La guerra si sta estendendo. L'Europa entra in guerra. Gli USA continuano col loro delirio di onnipotenza. Israele macella i popoli confinanti con l'aiuto militare dell'Europa.
La questione non è su chi vincerà la guerra, ma su chi sarà in grado di ricostruire dalle rovine.
Agosto 2026: la filosofia metafisica della Religione Pagana.
24 agosto 2026

Le operazioni di passaggio ideologico fra Platone, i neoplatonici e il cristianesimo possono apparire complesse, ma, in realtà sono abbastanza semplici in quanto obbediscono al principio di supremazia sociale dove ognuno di loro "deve essere più furbo e più bravo dell'altro" in un contesto culturale che legittimava il controllo degli uomini, morale ed economico, era il fine centrale di un'ideologia che mascherava lo schiavismo con il suprematismo.
Per contrapporsi ai sistemi religiosi del suo tempo e alle religioni espresse dai poeti, Platone, fra l'altro, scrive il Timeo. Il Timeo è lo scritto platonico che ha dominato la cultura assolutista dalla fine dell'era antica fino all'800 d.c. per sparire subito dopo dall'orizzonte della cultura ufficiale.
Uno degli aspetti più appetibili del Timeo da parte dei cristiani, Agostino d'Ippona in particolare, era il concetto di Dio che crea l'universo in contrapposizione all'idea dei "poeti" secondo cui l'universo, con quanto contiene, diviene in sé e per sé.
E' necessario aver ben presente il ragionamento, il proemio, da cui Platone parte per affermare l'esistenza di un "Artefice", "Dio creatore" in contrapposizione all'idea che l'universo, con quanto contiene, diviene in sé e per sé. Un'idea propria di Esiodo e degli orfici.
Scrive Platone nel Timeo da 27C a 29D:
TIMEO - Ma tutti, o Socrate, anche se hanno poco senno, fanno questo, e nell'accingersi ad ogni azione, o piccola o grande, invocano sempre Dio. E noi, che ci accingiamo a fare discorsi intorno all'universo, se esso sia generato oppure ingenerato, è necessario che invochiamo dèi e dee e li preghiamo, affinché diciamo tutte le cose nel modo che piaccia soprattutto a loro e anche a noi stessi. E quanto agli dèi, sia questa l'invocazione. E per quanto riguarda noi, invece, dobbiamo adoperarci in modo che voi possiate capire in modo agevole e io possa esporre nel modo più chiaro gli argomenti che abbiamo posto in discussione. Secondo la mia opinione, in primo luogo bisogna distinguere le cose che seguono. Che cos'è ciò che è sempre e non ha generazione? E che cos'è ciò che si genera perennemente e non è mai essere? Il primo è ciò che è concepibile con l'intelligenza mediante il ragionamento, perché è sempre nelle medesime condizioni. Il secondo, al contrario, è ciò che è opinabile mediante la percezione sensoriale irrazionale, perché si genera e perisce, e non è mai pienamente essere. Inoltre, ogni cosa che si genera, di necessità viene generata da qualche causa. Infatti, è impossibile che ogni cosa abbia generazione, senza avere una causa. E quando l'Artefice di qualsivoglia cosa, guardando sempre a ciò che è allo stesso modo e servendosi come di esemplare ne porta in atto l'idea e la potenza, è necessario che, in questo modo, riesca tutta quanta bella; quella cosa, invece, che l'Artefice porta in atto servendosi di un esemplare generato, non sarà bella. Ora, per quanto concerne tutto il cielo o il mondo, o se si trova qualche altro nome adeguato lo si chiami con questo, bisogna considerare ciò che fin da principio si deve esaminare riguardo ad ogni cosa, ossia se fu sempre, non avendo mai alcun principio di generazione, oppure se fu generato, incominciando da un qualche principio. Esso fu generato. Infatti è visibile e tangibile ed ha un corpo; ma tutte le cose di questo tipo sono sensibili, e le cose sensibili si apprendono con l'opinione mediante la sensazione, ed è risultato che sono generate e sono in divenire. E ciò che è generato abbiamo detto che è necessario che sia generato da una causa. Ma il Fattore e il Padre di questo universo è molto difficile trovarlo e, trovatolo, è impossibile parlarne a tutti. E questo si deve indagare dell'universo: guardando a quale degli esemplari chi ha fabbricato l'universo lo abbia realizzato, se all'esemplare che è sempre nello stesso modo e identico o a quello che è generato. Ma se questo mondo è bello e l'Artefice è buono, è evidente che Egli ha guardato all'esemplare eterno; e se, invece, l'Artefice non è tale, ciò che non è neppure permesso a qualcuno di dire, ha guardato all'esemplare generato. Ma è evidente a tutti che Egli guardò all'esemplare eterno: infatti l'universo è la più bella delle cose che sono state generate, e l'Artefice è la migliore delle cause. Se, pertanto, l'Universo è stato generato così, fu realizzato dall'Artefice guardando a ciò che si comprende con la ragione e con l'intelligenza e che è sempre allo stesso modo. Stando così le cose, è assolutamente necessario che questo cosmo sia immagine di qualche cosa. Ora, in ogni questione è della massima importanza incominciare dal suo principio naturale. Pertanto, anche intorno all'immagine e all'esemplare di essa, bisogna riconoscere questo, che i discorsi hanno una affinità con le cose stesse di cui sono espressione. Dunque, ciò che è stabile e saldo e che si manifesta mediante l'intelletto, conviene che sia stabile ed immutabile, almeno nella misura in cui si concede ai discorsi che siano inconfutabili ed invincibili: di questo non deve mancare nulla. Invece, i discorsi che si fanno intorno a ciò che fu ritratto su quel modello e che quindi è immagine, sono a loro volta verosimili e in proporzione ai primi: infatti, ciò che in rapporto alla generazione è l'essenza, questo in rapporto alla credenza è la verità. Dunque, o Socrate, se dopo molte cose dette da molti intorno agli dèi e all'origine dell'universo, non riusciamo a presentare dei ragionamenti in tutto e per tutto concordi con se medesimi e precisi, non ti meravigliare. Ma se presenteremo ragionamenti verosimili non meno di alcun altro, allora dobbiamo accontentarci, ricordandoci che io che parlo e voi che giudicate abbiamo una natura umana: cosicché, accettando intorno a queste cose la narrazione probabile, conviene che non ricerchiamo più in là.
SOCRATE - Molto bene, o Timeo bisogna accettare in tutto e per tutto la cosa nella maniera in cui dici. Il tuo proemio l'abbiamo accolto con ammirazione e ora facci sentire il seguito del canto.
Platone, Timeo, in Tutti gli scritti, edizione Bompiani, 2000, pag.1361-1362
Va osservata, innanzi tutto, la necessità incontrata da Platone nell'inserire, comunque, gli Dèi sotto il dominio di un "Dio creatore", di un "Artefice" creatore dell'universo.
In secondo luogo, va osservata la difficoltà che incontra Platone nel presentare ragionamenti concordi e logici per giustificare il suo Artefice. Deve ricorrere alla comprensione dei suoi uditori per un racconto probabile perché inverosimile.
A Platone è sufficiente che le sue farneticazioni siano simili a tutti gli altri. Quali altri? A Pitagora? a Parmenide? A tutti coloro che pensano, come Platone, che il presente sia il prodotto di un Uno, di un Tutto, che ha architettato questo presente? Oppure, a tutti coloro che pensano che questo presente sia i risultato di proprie trasformazioni interne?
La soggettività di Platone può apparire logica a Platone, ma quando viene oggettivata appare come un delirio privo di supporto logico perché illogica è la premessa sulla quale si basa.
La domanda che si fa Platone quando chiede: "Che cos'è ciò che è sempre e non ha generazione?". La risposta più ovvia è: "la farneticazione!". Come si può immaginare qualche cosa "che è sempre" e non viene generato se non come proprio desiderio di eternità che cerca un'identificazione?
Il delirio di Platone giunge a vette inaccessibili dalla consapevolezza umana quando dice:
"Ma se questo mondo è bello e l'Artefice è buono, è evidente che Egli ha guardato all'esemplare eterno; e se, invece, l'Artefice non è tale, ciò che non è neppure permesso a qualcuno di dire, ha guardato all'esemplare generato."
"Se questo mondo è bello" è un'affermazione puramente soggettiva che non trova riscontro nell'oggettività se non per quelle persone che possono vivere del "bello" a discapito di milioni di persone che vivono nella sofferenza per permettere a loro di vivere nel "bello".
L'Artefice deve essere "bello e bravo" perché altrimenti il filosofo non potrebbe essere "bello e bravo" identificandosi con l'immagine dell'Artefice che sta nella sua testa.
Il Dio creatore di Platone nel Timeo piace molto ad Agostino d'Ippona che, nella "Città di Dio contro i Pagani", si chiede:
Alcuni, che la grazia di Cristo unisce a noi, si sorprendono quando sentono o leggono che Platone ha avuto intorno a Dio idee riconosciute in armonia con la verità della nostra religione. Di qui hanno pensato ch'egli avesse ascoltato il profeta Geremia nel suo peregrinare in Egitto o letto durante quel viaggio i libri dei profeti; ho riportato questa opinione anche in altre mie opere. Ma secondo un calcolo esatto della cronologia storica risulta che Platone sia nato all'incirca cento anni più tardi rispetto all'epoca in cui profetizzo Geremia; e poiché Geremia visse ottantun anni, corrono circa sessantanni dall'anno della sua morte fino al tempo in cui Tolomeo, re dell'Egitto, richiese alla Giudea i libri dei profeti ebrei per farli tradurre da settanta uomini ebrei, che sapevano anche la lingua greca, e tenerli presso di sé. Pertanto durante il suo viaggio Platone non poté incontrare Geremia, che era morto da tempo, né leggere le Scritture, non ancora tradotte in lingua greca, nella quale egli era maestro; a meno che, con il suo energico impegno, non abbia appreso anche queste per mezzo di un interprete, come aveva fatto per i libri egizi, senza metterne per iscritto la traduzione - che Tolomeo invece, temibile nella sua potenza regale, avrebbe ottenuto con grande beneficio -, ma cercando di conoscerne per quanto possibile il contenuto per mezzo di conversazioni. Si possono trovare indizi a sostegno di questa tesi; ad esempio il libro della Genesi si apre con queste parole: In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Platone afferma invece nel Timeo, un trattato sulla costituzione del mondo, che Dio con la sua opera congiunse la terra e il fuoco. E evidente che egli mette il fuoco al posto del cielo; questo pensiero ha quindi una qualche rassomiglianza con l'espressione: In principio Dio creò il cielo e la terra. Poi afferma che l'acqua e l'aria furono i due elementi intermedi con i quali si congiunsero quelli estremi. Questa potrebbe essere una interpretazione di ciò che la Scrittura dice: Lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Naturalmente egli non pone molta attenzione al modo in cui la Scrittura designa abitualmente lo spirito di Dio; e poiché anche l'aria viene detta spirito, è possibile ch'egli abbia pensato che in quel passo si ricordavano questi quattro elementi. Platone poi afferma che vero filosofo è colui che ama Dio, e nella Sacra Scrittura non c'è affermazione più evidente di questa.
Agostino d'Ippona, La città di Dio contro i Pagani, Editore Bompiani, 2001, pag. 398-399
Agostino d'Ippona trova le analogie fra la creazione descritta dalla sua bibbia e le affermazioni di Platone nel Timeo. Scopo di Agostino d'Ippona è quello di dimostrare la logica razionale della sua bibbia che viene assunta, sia pur in diverso modo, anche da Platone che, nei circuiti culturali nei quali agisce Agostino, rappresentava un punto di riferimento storico.
Vedete, dice Agostino d'Ippona, anche Platone asserisce cose simili a quelle della bibbia e, dunque, essendo anche lui giunto alle medesime conclusioni, la bibbia è necessariamente vera. Solo che, Agostino d'Ippona, per assumere Platone a fondamento della dottrina cristiana, ha insultato tutti i filosofi che hanno, in qualche modo, espresso posizioni differenti rispetto a Platone.
Le similitudini fra il pensiero di Platone e quello di Agostino d'Ippona sono dovute al fatto che entrambi si identificano con un padrone ed entrambi pretendono di determinare una "verità", solo affermata e non dimostrata, alla quale chiedono sottomissione e deferenza.
Un'analogia con la bibbia, che Agostino d'Ippona rileva con il Timeo di Platone, è l'affermazione fatta da Platone nel Timeo 31b-c in cui Platone afferma la necessità dell'Artefice, di Dio, di unire "fuoco e terra" nell'opera della sua creazione.
L'affermazione di Platone nel Timeo 31b dice:
Dunque, affinché questo mondo, anche nell'essere uno solo, fosse simile a quel vivente perfetto, per questo motivo Colui che fece il cosmo non ne fece due né infiniti, ma uno solo è questo cielo generato unigenito, e così sarà anche in futuro. Ciò che è generato deve essere corporeo, visibile e tangibile. Ma se fosse separato dal fuoco, nulla potrebbe essere visibile; né potrebbe essere tangibile, senza una solidità; e non potrebbe essere solido, senza terra. Di conseguenza, Dio fece il corpo dell'universo, cominciando a costruirlo di fuoco e di terra. Ma che due cose si compongano bene da sole, prescindendo da una terza, in maniera bella, [C] non è possibile. Infatti, deve esserci in mezzo un legame che congiunga l'una con l'altra.
Platone, Timeo, in Tutti gli scritti, edizione Bompiani, 2000, pag. 1363
Il creazionismo in Platone è uguale al creazionismo di Agostino d'Ippona. Deve essere simile perché è necessario che tutto il potere, con cui è venuto in essere il presente, deve essere sottratto al presente che si trasforma per essere attribuito a Dio come artefice della trasformazione del presente.
L'affermazione: "Dio ha fatto il presente" è un'affermazione di carattere militare e non consente a nessuno di negare che Dio ha fatto il presente. Tanto meno di fare come l'Epicuro che viene condannato da Agostino d'Ippona quando scrive:
Epicuro per gli atomi, piccolissime particelle, indivisibili e impercettibili, e tutti quegli altri che non è necessario attardarsi a enumerare e che posero come causa e principio di tutte le cose i corpi, semplici o composti, dotati o meno di vita, ma pur sempre corpi. Alcuni di loro, infatti, come gli epicurei, credettero che esseri viventi potessero nascere da non viventi; altri invece che da un vivente nascessero viventi e non viventi, ma sempre come corpi materiali.
Agostino d'Ippona, La città di Dio contro i Pagani, Editore Bompiani, 2001, pag. 389
Questa era la "bestemmia inaccettabile". Il mondo che diviene senza l'opera di un padrone. Di un Dio padrone o di un Artefice con i quali Agostino d'Ippona e Platone si identificano.
I neoplatonici saranno costretti a cercare soluzioni ideologiche per distinguere il platonismo dal cristianesimo e in quest'azione, non solo Plotino, ma anche Plutarco di Atene, Proclo e Damascio cercheranno di segnare una distanza del platonismo dal cristianesimo.
Quando Agostino d'Ippona scrive, molte persone nella cultura si professavano platoniche, ma quando Proclo guida l'ultima accademia di Atene, molte persone si proclamano cristiane e hanno dimenticato Platone anche se i culti misterici greci, i nemici del platonismo perché espressione degli Orfici e dei poeti come Esiodo e Omaro, ancora sono abbastanza diffusi.
Proclo, nelle sue lezioni sul Timeo e altro, non commenta il cristianesimo né segna la distanza fra il sistema di creazione esposto da Platone e quello del cristianesimo. Proclo si guarda bene dall'affrontare l'ideologia teologica cristiana. Ne ha paura. Dopo Proclo, infatti, Damascio, il suo successore, sarà costretto a fuggire in Persia per sottrarsi alle persecuzioni cristiane.
Proclo dirige le sue riflessioni, per commentare la creazione nel Timeo di Platone, rispetto agli Orfici e utilizzando gli Oracoli Caldaici come fonte di rivelazione divina.
Scrive Luciano Albanese in Oracoli Caldaici:
Orfeo ci dice che tutte le cose vengono a essere in Zeus in seguito all'inghiottimento di Phanes, perché le cause di tutte le cose encosmiche appaiono una prima volta e in forma unificata in Phanes, e una seconda volta e in forma distinta nel demiurgo. Infatti lì (in Phanes) il sole, la luna, il cielo stesso, gli elementi ed Eros che li unifica e tutte le cose diventate semplicemente una cosa sola,
«tutto viene a essere mescolato insieme nel ventre di Zeus».
E non si è accontentato solo di queste rivelazioni, ma ci ha anche trasmesso l'ordine delle forme demiurgiche attraverso il quale anche le cose sensibili hanno ricevuto tale ordine e abbellimento. Ma anche gli dèi hanno pensato bene di rivelare agli uomini la verità intorno a tali questioni, e ci hanno detto quale sia l'unica fonte delle idee in cui l'intera compagine delle idee fu stabilita per la prima volta, e come procedono e vengono assimilate dal padre del cosmo tutte le cose che si trovano in esso, sia come intere sia come parti. Considerato l'interesse dei nostri uditori intorno a tale dottrina, possiamo richiamare le parole stesse dei logia caldaici:
"L'intelletto del padre emise un ronzio, pensando con volere vigoroso idee di ogni forma, e tutte da una sola fonte balzarono giù. Infatti dal padre procedevano volere e scopo. Ma separate dal fuoco intellettivo esse si divisero in altre idee intellettive. Infatti il signore al cosmo dalle molte forme prepose un sigillo intellettivo non deperibile, e il mondo, mentre era in disordine, bramando la sua impronta, apparve ordinato con la forma, scolpito da idee di ogni specie; di queste una sola è la fonte, e da questa altre idee ronzano, separate, inaccessibili, frangendosi intorno ai corpi del cosmo, e si portano simili a sciami di api, intorno agli uteri terribili, risplendendo da entrambi i lati da vicino ora qua ora là; pensieri intellettivi provenienti dalla fonte paterna, che succhiano in abbondanza il fiore del fuoco sulla vetta del tempo senza riposo. Queste idee primordiali fece orgogliare per prima la fonte in sé perfetta del padre".
Con queste parole gli dèi ci hanno rivelato sia dove le idee abbiano la loro ipostasi, sia quale dio sia la sede della loro unica fonte, sia come da questa stessa fonte proceda la [loro] moltitudine, sia come il cosmo e costituito in accordo con loro, e che esse sono gli agenti cinetici di tutti i sistemi cosmici, e che tutte sono intellettive nella loro essenza, e molto diverse rispetto alle loro proprietà.
Luciano Albanese in Oracoli Caldaici, Edizione Valla, 2025, pag. 71/73
Il mondo delle idee è il delirio Platonico elaborato sui concetti di Anassagora che diventano centrali nell'ideologia platonica e neoplatonica. Proclo deve ribadire questi concetti platonici del mondo Iperuranio in alternativa al cristianesimo e non trova di meglio che usare gli Oracoli Caldaici come parola immutabile e veritiera degli Dèi atti a confermare il mondo delle idee e l'attività dell'Artefice di Platone.
La creazione di Platone nel Timeo viene confrontata con le idee orfiche secondo cui, come in Esiodo, Phanes, Fanete. Eros, che emerge dall'uovo all'inizio del tempo, viene fagocitato da Zeus. Tutte le cose cosmiche, secondo l'interpretazione di Proclo, apparirebbero per la prima volta in Phanes e Zeus, fagocitandolo, le farebbe proprie.
Eros, Phanes, Fanete altro non è che la qualità della materia-energia che sollecita la trasformazione del presente. Come il desiderio negli Esseri della Natura.
Proclo deve riuscire a conciliare gli Oracoli Caldaici con la teoria delle idee di Platone. In questo tentativo il mondo delle idee viene attribuito da Proclo a Phanes. Phanes, per Proclo, in cui tutte le cose appaiono in maniera confusa, come nelle ipotesi di Anassagora, per poi essere distinte dal Demiurgo, Zeus, che inghiotte Phanes.
Per Proclo in Phanes, Eros, tutte le cose sono una cosa sola e vengono distinte da Zeus che lo inghiotte facendo di Zeus il Demiurgo platonico.
Il significato che Proclo attribuisce a Zeus è scorretto. In Esiodo Zeus inghiotte l'intelligenza progettuale, il nous, nella forma di Meti; per gli Orfici Zeus inghiotte Eros, Phanes, l'intento con cui generare la vita che viene descritta attraverso le numerose relazioni sessuali che Zeus intrattiene.
Zeus è l'oggettività da cui la vita germina, ma Zeus stesso è germinano da oggettività che ne hanno consentito la germinazione e che vengono, a loro volta, riconosciute come Dèi. Solo che a Proclo questo non interessa. Facendo proprio l'odio che Platone riservava ai poeti, ignora i fondamenti religiosi da cui gli stessi Orfici hanno proceduto nella formulazione del loro pensiero e le varianti che la soggettività orfica ha introdotto.
Nella soluzione di Proclo, il mondo delle idee di Platone è tutto nel ventre di Zeus che ha fagocitato Phanes. Il passaggio dall'idea di Zeus come l'atmosfera che costruisce, attraverso il desiderio, Eros, le condizioni affinché la vita germini; all'idea di Zeus come Demiurgo che crea o ordina la vita in un mondo di "idee" confuse nel suo ventre, non è solo breve, ma appare logica dal punto di vista della filosofia assolutista.
Anche la lunga citazione del logia (da teo-logia, detto degli Dèi), virgolettata nel testo di Proclo, appare più strumentale che non letterale. Vuole dare un sigillo divino alla teoria delle idee di Platone che, altrimenti, apparirebbe come un lungo delirio. I logia, gli Oracoli Caldaici, appaiono come una sorta di detti degli Dèi con cui dare una parvenza di oggettività a quanto appare assolutamente soggettivo.
Dalla pretesa citazione degli Oracoli Caldaici, appare la legittimazione del Demiurgo e dell'attività Demiurgica che Proclo vuole associare, come derivazione, dalle concezioni filosofiche degli Orfici. Con questa citazione Proclo afferma che viene confermato il luogo in cui le idee hanno la loro sede, la loro ipostasi sia quale Dio sia la loro fonte.
Con queste affermazioni Proclo avalla l'interpretazione del Timeo in chiave cristiana data da Agostino d'Ippona.
La pagina XVI del Papiro di Derveni dice:
E' stato chiarito che definì il Sole un organo genitale;
E riguardo al fatto che le cose che sono adesso
derivano dalle cose che esistevano già dice:
"Del sovrano Protogonos, il venerando: e su di esso
crebbero tutti gli dei e le dee immortali, beati,
e i fiumi e le amabili fonti e tutte le altre cose
che erano nate allora; e egli stesso divenne il Solo".
Con queste parole mostra che le cose che sono esistevano dall'eternità,
e le cose che sono adesso derivano dalle cose che esistevano già.
E riguardo alla frase "E egli stesso divenne il Solo", dicendo questo
mostra che il Noùs, pur essendo solo, vale sempre tutte le cose,
come se tutte le altre cose non fossero nulla. Perché non è possibile
che le cose che sono adesso esistano a causa di quelle senza il Noùs.
Anche nel verso seguente disse che il Noùs vale ogni cosa:
"e adesso è il sovrano di tutte le cose e lo sarà in futuro".
E' chiaro che il Nous e il sovrano di tutte le cose sono lo stesso.
Angelo Tonelli, Il papiro di Derveni, in Eleusis e Orfismo, Feltrinelli, 2022, pag. 525
Il Nous, l'intelligenza progettuale, è alla base dell'esistenza stessa perché ciò che è esistito ha prodotto ciò che esiste e la trasformazione, comunque la si voglia interpretare, è manifestazione del Nous proprio di ogni soggetto che è esistito, che esiste e che esisterà trasformazione dopo trasformazione.
Il Nous non è al di fuori dei soggetti che sono esistiti e che trasformandosi hanno generato il presente, ma è una proprietà indistinguibile di ogni oggetto che proprio trasformandosi ha dimostrato di essere portatore di Nous, di progetto e scopo, di Necessità e di Eros, Phanes.
Contenere Phanes non è il contenere di un oggetto in quanto forma, in quanto modello, ma è contenere come qualità intrinseca della materia-energia che, una volta liberata dal Big Bang, trasformazione dopo trasformazione forma il presente che, guardandolo, funzionale alla nostra esistenza, noi lo chiamiamo "bello" oppure "brutto", a seconda che favorisca i nostri desideri o li ostacoli.
In fondo, lo scopo di Platone, dei neoplatonici e dei cristiani è sempre stato uguale: rubare l'intelligenza progettuale ai soggetti dell'esistenza per attribuirla al loro Dio padrone che chiamavano creatore. Per estensione, attribuivano intelligenza (e santità) ad ogni schiavista di uomini che necessitava di essere riconosciuto quale portatore di Nous a differenza dei suoi schiavi che dovevano obbedirgli perché privi di Nous.
Tutto lo scontro filosofico si riduce a questo ed appare ingiurioso che Proclo abbia preteso di appropriarsi del pensiero orfico per legittimare i deliri con cui Platone affermava l'esistenza di un "iperuranio" abitato da anime che si muovevano solo nel suo delirio creazionista.
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