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Agosto 2025: la filosofia metafisica della Religione Pagana.

28 agosto 2025 cronache della religione pagana
Il "fermati vento" e il diventare un Dio
fra Empedocle, Platone e Gesù

Claudio Simeoni

Cronache mese di agosto 2025

28 agosto 2025

Il "fermati vento" e il diventare un Dio fra Empedocle, Platone e Gesù

Laura Gemelli Marciano, a proposito di Empedocle e della sua miracolistica, sostiene che, a differenza di quanto affermato sia da Platone che dai moderni critici, se Empedocle, in qualche modo, non avesse portato a buon fine quanto millantava in relazione al suo potere di fare "miracoli", non avrebbe ottenuto quella fama che ottenne. Portare a buon fine significa o raggiungere l'obbiettivo prefissato o far credere di aver raggiunto l'obbiettivo prefissato.

Scrive Laura Gemelli Marciano:

Nella Sicilia del V secolo a.C. non ci si accontentava di sole finzioni letterarie; individui e città sofferenti richiedevano atti concreti e immediati. Inoltre, purificatori e guaritori, grazie al loro carisma e al fatto che rispondevano efficacemente alle necessità di chi a loro si rivolgeva, godevano di prestigio e autorità molto maggiori di quanto si possa dedurre dalle sbrigative e sprezzanti descrizioni di Platone e, sulla sua scia, degli interpreti moderni.

Laura Gemelli Marciano, Da Velia ad Agrigento, Ed. Valla, 2024, pag. 125

Empedocle dichiarava che, essendo diventato un Dio, aveva il potere di modificare la realtà e, proprio perché aveva il potere di fare miracoli, la sua filosofia, le sue affermazioni, dovevano essere necessariamente vere. In sostanza, lo dice il Dio.

E' la stessa tecnica usata dagli evangelisti nei loro vangeli. Raccontano dei miracoli di Gesù, ma omettono di definire il pensiero religioso di Gesù presupponendo che sia religione solo la sottomissione a Gesù che dichiara di essere il figlio del Dio padrone. Sono i "miracoli" che testimonierebbero la divinità di Gesù, come se fare miracoli non fosse stata la norma di ogni millantatore per molti secoli prima di lui.

La stessa cosa, scrive Laura Gemelli Marciano, è stata fatta da Pitagora e da Parmenide (definito "medico"). Se non raggiungevano obbiettivi per quanto affermavano, il loro pensiero non sarebbe stato preso in considerazione.

Scrive Laura Gemelli Marciano:

Nella Sicilia del V secolo a.C. non ci si accontentava di sole finzioni letterarie; individui e città sofferenti richiedevano atti concreti e immediati. Inoltre, purificatori e guaritori, grazie al loro carisma e al fatto che rispondevano efficacemente alle necessità di chi a loro si rivolgeva, godevano di prestigio e autorità molto maggiori di quanto si possa dedurre dalle sbrigative e sprezzanti descrizioni di Platone e, sulla sua scia, degli interpreti moderni. Ritornando al discorso della derivazione dai poemi delle azioni straordinarie attribuite a Empedocle, vale la pena riportare almeno un esempio a dimostrazione della debolezza di questa ipotesi. La promessa all'allievo, nel fr. 8, 7-9, di conferirgli il dominio sui venti avrebbe generato, secondo gli interpreti antichi e moderni, la sua fama di "dominatore dei venti" con relativi aneddoti. Laura Gemelli Marciano, Da Velia ad Agrigento, Ed. Valla, 2024, pag. 126

In pratica, Empedocle dichiarava di avere il controllo dei venti e a tal proposito venivano riportati racconti delle sue gesta. Fra l'altro, l'aver organizzato un sacrificio di asini con la cui pelle avrebbe fatto degli otri con cui imprigionare i venti.

Questo meccanismo, dell'uomo che fa miracoli e che, pertanto, è portatore di una verità ideologica, lo vedremo riprodotto e veicolato in varie epoche storiche.

Scrive Laura Gemelli Marciano:

Lo storico siculo Timeo di Tauromenio (IV secolo a.C.) riferisce a questo proposito un evento di cui Empedocle sarebbe stato protagonista. Poiché i venti etesii soffiavano furiosamente mettendo in pericolo i raccolti, egli avrebbe fatto scuoiare degli asini per farne, con le pelli, otri da installare sulle colline intorno e arrestarne la furia; per questo sarebbe stato denominato "colui che trattiene i venti" (1 A, 46-51). Secondo gli interpreti moderni, questo aneddoto, riportato in diverse varianti più o meno razionalizzate anche da Plutarco, Clemente Alessandrino e altri autori (cfr. nota a 1 A, 48-51), sarebbe derivato non solo dal fr. 8, ma anche dal famoso episodio dell'Odissea (X 19 sgg.), in cui Eolo consegna a Odisseo l'otre che racchiude i venti tempestosi. Empedocle avrebbe preso spunto proprio da questo passo per sottolineare la sua somiglianza col mitico dominatore dei venti. Queste semplicistiche spiegazioni, però, passano sotto silenzio il fatto che la figura del "dominatore dei venti" non era solo mitica, ma concreta e operante, oltre che nel mondo iranico, anche in territorio greco.

Laura Gemelli Marciano, Da Velia ad Agrigento, Ed. Valla, 2024, pag. 126

Dominare i venti, controllarli, impedire ai venti di fare danni, era sicuramente considerato un atto di potere del mago rispetto agli altri uomini che si limitavano a proteggersi dalla violenza dei venti. Come rileva la ricercatrice, dominare i venti era un'attività da "maghi" molto diffusa nell'antichità. Non solo nell'ambiente iraniano, ma anche a Corinto operava un gruppo denominato "quelli che placano i venti".

Del miracolo di Empedocle ne parla anche Plutarco, Clemente Alessandrino e altri autori, Sta a dimostrare che la miracolistica di Empedocle era conosciuta non solo in ambito greco, col disprezzo che Platone gli mostrava, ma anche a livello popolare, altrimenti Platone l'avrebbe ignorata.

Empedocle fece sacrificare degli asini con la cui pelle fece costruire degli otri che, piazzati nella direzione dei venti dovevano imprigionare i venti. Ovviamente, qualche risultato deve averlo ottenuto, altrimenti sarebbe stato insultato e denigrato dalla popolazione.

La questione riguarda il modo di concepire la vita di Empedocle opposta al modo di concepire la vita di Platone.

Scrive Laura Gemelli Marciano:

Per comprendere il personaggio Empedocle è necessario staccarsi dalla concezione platonica che vede come vero sophos solo il dio; l'uomo può essere solo un philo-sophos sempre desideroso di sapere e capace di discussione dialettica, ma anche conscio di non arrivare mai del tutto a colmare la propria ignoranza (Phaedr. 2780!). Per questo Platone, anche quando accenna alla possibilità che esistano uomini "sapienti", li fa sparire subito dall'orizzonte del discorso come poco interessanti: infatti, essi non sarebbero filosofi perché già sanno {Lys. n8a;Symp. 204a). Significativamente, il suo allievo Eraclide Pontico (fr. 87 Wehrli) afferma che solo il dio è sophos, mentre l'uomo può essere unicamente philo-sophos, proiet tando tale concezione su Pitagora (cfr. anche Gemelli-Marciano I, Pitagora e i pitagorici antichi, 24 e nota). Con questa trasposizione della vera sophia dall'uomo al dio viene cancellata, con un colpo di spugna, tutta la tradizione degli "uomini divini", come Epimenide, Pitagora, Empedocle e altri come loro, la cui "sapienza" presuppone non un sapere teorico acquisito attraverso interminabili discussioni dialettiche, ma il raggiungimento dello statuto divino attraverso un percorso di iniziazione.

Laura Gemelli Marciano, Da Velia ad Agrigento, Ed. Valla, 2024, pag. 127-128

Platone non concepisce la formazione della sapienza. Per Platone, la conoscenza dell'uomo non è quella che l'uomo costruisce durante la sua esistenza, ma è quella che ricorda mediante la reminiscenza delle sue vite passate. L'uomo ricorda, non costruisce la sua conoscenza.

Non esiste in Platone il processo di costruzione della propria coscienza in quanto tutto dipende dall'anima che è indipendente dal corpo dell'uomo.

Pertanto, la sapienza e la conoscenza sono condizioni statiche, che si hanno o non si hanno, e l'unico soggetto che può averla è il Dio.

Scrive Platone:

Nessuno degli dèi fa filosofia, né desidera diventare sapiente, dal momento che lo è già. E chiunque altro sia sapiente, non filosofa. Ma neppure gli ignoranti fanno filosofia, né desiderano diventare sapienti. Infatti, l'ignoranza ha proprio questo di penoso: chi non e né bello né buono né saggio, ritiene invece di esserlo in modo conveniente. E, in effetti, colui che non ritiene di essere bisognoso, non desidera ciò di cui non ritiene di aver bisogno".

Simposio, 204 A

Questo modo di concepire l'uomo è l'opposto dell'orfismo e della stessa filosofia di Empedocle dove Empedocle è consapevole di aver costruito la sua sapienza, la sua conoscenza, e, attraverso questa di essersi trasformato in un Dio. Al di là di come veicolerà la sua concezione di essere un Dio.

Il punto chiave della questione è che, secondo Empedocle, "Dio si diventa", mentre secondo Platone o si è un Dio, e allora si possiede la sapienza, o non si è un Dio e allora si può solo essere "amico della sapienza" cioè amico del Dio che possiede la sapienza.

C'è anche un'altra contrapposizione fra Platone ed Empedocle. La formazione della conoscenza filosofica, secondo Platone, si forma mediante la dialettica che, alla fine, è solo dialettica sofista priva di contenuti, come dimostrano i suoi dialoghi. Per Empedocle la formazione della conoscenza filosofica si forma mediante l'iniziazione e il cammino che il filosofo mette in atto nella non conoscenza per trasformala in conoscenza e farla propria In Platone, l'uomo non ha conoscenza e sapere; in Empedocle l'uomo costruisce il proprio sapere e la propria conoscenza.

Il percorso dell'iniziato è il percorso attraverso il quale l'uomo forma la sua conoscenza, il suo sapere e, ad ogni passo, si trasforma in un Dio perché, per formare la sua conoscenza, ha usato le sue emozione e la sua volontà. Empedocle che controlla i venti, molto probabilmente, ispira gli scrittori dei vangeli che non si accontentano del controllo dei venti, ma serve loro per affermare un Gesù "padrone dei venti".

Mentre Platone deride Empedocle e il suo cammino di conoscenza per diventare un Dio, i cristiani, affermando che il loro Gesù è un Dio, attingono al racconto con cui Empedocle ferma il vento descrivendo un Gesù "padrone del vento".

Scrive Marco nel suo Vangelo:

35In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: "Passiamo all'altra riva". 36E, congedata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. 37Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: "Maestro, non t'importa che siamo perduti?". 39Si destò, minacciò il vento e disse al mare: "Taci, calmati!". Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: "Perché avete paura? Non avete ancora fede?". 41E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: "Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?".

Vangelo di Marco 4, 35-41

Nelle religioni pre-filosofiche si definiva un figlio di un Dio colui la cui forza, il cui coraggio o la cui conoscenza era utile alla vita degli uomini.

Ercole ha la forza e, mediante la forza, affronta il Leone di Nemea che terrorizzava la popolazione. Che piaccia o meno, Empedocle ha la conoscenza attraverso la quale organizza dei rituali con cui ferma il vento che danneggiava le persone. Gesù pensa solo a sé stesso e rimprovera i suoi adepti perché hanno avuto paura, Per contro, Platone deride Empedocle, il suo percorso di iniziazione, e pensa di ridurlo al rango di "filosofo della natura" che, detto da un filosofo ontologico, suona come un insulto.

A Gesù interessa solo essere riconosciuto come il padrone a cui anche il vento e il mare gli obbediscono (sempre che fosse un mare); ad Empedocle interessava acquisire fama salvando la città dai venti; a Platone interessava denigrare Empedocle per negare l'esistenza di una trasformazione che permetteva agli uomini di acquisire la sapienza che lui voleva relegarla a strumento dei Dio come potere sugli uomini.

Elaborano il loro pensiero a seconda dei loro interessi soggettivi.

 

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Claudio Simeoni

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