo deve più di ogni altro muoversi (in quanto più si muove più mette in moto), egli giunge ad affermare che sia l'anima sia il fuoco sono composti dagli atomi più mobili, ossia da quelli sferiformi ... Ebbene, a questo proposito (ossia il denominare fuoco l'anima) sembra concordare con Eraclito; L'unica differenza consiste nel fatto che, per Eraclito, come per noi, il fuoco (di cui è costituita l'anima) è un corpo continuo, mentre Democrito lo nega."

Democrito, Raccolta dei frammenti, Bompiani, 2007, p. 543

Democrito deve affrontare un Ficino furibondo, ma Democrito non si fa intimidire e serve Engels.

"Il costume di falsare le citazioni nell'«interesse della piena verità» e per i «doveri che si hanno verso un pubblico libero da vincoli di corporazione», è cosa che abbiamo già imparato a conoscere nel processo fatto dal sig. Duhring a Darwin. Esso si rivela sempre più come una necessità intima della filosofia della realtà, ed è certamente un «procedimento» molto «sommario». Per tacere completamente il fatto che il sig. Duhring, per di più, attribuisce a Marx di aver parlato di ogni e qualsiasi «anticipazione», mentre qui si tratta solo di un'anticipazione che vien fatta in materie prime, mezzi di lavoro e salario; e che casi riesce a far dire a Marx una pura e semp1ice assurdità. E poi ha la faccia tosta di trovar comica l'assurdità che egli stesso ha ammannito. Come si era costruito un Darwin fantastico per dar saggio della sua forza contro di lui, casi qui si costruisce un Marx fantastico. «Maniera di concepire la storia in grande stile» in effetti! Abbiamo già visto sopra, a proposito della schematizzazione del mondo, che riguardo a questa linea nodale dei rapporti di misura di Hegel, per cui in certi punti del cambiamento quantitativo interviene improvvisamente un mutamento qualitativo repentino, il sig. Duhring ha subito il piccolo infortunio di averla riconosciuta ed applicata, egli stesso, in un momento di debolezza. In quel capitolo abbiamo dato uno degli esempi più noti: quello della trasformazione degli stati di aggregazione dell'acqua, che, a pressione normale, a 0° centigradi passa dallo stato liquido al solido, e a 100° centigradi dallo stato liquido al gassoso, fenomeno nel quale, in questi due punti critici, il semplice cambiamento quantitativo della temperatura causa una modificazione qualitativa dello stato dell'acqua."

Friedrich Engels, Antiduring, Editori Riuniti, 1971, p. 134

Engels cerca di servire Hegel, ma la palla viene intercettata da Looke

"La prima cosa che osserverò è che, nelle vostre Brevi con- siderazioni, voi assumete che la forza sia necessaria soltanto ad aver ragione dell'ostilità degli uomini per la riflessione e l'esame; mentre qui, nella vostra risposta a me, voi fate della forza un mezzo necessario a dominare l'ostilità degli uomini ad abbracciare ed obbedire la vera religione. Le due cose sono tanto diverse, che la prima giustifica l'uso della forza al solo scopo di far riflettere, mentre l'altra giustifica l'uso della forza per far abbracciare la religione. Se, quando avete scritto il primo trattato, intendevate dire la stessa cosa, non è stato molto onesto esprimervi con parole non atte a far cogliere dal lettore il vostro vero significato: dato che è cosa molto diversa usare la forza per far riflettere gli uomini, che è un'azione che è in loro potere compiere od omettere, ed usare la forza per far loro abbracciare cioè credere una religione, che è cosa che nessuno ha il potere di fare o non fare a suo piacimento. Se dite che con il vostro primo scritto intendevate unicamente la riflessione, come tutto il suo andamento indurrebbe a credere, vedo allora che la vostra ipotesi è suscettibile di essere corretta, come abbiamo visto relativamente ad altre sue parti, e di crescere, col tempo, fino alla piena maturità. Un'altra cosa che vi farò notare è che, nel vostro primo scritto, oltre alla predicazione e alla persuasione, e alla grazia di Dio, non era necessario nient' altro che la forza. Qui, nel secondo, sono i miracoli oppure l'autorità: e vedremo ora in che modo lo dimostrate. Poiché voi avevate affermato che «non vedevate ragione, in base agli esperimenti che si sono compiuti, per aspettarsi che la vera religione abbia qualcosa da guadagnare dalla tolleranza» io vi ho fatto l'esempio del successo del Vangelo nei primi tempi del Cristianesimo, in virtù della sua propria bellezza, forza e ragionevolezza. Voi replicate che esso non possiede ora la medesima bellezza, forza e ragionevolezza che aveva allora, a meno che io «includa anche i miracoli, che ora sono cessati; e - voi ci dite - essi non ci furono tolti fino al momento in cui, grazie al loro aiuto, il Cristianesimo ottenne di essere accolto come religione dell'impero, e di essere incoraggiato e sostenuto dalle sue leggi. Se dunque crederemo, sulla vostra parola, che la forza è necessaria (perché dimostrare che è necessaria non lo potrete mai), voi siete venuto a parte delle intenzioni di Dio, e ci dite che, quando non si poteva avere a disposizione la forza, si usavano i miracoli, per supplire alla sua mancanza: «Non posso fare a meno di pensare - voi dite - che sia altamente probabile (se ci è concesso fare ipotesi sulle intenzioni dell'infinita sapienza) che Dio si sia compiaciuto di continuarli fino ad allora [cioè fino a quando le leggi dell'impero vennero a sostenere il Cristianesimo] non tanto perché essi fossero sempre necessari a rendere manifesta la verità della religione cristiana, quanto per supplire alla mancanza dell'appoggio del magistrato». Vi concedete di fare ipotesi molto liberamente, se fate usare a Dio i miracoli per supplire ad un mezzo che in nessun luogo egli ha autorizzato o designato."

John Looke, Scritti sulla tolleranza, Utet, 1997, p. 608 – 609

Looke passa la palla a Voltaire. Voltaire non si sente molto bene. Sente che la Rivoluzione Francese si sta avvicinando mentre il suo campo di calcio si sta dissolvendo.

"Non chiamerò persecutore Diocleziano, giacché egli fu per diciotto anni il protettore dei cristiani; e se, negli ultimi tempi del suo impero, non li salvò dai risentimenti di Galerio, non fu che un principe sedotto e travolto dall'intrigo nonostante il suo carattere, come tanti altri. Tanto meno chiamerò persecutori i Traiano, gli Antonino; mi sembrerebbe di pronunciare una bestemmia. Chi è il persecutore? è quello il cui orgoglio ferito e il furioso fanatismo irritano il principe o i magistrati contro uomini innocenti, che non hanno commesso altro crimine se non quello di non pensarla come lui. «Impudente, tu adori un Dio, predichi la virtù, e la pratichi; hai servito gli uomini, li hai consolati; hai sistemato l'orfana, hai soccorso il povero, hai mutato i deserti, dove pochi schiavi si trascinavano in una vita miserabile, in campagne fertili popolate di famiglie felici; ma io ho scoperto che tu mi disprezzi, e che non hai mai letto il mio libro di controversie; sai che sono un furfante, che ho contraffatto la scrittura di G* * *, che ho derubato * * *; potresti benissimo dirlo, bisogna che io ti prevenga. Andrò dunque dal confessore del primo ministro, o dal podestà; mostrerò loro, piegando il collo e torcendo la bocca, che hai un'opinione erronea sulle celle in cui furono rinchiusi i Settanta; che dieci anni fa parlasti anche in modo poco rispettoso del cane di Tobia, che tu sostenevi essere un barboncino, mentre io avevo provato che era un levriero; ti denuncerò come nemico di Dio e degli uomini.» Questo il linguaggio del persecutore; e se queste parole non escono precisamente dalla sua bocca, sono incise nel suo cuore con il bulino del fanatismo immersero nel fiele dell'invidia. Così il gesuita Le Tellier osò perseguitare il cardinale di Noailles, così Jurieu perseguitò Bayle. Quando si cominciò a perseguitare i protestanti in Francia, non furono né Francesco I, né Enrico II, né Francesco II a spiare quegli sventurati, ad armarsi contro di loro di premeditato furore, e a consegnarli alle fiamme per esercitare su di essi le loro vendette. Francesco I era troppo occupato con la duchessa d'Estampes, Enrico II con la sua vecchia Diana, e Francesco II era troppo piccolo. Chi causò l'inizio della persecuzione? Dei preti gelosi, che armarono i pregiudizi dei magistrati e la politica dei ministri. Se i re non fossero stati ingannati, se avessero previsto che la persecuzione avrebbe prodotto cinquant'anni di guerre civili, e metà della nazione sarebbe stata sterminata dall'altra, avrebbero spento con le loro lacrime i primi roghi che lasciarono accendere. O Dio di misericordia! se qualche uomo può assomigliare a quell'essere malefico che ci viene dipinto come perennemente occupato a distruggere la tua opera, questi non è proprio il persecutore?"

Voltaire, Tutti i Romanzi e i racconti e Dizionario filosofico, termine "persecutore", 1995, Newton, p. 662 - 663

Voltaire dopo una breve corsa, lancia la sua palla verso Kant.

"Quando pertanto dal concetto dell'anima come sostanza si vuole concludere alla persistenza della stessa, questo può farsi solo in vista d'una possibile esperienza, ma non può valere dell'anima come d'una cosa in sé ed al di là di ogni possibile esperienza. Ora la condizione di ogni nostra possibile esperienza è la vita; quindi si può concludere solo alla persistenza dell'anima durante la vita, perché la morte dell'uomo è la fine di ogni esperienza intorno all'anima come oggetto di esperienza, fino a quando non sia dimostrato il contrario, ciò che è appunto in questione. Quindi si può dimostrare soltanto la persistenza dell'anima durante la vita dell'uomo (dimostrazione della quale si farà senza), ma non dopo la morte (ciò che veramente importa), ed invero per la ragione generale che il concetto di sostanza deve essere considerato come necessariamente connesso col concetto di persistenza solo in virtù d'un principio dell'esperienza possibile ed in vista della costituzione di quest'ultima."

Immanuel Kant, Prolegomeni ad ogni metafisica futura, Rusconi, 1995, p. 187

Mentre Kant riceve la palla, viene affrontato da Freud che con un ultimo gesto disperato gli toglie la palla.

"Le nostre ipotesi sull'Io cominciano a farsi più chiare, e le sue svariate relazioni a guadagnare in perspicuità. Possiamo ora vedere l'Io nella sua potenza e nelle sue debolezze. Gli sono affidate funzioni, importanti; in forza della sua relazione con il sistema percettivo, no stabilisce l'ordinamento cronologico dei processi psichici e li sottopone all'esame di realtà. Mediante l'inserzione dei processi di pensiero ottiene di procrastinare i deflussi motori e controlla le vie di accesso alla motilità. Quest'ultima forma di controllo è tuttavia più formale che effettiva: in rapporto all'azione, l'Io ha più o meno la posizione di un monarca costituzionale, senza la cui ratifica nulla può essere legiferato, ma che esita a lungo prima di opporre il proprio veto a una proposta del parlamento. Ogni esperienza di vita che proviene dall'esterno arricchisce l'Io, l'Es però è l'altro suo mondo esterno, che egli si sforza di sottomettere a sé. L'Io sottrae libido all'Es, e ne trasforma gli investimenti oggettuali in strutture dell'Io. Con l'aiuto del Super- Io assimila, in una maniera che ci è ancora oscura, le esperienze dei tempi remoti accumulate nell'Es. Ci sono due strade lungo le quali il contenuto dell'Es può farsi largo nell'Io. La prima è diretta, l'altra passa attraverso l'ideale dell'Io; e per un certo numero di attività psichiche il fatto di compiersi attraverso l'una o l'altra di queste due vie può assumere un'importanza decisiva. L'Io evolve dalla percezione delle pulsioni alla loro padronanza, dall' ottemperanza alle pulsioni alla loro inibizione. Una parte considerevole di questo lavoro è svolta dall'ideale dell'Io, che infatti è in parte una formazione reattiva nei confronti dei processi pulsionali propri dell'Es. La psicoanalisi è uno strumento inteso a rendere possibile la conquista progressiva dell'Es da parte dell'Io."

Sigmund Freud, L'Io e l'Es, Boringhieri, 1982, p. 82 – 83

E in questo modo, Sigmund Freud, conclude la grande partita di calcio dei filosofi. Si avvia palla al piede Freud in un tempo che è cessato mentre un mondo intero sta svanendo.

Muoiono i filosofi in un mondo che continua a trasformarsi, ma muore il mondo che i filosofi hanno vissuto. Tutto si trasforma in continuazione ma delle idee dei filosofi rimane solo la forma esteriore perché il significato dell'idea è morto con il filosofo.

Cosa intendeva il filosofo quando disse "..." nessuno lo saprà mai. Quando lo disse, quel filosofo, pensava che tutti avrebbero capito. Pensava che le parole della ragione fossero stati sufficienti. Le parole rimangono, i significati scompaiono con la morte.

 

Qui termina lo scontro diretto... ora, non ci resta che conoscere come sono morti per conoscere quale fu il loro vissuto che produsse quelle idee.

 

Marghera, 24 agosto 2018

 

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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Membro fondatore
della Federazione Pagana

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