René Descartes detto Cartesio

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Capitolo 123

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Claudio Simeoni

 

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La biografia di René Descartes detto Cartesio

 

René Descartes detto Cartesio, nel corso della biografia lo chiamerò sia Descartes che Cartesio perché i libri che parlano della sua filosofia sono in italiano e in Italia c'era l'abitudine di italianizzare i nomi.

René Descartes nasce il 31 marzo 1596 a La Haye. Figlio di Joachim Descartes consigliere al parlamento della Bretagna a Rennes. La madre di René era Jeanne Brochard, una nobile e a René sarà intestato il piccolo feudo di Peron nel Poiton.

René è il quarto figlio della coppia.

Il 13 maggio 1597 muore la madre nel partorire il quinto figlio, che a sua volta morirà poco dopo. René è affidato ad una balia presso la nonna materna.

Nel 1604 viene ammesso al collegio di La Flèche gestito dai gesuiti.

Studia grammatica, retorica e negli ultimi tre anni la filosofia con corsi di logica, fisica, metafisica, matematica e morale.

Nel 1613 esce dal collegio. Ha finito il corso e si iscrive all'università Poitiers dove consegue la licenza in diritto canonico e civile.

Nel 1618 diventa volontario in un regimento francese agli ordini di Maurizio di Nassau-Orange. Là studia le arti militari e le attività connesse.

Nel 1618 Descartes incontra Isaac Beeckman, il fondatore dell'atomismo moderno. Inizia un'amicizia e Beeckman induce Descartes ad occuparsi di filosofia, di scienza e di matematica. A Beeckman, Descartes dedica la sua prima opera: Compendium musicae.

Nel 1619 dopo essersi arruolato nell'esercito del duca Massimiliano di Baviera, il 10 novembre, Renè Descartes viene illuminato pensando di aver scoperto i principii per riformare tutto il sapere umano. In questa convinzione, Descartes va alla ricerca dei Rosacroce che pensa siano degli illuminati capaci di dare sapere e saggezza all'umanità.

Nel 1620 decide di riprendere a viaggiare e lascia l'esercito di Massimiliano di Baviera.

Nel 1622 Descartes ritorna in Francia dove vende i terreni che aveva ereditato.

Fra il 1623 e il 1625 fa un lungo viaggio in Italia. Visita Venezia, Loreto, Roma e Firenze. Torna infine in Francia. Passando per il Moncenisio e vedendo la caduta delle valanghe scriverà il "saggio sulle meteore".

Fra il 1625 e il 1628 Descartes è a Parigi dove frequenta gli ambienti intellettuali francesi animati da Marin Mersenne, un suo compagno di studi, che era diventato un religioso dell'ordine dei minimi. Conosce personaggi che si occupano di scienza, teologi e oratori.

Nel 1627 il cardinale Pierre Bérulle si fa raccontare da Descartes il suo progetto di riforma del sapere e lo invita a mettersi al lavoro. In quell'anno Descartes scrive sulle regole per guidare l'intelligenza.

Fra il 1628 e il 1629 Descartes va in Olanda alla ricerca di un luogo ideale in cui vivere. Rimarrà in Olanda per venti anni. Scrive un trattato "sulle divinità" che però è andato perduto. Comunque, il progetto fu abbandonato per seguire altri lavori.

Fra il 1630 e il 1633 Descartes scrive il trattato su "il mondo" o "Trattato della luce". L'uomo viene descritto nell'ultima parte. Nel testo sostiene la teoria copernicana del sole al centro dell'universo. Quando ha quasi finito di scrivere il "trattato", arriva la notizia della condanna di Galileo per il "Dialogo dei massimi sistemi". Sembra che Descartes fosse impressionato dalla notizia, così decise di non pubblicare il libro che fu pubblicato solo dopo la sua morte.

Nel 1934 completa il trattato sulla "Diotrica".

Nel 1935 completa la stesura del trattato sulle "Meteore". Nello stesso anno nasce sua figlia, Francine. La bambina era figlia naturale di Cartesio e della sua domestica Elena Jans.

Nel 1936 Cartesio scrive il saggio "La geometria" e "Il discorso sul metodo". Questi libri vengono pubblicati in maniera anonima l'8 giugno del 1937. Scrive anche un breve trattato di meccanica che invia a Huygens e Mersenne.

Ne "Il discorso sul metodo" Cartesio, Descartes, ci espone "razionalmente" la sua dimostrazione dell'esistenza di "Dio". Un ragionamento che troveremo in tutti i suoi scritti perché tutta la filosofia di Cartesio parte dal concetto dell'esistenza di "Dio" che viene, secondo Cartesio, dimostrata mediante il ragionamento.

Scrive Cartesio ne "Il discorso sul metodo":

Completai con un'altra riflessione: poiché mi erano note alcune perfezioni, delle quali io mancavo del tutto, io non potevo essere la sola realtà esistente, ma era necessario, bensì, che ne esistesse qualche altra più perfetta, dalla quale io fossi dipendente e avessi ricevuto tutto ciò di cui ero in possesso. Poiché, se io fossi stato l'unico essere e non dipendente da altro, così da avere ricevuto da me stesso tutto quel poco in virtù del quale partecipavo dell'essere perfetto, mi sarebbe stato possibile fornirmi, da me stesso, per il medesimo motivo, di tutto ciò che vedevo difettarmi, ed essere, in tal modo, io stesso infinito, eterno, immutabile, onnisciente e onnipotente, e possedere ogni perfezione che potevo pensare in Dio. In base al mio ragionare, difatti, per avere idea della natura di Dio, secondo le capacità della mia natura, non mi restava che esaminare, delle cose di cui scoprivo entro di me qualche idea, se costituisse o meno una perfezione possederle. E pensavo con sicurezza che nessuna di quelle cose che indicano una qualsiasi imperfezione erano in Dio, ma che vi si trovavano tutte le altre. Capivo, per esempio, che il dubbio, l'incostanza, la tristezza e le cose affini a queste non vi si potevano trovare, dato che io stesso sarei stato assai felice d'esserne privo. E ancora, io trovavo in me idee di tante cose sensibili e corporee; difatti, pure immaginando di sognare, e che tutto quel che percepivo o immaginavo fosse errato, non mi riusciva a porre in dubbio, nondimeno, che quelle idee esistessero veramente nel mio pensiero. Io avevo scoperto in me stesso, e nel modo più evidente, che la natura intellettiva è distinta da quella fisica, e perciò, pensando che ogni composizione comporta una dipendenza e che la dipendenza evidentemente indica difetto, ne conclusi che l'esser composto di quelle due nature non era possibile fosse una perfezione, e che, perciò, Dio non fosse un composto siffatto. E se esistevano nel mondo degli esseri corporei, o degli esseri intelligenti o altre nature non del tutto perfette, la loro esistenza doveva dipendere dal suo potere in modo tale da non potere continuare ad esistere un solo istante senza di Lui

Renato Cartesio, Discorso sul metodo, Signorelli Roma, 1968, p. 44 – 45

Il ragionamento sull'esistenza di "Dio" di Cartesio è corretto. Può Cartesio affermare che Cartesio non esiste? Se Cartesio esiste, per Cartesio significa che necessariamente "Dio" esiste e Cartesio prova l'esistenza di "Dio" a Cartesio stesso. Cartesio accetta la prova dell'esistenza di "Dio" che gli ha proposto Cartesio, perché la vera prova non sta nelle parole con cui Cartesio presenta l'esistenza di "Dio", ma nella convinzione di Cartesio che "Dio" esiste. E questa, per Cartesio, è una prova razionale dell'esistenza di "Dio".

Dal momento che io, Cartesio, sono pieno di difetti, che io in quanto Cartesio riconosco, deve necessariamente esistere qualcuno che non ha quei difetti. Se io, come Cartesio, riconosco che tutte le virtù che io immagino sono limitatamente dentro di me, devo necessariamente pensare che qualcuno abbia quelle virtù in maniera illimitata, assoluta, totale. Questo deve essere un Cartesio all'ennesima potenza che Cartesio chiama "Dio".

E ancora scrive Cartesio:

Il motivo per cui molti scoprono difficoltà nella dimostrazione dell'esistenza di Dio, come anche nell'altra dell'essenza dell'anima, sta nel fatto che essi non innalzano mai il loro pensiero al di sopra delle cose sensibili, e sono così adusati a non conoscere nulla se non mediante l'immaginazione (che è un modo di conoscere adatto per le cose materiali), che tutto quanto non può tradursi in immagini non sembra ad essi conoscibile. Anche i filosofi scolastici si attengono al principio che non vi è nulla nell'intelletto che non sia passato per il senso, dove, in vero, è proprio sicuro che l'idea di Dio o l'idea dell'anima non sono mai state. Io credo che coloro i quali, per conoscere queste idee, intendono servirsi della immaginazione, si comportino come chi, per udire i suoni o per sentire gli odori, intendesse servirsi degli occhi; anzi peggio, poiché la vista, se non altro, ci dà certezza della realtà di una cosa, come l'odorato o l'udito, mentre né i sensi né l'immaginazione potrebbero darei certezza dì una cosa qualsiasi senza l'intervento del nostro intelletto. Insomma, se esiste qualcuno non ancora convinto dell'esistenza di Dio e della sua anima per i motivi ricordati, mi piace fargli presente che le altre cose tutte delle quali egli si crede più certo, come di essere frutto del corpo, che esistono gli astri, la terra, e simili cose, sono meno sicure. Per quanto di queste cose, difatti, si possegga una sicurezza pratica, cosiffatta, che sarebbe follia dubitarne, tuttavia, se s'intende parlare di certezza metafisica, nessuna persona ragionevole può non riconoscere ch'è una ragione sufficiente, per non esserne del tutto sicuri, il pensare che si può immaginare in sogno di possedere un altro corpo, di percepire altri astri e un'altra terra, senza che di tutto questo esista alcunché. Per qual motivo, quindi, consideriamo errati questi pensieri, e non mai quelli, malgrado non siano spesso meno vivaci e precisi? Ci pensino su gli spiriti più eletti quanto desiderano: ma, quanto a me, non penso che scopriranno una ragione plausibile per allontanare un tale dubbio, senza presupporre l'esistenza di Dio.
Anche la massima fondamentale, difatti, stabilita poco fa, per la quale è vero tutto ciò che noi percepiamo in modo assolutamente chiaro e distinto, non è certa che in quanto Dio è o esiste ed è un Essere perfetto, e in quanto tutto quello che trovasi in noi proviene da Lui. Dalla qual cosa deriva che le nostre idee o conoscenze, discendendo da Dio, per ciò che esiste in esse di reale, come di chiaro e distinto, non è possibile che in ciò non siano vere. Se, assai spesso, noi ne possediamo di quelle che racchiudono l'errore, ciò si verifica solamente allorché contengono qualche cosa di oscuro e di confuso; e, in tal senso, partecipano del nulla. Cioè a dire: si trovano in noi in modo tale, per il fatto che non siamo perfetti interamente. Ed appare con evidenza che non ripugna di meno il pensare che l'errore o l'imperfezione, in quanto tali, provengano da Dio, del pensare che la verità e la perfezione procedano dal nulla. Ma, se non conoscessimo che tutto quello che trovasi in noi di reale e di vero deriva da un essere perfetto e infinito, per quanto chiare e distinte potessero essere le nostre idee, non troveremmo alcuna ragione sufficiente a garantirci che esse possiedono la perfezione di esser vere.
Ora, poiché la conoscenza di Dio e dell'anima ci ha dato la sicurezza della regola ricordata, può intendersi facilmente come le fantasticherie e le immaginazioni che si vedono nei sogni non ci debbono per nulla fare dubitare della veridicità delle percezioni che proviamo meno tre siamo desti.

Renato Cartesio, Discorso sul metodo, Signorelli Roma, 1968, p. 45 – 47

Come rileva correttamente il commentatore, quest'idea di Cartesio altro non è che la riproduzione dell'idea esposta da Platone e da Agostino d'Ippona (presa da Platone) che la impone al cristianesimo.

Cartesio non dimostra l'esistenza di Dio, dimostra che lui vuole che "Dio" esista perché in questo modo può risolvere la contraddizione della sua esistenza e la relazione fra sé stesso e il mondo in cui vive.

Abbiamo un Cartesio che spaccia per nuovo ciò che è vecchio, trito e ritrito. Solo che è un'idea vecchia di cui lui abbisogna. Un'idea che ha fatto sua e che riproduce mediante parole soggettive per riproporle.

Tutta la filosofia di Cartesio è la filosofia che ha al suo centro "Dio" come gli è stato imposto fin dalla prima infanzia dai frati gesuiti. Per nove anni Cartesio è stato manipolato dei gesuiti e, come dicono i Gesuiti: "Dacci un bambino da uno a sette anni e lui non potrà mai più vivere senza Dio".

Nel testo "Il discorso sul metodo" Cartesio esprime un giudizio sugli animali in relazione al corpo, anima e intelligenza.

Anche questo concetto che esprime Cartesio ci permettere di comprendere le idee di Cartesio. Non si tratta di un giudizio messo in atto da un ricercatore o da una persona che abita il mondo. Si tratta del giudizio del "Dio" della bibbia che Cartesio ha fatto proprio e riproduce nel suo mondo come se fosse un nuovo modo di pensare.

Per Cartesio gli animali sono come macchine che obbediscono ad una programmazione precisa, ma che sono mancanti di coscienza perché "non sono come gli uomini".

Scrive Cartesio in "Il discorso sul metodo":

Cosa, questa, che non apparirà per nulla strana a coloro che, conoscendo quanti automi diversi o macchine che si muovono da se stesse, può costruire l'industria degli uomini con l'uso di pochissimi pezzi rispetto alla grande quantità di ossa, muscoli, nervi, arterie, vene, e altre parti costituenti il corpo di ciascun animale, giudicheranno questo corpo come una macchina, che, in quanto costruita .da Dio, è in modo ineguagliabile meglio armonizzata, ed è fornita di movimenti assai più meravigliosi di quelle che possono mai inventare gli uomini.
A questo punto mi ero fermato per mettere in rilievo particolarmente che, qualora vi fossero delle macchine fornite degli organi e della forma di una scimmia o di altro animale senza ragione, noi non saremmo in grado di trovare alcun mezzo per scoprirne la differenza (tra una tale macchina e l'animale raffigurato); mentre, se ne esistessero somiglianti al nostro corpo e capaci di imitare le nostre azioni nel miglior modo possibile, noi avremmo, comunque, due mezzi sicurissimi per capire che esse non sarebbero per tanto degli uomini autentici. Il primo: che non potrebbero per nulla servirsi di parole o altri segni, organizzandoli, così, come noi facciamo per comunicare agli altri le nostre idee. E difatti può benissimo immaginarsi una macchina che pronunzi delle parole, ma non mai che essa dia ordine variamente alle parole per rispondere opportunamente a tutto ciò che qualcuno può dirle, così, come, invece, sarebbe capace di fare l'uomo più stupido. Il secondo mezzo è questo: anche se le macchine facessero alcune cose tanto bene quanto noi o addirittura meglio di noi, necessariamente errerebbero in alcune altre, e ci si accorgerebbe in tal modo che non agirebbero per coscienza, ma semplicemente a causa di una predisposizione dei loro meccanismi. La ragione soltanto è, difatti, un mezzo universale che può giovare in ogni occasione, mentre tali meccanismi, invece, richiedono una specifica predisposizione per ogni singola azione. Così che è quasi impossibile che ne esistano tanti e sì diversi dentro una macchina da permetterle di agire, come agiamo noi, in tutte le occasioni.
Allo stesso modo, sono sufficienti questi due mezzi per capire la differenza che esiste tra gli uomini e le bestie. Poiché si sa bene che non esistono individui talmente idioti e sciocchi, o proprio insensati, che non siano capaci di mettere in relazione diverse parole e comporre un ragionamento per farsi comprendere; e che, viceversa, non trovasi un altro animale, sia pure perfetto e nato felicemente, che possa fare altrettanto. Né ciò avviene per mancanza di organi; poiché vediamo le gazze e i pappagalli dire parole come noi, ma, ciò nondimeno, non potere parlare a modo nostro, e cioè dimostrando di capire ciò che dicono; mentre gli uomini nati sordi e muti, che vengono a trovarsi come gli animali, e ancora di più, sforniti degli organi per parlare, son soliti inventare da se medesimi vari segni, mediante i quali si fanno intendere da coloro che, stando generalmente insieme ad essi, riescono ad apprendere il loro linguaggio. E ciò dimostra, non soltanto che le bestie possiedono una ragione inferiore a quella degli uomini, ma che non ne hanno assolutamente: dato che tutti vediamo che ce ne vuole pochissima per parlare. E poiché fra le bestie, come tra gli uomini, esistono differenze; onde alcuni si possono ammaestrare più facilmente di altri, una scimmia o un pappagallo, tra i più perfetti delle loro specie, infine, dovrebbero addirittura riuscire (qualora la loro anima non fosse in tutto differente dalla nostra) a uguagliare, se non altro in ciò, un fanciullo dei più sciocchi e sia pure insensato. Né si debbono confondere le parole con i movimenti naturali esprimenti passioni e che possono essere imitati benissimo dalle macchine e dalle bestie; né si deve pensare, come alcuni antichi, che gli animali parlino tra di essi, ma noi non comprendiamo la loro lingua: dato che, se così fosse, essendo essi forniti di molti organi, che corrispondono ai nostri, potrebbero farsi comprendere da noi non meno bene che dai loro simili. E va anche notato che non pochi animali, anche mostrando una maggiore capacità di noi in qualche loro azione, non ne mostrano per nulla in molte altre; sicché, ciò che essi riescono a fare meglio di noi non dimostra assolutamente che siano forniti di ragione; perché, se fosse così, ne possiederebbero più di noi e pure in tutte le altre cose agirebbero meglio, ma dimostra, invece, che non ne possiedono affatto, e che è la natura colei che agisce in essi in base alla struttura dei loro organi: così come un orologio, costituito soltanto di ruote e di molle, conta le ore e misura il tempo più esattamente di noi, benché forniti d'intelligenza.
Infine, avevo trattato dell'anima razionale, e fatto vedere che essa non può in alcun modo derivare dalle possibilità della materia, così come le altre cose di cui mi ero occupato, ma deve essere direttamente creata; e come non basti che si trovi nel corpo umano quale pilota sulla nave, e non per altro, forse, che per dirigere le membra, ma è indispensabile che sia in relazione con esso e unita ad esso più strettamente per avere anche sensazioni e desideri uguali ai nostri, e formare, in tal modo, un vero uomo.

Renato Cartesio, Discorso sul metodo, Signorelli Roma, 1968, p. 56 – 58

Appare evidente che non siamo davanti ad un individuo che analizza la vita o gli animali, ma siamo davanti ad un individuo che pensandosi creato ad immagine e somiglianza di "Dio", pensa sé stesso come un "Dio" e che sta confermando, attraverso un esercizio retorico, il suo essere simile a "Dio".

Una macchina, costruita dall'uomo, risponde ad un programma. Ma gli animali non sono macchine e voler negare l'esistenza dell'animale, il suo sentimento, la sua volontà con la quale abita il mondo, significa voler affermare aprioristicamente che l'animale è creato da "Dio". Ma questa non è un'affermazione razionale perché Cartesio immagina che l'animale sia stato creato da "Dio" e il suo ragionamento parte da questa illazione per affermare una realtà che chiama razionale ma che è frutto di idee fideistiche educazionalmente imposte.

Cartesio conclude il suo discorso di insulto agli animali affermando che "l'anima non può in alcun modo derivare dalle possibilità della materia…". Eppure, in tutte le sue sperimentazioni, Cartesio non ha mai visto o sperimentato un'anima distaccata da un corpo materiale. Tuttavia vuole privare i corpi viventi delle loro caratteristiche attribuendo tali caratteristiche non alla materia, di cui un corpo vivente è composto, ma a "Dio" che, attraverso l'anima, governa e determina le azioni del corpo.

La superiorità di Cartesio sugli uomini è legittimata dalle idee di Cartesio sugli animali. Quando Cartesio dice, nella citazione più sopra riportata:

"E ciò dimostra, non soltanto che le bestie possiedono una ragione inferiore a quella degli uomini, ma che non ne hanno assolutamente: dato che tutti vediamo che ce ne vuole pochissima per parlare."

Cartesio non fa altro che stabilire una gerarchia fra "animali e uomo" che serve per costruire la gerarchia fra gli uomini per volontà di "Dio" che costruisce tale gerarchia mediante la qualità delle anime.

L'unica esperienza di conoscenza che Cartesio ha della vita è il parlare. Il logos con cui il suo "Dio" ha creato il mondo. Cartesio pensa che la presenza dell'anima nei corpi porta i corpi a parlare. Se gli animali avessero l'anima, dice Cartesio, gli animali parlerebbero.

Cartesio non fa altro che riproporre il disprezzo della bibbia di ebrei e cristiani nei confronti del mondo e legittima il modello biblico di separazione dell'uomo dalla natura in nome di "Dio" di cui lui è immagine e somiglianza.

E a che cosa serve l'intelligenza o la ragione negli animali?

Lo dice Cartesio sempre nella citazione riportata più sopra quando dice:

"E poiché fra le bestie, come tra gli uomini, esistono differenze; onde alcuni si possono ammaestrare più facilmente di altri, una scimmia o un pappagallo, tra i più perfetti delle loro specie, infine, dovrebbero addirittura riuscire (qualora la loro anima non fosse in tutto differente dalla nostra) a uguagliare, se non altro in ciò, un fanciullo dei più sciocchi e sia pure insensato."

Quando si viene violentati nell'infanzia si è indotti a credere nell'anima. Quando si crede nell'anima si è portati a fare congetture tutte tese a confermare la credenza che viene messa a fondamento di ogni possibile ragionamento.

In base a questo ragionamento cartesiano, gli uomini possono essere ridotti in schiavitù perché sia l'anima dello schiavista che l'anima dello schiavo sono determinate da "Dio" che attraverso l'anima guida i corpi degli uomini. Per cui, si deduce che un individuo è schiavista per volontà di "Dio" e un altro uomo è schiavo per volontà di "Dio".

Ciò che Cartesio fa al mondo animale, così Cartesio lo fa agli uomini.

Fra il 1639 e il 1640 Cartesio compone le "Sei meditazioni metafisiche".

Le sei "meditazioni metafisiche" sono un testo fondamentale per capire il pensiero filosofico di Cartesio. In quello stesso anno le "Meditazioni metafisiche" vengono fatte circolare solo fra alcuni amici di Cartesio fra cui Mersenne e Henry de Roy. Nel frattempo il prete Pierre Bourdin chiede che a Parigi si sostengano tesi contro la "Diotrica" di Cartesio. In meno di un mese, fra settembre ed ottobre muore la figlia Francine e muore Ioachim Descartes, padre di Cartesio.

Scrive Cartesio nelle "Meditazioni metafisiche":

E di certo non c'è da meravigliarsi che Dio, creandomi, abbia infuso in me quell'idea, che fosse come il marchio che l'artefice imprime nella sua opera; e non è necessario neppure che quel marchio sia qualcosa di diverso dall'opera stessa. Anzi, dal semplice fatto che Dio mi ha creato risulta fortemente credibile che mi abbia fatto in qualche modo a sua immagine e somiglianza, e che io percepisca quella somiglianza, nella quale è contenuta l'idea di Dio, mediante la medesima facoltà, con la quale io vengo percepito da me stesso: cioè, allorché rivolgo verso me stesso l'occhio della mente, non intendo solamente di essere una cosa incompleta e dipendente da altro, e una cosa che aspira in modo indefinito a cose sempre più grandi e migliori, ma intendo anche, insieme, che colui dal quale dipendo, ha in sé tutte queste cose più grandi non in modo indefinito e solamente in potenza, ma effettivamente in modo infinito, e che quindi Dio esiste. E tutta la forza dell'argomento sta in questo, che riconosco che non potrebbe accadere che io esista di tal natura quale sono, e cioè con l'idea di Dio presente in me, se anche Dio non esistesse effettivamente; quello stesso Dio, dico, la cui idea si trova in me, come di colui che ha tutte quelle perfezioni che io non posso comprendere, ma solo in qualche modo sfiorare col pensiero, e che non è assolutamente soggetto a nessuna mancanza. Dalle quali cose risulta più che patente che egli non può essere fallace; infatti è manifesto per lume naturale che ogni frode e inganno dipendono da qualche mancanza.
Ma prima di esaminare ciò più attentamente e insieme di indagare altre verità che possono essere tratte da lì, mi sembra qui opportuno indugiare alquanto nella contemplazione di Dio stesso, ponderarne gli attributi dentro di me, scrutare profondamente, ammirare, adorare la bellezza di quest'immensa luce, per quanto potrà sopportare lo sguardo del mio ingegno abbagliato. Come infatti crediamo per fede che la somma felicità dell'altra vita consista in questa sola contemplazione della maestà divina, così anche ora sperimentiamo di poter provare la massima voluttà di cui siamo capaci in questa vita, dalla stessa contemplazione, per quanto molto meno perfetta.

Cartesio, Meditazioni metafisiche, Bompiani, 2017, p. 215 – 216

La necessità di Cartesio di identificarsi con "Dio" è la necessità primaria di tutti coloro che sono stati educati dai gesuiti. Una volta che i gesuiti hanno manipolato la struttura psico-emotiva dei ragazzi questi devono riprodurre la manipolazione subita perché solo nella realtà prodotta dalla manipolazione psico-emotiva possono trovare un qualche significato alla loro esistenza.

Appare logica e razionale a Cartesio l'idea di "Dio" e l'idea della "creazione di Dio"; come appare logico a Cartesio di pensarsi immagine di "Dio".

Nel 1641 Cartesio inizia a scrivere "Principi di filosofia". Nello stesso anno Cartesio riceve "Obiezioni alle Meditazioni Metafisiche" e redige delle risposte. Il tutto, pubblicato nel 1641 presso l'editore Michel Soly di Parigi, alimentano l'ostilità della cultura contro la filosofia cartesiana.

Scrive Renato Cartesio in "I principi della filosofia":

18.Che si può di bel nuovo dimostrare con questo che vi è un Dio.
Egualmente, poiché troviamo in noi l'idea di un Dio o di un Essere perfettissimo, possiamo cercare la causa per la quale quest' idea è in noi; ma dopo aver considerato con attenzione quanto sono immense le perfezioni ch'essa ci rappresenta, siamo obbligati a confessare che noi non sapremmo ripeterla che da un Essere perfettissimo, cioè da un Dio che è veramente o che esiste, poiché non solo è manifesto per la luce naturale che il nulla non può essere autore di niuna cosa, e che il più perfetto non potrebbe essere una derivazione e una dipendenza del meno perfetto, ma anche perché vediamo, per mezzo di questa stessa luce, essere impossibile che noi abbiamo l'idea o l'immagine di checchessia, se non v' è in noi, o altrove, un originale che comprenda in effetti tutte le perfezioni che ci sono così rappresentate. Ma poiché sappiamo di essere soggetti a molti difetti, e non possediamo quelle estreme perfezioni di cui abbiamo l'idea, dobbiamo concludere che esse sono in qualche natura che è differente dalla nostra ed in effetti perfettissima, cioè che è Dio; o almeno che esse sono state altra volta in questa cosa; e dal fatto che erano infinite segue che vi sono ancora.
19.Che sebbene non comprendiamo chiaramente tutto quello che è in Dio, non v'ha nulla, tuttavia, che noi conosciamo si chiaramente come le sue perfezioni.
Io non vedo punto in ciò difficoltà, per quelli che hanno abituato il loro spirito alla contemplazione della Divinità, e che han badato alle sue perfezioni infinite. Poiché, sebbene noi non le comprendiamo, poiché la natura dell'infinito è tale che dei pensieri finiti noI saprebbero comprendere, noi le concepiamo, nondimeno, più chiaramente e più distintamente delle cose materiali, poiché, essendo più semplici e non essendo punto limitate, ciò che noi ne concepiamo è molto meno confuso. Così non v' ha punto speculazione che possa più aiutare a perfezionare il nostro intelletto e che sia più importante di questa, tanto più che la considerazione d'un oggetto che non ha limiti nelle sue perfezioni ci colma di soddisfazione e di sicurezza.
20.Che noi non siamo la causa di noi stessi, ma è Dio, e che, per conseguenza, v'ha un Dio.
Ma non tutti vi badano come si deve; e poiché noi sappiamo abbastanza, quando abbiamo una idea di qualche macchina dove c'è molto artificio, il modo come l'abbiamo avuta, mentre non sapremmo egualmente ricordarci quando l'idea che abbiamo di un Dio ci è stata comunicata da Dio, perché essa è sempre stata in noi, bisogna che noi facciamo ancora questa rassegna, e ricerchiamo qual' è, dunque, l'autore della nostra anima o del nostro pensiero, che ha in sé l'idea delle perfezioni infinite che sono in Dio: poiché è evidente che ciò che conosce qualcosa di più perfetto di sé non si è punto dato l'essere, poiché con lo stesso mezzo si sarebbe date tutte le perfezioni di cui egli avrebbe avuto conoscenza; e quindi che non potrebbe esistere per opera di nessun altro che di colui che possiede in effetti tutte queste perfezioni, cioè che è Dio.
21.Che la sola durata della nostra vita basta per dimostrare che Dio è.
Io non credo che si dubiti della verità di questa dimostrazione, purché si badi alla natura del tempo o della durata della nostra vita. Poiché, essendo tale che le sue parti non dipendono punto le une dalle altre e non esistono mai insieme, dal fatto che noi ora esistiamo, non segue necessariamente che esistiamo un momento dopo, se qualche causa, cioè la stessa che ci ha prodotti, non continua a produrci, cioè non ci conservi. E noi conosciamo facilmente che non v' ha punto forza in noi, per la quale possiamo sussistere o conservarci uri sol momento, e che colui che ha tanto potere da farci sussistere fuori di sé e che ci conserva deve conservare sé stesso, o piuttosto non ha bisogno di essere conservato da nessuno, e infine che esso è Dio.

Renato Cartesio, I principi della filosofia, Libritalia, 1996, p. 89 – 92

L'ossessione che ha Cartesio per "Dio" e per la sua identificazione con "Dio" è assolutamente impressionante. Tutta la filosofia cartesiana è un'esaltazione dell'onnipotenza di "Dio".

Nel 1642 l'università di Utrecht proibisce l'insegnamento della filosofia cartesiana. Intanto vengono pubblicate ad Amsterdam, presso le edizioni Lodwijk Elzevier, le "Meditazioni Metafisiche" contenenti anche le 7 obiezioni, le relative risposte di Cartesio e la lettera di Padre Dinet.

Nel 1643 vengono pubblicati ad Utrecht libri contro la filosofia di Cartesio. Uno di Voétius e uno di Schoock. Costoro accusano Cartesio di essere ateo. Cartesio risponde scrivendo una lettera " Epistola ad celeberrimum oirum D. Gisbertum Voetium" in cui difende la nuova visione filosofica dalla concezione aristotelica della "philosophia recepta". Nel frattempo si muove la magistratura mentre l'ambasciatore francese si prodiga per difendere Cartesio. In questo scontro di poteri l'ambasciatore francese salva i libri di Cartesio dal rogo ed evita che Cartesio venga espulso dall'Olanda.

Scrive Cartesio in "I principi della filosofia":

35. Ch'essa ha maggiore estensione di lui, e che di là vengono i nostri errori.
Di più, l'intelletto non si estende che a quei pochi oggetti che si presentano a lui, e la sua conoscenza è sempre limitatissima: mentre la volontà in qualche senso può sembrare infinita, poiché noi non percepiamo nulla che possa essere l'oggetto di qualche altra volontà, anche di quella immensa volontà che è in Dio, cui la nostra non possa anche estendersi: ciò che è causa che noi la portiamo ordinariamente oltre quello che conosciamo chiaramente e distintamente. E quando ne abusiamo così, non è meraviglia se ci accade d'ingannarci.
36. I quali non possono imputarsi a Dio.
Ora, benché Dio non ci abbia dato un intelletto onnisciente, noi non dobbiamo credere per ciò che egli sia l'Autore dei nostri errori, poiché ogni intelletto creato è finito, ed è della natura dell'intelletto finito di non essere onnisciente.
37. Che la maggior perfezione dell'uomo è d'avere un libero arbitrio, e che questo è ciò che lo rende degno di lode o di biasimo.
AI contrario, la volontà essendo di sua natura estesissima, per noi è un vantaggio grandissimo di potere agire per suo mezzo, cioè liberamente: sì che noi siamo talmente i padroni delle nostre azioni, che siamo degni di lode quando le conduciamo bene. Poiché, proprio come non si fanno punto alle macchine che si vedono muoversi in molti modi diversi, con tutta la giustezza che si potrebbe desiderare, delle lodi che si riportino veramente ad esse, poiché queste macchine non presentano nessun'azione che esse non siano obbligate a fare per mezzo dei loro congegni, e che se ne fanno all'operaio che le ha fatte, poiché egli ha avuto il potere e la volontà di comporle con tanto artificio, così si deve attribuirei qualcosa di più, quando scegliamo ciò che è vero, distinguendolo dal falso, per una determinazione della nostra volontà, che se vi fossimo determinati e costretti da un principio estraneo.
38. Che i nostri errori sono difetti della nostra maniera di agire, ma non già della nostra natura; e che le colpe dei sudditi possono spesso essere attribuite agli altri padroni, ma non già a Dio.
E' ben vero che, ogni qualvolta erriamo, v'ha del difetto nel nostro modo di agire o nell'uso della nostra libertà; ma non v' ha punto per questo difetto nella nostra natura, poiché essa è sempre la stessa, benché i nostri giudizi siano veri o falsi. E quand'anche Dio avesse potuto darei una conoscenza così grande che non fossimo mai stati soggetti a errare, non abbiamo nessun dritto per questo di lamentarci di lui. Poiché, sebbene, fra noi, chi ha potuto impedire un male e non l'ha impedito, ne sia biasimato e giudicato come colpevole, non è lo stesso a riguardo di Dio: tanto più che il potere che gli uomini hanno gli uni sugli altri è istituito affinché essi impediscano a quelli che sono loro inferiori di fare del male, mentre l'onnipotenza che Dio ha sull'universo è affatto assoluta e libera. Ecco perché noi dobbiamo ringraziarlo dei beni ch'egli ci ha fatti, e non già lamentarci perché non ci ha largito quelli che conosciamo mancarci, e ch'egli avrebbe forse potuto concederci.

Renato Cartesio, I principi della filosofia, Libritalia, 1996, p. 100 – 102

Il motivo centrale del pensiero filosofico di Cartesio continua ad essere "Dio". Un "Dio" che viene continuamente affermato mediante parole, ma non viene mai sostanziato.

Nel 1644 Cartesio va a Parigi dove incontra il duca di Luynes che tradurrà le "Meditazioni" in francese. A Parigi Cartesio incontra Claude Clerselier e Hector-Pierre Chanut. Quest'ultimo diventerà ambasciatore francese in Svezia.

Nel 1644 ad Amsterdam vengono pubblicati "I principi di filosofia", "Il discorso sul metodo", "La diotrica" e le "Meteore" riviste da Cartesio.

Nel 1645 Cartesio dalla Francia rientra in Olanda. L'abate Picot traduce i "Principi di filosofia" in francese. Continua l'ostilità contro la filosofia di Cartesio da parte della cultura mentre Cartesio inizia la stesura del trattato "Le passioni dell'anima".

Nel 1646 Cartesio rompe le relazioni con il suo allievo Regius perché sostiene tesi che, secondo Cartesio, fraintendono il suo pensiero.

L'ambiguità del pensiero di Cartesio sta tutta nella pretesa enunciata da Cartesio di voler imporre la ragione, intesa come capacità dell'uomo di descrivere il mondo mediante la parola, alle "fantasie metafisiche dei filosofi del passato. La filosofia vive riproducendo gli stessi principi di Socrate, Platone o Aristotele. Vive riferendosi continuamente ai libri sacri dei cristiani. Il tradizionalismo dell'epoca di Cartesio era coltivato e imposto dai gesuiti e dalle università cattoliche. I gesuiti e le università cattoliche si facevano forti del terrore dell'inquisizione cattolica con cui minacciare ogni pensatore diverso. Cartesio vuole uscire dal tradizionalismo ma, di fatto, riafferma il tradizionalismo argomentando di creazione, anima, "Dio" e riaffermando il diritto della chiesa cattolica di imporre il proprio dominio sugli uomini in nome di "Dio".

Cartesio, mediante la ragione, vorrebbe uscire dai limiti imposti dalla fede, ma finisce per usare la ragione per riaffermare il diritto della fede di dominare l'uomo.

In sostanza, Cartesio fu un feroce sostenitore della fede cristiana. Consapevole che il cristianesimo non aveva ragioni sufficienti per imporre la fede, decise di usare la ragione per legittimare la fede. Cartesio va letto in questo modo: una feroce volontà di dominio dell'assolutismo farneticante attribuito a "Dio" che Cartesio voleva legittimare mediante la ragione. Il logos, quel logos che nei vangeli cristiani è la parola creatrice del "Dio" dei cristiani.

Nel 1647 disputando passi relativi alle "Meditazioni" all'università di Leida, Cartesio è accusato di Pelagianesimo. Nonostante la difesa di Cartesio, viene proibito di parlare delle teorie cartesiane.

Nel 1647 Cartesio parte per la Francia e a Parigi visita Pascal Blaise.

In Francia sono pubblicati i libri di Cartesio e le "Meditazioni metafisiche. Cartesio lavora alle sue idee sulla "Generazione degli animali e della descrizione del corpo umano" che sarà pubblicato postumo.

Nel 1648 riprende gli studi sull'embriologia, ma è costretto ad interromperli perché impossibilitato a sperimentare.

Nel 1649 va a Stoccolma invitato dalla regina Cristina di Svezia che desiderava conoscere la sua filosofia.

Nel 1650 elabora uno "statuto" per un'accademia delle scienze da fondare in Svezia.

Il 2 febbraio 1650 si ammala di polmonite e l'11 febbraio muore.

Descartes aveva 53 anni.

 

Marghera, 06 marzo 2019

 

 

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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

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