Orfeo e i filosofi fondamentalisti contro esistenzialisti
fase n. 10, azione 51

Capitolo 52 della seconda fase

La partita di calcio mondiale fra i filosofi

di Claudio Simeoni

Continua dal precedente...

Sei capace di giocare a calcio?

La partita di calcio fra filosofi, azione n. 51 Fondamentalisti contro Esistenzialisti n. 10 Capitolo 82 La partita di calcio mondiale fra i filosofi - Orfeo

Il cenno di saluto che il nuovo venuto fece a Baal lasciò gli arbitri perplessi e sgomenti. A loro apparve evidente che l'intero universo aveva complottato contro di loro, ma ancora non capivano qual era la questione che l'universo stava contestando loro.

Gli arbitri guardarono il nuovo venuto.

Ed Orfeo con la sinistra sollevando la cetra tentò un canto.
E cantò come la terra, il cielo e il mare,
dapprima reciprocamente in un unico insieme,
da quel tutto discorde ciascuno fu separato dagli altri;
e come ormai un posto ben fisso per sempre nell'etere hanno
gli astri, la luna e le strade del sole;
e come i monti si sollevarono, e come i fiumi fragorosi
nacquero insieme alle loro ninfe e come nacquero tutti gli esseri che strisciano sulla terra.
E cantò anche come, dapprima, Ofione e Euronorne,
l'Oceanina, comandarono sul nevoso Olimpo;
come poi con la violenza e la forza l'uno dovette cedere il potere a Crono
e l'altra a Rea, e precipitarono quindi nell'onde d'Oceano.
E questi regnarono sui beati, divini Titani,
finché Zeus, ancora fanciullo, ancora immaturo nell'animo,
abitò nell'antro Ditteo, che non ancora
i Ciclopi nati dalla terra avevano fatto forte con la folgore
con il tuono e con il lampo: cose che arrecano gloria a Zeus.
Apollonio Rhodio, citato ne I Presocratici di Diels e Kranz, Editore Laterza, 1990, p. 20 - 21

Il nuovo venuto sorrise agli arbitri e disse: "Io sono Orfeo colui che accompagnò gli uomini ad incontrare gli Dèi in un universo in cui tutto diviene e si trasforma. Ho indicato agli uomini la via dei desideri, delle passioni, delle necessità perché tutto è possibile se hanno la volontà di trasformarsi in Dèi. Per Euridice sono sceso nella parte più oscura dell'Ade, là dove impera il nulla e nessuna luce può entrarvi o uscirne. Ma non lo farò per nessun uomo o Dio che ha rinunciato ad usare la propria volontà nella propria esistenza. Quell'antro non è abbeverato dalle fresche acque di Mnemosine, là la memoria è cancellata come è cancellata l'esistenza e il ricordo dell'esistenza stessa. Ma io sono un cantore della vita. Sono il cantore del venir in essere della vita e a me è possibile ciò che ai mortali e agli immortali non è possibile."

"Tu sei un uomo!" Esclamò Yahweh

"Già!" Gli fece eco Allahu Akbar "Come è possibile che tu possa fare ciò che a noi non solo non è concesso di fare, ma che si sta configurando come la nostra morte di Dèi rinchiusi in un nulla senza fine?"

"Gli uomini, come tutti gli Esseri della Natura, figli di Hera e Zeus, sono degli Dèi qualora imparino ad usare la loro volontà nella loro esistenza e per la loro esistenza." Mentre diceva questo, Orfeo fissò Beppi di (o da) Lusiana continuando "A te è possibile ciò che è impossibile per Yahweh e Allahu Akbar. Loro sono la verità immobile e per questa immobilità hanno sacrificato le loro possibili trasformazioni e il loro possibile divenire. Loro si sono erti a verità di un universo immobile e nella violenza per riaffermare questo diritto all'immobilità, alla verità, si sono condannati alla dissolvenza. Finché potranno, ancora si nutriranno della disperazione degli uomini che, supplici, doneranno loro il loro dolore e le loro angosce, ma ciò non dura in eterno e sentono che il loro tempo sta per finire. Tu, uomo, sei un Essere della Natura e ad ogni nuovo nato concedi la possibilità di eternità. Al di là che tu fornisca al nuovo nato gli strumenti per trasformarsi o meno, al nuovo nato è sempre offerta una possibilità di eternità."

Poi, Orfeo, fissando la sua attenzione su Fanes disse: "Da uomo divenni Dio. Nacqui capretto e caddi nel latte seguendo i sentieri di Persefone rivelai agli uomini il cammino attraverso il quale è divenuto l'universo. Ho raccontato di quando Eros, dispiegando le sue ali d'oro, si trasformò nell'intento della materia per consentirle di diventare cosciente. In questo modo Nera Notte divenne utero della vita e il nero dell'universo fu abitato dalle luci delle stelle."

Si incrociarono gli occhi di Fanes e Orfeo e per un attimo. Agli occhi degli arbitri, che osservavano, Orfeo e Fanes parvero fondersi come fossero la stessa persona. Un attimo, solo un attimo. Poi le figure parvero separarsi e Orfeo tacque.

"L'orgoglio spirituale e il disgusto di ogni uomo che ha molto sofferto - quanto profondamente gli uomini possano soffrire ne determina quasi l'ordine gerarchico - la sua orribile certezza, dalla quale egli è interamente pervaso e di cui ha assunto il colore, di sapere, grazie alla propria sofferenza, più di quanto possano sapere i più prudenti e i più saggi; di aver conosciuto e abitato, una volta, molti lontani e paurosi mondi dei quali "voi non sapete nulla"! questo spirituale, silenzioso orgoglio di colui che soffre, questa fierezza del prescelto della conoscenza, dell'iniziato", della vittima offerta in sacrificio, sente la necessità di ogni forma di travestimento, per proteggersi dal contatto di mani pressanti e pietose e soprattutto da tutto ciò che non gli è simile nel dolore. Il profondo soffrire rende nobili; separa. Una delle più sottili forme di travestimento è l'epicureismo e un certo coraggio del gusto, messo da allora in poi in evidenza, che prende alla leggera il soffrire e si oppone ad ogni cosa triste e profonda. Vi sono "uomini sereni" che si servono della serenità, poiché essa fa sì che vengano fraintesi: - essi vogliono essere fraintesi, vi sono "uomini di scienza" che si servono della scienza poiché essa dà un aspetto sereno e poiché la scientificità porta a concludere che l'"uomo è superficiale": - essi vogliono indurre a una falsa conclusione. Vi sono spiriti liberi e temerari che vorrebbero celare e smentire di essere cuori infranti, fieri, insanabili; e talvolta persino la follia è la maschera di una scienza funesta, troppo certo: - Da cui si deduce che è proprio di una umanità più raffinata provare venerazione "di fronte alla maschera" e non esercitare al momento sbagliato psicologia e curiosità."

Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Newton, 1977, p. 203

"Voi, dei miei mondi interiori, non sapete nulla." Inizia il suo discorso Orfeo "Ma dire che dei miei mondi interiori non sapete nulla significa dire che "di me stesso non sapete nulla". Infatti, nulla si può sapere di ogni singolo individuo perché il se stesso è separato dal mondo oggettivo degli uomini nel momento stesso in cui si è chiuso nel suo mondo interiore. Il tuo mondo interiore diventa la tua oggettività rispetto alla quale pensi e agisci diventando incomprensibile per gli altri uomini che non riescono a vedere gli intenti del tuo agire in quanto questi sono confinati in te stesso. In quel mondo tu soffri di una solitudine che ti sei conquistato divorando le possibilità di relazione con gli altri uomini che interpreti come folli e superficiali perché non fanno propria la tua " rribile certezza, dalla quale egli è interamente pervaso e di cui ha assunto il colore, di sapere, grazie alla propria sofferenza, più di quanto possano sapere i più prudenti e i più saggi...". Hai la certezza di vivere in un'oggettività conchiusa nella tua soggettività dove gli altri, coloro che cercano ragioni oggettive con la scienza della forma del mondo, appaiono folli che nascondono la loro superficialità e la loro follia. E' indubbio che si possono leggere le varie personalità psicologiche delle persone, ma è altrettanto indubbio che le persone, prima delle singole specificità soggettive, si possono dividere fra coloro che spiegano e argomentano attorno agli oggetti del mondo e a come loro percepiscono gli oggetti del mondo e coloro che si chiudono nella loro immaginazione proiettando gli oggetti immaginanti come realtà del mondo. In questi due grandi gruppi di persone ci sono un infinito numero di "grigi" sia fra coloro che argomentano sugli oggetti del mondo e conoscono i limiti della descrizione scientifica della realtà auspicando una migliore conoscenza, sia fra coloro che proiettando la loro immaginazione sul mondo limitando la proiezione dell'immaginato ad un numero definito di oggetti o ad una specifica qualità di oggetti. Io, Orfeo, che sono sceso negli inferi delle mie emozioni alla ricerca del mio amore perduto, ho saputo emergere da quell'inferno consapevole di aver perduto per sempre l'oggetto del mio amore. In quel momento le mie emozioni si sono liberate dalla prigionia dell'amore perduto ed io divenni libero di incontrare oggetti e soggetti del mondo. Il dolore imprigiona le emozioni delle persone e per liberarsene è necessario affrontare i problemi. Solo che liberarsi dal dolore non è mai un tornare ad una condizione precedente il dolore, ma è un andare avanti, riconoscere la qualità soggettiva del dolore o, almeno, di quel dolore che ci blocca e ci costringe a vivere di ricordi, di nostalgie e di rimpianti. Le persone vivono nel dolore solo perché desiderano quel dolore che dà un senso alla loro esistenza. Liberarsi dal dolore psicologico è una scelta soggettiva di uscita dall'illusione della speranza che, provando quel dolore, sia possibile ripristinare le condizioni esistenziali precedenti a quel dolore. Il dolore costringe l'uomo alla schiavitù e alla sottomissione al dolore stesso e, quando l'uomo è schiavo del dolore, come del senso di colpa, è uno schiavo buono per qualsiasi uso. La maschera dietro la quale vengono celati i sentimenti e gli stati d'animo non è una maschera che serve a nascondere chi si maschera. E' solo una maschera con cui gli uomini si nascondono a sé stessi perché temono di dover affrontare sè stessi e si raccontano la menzogna di uno stato emotivo che non hanno. Con la maschera proteggi il tuo dolore perché il tuo dolore ti ha imprigionato e tu lo devi proteggere per proteggere la sicurezza che ti concede la tua prigione. Fuori c'è un immenso che ti chiama ma tu preferisci nasconderti. Quella di Nietzsche non è la maschera dell'uomo che agisce nel mondo e che vuole mostrare un aspetto per non essere colpito. Quella di Nietzsche è la maschera di chi ha paura che il mondo possa modificare il suo modo di essere."

"E' evidente da quanto abbiamo detto, che la legge divina guida l'uomo a seguire l'ordine della ragione in tutte le cose che possono essere a suo uso. Ora, tra tutte le cose che l'uomo può usare, le più importanti sono gli altri uomini. "L'uomo infatti è un animale socievole" [Ethic, I, c. 7, n. 6]: poiché ha bisogno di molte cose che non possono essere provvedute da uno solo. Dunque è necessario che l'uomo venga istruito dalla legge divina a comportarsi secondo l'ordine della ragione verso gli altri uomini. Il fine della legge divina è che l'uomo aderisca a Dio. Ora, in questo uno è aiutato dall'altro, sia nel campo della conoscenza che in quello degli affetti: poiché gli uomini si aiutano vicendevolmente nella conoscenza della verità; e reciprocamente si provocano al bene e si distolgono dal male. Di qui le parole dei Proverbi XXVII, 17: "Un ferro affila l'altro ferro, e un uomo raffina l'ingegno del suo amico". E quelle dell'Ecclesiaste IV, 9-12: "meglio essere due insieme, che uno solo, perché si avvantaggiano della loro compagnia: se uno cade l'altro lo sorregge. Guai a chi è solo: perché caduto che sia, non c'è chi lo rialzi. E se due dormono insieme si scaldano a vicenda: uno solo come farà a scaldarsi? E se uno può essere sopraffatto da un prepotente, due gli tengono testa". Dunque era necessario che la legge di Dio ordinasse gli uomini nei loro rapporti sociali."

Tommaso d'Aquino, Somma contro i gentili, Mondadori, 2009, p. 875

"Che cosa intende Tommaso d'Aquino per "ordine della ragione"? Un uomo convinto dell'esistenza di un Dio creatore del mondo: sta farneticando rifugiato nelle illusioni o sta seguendo "l'ordine della ragione"?" Riprende il discorso Orfeo "E' indubbio che l'uomo sia un animale, ma quando l'uomo viene usato, viene usato da altri animali che si comportano come i cristiani pensano che si comportano gli animali. L'uomo istruito "dalla legge divina" è l'eunuco privato della propria capacità di agire nel mondo in base ai propri desideri e ai propri bisogni. Un uomo costretto a dedicarsi a Dio perché costretto, attraverso l'educazione alla "legge divina", a sottomettersi alla violenza di Dio e di chi dichiara che "quella è la legge voluta da Dio". L'uomo è un animale che vive in gruppo perché la forza dell'uomo è la forza del gruppo, della società. Tommaso d'Aquino nasce in un insieme di uomini, in una società, ma ritiene necessario che gli uomini siano sottomessi alla sua autorità perché egli pensa che la sua autorità, il suo diritto di dominare, torturare e uccidere l'uomo gli derivi da Dio. Egli separa sé stesso separato dalla società e si identifica con Dio e il volere di Dio che traferisce agli uomini come suo volere di dominio dell'uomo sull'uomo. Non c'è nulla di ragionevole in questo. Questo è il prodotto di un delirio che piega la ragione al desiderio di onnipotenza. Gli uomini, secondo Tommaso d'Aquino, devono essere addestrati, Uno controlla l'altro affinché " si aiutano vicendevolmente nella conoscenza della verità; e reciprocamente si provocano al bene e si distolgono dal male.". Il che significa che devono controllarsi vicendevolmente nella sottomissione a Dio. Un controllo così perfetto che i domenicani applicheranno a tutta la società civile torturando e uccidendo fino a mettere al rogo coloro che rifiutano la "conoscenza della verità". La verità, per i domenicani, è Gesù davanti al quale ogni ginocchio si deve piegare."

"Dunque ciò che è buono divenne morte per me? No, certo! Ma il peccato, per manifestarsi come tale, mi diede la morte per mezzo di ciò che è buono, affinché il peccato, per mezzo del precetto, si riveli in tutta la sua malvagità. Sappiamo infatti che la legge è spirituale, ma io sono carnale, venduto schiavo al peccato. Non comprendo quel che faccio, perché non faccio quel che voglio, ma quello che odio. Or, se io faccio quel che non voglio, riconosco che la legge è buona. Dunque, non sono io che faccio il male, ma il peccato che abita in me. So infatti che non il bene abita in me, cioè nella mia carne, poiché il volere sta in mia mano, ma non il fare il bene, poiché non faccio il bene che voglio, bensì il male che non voglio. Or, se io faccio ciò che non voglio, non sono io che lo faccio, ma il peccato che abita in me. Io riscontro dunque in me questa legge, che volendo fare il bene, mi si presenta il male. Difatti, secondo l'uomo interiore, provo diletto nella legge di Dio, ma vedo nelle mie membra un'altra legge, che lotta contro la legge della mia mente e che mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio: per Gesù Cristo, Signore nostro! Dunque, io stesso, con la mente servo della legge di Dio, ma con la carne servo della legge del peccato."

Paolo di Tarso, Lettera ai Romani 7, 13-25

"A volte, certi ragionamenti fanno rabbrividire," continuò Orfeo mentre cani volpi, passeri e altri animali si muovevano vicino ai suoi piedi "Gli uomini e le donne nascono, si amano, generano figli ed agiscono per tentare di costruire un loro personale futuro che diventa, come ultimo effetto, il futuro della società intera. Pensare che un corpo di una qualunque specie nasca nella Natura e sia in preda ad uno stato di colpa, chiamato peccato, nel quale costui dovrebbe affliggersi e per il quale dovrebbe conchiudere la propria vita in esso, è pura follia. Se ritieni che mangiare sia fonte di perdizione e non mangi, il tuo corpo va in perdizione e con esso tutta la tua struttura emotiva che il peccatore chiama "anima". Paolo di Tarso vuole chiudere gli uomini nell'afflizione prodotta dalla convinzione di essere dei peccatori, nati nel peccato e incapaci ad uscire dal peccato che li imprigiona nel loro abitare il mondo. Posso suonare mille canzoni che eccitano le emozioni, ma chi vive nella contrizione non è in grado di emozionarsi. Il suo dolore è tanto più forte quanto più osserva emozioni viventi e attive nelle persone che gli stanno attorno perché lui non è in grado di partecipare a quella festa. La sofferenza psichica di essere nato nel "peccato" è la stessa sofferenza psichica della donna violentata fisicamente contro la sua volontà o quella del bambino abusato che non sono in grado di accusare il loro violentatore di crimini ma imputano la violenza subita a sé stessi. Il tuo crimine, dice Paolo di Tarso, è quello di essere nato e in quel crimine devi vivere pentendoti di essere nato. Paolo di Tarso spegne nell'uomo il canto di Orfeo, isola l'uomo dal mondo e lo rinchiude nel dolore di una colpa da espiare che lo rende incapace di aprirsi al mondo. Una colpa che richiede all'uomo che la vive di imporre la colpa ad ogni altro uomo e donna affinché vivano, a loro volta, nel suo stesso dolore. Paolo di Tarso con la "mente" serve il proprio delirio di onnipotenza che lo rende uguale al Dio che immagina e col corpo vive il dolore della separazione fra sé e il mondo in cui è nato. In Paolo di Tarso si è spento il canto di Orfeo e ha un solo scopo nella sua vita: spegnere il canto di Orfeo in ogni uomo e donna. C'è un luogo, il luogo del nulla, che accoglie i sofferenti perché la costruzione del nulla nell'uomo e nella donna sono cammini di costruzione di una coscienza che cannibalizza sé stessa distruggendo la propria vita."

"Rispose Gesù: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù". Allora Pilato gli disse: "Dunque tu sei re?". Rispose Gesù: "Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce". Gli dice Pilato: "Che cos'è la verità?". E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: "Io non trovo in lui nessuna colpa. Vi è tra voi l'usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?". Allora essi gridarono di nuovo: "Non costui, ma Barabba!". Barabba era un assassino. Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: "Salve, re dei Giudei!". E gli davano schiaffi. Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: "Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa". Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: "Ecco l'uomo!". Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: "Crocifiggilo, crocifiggilo!". Disse loro Pilato: "Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa". Gli risposero i Giudei: "Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio". All'udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: "Di dove sei?". Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: "Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?". Rispose Gesù: "Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande". Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: "Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare". Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: "Ecco il vostro re!". Ma quelli gridarono: "Via, via, crocifiggilo!". Disse loro Pilato: "Metterò in croce il vostro re?". Risposero i sommi sacerdoti: "Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare".

Vangelo di Giovanni 18, 36 - 40 e 19, 1 - 15

"Il regno del nulla è abitato dal nulla che nutrendosi di nulla affascina gli uomini e le donne mediante illusioni." Riprende Orfeo "Si legge la storia di Ulisse, il "glorioso Ulisse", che torna ad Itaca dopo aver distrutto Ilio. Ulisse è un uomo. Un uomo che non governa la nave da solo. Ha con sé altri uomini. Uomini che spesso non hanno un nome, non hanno una storia, non hanno un'Itaca nella quale tornare. Uomini che avrebbero benissimo potuto rimanere ad Ilio e costruire la propria vita, ma hanno rinunciato alla loro vita per seguire il sogno di Ulisse. Tornare ad Itaca. Omero non ci racconta dei sogni e delle aspettative di quegli uomini. Per seguire il sogno di Ulisse quegli uomini hanno rinunciato al loro nome, alla loro personalità, ai loro desideri mettendosi al servizio del sogno e dei desideri di Ulisse che non avrebbe potuto realizzare il proprio sogno se non lastricando il proprio viaggio dei loro cadaveri che ha disseminato lungo il suo percorso. "...i miei schiavi avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei". Io con un nome, loro solo un numero. Senza personalità, senza bisogni, senza desideri se non quelli di servire lui, Gesù, Ulisse. Loro numeri, massa informe, relegati nel rumore di fondo della storia mentre io, Gesù emergo come un eroe servito da mani invisibili. Gesù lastrica di cadaveri del nulla il suo cammino di morte e quei cadaveri desiderano quel nulla immaginando un mondo di gloria che li sottragga al dolore di una colpa immaginaria nella quale sono rinchiusi. Gesù è il re; Gesù è il padrone; Gesù è la verità a cui tutti si devono sottomettere. E la sottomissione trasforma uomini e donne in cadaveri del nulla. In cosa consiste la colpa di chi pretende di essere il padrone degli uomini? E' nella pretesa, il delitto commesso. Perché la pretesa si veicola nella vita e la pretesa pretende accettazione, sottomissione e umiltà agli uomini che devono sottomettersi e poco importa se chi pretende è socialmente impotente e vive la sofferenza di non essere riconosciuto come un padrone o vive l'arroganza di chi massacra persone ribelli alle sue pretese o brucia le persone, chiamandole loglio, nei forni, Il delitto è nella pretesa, la veicolazione del delitto qualifica in maniera diversa il delitto stesso, ma non ne attenua la gravità soggettiva con la quale è commesso. Sia che la pretesa di Gesù si esprima come arroganza umile e sofferente davanti a Pilato, sia che l'arroganza di Gesù si esprima con i campi di sterminio di Hitler, non cambia la gravità del delitto commesso in quanto l'uno e l'altro sono veicolazione dello stesso delitto: la pretesa di essere padrone degli uomini. Pilato non coglie il delitto nella pretesa di Gesù di essere il padrone degli uomini. Forse egli stesso, in quanto delegato di Roma, si considera un padrone degli uomini e non coglie il delitto in chi pretende di essere il padrone degli uomini senza mettere in discussione la sua autorità di padrone degli uomini. Ma chi dovrebbe sottomettersi a questo padrone, a Gesù, coglie l'attività delinquenziale di Gesù. I soldati sbarrano la strada a Gesù che pretende di essere il loro padrone e i "sacerdoti" si rifiutano di accettare un Gesù padrone non per la sua "capacità", ma per una pretesa discendenza di razza e di sangue. E quando Pilato dice: "Ecco il vostro re; il vostro padrone!" non c'è alternativa al condannarlo a morte. Noi, dicono i "sacerdoti", non abbiamo altra autorità sociale che lo Stato e non abbiamo altra autorità che il nostro Dio. Non esistono attenuanti al delitto che ha commesso Gesù. Lui è l'istigatore di infiniti genocidi di popoli che si perpetueranno in duemila anni di storia. Lui non porta la "verità" lui è la "verità" alla quale gli uomini o si sottomettono o devono morire."

"Supponiamo per un istante che sia vera l'ipotesi meccanicistica: l'evoluzione sarebbe il frutto d'una serie d'accidenti aggiunti gli uni agli altri, conservandosi ogni nuovo caso accidentale a mezzo di selezione, se è vantaggioso a quella somma di casi accidentali vantaggiosi già prodottisi, che la forma attuale dell'essere vivente rappresenta. Quale probabilità vi potrà essere che, a mezzo di due serie del tutto differenti di casi accidentali addizionati, due diverse evoluzioni conducano a risultati simili? Più due linee evolutive saranno divergenti, e minori saranno le probabilità che influssi accidentali esterni o variazioni accidentali interne abbiano determinato in esse la costruzione d'organi identici, soprattutto se di tali organi non v'era traccia al momento in cui s'è prodotto il distacco. Questa analogia d'organi sarebbe, al contrario, naturale, per un'ipotesi come la nostra, in forza della quale si dovrebbe ritrovare fin negli ultimi rivali qualcosa dell'impulso ricevuto alla fonte. Ritorniamo così, dopo una lunga digressione, alla; nostra idea di partenza, quella d'uno slancio vitale originario, passante da una ad altra generazione di cellule germinali tramite gli organismi adulti, che formano fra tali cellule la connessione. Tale slancio, conservandosi nelle linee evolutive fra le quali si fraziona, è la causa profonda delle variazioni, di quelle, almeno, che, trasmettendo si regolarmente, si aggiungono le une alle altre creando specie nuove. In generale, dopo che le specie hanno iniziato a differenziarsi partendo da un'origine comune, tendono ad accentuare la loro divergenza man mano che il loro sviluppo progredisce; e tuttavia, accettando l'ipotesi d'uno slancio originario comune, esse potranno, anzi dovranno, per quanto concerne determinati aspetti particolari, evolversi in, modo identico. è quel che ci resta da dimostrare con maggior precisione mediante lo stesso esempio già scelto, la formazione dell'occhio nei molluschi e nei vertebrati, chiarendo del resto in tal modo ancor meglio l'idea di uno "slancio originario"."

Henri Bergson, L'evoluzione creatrice, Editrice scuola, 1993, p. 36 - 37, 38 - 39

"Affinché, ascoltata correttamente da noi ogni cosa circa le realtà celesti, la natura degli uccelli e l'origine degli dei, dei fiumi, dell'Erebo e del Caos, sapendola in modo retto, diciate quindi a Prodico da parte mia di piangere. In principio c'erano il Caos e la Notte e il nero Erebo e il vasto Tartaro; non esistevano né la terra, né l'aria, né il cielo; nel grembo illimitato di Erebo prima di tutto la Notte, dalle ali nere, genera un uovo pieno di vento, dal quale, nel volgere delle stagioni, nacque Eros il desiderabile, dal dorso rifulgente di ali d'oro, simile a rapidi turbini di vento. Costui, unendosi di notte con il Caos alato nel vasto Tartaro, fece schiudere la nostra specie e la condusse per prima alla luce. La stirpe degli immortali non esisteva prima che Eros non avesse mescolato insieme ogni cosa. Congiuntesi le cose le une alle altre, nacquero il cielo; l'oceano, la terra e la stirpe immortale di tutti gli dei beati." E Orfeo iniziò il nuovo discorso citando Aristofane, in Uccelli (da Orfici, Otto Kern, Editore Bompiani, 2011, p. 193) perché ritenne che, per comprendere l'azione di Bergson, era necessario ricordare "O le cose sono o non sono e, anche se si fanno ipotesi su come le cose "siano o sarebbero state" l'essere stato delle cose funziona sempre all'interno della spinta che Eros imprime alle cose spingendole a venir in essere e a trasformarsi. Nell'immaginario le cose possono essere vere o non vere, ma quando questo immaginario viene spostato per determinare il punto di vista sul e nel mondo, tale punto di vista è desiderio che si prefigge una veicolazione di sé stesso. La veicolazione e il fine della veicolazione determinano il vero o il falso dell'enunciato. Cosa desidera Bergson? Dimostrare l'esistenza di una volontà creatrice o ordinatrice del presente capace di costruire un destino che si realizza con la manifestazione del presente in cui vive. Per affermare questo dice: "l'evoluzione sarebbe il frutto d'una serie d'accidenti aggiunti gli uni agli altri,". Ovviamente si usa il termine "accidenti" perché le cause e le dinamiche sono talmente complesse alla ragione che per quanto la scienza possa individuare continuamente nuove "concause", il divenuto è sempre all'interno di uno sconosciuto che può essere definito solo genericamente. La scienza scopre il DNA, ma che tutti i viventi avessero dei legami comuni era già intuito anche se, a seconda dei progetti esistenziali, si negavano quei legami, oppure li si sottolineavano. Bergson si chiede "qual è l'impulso ricevuto dalla fonte"?" E a questo punto Orfeo finge di non sentire la risata di Fanes perché il momento che sta vivendo non è un omaggio ad un arbitro, ma è il suo canto della vita. Continua Orfeo "Lo slancio originario che Bergson vuole attribuire a Dio non è altro che la qualità della materia che si adatta alle condizioni che incontra. Si adatta, si plasma, si trasforma e genera coscienza. Una coscienza che manifesta la necessità di sopravvivere e di espandersi perché questo è l'imperativo della materia. Senza questo imperativo la materia non esisterebbe e nemmeno si trasformerebbe in cosciente e quella coscienza non manifesterebbe la sua volontà d'esistenza. Eros non si distingue dalla materia, ma la materia è Eros che si adatta e diviene nella vita."

99. Alcuni beduini credono al Dio e al giorno ultimo, considerano le spese che fanno per il bene come oblazioni offerte al Dio e come un mezzo per fruire delle preghiere del rasùl. Questa offerta gli sarà computata in modo positivo. Li farà entrare il Dio in sua misericordia. E' colui che perdona il Dio, è ricco in misericordia.
100. E' soddisfatto il Dio con quelli che sono giunti per primi tra gli emigrati e gli ausiliari del rasùl e quelli che li hanno seguiti nel fare il bene: essi pure sono contenti di lui. Gli ha preparato il Dio i gannat dalle cui cavità profonde sgorgano ruscelli. Ivi staranno per sempre, immortali. Quale enorme guadagno!
101. Tra i beduini che vivono nei vostri paraggi ci sono degli ipocriti: anche alcuni abitanti di Medina lo sono, e tu non li distingui, sono ostinati nel vizio. Noi però li distinguiamo, li puniremo due volte, poi li manderemo verso un enorme castigo.

Maometto, Corano, Sura IX Tawbat, versetto 99-101, Mondadori, 1980, p. 281

"Rasùl è il profeta, il pastore di uomini, sia che si tratti di Gesù o di Maometto. Dicono agli uomini e alle donne che cosa devono fare anziché fornire agli uomini gli strumenti per essere, ognuno di loro, un rasùl che agisce nel mondo per sé stesso." Riprende il discorso Orfeo "come se nell'epoca in cui il mio pensiero correva tra i monti della Tracia, dell'Anatolia e della Grecia, non ci fossero stati i rasùl che circuivano la creduloneria degli uomini. Si racconta che " Girovaghi e indovini, recandosi alle porte dei ricchi, li persuadono che è stata loro concessa dagli Dèi, grazie a sacrifici e incantesimi, la facoltà di riparare attraverso piaceri e feste una colpa, commessa da un individuo personalmente, oppure dai suoi antenati, e, qualora uno voglia fare del male a un nemico, li persuadono che rovinerà il giusto al pari che l'ingiusto con poche spese, tramite evocazioni e nodi magici, poiché convincono, a detta loro, gli Dèi a servirli." (da Orfici, Otto Kern, Editore Bompiani, 2011, p. 197). C'è sempre qualcuno che vive usando gli uomini come oggetti promettendo loro la soddisfazione dei desideri e sfruttando la miseria del presente in cui vivono. In questo modo, alla miseria nella quale gli uomini vivono, sommano un'ulteriore miseria impedendo agli uomini di modificare le loro condizioni di vita. E chi vuole modificare le proprie condizioni di vita uscendo dalla miseria? Vengono additati come "ipocriti", "ostinati nel vizio". Vengono qualificati come loglio da gettare nei forni crematori per essere mondati dal loro vizio. Segui il rasùl o morirai bruciato per volontà del Misericordioso. Segui il rasùl e condurrà la tua esistenza nel nulla."

"Interviene allora la dottrina finalistica, affermando che le parti sono state riunite secondo un piano preconcepito, in vista d'un fine, e facendo con ciò assomigliare il modo d'operare della natura a quello d'un artefice che anch'egli proceda per unione di parti, al fine di realizzare un'idea o di imitare un modello. A ragione il meccanicismo rimprovererà al finalismo un atteggiamento antropomorfico, non accorgendosi però di procedere anch' esso allo stesso modo, soltanto mascherato: certamente, esso elimina del tutto fini da perseguire e modelli ideali, ma pretende a sua volta che la natura abbia operato come un artefice umano, per riunione di parti. Viceversa, un semplice sguardo rivolto allo sviluppo d'un embrione avrebbe rivelato che la vita procede in modo diametralmente opposto: non per associazione ed aggiunzione di elementi, bensì per dissociazione e sdoppiamento. Bisogna quindi superare sia il punto di vista meccanicistico che quello finalistico, i quali in sostanza non son altro che angoli visuali cui l'intelletto umano è stato indotto dall'osservazione del lavoro umano; ma in qual senso vanno superati? Dicevamo che, accingendoci a scomporre ed analizzare le strutture d'un organo, rischiamo di procedere all'infinito, mentre invece semplicissimo è il funzionamento dell'insieme. Questo contrasto fra infinita complicazione dell'organo ed estrema semplicità della funzione è precisamente ciò che dovrebbe aprirei gli occhi."

Henri Bergson, L'evoluzione creatrice, Editrice scuola, 1993, p. 40 - 41

"La vita, espressa da ogni singolo vivente dell'universo, procede, manifestata dal singolo vivente dell'universo per adattamento soggettivo alle variabili oggettive; guidata dal desiderio materializzato attraverso la volontà della coscienza. I limiti degli adattamenti possibili sono determinati dal divenuto di quella vita. Gli asini non volano, le sardine non battono le ali e gli uccelli non hanno i peli. Gli adattamenti che possono mettere in atto gli Esseri sono adattamenti relativi al loro divenuto e agli strumenti che nel corso dei miliardi di anni la specie ha fornito loro. La Natura non è un soggetto che prescinde o precede i viventi. La Natura è figlia dei viventi. Sono i singoli soggetti che formano la Natura esattamente come sono le cellule di un corpo fisico che formano il corpo fisico e non è il corpo fisico che ha progettato le proprie cellule. Da qui le diatribe fra finalisti e meccanicisti e chi vorrebbe proclamare sul come "procede la natura". Non è la "natura che procede", ma sono i singoli viventi, sono i soggetti della natura, ogni singolo soggetto di ogni singola specie di ogni frammento dell'esistente in cui gli uomini vivono, che procede inseguendo il proprio piacere e adattandosi continuamente all'oggettività diventando egli stesso oggettività che modifica il suo presente e nella, e alla quale, altri soggetti si adattano modificandola loro realtà esistenziale. E' proprio della ragione umana tentare di mettere ordine nel "caos della vita" per costruire categorie e gerarchie con cui classificare il presente in cui viviamo. L'esistente, inteso come complessività di quanto esiste al di là di come l'uomo lo percepisce, è un immenso incatalogabile che può essere abitato mediante l'azione, ma non può essere pensato se non con schemi riduttivi che separano spicchi di realtà dall'immenso in cui quella realtà è parte. Non si può "spiegare la vita", si può solo viverla perché mentre la nostra ragione vuole descrivere il mondo e proclama che quanto descrive è il tutto del mondo, il corpo abita il mondo e costruisce delle relazioni col mondo che rimarranno sempre sconosciute e incomprensibili alla ragione. E questo vale anche per i processi di adattamento soggettivo del corpo nelle condizioni di vita. Noi non potremo mai descrivere le condizioni per le quali un corpo, un giorno, si adatta a condizioni oggettive al punto tale di iniziare a dare forma ad una nuova specie significativamente diversa dalla specie cui appartiene. E' un corpo che si è adattato, non una mente razionale. Quel corpo adattato costruisce e manifesta una mente adattata e funzionale alla variazione prodotta dal corpo. "In questa difficoltà si trova pure la dottrina esposta nei carmi detti di Orfeo; infatti afferma che gli animali partecipano dell'anima al primo respiro" (da Orfici, Otto Kern, Editore Bompiani, 2011, p. 225)."

Tacque Orfeo e depose la sua lira. La canzone di Orfeo si era spenta e anche animali, alberi e rocce sembravano in attesa di una nuova canzone. Il volto di Orfeo si fece serio:
"Vengo dai puri pura, signora degli Inferi,
Eucle ed Eubuleo e voi altri, Dèi immortali,
giacché affermo di essere anch'io della vostra stirpe beata.
Ma mi sopraffede la Moira e gli altri Dèi immortali
e il folgoratore celeste con i suoi fulmini.
Volai via dal cerchio di pesante dolore e tormento
e con i piedi veloci salii all'agognata corona,
mi immersi poi nel seno della Signora, regina degli Inferi,
e dall'agognata corona discesi con i piedi veloci.
"Felice e beatissimo, sarai Dio invece che mortale."
Capretto caddi nel latte."

(Laminetta d'oro di Thurii (n. 3))

Orfeo così diceva e guardava Beppi di (o da) Lusiana sorridendo mentre, presa la lira, ricominciò a cantare. Fermatosi un momento, girò lo sguardo verso gli arbitri e mormorò: "La Moira sta arrivando e arriva per voi!". Poi, un po' alla volta si dissolse con tutto il seguito di animali, piante e rocce.

"Come, La Moira?" chiese Allahu Akbar guardando Fanes e Yahweh mentre Beppi di (o da) Lusiana era stupito e ammutolito nello stesso tempo.

 

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Il significato delle azioni della partita di calcio della filosofia spiegate dagli Dèi.

 

Marghera, 09 settembre 2022

 

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Ultima formattazione 26 gennaio 2022

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