Teia e i filosofi fondamentalisti contro esistenzialisti
fase n. 6, azione 31

La partita di calcio mondiale fra i filosofi

Capitolo 32
Gli Dèi riflettono sui filosofi

di Claudio Simeoni

Continua dal precedente...

Sei capace di giocare a calcio?

Si era appena dissolta nell'aria Ecate che gli arbitri iniziarono a guardarsi con una certa ostilità mentre Beppi di (o da) Lusiana stava preparandosi una sorta di insalata fatta con varie verdure raccolte dal proprio orto.

"Che cosa stai mangiando?" Chiese Yahweh.

"Materia!" Rispose Beppi di (o da) Lusiana "Materia che ha cessato di crescere e che trasformo facendola diventare in parte me stesso e in parte riciclo nel mondo della materia!" Così dicendo, Beppi di (o da) Lusiana fece un gesto come per defecare che fece storcere bocca e naso sia ad Allahu Akbar che ad Yahweh. "Volete assaggiare?" Chiese Beppi porgendo loro la sua terrina stracolma di verdure.

"Io non mangio vile materia!" Disse Yahweh e continuando "Io mi nutro del profumo degli olocausti che gli uomini innalzano verso di me."

"Un tempo" disse Beppi di (o da) Lusiana. "Un tempo forse qualcuno ammazzava animali per compiacerti. Poi, dietro tuo ordine, hanno iniziato a macellare uomini, donne e bambini e tu ti sei compiaciuto di quell'odore e di quel sapore. Te ne sei inebriato e ne hai chiesto di più, sempre di più!"

"E' nella natura dell'uomo uccidersi a vicenda" intervenne Allahu Akbar "noi ci limitiamo a dirigere la natura omicida dell'uomo, la incanaliamo, le diamo un senso e un fine, che possa portare alla gloria di Dio!"

"Siete solo due bambini capricciosi" continuò Beppi di (o da) Lusiana "volete picchiare altri bambini per contendere loro i giocattoli che non userete illudendo i bambini che picchiate che picchiare sia lo scopo della vita. E, in questo modo, vi compiacete, vi nutrite dell'olocausto dei morti che la contesa dei giocattoli provoca fra gli uomini."

Silenzioso Fanes ascoltava senza parlare sostenendo gli sguardi degli arbitri che gli sollecitavano complicità e sostegno. Dopo un po' Fanes sbottò: "Io vorrei! Ma che io voglia o non voglia una determinata situazione, non sono io a farla, ordinarla o alimentarla. Io subisco quanto succede. Io assisto, subisco e mi trasformo. Volete nutrirvi del profumo dell'olocausto? Io non ci posso fare nulla, gli uomini scelgono se nutrirvi o meno. Ma se lo fanno o se non lo fanno non saranno gli stessi uomini che avrebbero potuto essere se avessero scelto il contrario nelle loro azioni. E io mi trasformo attraverso le loro azioni. Avrei voluto essere diverso da ciò che sono? Forse, ma questo è il mondo, queste sono le forze che si confrontano e queste sono le trasformazioni che provocano."

Yahweh e Allahu Akbar guardarono perplessi Fanes e fu allora che compresero, per un attimo, la differenza fra loro e Fanes. Un attimo di luce illuminò la loro coscienza. Loro erano la verità che si esprime mediante la parola, Fanes era il mutamento, un continuo mutare come se tendesse a qualche cosa di inafferrabile e irraggiungibile ma che in ogni istante generava un Fanes diverso dal Fanes che si esprimeva nell'attimo precedente.

"Insalata o olocausto" sghignazzò Beppi di (o da) Lusiana "che grande scelta per l'umanità!"

In quel mentre la nebbia che avvolgeva il campo di calcio inizio ad illuminarsi. Dapprima le singole gocce di umidità iniziarono a brillare, poi, l'intera umidità sembrò dissolversi in una luce abbagliante.

"Io sono Teia e da me procede Elios, Selene ed Eos. Io sono luce divina che genera luce divina e la mia luce alimenta il divino di ogni vivente che si trasforma in luce. Iperione, fratello e compagno, mi ha chiesto di osservare infime trasformazioni che avvengono in un mondo in cui tenebra e luce sembrano contendersi il controllo degli uomini. Io illumino le menti di uomini troppo coinvolti per comprendere gli effetti delle loro azioni."

"Non esistono guerre fra la luce e l'oscurità. L'una o l'altra non sono sostanze, ma condizioni attraverso le quali gli uomini vivono. Tutti gli uomini nascono nella luce. Perché la luce illumina la loro coscienza fin prima della loro nascita. La luce è la crescita, la loro continua espansione mentre l'oscurità arriva dopo. Arriva quando gli uomini cessano di crescere, di camminare, di cercare, di trasformarsi e si rifugiano in antri tenebrosi le cui pareti sono forgiate da convinzioni d'acciaio che impediscono alle loro emozioni di veicolarsi nel mondo alla ricerca di nuove e diverse affezioni."

Mentre così parlava Teia anche le menti degli arbitri sembravano illuminarsi come se la comprensione di una realtà iniziasse a prendere forma dentro di loro. Teia aveva incrinato le pareti d'acciaio che custodivano la loro forma per presentare un nuovo, un diverso, a cui loro stessi, pur guardandolo, non lo avevano osservato.

"Precedentemente abbiamo detto che il mondo sempre già aperto, lascia incontrare l'ente intramondano. Questa apertura del mondo, preliminare e appartenente all'in-essere, è con-costituita dalla situazione emotiva. Il lasciar-venir-incontro è il primariamente preveggente ambientalmente e non semplicemente sensoriale e contemplativo. Il lasciar venir incontro preveggente ambientalmente e prendente cura ha il carattere dell'affezione, che siamo ora in grado di vedere più nettamente in virtù della situazione emotiva. Ma l'essere affetti dalla inutilità, dalla resistenza e dalla minacciosità dell'utilizzabile è ontologicamente possibile solo perché l'in-essere come tale è già determinato essenzialmente in modo siffatto che, incontrandosi con l'ente intramondano, può essere colpito. Questa possibilità di essere affetto si fonda nella situazione emotiva, come quella che, ad esempio, può rivelare la minacciosità del mondo. Solo un ente che è nella situazione emotiva della paura e della intrepidezza può scoprire l'ente intramondano come minaccioso. L'affettività propria della situazione emotiva è un elemento esistenziale costitutivo dell'apertura dell'Esserci al mondo."

Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, 2001, p. 170 - 171

"Il soggetto pensa che la luce che illumina la sua coscienza e la sua consapevolezza degli oggetti nel mondo sia una condizione del suo apparire immutabile nel mondo e non una trasformazione continua che ha modificato la sua percezione dei fenomeni consentendogli di entrare in relazione emotiva con i fenomeni stessi che descrive come oggetti statici nel momento in cui appaiono alla sua coscienza. "In questo modo Teia iniziò a parlare agli arbitri "Oggetti diversi da sé, ma che il soggetto vive come sé stesso perché le emozioni dei fenomeni che vengono vissute come affezioni altro non sono che la modificazione della struttura emotiva soggettiva variata dall'interazione con le emozioni di ogni singolo fenomeno e nulla, per la coscienza, è mai più come prima. E' la luce di Teia che illumina la coscienza ogni volta che la coscienza di un soggetto fagocita il nuovo rendendolo oggetto dell'esperienza nella propria struttura emotiva. L'emozione si accende perché non esiste un " l'in-essere come tale è già determinato essenzialmente in modo siffatto" ma esistono esseri "fuori". Quell'essere fuori indefinibile perché non si è separati dal mondo delle emozioni ma si è un mondo (proprio, sé stessi) emotivo all'interno di un universo emotivo dove la continua relazione non è fra sé e il mondo, ma è fra sé l'in-sé e il fuori-di-sé, senza essere sé diverso dal mondo in sé che pure è un insieme di sé che non è separato da altri sé del mondo. Gli scoppi emotivi, le illuminazioni di Teia alla coscienza, sono i processi con cui il soggetto fa propria l'esperienza emotiva espandendo sé stesso nel mondo mediante una continua modificazione prodotta dall'affezione che subisce emotivamente. La minacciosità del mondo viene percepita quando il soggetto separa la propria struttura emotiva dal mondo e ritiene la propria struttura emotiva padrona e signora delle emozioni del mondo. Allora teme il cambiamento. Teme l'affezione perché le emozioni del mondo, interagendo con le sue emozioni, distruggono la sua stabilità emotiva e lo costringono ad un cambiamento dell'organizzazione emotiva per comprendere le nuove esperienze. Il soggetto si affeziona alle emozioni del mondo e tanto più si affeziona tanto più modifica sé stesso, diviene e si trasforma. Tanto più teme la modificazione della sua struttura emotiva in quel momento e tanto più tende a separarsi dal mondo e dalle affezioni perché teme la modificazione di sé stesso. Il soggetto teme l'illuminazione e i suoi effetti perché l'illuminazione gli illumina un oscuro alla coscienza e non potendo controllare ciò che verrà illuminato, non potendolo prevedere, il soggetto teme il cambiamento, si chiude su sé stesso e tende a spegnere ogni luce in sé stesso. Uccide ogni forma di Teia che ha illuminato la sua vita e supplica certezze che allontanino l'angoscia di perdersi nello sconosciuto che lo circonda. Tutto ciò che sta nel mondo agisce emotivamente nel mondo perché se non agisse effettivamente nel mondo non sarebbe un oggetto riconosciuto nel mondo. Gli oggetti ed i soggetti del mondo, sia sé che quanto diverso da sé, divengono mediante trasformazione prodotta dagli affetti generati dalle relazioni. Ad ogni affezione il soggetto e l'oggetto si modificano uccidendo il soggetto e l'oggetto che sono venuti in relazione e producendo un diverso soggetto e un diverso oggetto che manifesta nel mondo altre e diverse emozioni. Ciò che è, è diverso da ciò che era o è stato ed è diverso da ciò che sarà. E' scorretto dire "Io ho paura", mentre è corretto dire che nelle relazioni che hanno prodotto affezioni del mondo "Io mi sono adattato aggiungendo la paura alle mie emozioni per difendermi da un certo tipo di affezioni nelle relazioni con il mondo". "

"Essendo così eliminate queste obiezioni preliminari, niente mi impedisce più di scorgere dapprima, in maniera diretta, il legame fondamentale che unisce spontaneamente, con tanta energia, la potenza teologica e la potenza militare, e che, in qualsiasi epoca, è stato sempre vivamente sentito e degnamente rispettato da tutti gli uomini d'un alto livello che hanno realmente partecipato all'una o all'altra, nonostante il trascinamento delle rivalità politiche. Infatti si capisce che nessun regime militare potrebbe stabilire e soprattutto durare se non si basasse preventivamente su una sufficiente consacrazione teologica, senza la quale l'intima subordinazione che esige non potrebbe essere né abbastanza completa, né abbastanza prolungata."

Comte, Corso di filosofia positiva, Mondadori, 2009, p. 434

""...unisce spontaneamente, con tanta energia, la potenza teologica e la potenza militare..." chi teme la luce nasconde sé stesso nell'oscurità e l'oscurità" continua Teia "è un'emozione che non si esprime e che non viene affezionata da altre emozioni. Si tratta di emozioni arroccate in una verità di statica rappresentazione che non ammettendo affezioni si armano di potenza teologica e di potenza militare. La potenza teologica per esprimere "motivazioni" che giustificano il respingimento di ogni possibile affezione e militare capace di esprimere fisicamente ogni oggetto che tenta di entrare nel proprio campo emotivo e perturbarlo. In questo modo il buio investe la coscienza ed io Teia sono disarmata perché per rompere il buio della coscienza mi servirebbe la violenza, ma solo una coscienza può fare violenza a sé stessa decidendo di affezionarsi alle emozioni del mondo e aprire la propria percezione alla luce. La luce non può vincere l'oscurità della coscienza se quella coscienza fa dell'oscurità l'ultimo suo rifugio capace di proteggerla dalla disperazione e dall'angoscia. Infatti, il regno dell'oscurità fisica si regge sull'oscurità della coscienza che giustifica la sua paura di affezionarsi attraverso la manifestazione di una verità assoluta che la coscienza stessa mette a guardia di sé stessa" nessun regime militare potrebbe stabilire e soprattutto durare se non si basasse preventivamente su una sufficiente consacrazione teologica, senza la quale l'intima subordinazione che esige non potrebbe essere né abbastanza completa, né abbastanza prolungata."

"Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà."

Vangelo di Matteo 10, 34 -39

"La verità che imprigiona l'uomo chiede all'uomo affezione per sé stessa" continua Teia "la verità non illumina la coscienza dell'uomo, la rende schiava e sottomessa a sé stessa. La verità chiede alla coscienza di rinunciare alle affezioni del mondo perché deve accettare solo la sua affezione. L'uomo deve affezionarsi alla verità e non a legami familiari, personali o umani. Deve rinunciare ad ogni legame in funzione di una verità imposta. In questo modo la verità non è venuta per liberare l'uomo dagli affanni della vita, ma per creare affanni affinché l'uomo, sopraffatto dagli affanni e dall'angoscia di dover affrontare le condizioni e le contraddizioni della sua esistenza, possa arrendersi e trovare rifugio in una verità che lo separi dal mondo e lo isoli da ogni forza che ha costruito e alimentato la vita. In questa situazione chiunque pensi alla giustizia in maniera diversa dalla pura sottomissione alla verità, non è degno della verità perché l'individuo deve anteporre la verità, Gesù, ad ogni altra relazione che possa fornirgli un qualche piacere nel mondo in cui vive. E' il buio che cala sulla coscienza dell'uomo. Un uomo che rinuncia alla sua esistenza, a modificare le condizioni del suo esistere, per affezionarsi alla verità come unica condizione mediante la quale si separa dal mondo, è un uomo che rifiuta ogni affezione per difendere la propria staticità. I nemici da distruggere diventano tutti coloro che non aderiscono a quella verità: padre, madre, fratelli, ecc. E il buio della verità ottenebra la consapevolezza delle possibilità che vengono negate in funzione della riaffermazione del dominio della verità."

"Questo è il buio della coscienza che cerca una luce, ma non la può vedere." Continua Teia " Perché non è la luce che cerca, ma vuole illuminare la verità. Dare luce al buio della propria coscienza senza rimuovere la verità. E la verità si trasforma in abbaglio agli occhi della coscienza che viene accecata dall'illusione e dalla fede nella verità. Ed ecco la verità armarsi di spada per distruggere tutti i nemici della verità che vengono pensati come i "nemici dell'uomo"."

"Ma si deve riconoscere che Dio è verace, mentre ogni uomo è menzognero, come sta scritto: "Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole e trionfi quando vieni giudicato". Ma se la nostra ingiustizia fa risaltare la giustizia di Dio, che dedurremo? Dio è forse ingiusto quando scatena la sua ira? (parlo della maniera umana). No, certo: altrimenti come potrebbe Dio giudicare il mondo? E se a causa della mia menzogna, la veracità di Dio rifulge maggiormente a gloria sua, perché io dovrei ancora essere giudicato un peccatore? Meglio, perché non dovremmo metterci a fare il male, perché ne venga il bene? Così alcuni ci accusano di affermare. La condanna di costoro è giusta."

Paolo di Tarso, lettera ai Romani, 3, 4-8.

"La verità è rappresentazione, di un soggetto o di una situazione, che si presenta nell'attimo in cui si presenta. Ma non c'è verità nel mutamento perché ogni istante genera un diverso istante che nasce nel momento stesso in cui l'istante precedente muore." Continua Teia "Per questo, affermare di " riconoscere che Dio è verace" significa riconoscere che in Dio non esiste né tempo né trasformazione mentre, nell'uomo, esistendo la trasformazione, ogni rappresentazione dell'uomo appare reale solo nel momento in cui appare per essere dissolta nell'attimo successivo in cui l'uomo si è trasformato agendo nel mondo. Dal momento che Dio è immobile, in quanto verace, è il nero che avvolge e soffoca l'uomo perché chiede all'uomo di affezionarsi a sé e non alle condizioni che vive e affronta nel mondo. In questo modo Dio è menzogna rispetto all'uomo che, trasformandosi, è in un continuo e permanente stato di ricerca del vero in una continua trasformazione. L'uomo che si trasforma, che diviene, per Paolo di Tarso diventa l'ingiustizia perché, anziché essere immobile nel buio di Dio, agisce alla luce del tempo e della trasformazione negando, con ciò, la verità della rappresentazione di Dio. Nella visione di Paolo di Tarso l'ingiustizia dell'uomo è fatta dalla sua pretesa di vivere mentre la giustizia di Dio blocca l'uomo nell'affezione a Dio che deve essere rinuncia dell'uomo ad ogni trasformazione per consentire a Dio di dominarlo. Tutto questo si trasforma nel dominio che il servo di Dio, Paolo di Tarso, esercita mediante la menzogna perché, solo grazie alla menzogna Dio può trionfare e, dal momento che Dio trionfa, si realizza la giustizia di Dio. Se Dio non trionfasse non si realizzerebbe la giustizia di Dio per cui il trionfo di Dio deve essere ottenuto ad ogni costo e con ogni mezzo perché, in caso contrario, la giustizia di Dio non si realizza. In questa situazione, la coscienza che vive l'oscurità della verità deve perseguire il male, inteso come danneggiamento dell'uomo, perché in questo modo, secondo Paolo di Tarso, il bene, inteso come giustizia prodotta dall'immobilità di Dio, può trionfare."

"Da un tale accurato esame, o cittadini ateniesi, mi derivano molte inimicizie, pericolosissime e gravissime, al punto che da esse sorsero molte calunnie e mi derivò anche tale reputazione, ossia di essere sapiente. Infatti, ogni volta, tutti quelli che erano presenti pensavano che io fossi sapiente in quelle cose sulle quali confutavo l'altro. Invece, o cittadini, si dà il caso che in realtà il sapiente sia il Dio e che il suo oracolo voglia dire appunto questo, ossia che la sapienza umana ha poco o nessun valore. E, il Dio sembra che parli proprio di me, Socrate, e invece fa uso del mio nome, servendosi di me come d'esempio come se dicesse questo: "O uomini, fra di voi è sapientissimo chi, come Socrate, si è reso conto che, per quanto riguarda la sua sapienza, non vale nulla". Appunto per questo anche ora, andando intorno, io ricerco e indago, in base a ciò che ha detto il Dio, se io possa giudicare sapiente qualcuno dei cittadini o degli stranieri."

Platone, Tutti gli scritti, Apologia di Socrate, Bompiani, 2014, p. 29

"Come nella vita sociale." Continua Teia "Io ho la conoscenza di un oggetto e confronto la conoscenza dell'oggetto con la conoscenza che di quel medesimo oggetto ne ha una diversa persona. A confronto ci sono due modi di rappresentare il medesimo oggetto e si presume che entrambi siano in grado o di definire l'oggetto o di impiegare l'oggetto in modi che si possono giustificare. Quando l'oggetto della discussione è un'azione che si reputa debba avvenire nella società c'è indubbiamente chi agisce e c'è chi, non agisce, ma si erge a giudice dell'azione. Chi agisce ha degli intenti da perseguire con l'azione che mette in atto; chi giudica l'azione ha come intento il controllo (o l'appropriazione) del soggetto che agisce. Chi si erge a giudice di un agire non ha lo stesso obbiettivo di chi agisce, ma ha come obbiettivo il soggetto che agisce. Il problema fra la posizione di chi agisce nella società e chi giudica l'agire senza agire a sua volta, non nasce da un diverso punto di vista, ma nasce da un diverso intento e da un diverso scopo. Non è importante se l'azione che prendiamo in considerazione danneggia o alimenta lo sviluppo sociale. Chi mette in atto l'azione ha come scopo la modificazione del presente in funzione di un presente che, immagina, migliore del presente per il quale egli necessita mettere in atto l'azione. Chi giudica l'azione è disinteressato alle modificazioni che l'azione potrebbe produrre, ma è interessato al soggetto che ha la capacità d'agire. L'elemento del contendere, fra le due diverse posizioni, è la capacità d'agire del soggetto che agisce. La capacità d'agire deve essere espropriata al soggetto che agisce perché chi ha la capacità d'agire è il soggetto che ha la capacità di modificare il suo presente. Ed è questo che fa Socrate con la sua indagine, deve espropriare la capacità d'azione dei soggetti sociali che interroga per convincerli che sono individui inadeguati davanti alla sua "sapienza" che non è altro che retorica aggressiva rispetto a cittadini che, comunque, agiscono nel mondo in cui vivono. La retorica aggressiva, propria di individui impotenti davanti ai problemi della vita, viene esercitata per controllare le persone che agiscono. Il Dio non ha detto che Socrate è un uomo sapientissimo perché sapientemente lavora la terra, pascola il bestiame, costruisce palazzi, statue o templi. Il Dio dice che Socrate è sapientissimo perché sa che la sua sapienza non vale nulla. La sapienza di Socrate non vale nulla perché non ha un fine per il quale Socrate potrebbe esercitare la sua sapienza. Per contro, Socrate aggredisce ogni uomo che agisce nella società, interrogandolo, per poter dimostrare la sua "superiorità retorica", il "dominio della sua retorica" sull'uomo dal momento che l'uomo, pur agendo e modificando il suo presente, non è in grado di giustificare la sua azione con altrettanta retorica. Socrate deve distruggere l'affezione con la quale i suoi concittadini modificano sé stessi e il mondo perché la retorica dimostra che Socrate è affezionato solo a sé stesso. La necessità di privare gli uomini dell'orgoglio per la loro "capacità d'azione" capace di modificare il presente, sarà portata agli estremi dal cristianesimo che anziché ringraziare l'uomo che con la sua intelligenza ha risolto dei problemi, ringrazierà Dio che ha consentito di risolvere i problemi. E' il buio della coscienza, piegata e chiusa su sé stessa, che fugge dalla luce del cambiamento e della trasformazione rifugiandosi in una perenne denigrazione di sé stessa e della propria volontà d'esistenza per salvaguardare la verità, quell'essere sapientissimo, che la imprigiona in un perenne immobilismo."

"Nell'ordine naturale l'anima è anteposta al corpo; eppure essa domina il corpo con più facilità che sé stessa. Tuttavia questa passione, di cui ora ci stiamo interessando, insorge e provoca tanto di più la vergogna, in quanto l'anima non comanda efficacemente né a sé stessa, siano al punto da non provare piacere, né comanda completamente al corpo, sino al punto che le membra di cui si ha pudore siano guidate dalla volontà, piuttosto che dalla passione; e in tal caso di esse non si avrebbe più pudore. Ora invece il pudore sta nel fatto che l'anima incontra resistenza da parte del corpo, il quale per la inferiorità della sua natura le è stato sottomesso. Negli altri sentimenti, quando l'anima resiste a sé stessa prova minor pudore poiché, se è vinta da sé stessa, è pur sempre vincitrice; tuttavia è questo un atteggiamento di disordine e di corruzione, poiché essa è vinta da quelle parti che debbono essere sottomesse alla ragione, che le appartengono e che quindi la rendono, come abbiamo detto, vincitrice di se stessa. Quando invece l'anima vince sé stessa nell'ordine, sottomettendo i suoi impulsi irrazionali alla sua mente e alla sua ragione, purché anch'essa sia sottomessa a Dio, è davvero encomiabile e virtuosa."

Agostino d'Ippona, La città di Dio, Bompiani, 2015, p. 684

"La coscienza, rinchiusa nella verità, deve rinnovare il dominio della verità sulla coscienza stessa e come Socrate deve togliere all'uomo la sua "capacità d'azione" così va tolto al corpo le sue caratteristiche emotive per trasformarlo in un guscio vuoto e poterlo torturare per sottometterlo." Prosegue Teia infastidita "Agostino d'Ippona si vergogna dell'insorgenza emotiva della vita nel corpo. Un corpo che Agostino vuole sottomesso ad un'anima che incarna tutta la sua ideologia morale da imporre sul corpo. Una condizione in cui la volontà d'esistenza viene trasformata in volontà della verità morale che il soggetto impone sulla volontà d'esistenza. La impone uccidendo il desiderio e spegnendo la luce della trasformazione perché la trasformazione nega la verità per aprire ogni soggetto a nuove e diverse verità. Per la volontà di persistenza, con cui si nega la volontà d'esistenza, Agostino può dire: " Ora invece il pudore sta nel fatto che l'anima incontra resistenza da parte del corpo, il quale per la inferiorità della sua natura le è stato sottomesso." E il corpo si ribella perché il corpo aspira alla luce delle trasformazioni. Il corpo è nato, cresce, si dilata nel mondo e, con esso, è nata la coscienza che cresce e si dilata nel mondo aspirando alla morte del corpo fisico come trionfo della sua trasformazione. La verità vuole persistere, sempre uguale a sé stessa in eterno. In questa ricerca di persistenza, la verità consuma il corpo e la coscienza, svuotando l'uomo della sua volontà d'esistenza, lo uccide ben prima che sopraggiunga la morte del corpo fisico. La verità annulla la trasformazione e nell'annullare la trasformazione blocca la costruzione dell'uomo bloccando i suoi desideri e negando la soddisfazione dei suoi bisogni che sono il motore della sua esistenza. Il corpo è inferiore, dice Agostino, alla morale comportamentale che la volontà di persistenza della verità impone alla volontà d'esistenza. " Quando invece l'anima vince sé stessa nell'ordine, sottomettendo i suoi impulsi irrazionali alla sua mente e alla sua ragione, purché anch'essa sia sottomessa a Dio, è davvero encomiabile e virtuosa." E' il trionfo della verità sulla vita. La vita dell'uomo è distrutta. La coscienza dell'uomo è stata privata della luce e l'uomo stesso è diventato cibo di quel Dio che si compiace di nutrirsi di una vita negata che l'uomo gli offre attraverso la negazione die suoi desideri e dei suoi bisogni in funzione della morale di Dio che altro non è che il modo con cui Dio condisce la propria pietanza, l'uomo, prima di mangiarselo e distruggerlo."

E mentre dice questo, Teia guarda Yahweh e Allahu Akbar con una smorfia di disgusto.

"Tuttavia troppo spesso si ragiona sulla vita come su modalità della materia inerte, e in nessun caso la confusione è tanto ben rilevabile quanto nel discutere circa l'individualità. Ci vengono mostrate le sezioni di un lombrico, riproducenti ciascuna la sua testa e viventi come altrettanti individui indipendenti, un'Idra i cui frammenti divengono altrettante nuove idre, un uovo di riccio di mare le cui parti sviluppano embrioni completi: dov'era dunque, ci si obietta, l'individualità dell'uovo, dell'Idra o del verme?"

Bergson, L'evoluzione creatrice, Editrice Scuola, 1993, p. 16 - 17

"La vita è relazioni" Continua Teia riprendendo il discorso " e i corpi viventi sono essi stessi delle relazioni fra un numero così alto di relazioni fra meccanica ed energia emotiva che non esiste un complesso razionale (scientifico) per definirne un numero sufficiente di relazioni capaci di descrivere, sia pur in maniera approssimativa, un corpo vivente al di fuori delle azioni che il corpo stesso compie per manifestare la sua vita. Io sono Teia la luce della coscienza, non sono onniscienza di una ragione che pretende di essere descritta con aggettivi assoluti. Quegli aggettivi assoluti con cui una ragione immagina Dio. Il Dio come sé stessa all'ennesima potenza. Ed è questa ragione, la ragione dell'uomo, che pensa sé stessa come "Io", come individualità, negando coscienza e individualità ad ogni altra parte del suo corpo. La ragione si fa verità rispetto all'uomo che domina, ma la ragione stessa è un divenuto nell'uomo. Una condizione di rappresentazione dell'uomo che si è manifestata attraverso un numero immenso e continuo di trasformazioni. Trasformazioni che diventavano ogni giorno più lente ed ogni giorno più faticose a mano a amano che la ragione fissava il suo dominio sull'uomo. La verità della ragione si impossessava dell'uomo. La ragione fermava ogni slancio dell'uomo verso l'esterno, verso le affezioni del mondo. La ragione impedisce all'uomo di affezionarsi agli oggetti del mondo e costringe l'uomo ad innamorarsi di sé stesso in quanto ragione che esprime la perfetta verità perfettamente adattata al singolo individuo come ostacolo insormontabile fra le emozioni dell'individuo e le emozioni del mondo. Ed ecco la storia della ricerca scientifica delle funzioni della vita e dell'uomo. Una ragione che scopre una funzione come, ad esempio, la circolazione del sangue (1628), e proclama di aver scoperto il senso della vita. Il senso della vita è nel sangue, proclama quella ragione perché, finalmente, la circolazione del sangue è entrata nella descrizione della ragione e la ragione si è adattata a comprendere anche la circolazione del sangue nel proprio immaginario con cui descrive la verità del mondo. Poi, la ragione scopre l'ossigeno e scopre che l'aria inspirata contiene ossigeno mentre l'aria espirata contiene (1734-1794) anidride carbonica e la ragione proclama di aver scoperto il segreto della vita. E così via, scoperta medica dopo scoperta medica, la ragione pensa di aver definito la verità assoluta mentre ha aggiunto solo un tassello dello sconosciuto alla propria descrizione del mondo. Solo che la verità, la ragione, anziché aprire l'uomo allo sconosciuto, lo chiude nel conosciuto chiamando il conosciuto "verità" e imprigionando in esso l'uomo e le sue possibilità finché un qualche coraggioso non usa la volontà d'esistenza per combattere la volontà di persistenza, arrivare nello sconosciuto, e aggiungere un nuovo tassello al sistema con cui la ragione descrive l'uomo e la vita. Nonostante la scoperta del nuovo, la ragione ristruttura sé stessa, genera una nuova verità da imporre all'uomo e dice all'uomo: "Quella di ieri non era una verità, ma questa è la verità alla quale ti devi sottomettere." E la verità rinnova sé stessa e il suo dominio sull'uomo portando l'uomo nella pentola in cui Dio lo cucina per cibarsene."

"Io sono la luce" dice Teia "la luce delle coscienze che si esprime mediante il cambiamento e la continua modificazione del soggetto nelle relazioni col mondo in cui il soggetto vive. Quale soggetto? L'uomo che chiama sé stesso "Io", come ogni singola cellula e ogni singolo battere. Come ogni singolo virus o ogni singola cellula vegetale. Io sono luce che illumina la coscienza di ogni vivente nell'universo e mentre tagli l'albero perché hai bisogno di farlo, c'è un virus che uccide te perché lui ha bisogno di farlo. Io sono Teia, tutti voi avete strumenti adeguati per vivere, ma nessuno di voi ha strumenti adeguati per pensarsi onnipotente. L'onnipotenza crea la verità, la verità imprigiona la coscienza e la coscienza imprigionata è cibo per i predatori e non c'è maggior predatore dell'uomo che Dio, il Dio padrone, che dell'uomo è il boia e il suo carnefice."

Non ci furono altri suoni, non ci furono altri movimenti. La nebbia perse in un attimo tutto lo splendore con cui illuminava il campo di calcio e fu uno strano silenzio che si propagò nell'aria. Il silenzio della luce. Un nuovo silenzio che bloccava il respiro e incuteva ansia e timore mentre un leggero vento sembrava generarsi dal nulla.

 

Continua...

Il significato delle azioni della partita di calcio della filosofia spiegate dagli Dèi.

 

Marghera, 19 gennaio 2021

 

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