I misteri e i segreti della ragione
una trappola di Dèi: cosa mi successe quando divenni uno Stregone
e cambiai il mio punto di vista sul mondo in cui vivevo

Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891170903

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Argomenti di Religione Pagana.

 

Gli si aprì davanti un buco nero e in quello era precipitato, molto tempo fa.

Non ricordava più da quanto tempo si era messo in moto.

Ma ricordarsene non gli serviva.

Il terreno e le pareti del labirinto di tanto in tanto lo inghiottivano proiettandolo in una nuova dimensione.

E ogni volta era diverso.

La prima volta che gli successe si stava recando al lavoro.

Un nauseante lavoro di cartacce seduto ad una scrivania di un ufficio delle imposte comunali.

Da venti anni non faceva altro, tornando a casa il pomeriggio nel più piccolo appartamento che la città potesse chiamare con quel nome.

Mentre camminava lungo la strada tutto assunse contorni confusi ed egli si sentì precipitare dentro un tombino.

Sentì il puzzo nauseante di escrementi stagnati riempirgli le narici dopo di che si ritrovò in un corridoio nero.

Senza luci.

Senza colori.

Senza ombre.

Tremante si appiattì contro un qualche cosa di solido da sembrare una parete mentre saettava lo sguardo intorno cercando di rendersi conto dove si trovava.

E passò in rassegna tutti i suoi ricordi.

Nulla che assomigliasse a questo.

E il nulla assunse la forma del terrore.

Una forma ancor più nera del nero circostante cominciò a premergli addosso.

Più forte.

Più forte.

Il tremore prese tutto il suo corpo.

Urlava.

Più forte.

Ma non fece altro che provocare un aumento di pressione.

Così gli parve.

E respirò forte.

La forma premeva.

Premeva ancora.

Il tremore mosse le sue gambe lungo il corridoio.

Piano, piano.

Con fatica giunse ad un angolo del buio.

Svoltò e spiccò il volo.

La forma era scomparsa e con essa anche il buio.

I colori gli erano scoppiati dentro il cervello mentre le viscere sembravano volessero raggiungere le scarpe.

Era scomparsa la gravità.

I piedi fluttuavano nel vuoto.

Ed egli sbatté le braccia come se fossero delle ali.

Proprio a due passi dal mare della serenità.

La Terra era piena, alta nel cielo.

E il terrore assunse una nuova forma e un nuovo colore.

Annaspava cercando l'aria.

L'aria non c'era, ma il respiro non gli mancava.

Quella palla che stava nel cielo: doveva raggiungerla!

Ad ogni costo; terrore o non terrore.

E saltò!

Una volta; due volte.

E più saltava e più energia fluiva nei suoi tendini.

E più saltava e più in fretta il terrore lo abbandonava.

Saltò ancora e ancora.

Ancora.

Un ultimo salto mentre ogni cellula del suo corpo urlava.

E il suo urlo riempì lo spazio.

Raggiunse quella palla azzurra e bianca.

Proprio mentre questa cambiò di colore accendendosi di tutti i colori della porpora.

E in quei rossi veloci si muovevano forme azzurre e gialle.

E le forme azzurre si cibavano delle forme gialle.

Le fagocitavano diventando azzurro-verde per ritrasformarsi in azzurro dopo un breve periodo quando si rimettevano in caccia di altre forme gialle.

Fu allora che scoperse di essere una forma gialla.

Alcune forme azzurre gli stavano dando la caccia.

Fuggì muovendo quelle che sembravano ancora gambe.

Si muoveva lentamente; troppo lentamente.

Le forme azzurre gli si avvicinarono velocemente.

Vide distintamente il loro movimento.

Erano come serpenti che volavano sulle sabbie infuocate del deserto.

L'immagine gli apparve nitida e chiara nel cervello, proprio mentre il suo corpo si allungava trasformandosi in forma allungata.

Ed egli volò come un serpente sulle sabbie infuocate del deserto.

Si allontanò dalle forme azzurre.

Ma queste non scomparvero.

Continuavano a dargli la caccia.

Dovette correre sempre più velocemente.

La Terra gli assorbiva le energie.

Si sentiva stanco, molto stanco.

Stanco di fuggire.

Si arrestò all'istante.

Si girò lanciandosi sulla forma azzurra il più velocemente possibile, spalancò quella che avrebbe dovuto essere una bocca, mentre per l'occasione assunse le proporzioni di una caverna, e trangugiò la forma azzurra.

Il suo colore passò dal giallo al rosso.

Non nuotava più sulla superficie rossa della terra, ma divenne parte di questa.

Divenne memoria totale.

Questa era viva.

Viva in ogni più piccola parte di se stessa.

Ricordò.

Ricordò quand'era soltanto una massa di fuoco.

Soltanto; e si scoprì a sorridere.

Estendeva i propri sensi oltre stelle che occhi umani avessero mai visto.

Ascoltava i lamenti della materia che si espandeva.

Ascoltava la vita di Esseri infinitamente grandi che tendevano a stabilizzarsi.

Vide le migliaia di esplosioni di supernove che non riuscivano a tenere compattala coscienza di sé stesse.

E i crepitii di ogni fiamma del pianeta.

Assistette al ruotare vorticoso degli Esseri giganteschi negli spazi siderali.

Il gelo frenava lo sviluppo delle fiamme.

Gli Esseri che organizzavano la propria sopravvivenza.

Lo sbocciare della coscienza nei venti e nel satellite.

Lo sbocciare della coscienza organica.

Cento forme; milioni di forme; miliardi di forme.

Il cervello gli scoppiò in milioni di frammenti.

La sua forza si disperdeva.

La Terra lo aveva proiettato.

I frammenti, no!

Vorticò.

Raccolse i frammenti.

Uno ad uno, con una lentezza esasperante.

Quando raccolse l'ultimo frammento si ritrovò sotto ad una tettoia.

Tremante di paura mentre il vento gli dava la caccia.

Si fece piccolo per non farsi vedere.

I fulmini lo stanarono.

Violenti e caldi lo costrinsero a correre all'aperto.

Il vento furioso gli riempì gli occhi di polvere e gli scaraventò addosso cespugli spinosi.

Affrontò il vento tirando calci.

Affrontò i cespugli spinosi incurante delle punture.

In quel caos prese un cespuglio che si tramutò in un cane lupo.

Prese il cane.

"Tu no!" gli disse.

Lo mise da parte e il cane lo seguì.

Egli continuò la sua guerra al vento e ai cespugli.

L'ultimo cespuglio che gli rotolava incontro era strano.

Il cane si avventò contro il cespuglio mentre lui si ritrovò in piedi sopra una parete scoscesa.

Le vertigini.

La nausea.

Il terrore.

Si ritrasse un attimo, ma di colpo si fermò.

Quel mondo era strano.

Si lanciò nel vuoto.

La nausea scomparve ed egli si trasformò in un superman.

Volava.

Il vento si sbatteva sul suo viso dandogli una sensazione di piacere.

E volle andare dove solitamente lavorava.

Vide sé stesso chino su una vecchia scrivania circondato da pratiche.

Vide altra gente che lavorava con lui.

Avevano strani colori.

Erano azzurri.

Gli ricordò qualche cosa.

Poi li vide trasformarsi in forme nerastre.

Da queste forme si dipanavano dei tentacoli che tentavano di accaparrarsi la luce dell'universo.

E un tentacolo batté contro una forma gialla.

"La solita pacca del capo ufficio sul culo della Rosa!" Pensò.

Le forme nere erano soffocanti.

Distolse lo sguardo dal luogo dove lavorava.

Distese il suo sguardo sopra la città.

Vide forme nere, forme grigie, forme azzurrognole, forme verdegiallo, forme gialle.

Molto poche, ma c'erano.

E ad esse si sentì affine.

Divenne una di esse.

La vicinanza di forme nere gli dava un senso di nausea.

Scorse i riflessi.

I riflessi esterni alla forma.

Le vibrazioni.

Le vibrazioni della forma erano percepibili.

Erano una sostanza.

Erano una profondità.

Erano dei pensieri.

Pensieri che si trasformavano in immagini.

Le immagini in forza.

Alcune nitide, altre sfuocate.

C'era poi la memoria delle forme.

E stava scritta nelle pieghe della loro luce.

La memoria delle cose ricordate e dimenticate che non abbandona mai nessun individuo era là e si poteva leggere come un libro aperto al pubblico.

Ma le forme nere, quant'erano.

Quanta poca era l'aria che esse non si appropriavano.

Com'era lugubre la loro presenza.

E mentre osservava tutto questo, venne aggredito.

Non era una forma.

Era una presenza che tentava di strappargli la coscienza di sé.

Ogni frammento della sua energia gialla.

La presenza era piccola ed enorme allo stesso tempo.

Si chiuse su sé stesso.

Provò a fuggire, ma non sapeva dove andare.

Non riusciva a coordinare i propri movimenti.

La sua coscienza se ne andava velocemente.

Il suo potere svaniva.

Rapidamente.

Rapidamente.

Fece l'unica cosa che avrebbe potuto fare.

L'unica cosa che andava fatta.

L'unica cosa che quella presenza temeva realmente.

Egli penetrò nella Terra.

Si gettò fra le braccia della madre di tutti gli Esseri Organici e ne chiese la protezione.

La presenza svanì.

E la Madre di tutti gli Esseri organici gli cedette un po' della propria energia.

Ed egli sentì il vigore penetrare in ciò che rimaneva di sé.

La Terra allargava le proprie braccia mentre egli veniva fiondato verso l'ignoto.

Il terrore era scomparso.

Qualunque cosa potesse succedergli ora non aveva più paura.

Aspettava.

Aspettava che si formasse, attorno a sé, il mondo.

Uno dei tanti mondi assurdi.

Si ritrovò nel labirinto nero.

Guardò le pareti intorno mentre una forma nera gli stava davanti.

Egli strinse i pugni e si mise in guardia.

La forma sembrava guardarlo perplessa.

Egli le si lanciò contro.

Una saetta di energia gli si staccò dal corpo colpendo la forma che, attonita, accusò il colpo e si dissolse.

Si ritrovò corpo di luce in una città di persone.

Persone nere, persone gialle, persone incolore, persone azzurre.

Vagò.

Osservò.

Tutto era instabile.

Tutto non aveva ragione di essere.

Vide una persona nera accasciarsi a terra.

La sua energia uscire, sfilacciarsi e dissolversi nel vento.

Vide la fatica.

La fatica che uccide l'energia della vita degli Esseri.

Vide le persone che regalano sé stesse per il nulla; per la morte.

Fu triste.

Cinse le mani sopra alla sua testa e si levò in volo.

Raggiunse il pianeta rosso.

Si inebriò di silenzio diventando parte della coscienza di quell'Essere.

Divenne memoria.

Gioì nel vivere la danza dei pianeti nel cosmo.

Percorse le tensioni della coscienza che si dipana nello spazio.

E fu sazio, mentre una nuova forza lo tirava.

Cadde la notte sui suoi occhi.

Cadde la notte sui suoi sensi.

Cadde la notte sul mondo che in quel momento lo circondava, mentre sbatteva le ciglia e stirò braccia e gambe.

1986-1987

Nota: Questo scritto l'ho trovato per caso in mezzo a vecchie carte e mi ha permesso di ricordare momenti della percezione, sia da sveglio che nel sogno, che avevo vissuto negli anni '80. Poi, le persone si trasformano, elaborano la percezione, cambiano, affrontano la quotidianità in maniera diversa e spesso si dimentica i momenti che ci hanno trasformati. Lo scritto che pubblico era battuto con una vecchia macchina per scrivere manuale e ho dovuto ricopiarlo. L'ho lasciato inalterato correggendo solo alcuni errori di battitura o di come scrivevo allora. Se le parole sono tali per richiamarmi alle mente le situazioni vissute, tanto erano emotivamente intense, difficilmente questo effetto si otterrà su altre persone. Però non è detto.

Marghera, 31 luglio 2010

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