L'Uno nel Parmenide di Platone

La Religione Pagana

Claudio Simeoni

Religione Pagana 2017

Il Parmenide di Platone e la Religione Pagana

 

 

Premessa

Quando si legge il discorso sull'Uno nel Parmenide di Platone, ci si deve chiedere: a quale scopo Platone fa il discorso sull'Uno?

Dove vuole andare a parare Platone con il suo discorso?

Noi non viviamo nel contesto culturale di Platone. Noi viviamo in un contesto culturale in cui il concetto di Uno è passato attraverso lo Stoicismo, il Neoplatonismo, si è fuso con il concetto del dio creatore ebreo ed è stato imposto nella cultura attuale attraverso duemila anni di violenza culturale, fisica e sociale del cristianesimo.

Quando si studia Platone, lo studente ha già il concetto di Uno preformato nella sua testa. Quel concetto preformato è una forma mentale che viene caricata di emozione dallo studente che all'Uno attribuisce quello e solo quel significato.

Lo studente non è in grado di attribuire, all'Uno di Platone, il solo significato di numero "uno". Immediatamente, come fa Giovanni Reale, e io ho preso la sua forma, deve scrivere il numero "uno" con la "U" maiuscola perché, in sostanza, vuole significare il dio padrone creatore del mondo proprio dei cristiani il cui significato, i cristiani, proiettano sull'"Uno" di Platone. Per contro, coloro che si ritrovano in posizioni panteistiche attribuiscono all'"Uno" quella visione d'insieme di una coscienza universale che viene rappresentata da tutte le coscienze che apparterrebbero a questo insieme.

Gli stessi Neoplatonici, considerano l'Uno il "dio" l'ente da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna immobile e assoluto.

Dopo aver analizzato il discorso di Platone nel Parmenide, al di là delle spiegazioni che possono essere date desunte da altri contesti del pensiero di Platone, le conclusioni del discorso di Platone sono farraginose, incerte, e conducono a conclusioni assolutamente differenti a quanto le interpretazioni storiche hanno voluto far credere.

Il lettore del Parmenide di Platone, in particolar modo Giovanni Reale, fondamentalista cristiano, tende a proiettare sull'Uno il proprio significato di Uno per "spiegare" dove Platone va a parare.

La domanda è: cosa succede se a leggere e interpretare il concetto di Uno del Parmenide di Platone non è non solo un cristiano, ma una persona che partendo da alcune visioni, della realtà o allucinatorie che siano, priva della manipolazione mentale scolasticamente preconfezionata dalle interpretazioni date dalla filosofia fondamentalista cristiana, analizza il discorso dell'Uno nel Parmenide di Platone?

Qual è la conclusione che ne trae?

Nell'analisi del Parmenide di Platone seguo la traduzione di Giovanni Reale di Platone, tutti gli scritti, edito da Bompiani settima edizione 2014. Assumo il metodo di scrivere l'Uno con la U maiuscola in quanto l'Uno è il soggetto di cui parlo e, al di là di singoli passi, anche il termine Tutto o Altri, essendo nome proprio di un soggetto determinato, lo scrivo con l'iniziale maiuscola. Anche gli "attributi", le "qualità", appaiono essere "nomi propri" in molti contesti, tuttavia ho scelto una mediazione per rendere più chiaro il commento.

 

Platone nel Parmenide immagina l'esistenza dell'Uno

Commento al Parmenide di Platone 137C - 138B

Parmenide di Platone inizia affermando l'esistenza dell'Uno, inteso come il Tutto, dimostrando come il Tutto è Uno.

Il discorso di Platone è estremamente piatto. Che cos'è l'Uno? L'Uno, per Platone è l'Uno e ci fa una grazia là dove precisa che l'Uno è il Tutto e proprio perché l'Uno è il Tutto non può esserci il due dal momento che il Tutto è quanto viene rappresentato dal numero uno.

Non si può entrare nel merito del discorso di Platone quando Platone afferma: se l'Uno è.

Se io mi rappresento l'Uno col Tutto esistente, dal momento che io mi muovo in questo esistente, non posso non convenire, almeno come possibilità, che l'intero esistente possa essere un'unità.

In queste condizioni io non faccio nessuna separazione e non elenco nessuna qualità. Ogni separazione e ogni qualità io elencassi, potrebbe mettere in discussione l'ipotesi di base secondo cui tutto quello che esiste, tutto quello che posso immaginare possa esistere e tutto quello che non posso immaginare che esiste, è all'interno dell'Uno perché l'Uno è il Tutto di cui stiamo parlando.

In queste condizioni, data questa premessa, l'Uno è l'Uno e non può essere molti.

Non c'è una parte dell'Uno e l'Uno non può essere che il Tutto.

La parte dell'Uno, è parte di un Tutto.

Sia che si pensi l'Uno come il Tutto, sia che si pensi l'Uno per parti, ci stiamo sempre riferendo al Tutto anche se il Tutto può essere composto di parti.

Sia nell'uno che nell'altro caso, l'Uno sarebbe "molti" ma non l'Uno. La difficoltà nel ragionare sull'Uno è che quando parliamo delle parti, riferite all'Uno, dobbiamo parlare dell'Uno e non dividere l'Uno in parti. Il Tutto deve essere ragionato come il Tutto.

Per il ragionamento di Parmenide in Platone, è necessario che sia l'Uno e non molti.

Nel primo ragionamento l'Uno di Parmenide è l'Uno che è il tutto e non possiamo parlare di molti dell'Uno, ma di un solo Uno. Che è il Tutto che non è divisibile in parti o aspetti.

Per dividere il Tutto del Parmenide in Platone à necessario essere fuori dal Tutto e comprendere i confini del Tutto. Ma se si è al di fuori del Tutto e se ne contemplano i confini, non è più il Tutto. Essere nel Tutto significa non distinguere le parti dell'Uno, significa non distinguere un inizio e non distinguere un termine e pertanto, non distinguere una metà. Se ciò fosse, potrebbe essere diviso in parti.

L'Uno di Parmenide è spazialmente infinito perché non ha un inizio né ha un "termine" (o fine). L'Uno è il Tutto e comprende anche ciò che noi immaginiamo l'oltre del Tutto che è compreso nel Tutto.

L'Uno nel Parmenide di Platone è senza forma perché l'infinito non può essere pensato né come rotondo, né come piatto, né come diritto.

Se l'Uno di Parmenide potesse essere definito in una forma geometrica, potrebbe essere anche diviso in parti e quell'Uno sarebbe formato da molti, altri, diversi dall'Uno. In questo caso non sarebbe più l'Uno che il Parmenide di Platone mette a fondamento del suo ragionare.

Per questo l'Uno di Parmenide non ha forma perché non ha parti diverse dall'Uno. L'Uno non ha forma perché, per definire un'eventuale forma dell'Uno, è necessario assistere all'Uno al di fuori dell'Uno, ma se ammettiamo che qualche cosa è al di fuori dell'Uno, non sarebbe più l'Uno che rappresenta il Tutto dell'esistente.

L'Uno di Parmenide, non avendo forma, non può essere in alcun posto. L'Uno di Parmenide può essere solo in sé stesso. L'Uno è il posto che comprende sé stesso.

Se l'Uno di Parmenide fosse in altro, che non in sé stesso, sarebbe contenuto, circondato, compreso abitando un reale che lo contiene e avendo, con questa realtà, delle relazioni in diversi punti. Dal momento che l'Uno non partecipa ad una qualsiasi realtà non ha nessuna relazione.

L'Uno di Parmenide in Platone è il soggetto che contiene sé stesso perché nessuno può essere in qualche cosa senza essere contenuti e l'Uno è contenuto solo in sé stesso.

Dal momento che l'Uno di Parmenide è Uno e non due il contenente e il contenuto sono la stessa cosa. L'attivo e il passivo, chi agisce e chi subisce l'azione, sono la stessa cosa, l'Uno. Se così non fosse, secondo Parmenide, sarebbero due e non più Uno.

L'Uno di Parmenide in Platone non essendo né in sé né in un'altra realtà che lo contiene, non può essere in nessun luogo.

 

Platone nel Parmenide immagina come può muoversi l'Uno nello spazio

Commento al Parmenide di Platone 138B-139C

L'Uno è fermo o in movimento? Si chiede Parmenide di Platone.

Se l'Uno si muove, o si sposta di luogo o si modifica.

L'Uno che si modifica in sé stesso non è più l'Uno, è un altro Uno.

Per questo non si può dire che si muove modificandosi.

Può l'Uno spostarsi in un altro luogo? Ma se esiste un altro luogo, potrebbe esistere un altro Uno in un altro luogo e l'Uno, che si considera, sarebbe un ente e non il Tutto. Il Tutto deve comprendere anche ogni luogo e il Tutto non si può spostare dal Tutto.

A questo punto, dal momento che l'Uno non può spostarsi in un altro luogo, può l'Uno girare su sé stesso? Ruotare?

Se l'Uno si muove su sé stesso deve appoggiarsi al suo centro ed avere, perciò, altre parti, ma dal momento che non ha parti di Uno, non ha nemmeno un centro attorno a cui girare.

Se l'Uno si muovesse arriverebbe in un posto, e poi in un altro?

Abbiamo escluso che l'Uno fosse in qualcosa.

Dunque, l'Uno non può giungere perché non può essere in qualcosa

Se diciamo che l'Uno giunge in una cosa, non è forse necessario che non sia già in un'altra cosa? E se vi sta entrando, vuol dire che è estraneo a quella cosa e, dunque, l'Uno non può giungere in una cosa.

Vorrebbe dire che l'Uno ha parti di Uno e fuori dalla cosa in cui può giungere e dunque non è più l'Uno, ma è composto di parti di Uno che entrano in luoghi diversi da quelli compresi dall'Uno. Non avendo parti di Uno non può essere nella sua totalità né dentro né fuori da un qualunque luogo perché ogni luogo è compreso nell'Uno, nel Tutto.

L'Uno che non ha parti e che non sarebbe nemmeno è un Tutto, secondo Parmenide di Platone, è impossibile che venga in qualche posto o che giunga da qualche posto sia come parte che come tutto.

L'Uno, per il Parmenide di Platone, non cambia posto passando da un luogo ad un altro, non gira su sé stesso e nemmeno si modifica. L'Uno di Parmenide in Platone, nel mondo del tempo, in cui l'oggetto è l'azione, non esiste.

L'Uno è immobile ad ogni movimento.

Afferma Parmenide di Platone che per lui è impossibile che l'Uno sia contenuto in qualche cosa negando, con ciò, che l'universo contenga l'Uno.

Il Parmenide di Platone deduce che, per questo l'Uno non è mai nello stesso posto perché non esiste un posto al di fuori dell'Uno, del Tutto.

Se fosse nello stesso posto sarebbe contenuto nel luogo.

Questo perché il Parmenide di Platone ha affermato che l'Uno non può essere né in sé stesso, né in altro di sé stesso.

Per Parmenide di Platone l'Uno non è mai nello stesso posto perché non esiste un posto che possa essere indicato come il posto in cui ci sia l'Uno.

Il Parmenide di Platone afferma che, dal momento che non è mai nello stesso posto, l'Uno non è né nello stato di quiete, né è immobile.

Il Parmenide di Platone conclude questa seconda affermazione deducendo che l'Uno (a quanto gli sembra?) non è immobile e neppure si muove.

 

Platone nel Parmenide si chiede a che cosa somigli l'Uno

Commento al Parmenide di Platone 139B-139E

Il Parmenide di Platone individua l'Uno come un soggetto che non è uguale né a sé stesso e né ad altro e, nello stesso tempo l'Uno non è diverso da sé stesso e non è diverso da altro.

Se fosse diverso da sé, sarebbe diverso dall'Uno, come potremmo chiamarlo Uno?

Se poi fosse identico all'altro, sarebbe l'altro e non sarebbe più Uno e l'altro sarebbe come o simile all'Uno, ma che, in questo caso, sarebbero due.

Dice il Parmenide di Platone che non sarà identico all'altro né sarà diverso da sé, ma se non è identico all'altro; c'è un termine di paragone fra l'Uno e l'Altro che non può esistere al di fuori dell'Uno?

Risponde Parmenide di Platone, che l'Uno non è diverso da altro fintanto che è Uno perché l'altro non può esistere in quanto non esiste il qualcosa per cui l'Uno è diverso da sé stesso che è il Tutto.

Essendo Uno, non è diverso.

La diversità dell'Uno è la diversità dal nulla. Il Nulla è l'altro di cui l'Uno non è diverso per sé stesso e non lo è esso stesso, quindi l'Uno non è diverso dal Nulla.

Il Nulla rende l'Uno identico a sé stesso.

Cosa dà la certezza al Parmenide di Platone che la natura dell'Uno non è la natura dell'identico? Perché usa il termine identico se non è identico nelle sue certezze? Perché l'Uno non è pensabile se non in quanto Uno e non in quanto qualità che qualificano l'Uno.

Una cosa, come l'Uno, diventa identica ad un'altra, dunque un Uno diverso da sé Uno, non diviene Uno, ma diverrebbe Due.

Parmenide di Platone deduce che se l'Uno è diventato identico ad altri, a molti, non possiamo più parlare di Uno, ma di Molti.

Se l'Uno e il diverso dall'Uno sono identici, non diventerebbe Uno, come afferma il Parmenide di Platone, ma "dovrebbe diventare come l'Uno", Due, Tre, Quattro, tutti diversi da Uno e identici all'Uno.

Se l'Uno, che è Uno, pensa sé stesso come identico a sé stesso, non sarà più quell'Uno uguale a sé stesso, ma sarà un diverso Uno.

Per questo motivo, secondo il Parmenide di Platone, l'Uno non potrà essere diverso da altro e non potrà essere identico a sé stesso.

Il Parmenide di Platone conclude queste osservazioni sull'Uno affermando che, dati questi presupposti, l'Uno non può essere diverso o identico sia rispetto a sé stesso sia rispetto ad altro.

 

Platone nel Parmenide esclude le somiglianze dell'Uno

Commento al Parmenide di Platone 139E – 140 B

L'Uno è unico, non è, per Parmenide di Platone, uguale o differente né a sé stesso né ad altro diverso da sé stesso. Questo determina l'unicità dell'Uno che essendo percepito come unico, non ha senso confrontarlo con altro.

L'Uno non è né simile né identico a qualche cosa d'altro da sé, ma nemmeno è identico o simile a sé stesso.

Se pensiamo a qualche cosa che possa essere identico all'Uno, dovremmo pensarlo come distinto dall'Uno.

Ne segue che se qualcuno pensa all'Uno in relazione a qualcosa separato dall'Uno, l'Uno non è più uno, ma è più d'uno.

Dal momento che il Parmenide di Platone vuole che l'Uno sia unico non può esistere qualche cosa di identico né fuori dall'Uno, né sarà identico all'Uno. L'Uno non sarebbe il Tutto, ma una parte del Tutto con altri Uno che compongono un Tutto.

L'uno non ha misure uguali o diseguali né a sé né ad altro. Non si può misurare. Si può immaginare, ma non quantificare.

Anche se si volesse rinchiudere l'Uno in una forma spaziale che si misura dell'Uno non è né uguale, né diseguale a sé o ad altro.

Se fosse uguale, afferma il Parmenide di Platone, avrebbe le stesse dimensioni di ciò a cui è uguale.

Secondo la logica del Parmenide di Platone se l'Uno, rispetto agli oggetti, fosse un po' più grande o un po' più piccolo, avrebbe più "unità di misura" rispetto ai più piccoli e meno "unità di misura" rispetto ai più grandi. Ne consegue che, dato un paragone, comunque, l'Uno sarebbe misurabile da ciò che viene contenuto nell'Uno.

Quando gli oggetti non sono omogenei, sarà di misura più piccola o più grande, per questo è Uno e come uno non si può confrontare con oggetti diversi dal Tutto che quegli oggetti contiene.

Parmenide di Platone si chiede se è possibile che ciò che non partecipa all'identico con l'Uno sia identico per le misure o per qualche altra relazione con l'Uno?

Il Parmenide di Platone si risponde dicendo che l'Uno non sarà uguale a sé o ad altro perché non ha le stesse misure.

Dice Parmenide di Platone che se avesse misure maggiori o minori dell'oggetto con cui si confronta, l'Uno sarebbe formato da tante parti quante sono quelle misure e in quel momento, secondo la logica di Parmenide in Platone, l'Uno sarebbe un molteplice di quante sono le misure.

Se l'Uno fosse di una sola misura ma, come affermato da Parmenide in Platone, è impossibile che l'Uno sia uguale a qualche cosa essendo il Tutto di ogni cosa.

Concludendo questa riflessione, Parmenide di Platone afferma che l'Uno non ha una sola misura e non ha varie misure, non partecipa all'identico, non sarà uguale né a sé né ad altro e non sarà né più grande né più piccolo sia rispetto a sé che ad altro.

 

Platone nel Parmenide sottrae l'Uno al Tempo

Commento al Parmenide di Platone 139E – 141 D

Qual è l'età dell'Uno?

Parmenide in Platone afferma che se l'Uno ha la stessa età rispetto a sé stesso o ad altro, parteciperà all'uguaglianza temporale in similitudine, ma dal momento che Parmenide in Platone ha dichiarato che nulla è simile all'Uno, nessuno ha l'età dell'Uno in quanto l'Uno, come il Tutto, comprende ogni età. In caso contrario non sarebbe il Tutto. Sarebbe un Uno ad ogni attimo presente del tempo che consideriamo.

Parmenide di Platone ha dichiarato che l'Uno non è né dissimile né diseguale

Come è possibile affermare che l'Uno sia più vecchio o più giovane di qualche cosa, se non definiamo quel qualche cosa nelle sue trasformazioni?

L'Uno, per Parmenide in Platone non è né più vecchio, né più giovane né contemporaneo sia rispetto a sé stesso sia rispetto ad altro diverso da sé stesso che non può esistere al di fuori dell'Uno, in quanto l'Uno comprende il Tutto del tempo.

Dati questi presupposti, Parmenide di Platone afferma che l'Uno non è nel tempo, è fuori dal tempo perché non può mutare diventando diverso da sé stesso. L'Uno è l'Uno e non può essere l'Uno diverso dall'Uno perché si è modificato. Il tempo è nell'Uno e non è fuori dall'Uno. Pertanto il tempo trasforma ciò che sta nell'Uno, ma non l'Uno.

Parmenide di Platone si chiede: qual è il termine di paragone dal momento che ciò che è più vecchio è tale perché c'è un più giovane?

La logica di Parmenide in Platone lo porta ad affermare che ciò che diventa più vecchio di sé stesso, diventa anche più giovane di sé stesso ammesso che avesse qualche cosa rispetto alla quale diventa più vecchio

Parmenide in Platone afferma che nulla può diventare diverso da una cosa per la quale si è già diversi, però può differire da ciò che era già differente. Mentre l'Uno, da ciò che sta diventando diverso, non fu mai differente, né mai differirà e nemmeno differisce perché sta differenziandosi.

Il più vecchio comporta una relazione col più giovane.

Parmenide in Platone afferma che ciò che sta diventando più vecchio di sé sta, nello stesso tempo, diventando più giovane di sé

Diventare più vecchio è diventare contemporaneamente più giovane nello stesso tempo che è il tempo nell'Uno che sta diventando, è ed è divenuto e diverrà contemporaneamente.

Con questa logica, Parmenide in Platone afferma che ogni realtà che è nel tempo, l'Uno, sia contemporanea a sé stessa e divenga più vecchia e più giovane di sé contemporaneamente.

L'Uno, non avendo nessuna di queste affezioni, come non è contenuto in alcun spazio, così non è contenuto in nessun tempo.

Conclude Parmenide di Platone, che l'Uno non partecipa all'Essere, alla vita, non è Uno e non è conoscibile.

Dal momento che l'Uno non partecipa in alcun modo al tempo, non è mai divenuto, né sta divenendo. In sostanza, non è mai stato prima e non è mai diventato nell'adesso. Per questo non ha un futuro, un divenire un qualche cosa che diventerà.

Si chiede Parmenide di Platone, oltre allo spazio e al tempo, ci sono altri modi di partecipare a ciò che si è, all'Essere, alla vita?

Avendo negato all'Uno ogni realtà oggettiva, fuori dall'Uno, di spazio e di tempo, di relazione e di grandezza, di composizione, come può l'Uno partecipare all'Essere, alla vita, dal momento che la vita è azione nell'oggettività? Se l'Uno non può partecipare all'Essere, l'Uno non è.

In queste condizioni descritte dal Parmenide di Platone fino ad ora, l'Uno non è.

Non può nemmeno essere considerato Uno. Se fosse Uno, se esistesse nello spazio e nel tempo, sarebbe nelle condizioni di partecipare all'Essere: sarebbe!

Parmenide si chiede se questo Uno, come non essere, potrebbe avere qualche cosa o essere qualche cosa.

Non c'è una scienza dell'Uno, né una definizione, né una conoscenza.

L'Uno non è quindi né nominato, né definito, né si possono fare congetture attorno all'Uno. Non è conoscibile, non ha sensazioni, non ha pensiero né può essere pensato.

Parmenide di Platone si chiede se è possibile che questa sia la condizione dell'Uno e conclude affermando: "mi appare come possibile!"

 

Platone nel Parmenide costruisce la relazione fra l'Uno e gli Altri

Commento al Parmenide di Platone 142B – 143A

L'ipotesi fatta fino ad ora viene riesaminata dal Parmenide di Platone.

Il Parmenide di Platone manifesta una minaccia che precede la ripresa dell'esame dell'Uno: si devono accettare le conseguenze che risultano dall'esame.

L'Uno è?

Esiste la possibilità dell'Uno?

Il Parmenide di Platone ammette la possibilità che possa esistere il soggetto che egli chiama Uno. L'Essere.

Ammessa, e non necessariamente concessa, questa possibilità, è possibile che l'Uno possa essere senza che egli non pensi a sé stesso diverso dal circostante?

Essere significa SEMPRE "riconoscere sé stessi in relazione a qualche cosa che, non partecipando a ciò che si è, è necessariamente non-essere". Non Essere inteso come diverso dall'Essere che consideriamo al di là che quel non-Essere possa essere un Essere a sua volta, un'entità consapevole, o possa essere oggettività inconsapevole, cioè non-essere.

Nel Parmenide Platone afferma che l'Essere, cioè la coscienza di essere dell'Uno "sarà", ma non può essere identica all'Uno perché, precisa il Parmenide di Platone, ora l'ipotesi da considerare non è se l'Uno è Uno, ma se l'Uno è. In altre parole se esiste una coscienza dell'Uno per la quale possiamo dire che l'Uno partecipa all'esistenza, all'essere.

Partendo da questa ipotesi, il Parmenide di Platone afferma che il ciò che è dell'Uno, l'essere Uno, è diverso dall'Uno.

Il Parmenide di Platone afferma che quando viene detto che l'Uno è, non si affermerebbe altro che l'Uno partecipa all'Essere, ma dal momento che ha detto che l'Essere dell'Uno non è identico all'Uno, è possibile affermare che sia l'Essere, in quanto coscienza, che partecipa all'Uno non è l'Uno.

«Ripetiamo di nuovo: se l'Uno è, che cosa ne risulterà? Osserva: questa ipotesi non significa necessariamente che l'Uno è tale da comportare delle parti?».

Parmenide di Platone ripete e riassume il suo concetto secondo cui qualche cosa deve risultare ammettendo il presupposto che l'Uno sia e riflette chiedendosi se l'Uno non sia formato da parti.

Dice Parmenide di Platone che se l'Uno è, allora l'Essere è l'Uno e l'Uno e l'Essere sono la stesa cosa. La realtà che il Parmenide di Platone ha posto come ipotesi, è la medesima definita in "predicati" diversi: l'Uno e l'Essere dell'Uno-che-è.

A questo punto Parmenide di Platone si chiede se non sia necessario che l'Uno, che nell'Essere diventa l'Uno-che-è, sia un tutto di cui sono parti sia l'Uno che l'Essere.

Parmenide di Platone si chiede se ogni parte del Tutto è solo una parte oppure, si chiede, se la parte è parte di un tutto.

Da cui deduce che l'Uno è un tutto che ha parti. Ma quali parti?

L'Uno che è consapevole di sé è composto da due parti l'Uno e il consapevole di sé dove l'Uno partecipa alla consapevolezza di sé e la consapevolezza di sé partecipa all'Uno.

Da cui il Parmenide di Platone deduce che ognuna delle due parti hanno sia l'Uno che l'Essere e quello che viene definito Uno è costituito da due parti da cui il Parmenide di Platone deduce il "dogma" secondo cui l'Uno sempre implica l'Essere e l'Essere implica l'Uno e conclude che necessariamente non c'è mai l'Uno perché si sdoppia continuamente.

La domanda del Parmenide di Platone è: può essere che l'Uno come coscienza-che-è può essere infinitamente molteplice?

 

Platone nel Parmenide ipotizza che l'Uno abbia una Consapevolezza di Sé stesso

Commento al Parmenide di Platone 143A – 143C

L'Uno partecipa alla vita, dell'essere. E' cosciente? E' per questo che Parmenide di Platone dice che è?

Come può l'Uno per questa condizione apparire molteplice al Parmenide di Platone se l'Uno è? Dal momento che l'Uno è il Tutto, il Tutto per Essere, per aver coscienza di sé stesso in quanto Tutto, non deve avere coscienza di parti al suo interno che possano essere indipendenti o autonome rispetto alla sua coscienza. Non possono esprimere altre tensioni consapevoli. La coscienza di sé stesso come Tutto, annulla di fatto la coscienza di ogni parte del Tutto perché ogni parte del Tutto ha annullato la propria coscienza nel Tutto cosciente di Sé che può essere indicato come l'Essere.

L'Uno che Parmenide di Platone dice che partecipa all'Essere, se lo immagina come essere-in-sé, solo, unico. Dicendo che partecipa, appare a Parmenide in Platone in molti, molteplice. I molti che sono Esseri e che partecipano al Tutto?

Parmenide di Platone ritiene necessario che un soggetto, una cosa, sia il suo stesso esistere, il suo Essere, e un'altra cosa è l'Uno stesso che partecipa all'Essere in quanto Uno.

Se consideriamo l'Uno una cosa e l'Essere un'altra cosa e consideriamo l'Uno non diverso dall'Essere perché è Uno e l'Essere non è altro dall'Uno perché è essere l'Uno, queste dimensioni sono diversi fra loro come oggettività e soggettività.

Da qui la difficoltà del Parmenide di Platone di distinguere l'Essere dall'Uno. Dove l'Essere appare come l'anima dell'Uno e sono due perché l'Essere non è altro dall'Uno in quanto l'Uno esiste, vive, è, ma sono diversi fra loro per la "diversità", corpo-anima, e per l'alterità, soggetto e oggetto che contiene il soggetto.

Per questo motivo il Parmenide di Platone si conclude questa riflessione che il corpo-anima non è uguale né all'Uno, né all'Essere, come, nell'idea di Parmenide, un corpo non è uguale all'anima e l'uno e l'altro non sono uguali all'Essere Umano.

«Che dunque? Se tra questi prendiamo l'Essere e la Diversità, se vuoi, oppure l'Essere e l'Uno, o l'Uno e la Diversità, allora non prendiamo forse ogni volta una realtà, che giustamente deve essere chiamata coppia?».

 

Platone nel Parmenide associa l'Uno al numero e alla forma geometrica

Commento al Parmenide di Platone 143C – 145B

Se io faccio così, dice Parmenide di Platone, è così che ho fatto. Se io prendo una coppia, non ho preso una coppia? Se io, dice Parmenide di Platone, prendo un Essere Umano e la diversità dall'Essere Umano, oppure l'Essere Umano e la mia idea di Uno, oppure l'Uno e quanto è diverso dall'Uno, considerandolo come Uno diverso dall'Uno (visto che li devo considerare in relazione), non prendo, dice Parmenide di Platone, una realtà che viene chiamata coppia?

Si, tu Parmenide di Platone puoi prendere una realtà e dividerla soggettivamente in una coppia e da questa tua visione soggettiva, puoi chiudere la realtà esistente in quel modello di coppia, ma la realtà non è un modello di coppia, è la tua capacità di leggere la realtà che riduce il reale a coppia, non che la realtà sia divisibile in coppia.

Chiede Parmenide di Platone: si può dire "Essere"?

Solo nella misura in cui la coscienza riconosce sé stessa diversa da altro. Altro, per la coscienza, è quanto è diverso da sé, ma non è necessariamente un "uno" o un'"unità", è solo percepito diverso dalla coscienza e conchiuso nel termine "altro" anche quando altro è composto da un numero infinito di coscienze.

In questi termini, la coscienza può dire: "Io sono"!

Chiede il Parmenide di Platone: si può dire Uno?

Si può dire Uno nella misura in cui il numero rinchiude una condizione omogenea, il Tutto, rispetto a quanto noi pensiamo di Uno dove il Nulla, in quanto privo di coscienza, privo di Essere-in-sé, può essere definito Uno.

Chiede il Parmenide di Platone: non si sono definiti entrambi?

Si è definito ciò-che-è che, riconoscendo sé stesso diverso dal mondo che lo circonda definiamo Essere e abbiamo definito ciò-che-è diverso dal sé cosciente che si è definito Uno. Per farlo è necessario che ci sia qualche osa di diverso dall'Uno. Qualche cosa al di fuori del Tutto. Ciò-che-è è ciò-che-è solo in relazione a ciò-che-non-è. Se non c'è la relazione fra l'Uno-che-è e il non-Uno, l'Uno-che-è non è l'Uno-che-è.

Chiede il Parmenide di Platone: quando dico Essere e Uno non indico la coppia insieme? Si, ma essendo l'Uno il Tutto, l'Essere del Tutto può essere considerato solo in relazione al non-Essere, ma dal momento che non esiste un non-essere del Tutto, altrimenti non sarebbe il Tutto, l'Essere del Tutto è non-essere.

Solo fintanto che con Essere definisci lo stato del riconoscere sé stesso diverso dal circostante e fintanto che l'Uno viene definito come "il nulla della coscienza che non riconosce sé stessa diversa dal circostante".

L'Essere è riconoscibile in un infinito numero di soggetti che, riconoscendo sé stessi diversi dal circostante sono "molti Essere", mentre, l'inconsapevole in cui gli infiniti Esseri emergono, rispetto all'emergere della coscienza, è pensato come Uno.

Chiede il Parmenide di Platone: non manifesto forse una coppia se dico Essere e Diversità o Diversità e l'Uno.

Chiede il Parmenide di Platone: dal momento che affermo una coppia fra Essere e Uno e Diversità e Uno, è possibile che siano una coppia senza essere due?

Certo che è possibile, anzi, è impossibile che non lo siano. Se la coppia considerata è una coppia di insiemi, i contenuti degli insiemi possono essere molti anche se rappresentati come coppia nella relazione fra loro.

Chiede il Parmenide di Platone: c'è qualche sistema per cui i due elementi della coppia, Diversità e Uno, Essere e Uno, non sia Uno?

Parmenide di Platone conclude che ciascuna definizione, in quanto parte della coppia, sarà Uno.

Riflette il Parmenide di Platone secondo cui aggiungendo uno a un elemento della coppia, comunque si ha tre e tre sarebbe il tutto.

Chiede il Parmenide di Platone: il tre non è dispari mentre il due è pari? Certamente, ma anche il quattro è pari e il cinque è dispari.

Dopo aver argomentato sui numeri pari e dispari, Parmenide di Platone conclude che ci saranno coppie di numeri pari e dispari o coppie di un dispari e di un pari arrivando a dire che, a questo punto, nessun numero può essere escluso.

Chiede il Parmenide di Platone: ammettendo che sia così, pensi che non ci sia un numero necessariamente?

Parmenide di Platone afferma che se il numero uno è, anche ogni altro numero è.

Chiede il Parmenide di Platone: dal momento che c'è il numero, e i numeri sono infiniti, non è forse il numero molteplicità infinita che partecipa all'esistenza?

Dal momento che l'esistenza è espressa dalla coscienza che afferma "Io sono" in un Nulla consapevole, l'Uno, ne consegue che un numero infinito di coscienze esprimono l'"Io sono" nel Nulla della coscienza, l'Uno, in un infinito numero di coscienze ognuna delle quali sono Essere in relazione all'Uno, non-essere.

Chiede il Parmenide di Platone: se la totalità dei numeri diventano coscienti di sé, partecipando "all'essere coscienze", può essere che la singola coscienza sia somma di altre coscienze che possono essere considerate parti formative di quella.

Chiede il Parmenide di Platone: allora, ciò che-è, l'Essere, è suddiviso in tutta la molteplicità di ciò-che-è, e non manca a nessuno degli enti per quanto siano grandi o piccoli?

Per quanto siano grandi o piccoli, sono "coscienti-di-sé", sono Essere, sono Esseri, diversi dall'Uno che è il nulla della coscienza dal quale sono emersi.

L'essere cosciente è il concetto unificante per il quale noi chiamiamo "Essere", non chiamiamo "Essere" ciò che è diviso fra gli enti. Non c'è l'Essere e gli enti che partecipano all'Essere, ma ci sono gli enti che esprimono coscienza e che vengono definiti come Essere, ognuno di loro, la diversità, che forma la coppia con l'Uno, la non coscienza che come nulla della coscienza non può che essere pensato come ente unitario.

Parmenide di Platone che "ciò-che-è" è presente in parti piccolissime e in parti grandissime. In tutte le forme possibili. La coscienza, ciò-che-è, l'essere, si presenta in tutte le realtà e infinito è il numero di "parti" in cui la coscienza si esprime.

Il Parmenide di Platone, nella traduzione del Reale, lascia in sospeso, non accenna, al grande quesito che ha attraversato la storia della filosofia.

E' l'Essere, un soggetto in sé consapevole di sé, che è diviso in parti o, dal come si deduce logicamente dalla stessa traduzione del Parmenide di Reale, è la coscienza, l'oggetto in sé, che non è soggetto agente, ma è espressa da chi separa sé stesso dall'Uno che rappresenta l'unità come il nulla della coscienza, e, pertanto, un infinito numero di soggetti, diventando coscienti, separano sé stessi dall'inconsapevole Uno?

Il Parmenide di Platone constata che il numero di soggetti coscienti di sé è il numero maggiore in assoluto.

Chiede il Parmenide di Platone: può essere che qualche parte che ha coscienza ma che non partecipa all'essere ciò-che-è?

Si chiama cadavere, e il Parmenide di Platone ritiene che, fintanto che è coscienza di sé, sia sempre coscienza e non può essere nessuna coscienza.

L'Uno, la non coscienza partecipa ad ogni coscienza, ad ogni Essere, e non manca a nessuna parte.

Chiede il Parmenide di Platone: essendo Uno sarà tutto intero in più di uno di coloro-che-sono, Esseri, cioè in più luoghi?

Chiede il Parmenide di Platone: se non è intero, l'Uno è diviso in parti? Come può l'Uno essere in tutte le coscienze-che sono, che formano l'Essere, senza essere diviso in parti?

Se l'Uno è diviso in parti, necessariamente deve essere, secondo Parmenide in Platone, diviso per quante sono le sue parti. Però si è già detto che l'Uno non è diviso in parti.

Parmenide di Platone afferma che non era vero che l'Essere si divide in un numero maggiori di parti in assoluto. Infatti, dice, le parti in cui si divide, le parti di ciò che è consapevole, non può superare quanto contiene l'Uno. Le parti di chi-è-cosciente sono pari all'Uno perché, dice Parmenide di Platone, né ciò-che-è manca di Uno e nemmeno l'Uno manca di Essere, ma, dice Parmenide di Platone, essendo sempre in coppia, si eguagliano.

La soluzione di Parmenide in Platone è che l'Uno in sé viene diviso in parti dalla coscienza-di-coloro-che-sono diventa molteplice e infinitamente plurale.

Germinando le coscienze di sé nel nulla della coscienza che è Uno, le coscienze diventano l'Uno-che-è, ma anche nella coscienza, è suddiviso in molteplici Uno-che-sono.

Il tutto determina i limiti dell'Uno. Chiede il Parmenide di Platone: l'Uno sarà finito in quanto l'Uno è il tutto e il tutto ha limiti? O forse le parti-che-sono sono contenute nell'Uno che, per logica, non-è?

Secondo Parmenide di Platone, ciò che contiene costituirà i limiti di quanto è contenuto.

Da qui l'idea contraddittoria fra Uno, il Nulla e ciò che nel Nulla è, diventando cosciente. Sia che sia uno, divenuto consapevole, Essere, sia che siano molti, consapevoli, sia che sia tutto diventato Essere, che parti del tutto, coscienze-che-sono parti di Nulla, che diventano Uno-che-è, anche se limitato perché contenuto, sia illimitato nelle coscienze-che-sono Essere, singoli Esseri, di numero infinito. Dal momento che il numero delle parti è contenuto, ne segue che i limiti del tutto determinano anche il limite del numero delle parti nell'Uno che diventano Esseri.

Se l'Uno è limitato dal tutto, avrà i limiti posti dal tutto. Dal momento che l'Uno è il Tutto, l'Uno non che i limiti della totalità dell'esistente.

Chiede il Parmenide di Platone: un tutto ha un inizio, un mezzo e un termine? E' possibile che ci sia un tutto senza questi tre limiti? Se gli mancasse una delle tre determinazioni, è possibile che sia ancora un tutto?

Così nel Parmenide, Platone pensa che anche il Nulla della coscienza, del non-essere, possa avere un inizio, un termine e un mezzo.

Il Parmenide di Platone si chiede dov'è il mezzo, se è ad eguale distanza fra l'inizio e il termine, ma si può dire che fra inizio del Nulla, della non coscienza-Uno, e il suo termine, l'apparire di colui-che-è, il primo Essere nell'Uno, non esiste mezzo, ma solo inizio e fine.

Stando così Parmenide di Platone presuppone che l'Uno abbia una forma.

Ma il Nulla non ha una forma, è Nulla.

 

Platone nel Parmenide colloca l'Uno

Commento al Parmenide di Platone 145B – 145E

Se partiamo da questo presupposto, l'Uno sarà sia in sé stesso che in altro, nel consapevole, nell'essere come stato.

Tutto ciò di cui parliamo è all'interno del Tutto.

Tutte le parti sono contenute nel Tutto.

E l'Uno è la totalità delle sue parti contenute nell'Uno.

Chiede il Parmenide di Platone: ma l'Uno non è anche il Tutto?

Da cui deduce, Parmenide di Platone, che se Tutto è nel Tutto e che l'Uno è tutte le parti che si possono pensare del Tutto, l'Uno è contenuto nel Tutto e Tutto è contenuto nell'Uno; l'Uno sarà contenuto nell'Uno e Parmenide di Platone deduce che l'Uno è in sé stesso.

Per contro, il tutto non è nelle sue parti, né in alcune, né in tutte le sue parti perché se fosse in qualche parte non sarebbe nelle altre parti del Tutto.

Il Tutto non è nelle parti. Le parti costituiscono il Tutto e se il tutto fosse nelle parti le parti non sarebbero il Tutto.

Se il Tutto, dice Parmenide di Platone, non è nelle parti, né in una parte né in tutte e parti, sembra necessario che il Tutto sia in qualche cosa di diverso, oppure in nessun luogo.

Il tutto se non fosse in nessun luogo non potrebbe esistere, ma dal momento che il Tutto è; in che cosa è il tutto?

Parmenide di Platone conclude questa riflessione affermando che l'Uno, in quanto Tutto, è in altro, contenuto nel Tutto e nello stesso tempo è in sé: l'Uno è sé stesso e comprende anche altro da sé stesso.

 

Platone nel Parmenide e le contraddizioni sul movimento dell'Uno

Commento al Parmenide di Platone 145E – 146A

Parmenide di Platone dice che se le affermazioni precedenti sono accettate, l'Uno dovrà sia muoversi che stare immobile.

L'Uno è immobile se è in sé stesso. L'Uno non si muove da sé stesso.

Quello che sempre è nello stesso luogo, sta sempre nello stesso luogo perché non ci sono luoghi in cui l'Uno si può spostare essendo l'Uno il Tutto e per Tutto si intende che tutti i luoghi siano compresi nell'Uno e non ci siano luoghi al di fuori dell'Uno in cui l'Uno si possa spostare.

Ciò che è in altro non sta nello stesso luogo, non è legato che ad altro, si muove nell'altro che contiene i luoghi in cui il contenuto si muove. I luoghi sono fuori dal soggetto che si muove in essi. Per questo molti altri che si trovano in vari luoghi si possono muovere nei luoghi contenuti. Dal momento che è in altro, starà in vari luoghi dove ci sono altri in cui stanno.

In questa logica, dice Parmenide in Platone, essendo l'Uno sempre in sé e sempre in altro diverso da sé, si muove sempre ed è sempre immobile. Non si può muovere perché come Tutto comprende ogni luogo e non esiste un luogo fuori dall'Uno altrimenti sarebbe occupato dall'Uno. Nello stesso tempo, essendo i confini dell'Uno nel Tutto, che è l'Uno, l'Uno è sempre in sé e in nessun altro luogo che non sia sé.

 

Platone nel Parmenide sulla diversità dell'Uno

Commento al Parmenide di Platone 146B – 147C

L'Uno è identico a sé e diverso da sé stesso in quanto presente in altri che ne diversificano la presenza dell'Uno in sé stessi. L'Uno è la costante di altri diversi dall'Uno. Gli altri, che si muovono nell'Uno in quanto parti dell'Uno, diversificano l'Uno.

Ne segue che ogni "realtà" che si relaziona con un'altra realtà o è uguale o è diversa dalla realtà che consideriamo. Se non è uguale o diversa sarà la relazione con l'insieme o sarà un tutto in relazione ad una parte.

Si chiede Parmenide di Platone: può essere l'Uno una parte di sé stesso?

Il rapporto dell'Uno con sé stesso è un rapporto diverso dell'Uno con una parte di sé stesso, perché il rapporto sarebbe quello della parte con l'Uno. L'Uno non può avere rapporto con le sue parti perché l'Uno manca di "essere", di vita, di coscienza di sé perché nulla è diverso dall'Uno. Al contrario, la parte, l'altro dell'Uno, nella misura in cui diventa coscienza di sé, Essere, mette in atto le sue azioni nell'Uno costruendo, di fatto, le relazioni con l'Uno.

Si chiede Parmenide di Platone: allora l'Uno dall'Uno sarà diverso?

Non può essere diverso da sé stesso. Non sarà mai altro da sé in quanto sé stesso. La modificazione dell'Uno, prodotta dalle sue parti, dagli Altri, che nell'Uno diventano consapevoli e che costruiscono le loro strategie esistenziali, sono sempre Altri che agiscono nell'Uno e non sono l'Uno che agisce sugli Altri. L'Uno è sempre uguale a sé stesso perché il sé stesso dell'Uno è visto come rappresentazione dell'Uno rispetto alla sua oggettività che non può esistere perché sarebbe compresa nell'Uno. Il fatto che gli Altri, ciò che diviene nell'Uno costruirà la coscienza dell'Uno non modifica l'Uno, che rimarrà sempre inconsapevole, ma alimenta le trasformazioni della coscienza di sé degli Altri nell'Uno.

Si chiede Parmenide di Platone: se l'Uno non è diverso da sé stesso e non è una parte di sé stesso; non deve essere identico a sé stesso?

Da cui, Parmenide in Platone, fa seguire la riflessione secondo cui il fatto che l'Uno è altro da sé, dalla totalità del sé in sé, è anche altro da sé.

In questo modo l'Uno appare a Parmenide di Platone sia in sé che in altro da sé.

E Parmenide di Platone riflette sul fatto che in questa condizione, l'Uno sarà diverso da sé perché l'altro, formato dall'Uno, si distingue dall'Uno pur essendo nell'Uno.

Dal momento che una realtà è diversa da un'altra, deve essere diversa da ciò che è diverso da quella realtà.

In questo contesto tutte le realtà che sono nell'Uno, nel Tutto, sono diverse dall'Uno in sé che è diverso da tutte le realtà che sono in esso.

L'Uno è diverso dagli altri e gli altri dall'Uno pur essendo nell'Uno, composti dalla materia-energia dell'Uno.

Si chiede Parmenide di Platone: l'identico e il diverso, sono contrari tra loro?

Si chiede Parmenide di Platone: può l'identico essere nel diverso e viceversa?

Non c'è nessuna realtà del diverso che possa stare per qualche tempo nell'identico e viceversa.

Dal momento che il diverso non sarà mai nell'identico, il diverso dall'Uno, la coscienza diversa dalla non-coscienza dell'Uno, non sarà mai nelle parti che formano l'Uno ma sarà negli Altri nell'Uno.

Per questa logica, il diverso non sarà né nell'Uno, né fuori dall'Uno perché nulla è fuori dal Tutto. Essere nell'Uno significa che è come Uno.

L'Uno non sarà differente da quello che non è Uno per effetto di differenze e nemmeno qualcosa che non è Uno potrà essere diverso dall'Uno.

Dal momento che non esiste qualcosa di diverso dall'Uno, che non sia il consapevole e l'inconsapevole, non potranno essere reciprocamente diversi.

Si chiede Parmenide di Platone: se non sono diversi per sé stessi né perché vengono definiti diversi; come possono essere reciprocamente diversi?

Continua nella riflessione Parmenide di Platone: ciò che non è Uno non partecipa al Tutto che è Uno e che non sarebbe il Tutto se qualche cosa fosse al di fuori dell'Uno.

Il Non-Uno non può essere un numero perché, per poter essere indicato con un numero, sarebbe la quantità di qualcosa altra rispetto all'Uno.

Se l'Uno è il tutto, come possono esserci cose che non sono comprese nell'Uno; se ci fossero altre cose, non parteciperebbero anch'esse all'Uno?

Parmenide di Platone riflette sul fatto che se si considera l'Uno e il Non-Uno, come visione assoluta, l'Uno non sarà né parte delle cose che sono Uno e nemmeno il Tutto in cui sono quelle cose che non saranno né parti dell'Uno né in un Tutto di cui l'Uno è una parte.

Riflette Parmenide di Platone sulla realtà che non è in relazione né come parte, né come Tutto, né in quanto diversa o in quanto identica.

Conclude il Parmenide di Platone questo ragionamento asserendo che a lui gli sembra che l'Uno è sia diverso dagli altri che da sé stesso e, nello stesso tempo, identico agli altri e a sé stesso.

 

Platone nel Parmenide sull'Uno e gli Altri

Commento al Parmenide di Platone 147D – 148D

Si domanda Parmenide di Platone: L'Uno è simile e nello stesso tempo non simile a sé stesso egli Altri?

Dal momento che si è detto che l'Uno è diverso dagli Altri, gli Altri risulteranno diversi dall'Uno.

L'Uno non sarà diverso da Altri se non quanto gli Altri sono diversi dall'Uno

Se la diversità non è né di più e nemmeno di meno, saranno sì diversi, ma simili.

L'Uno avrà un'identità come gli Altri dal momento che sono diversi l'Uno e gli Altri.

Si chiede Parmenide di Socrate: tu non indichi una cosa con un nome?

Lo stesso nome si può pronunciare molte volte e non una volta.

Il nome indica sempre lo stesso oggetto sia se viene pronunciato una volta o molte volte? O l'oggetto non è più lo stesso oggetto se il nome è pronunciato molte volte?

Il nome "diverso" si riferisce ad un oggetto preciso?

Il nome "diverso" pronunciato una volta o molte volte ti riferisci a ciò che ha questo nome o anche ad altro?

Parmenide di Platone afferma che quando dice che gli Altri sono diversi dall'Uno, attribuisce la parola "diverso" sempre a ciò che, in sé stesso, ha sempre avuto questo nome: "diverso". Il "diverso" dall'Uno.

Rimane la questione che l'Uno è diverso dagli Altri e gli Altri, qualunque Altro, è diverso dall'Uno perché, secondo il Parmenide di Platone, sono ugualmente diversi (fra loro perché non dice rispetto a che cosa) per cui si parlerà dell'Uno come si parlerà degli Altri. Dal momento che sono diversi, devono essere anche simili.

L'Uno è diverso dagli altri e, partendo da questo, l'Uno nella sua totalità è diverso dalla totalità degli altri: tutto è diverso da tutti, ma tutto è compreso nel Tutto, nell'Uno.

Il simile è opposto al non-simile.

Per questo anche l'identico è opposto al diverso.

Pero, dice Parmenide di Platone: si è anche constatato che l'Uno è identico agli Altri.

Osserva Parmenide di Platone che essere gli Altri identici all'Uno è una condizione opposta dall'essere diverso dagli Altri.

Secondo Parmenide di Platone, in quanto l'Uno è diverso dagli altri, gli appare simile agli Altri (e viceversa).

Dal momento che l'Uno è identico sarà diverso per affezione (fenomeno passivo della coscienza) contraria a quell'affezione che lo faceva simile. Non era il diverso che faceva simile l'Uno?

Ciò che è identico dovrà rendersi dissimile o non sarà contrario al diverso.

In quella condizione gli Altri saranno simili e dissimili all'Uno. Simili perché diversi, dissimili in quanto identici.

Secondo Parmenide di Platone l'Uno ha l'una e l'altra determinazione.

L'Uno affetto dall'identico, non è affetto dall'oggettività, dal non-Uno, e per questo non è dissimile e, pertanto, è simile. L'Uno, in quanto affetto dall'oggettività, dal non-Uno, è altro in quanto dissimile.

Parmenide di Platone afferma che l'Uno è identico e diverso rispetto agli altri e per questo motivo, in entrambi i casi e in ognuno di essi, è simile e dissimile agli altri.

A Parmenide di Platone, l'Uno è apparso diverso e identico rispetto a sé stesso; per questo in entrambi i casi al Parmenide di Platone apparirà simile a sé stesso.

 

Platone nel Parmenide e il contatto dell'Uno con gli Altri

Commento al Parmenide di Platone 148E – 149E

Proviamo a prendere in considerazione le modalità di contatto o del non contatto dell'Uno con sé e con altri.

Parmenide di Platone ha sostenuto che l'Uno è nel Tutto, cioè in sé stesso, e nello stesso tempo ha affermato che l'Uno è anche negli Altri.

Come Altri, è in contatto con Altri; essendo in sé stesso, come sé stesso non può avere contatti con gli Altri in quanto avrà contatto solo con sé stesso. In sostanza, secondo Parmenide di Platone, l'Uno, nella sua totalità, ha contatto con sé stesso mentre l'Uno, per la sua qualità, ha contatto con gli altri che partecipano al Tutto, all'Uno.

In questo modo l'Uno è a contatto con sé stesso e con gli Altri.

Tutto ciò che è a contatto con un oggetto, gli Altri da parte dell'Uno, deve trovarsi vicino a quello con cui entra in relazione, toccare, occupando una specie di luogo o posto immediatamente contiguo a quello che tocca. Dal momento che l'Uno è il tutto, l'unico luogo nel quale gli Altri possono essere in contatto con l'Uno è essere nell'Uno.

Da questa condizione Parmenide di Platone riflette sul fatto che anche l'Uno, per essere in contatto con sé stesso, deve occupare uno spazio vicino a ciò che egli è. Solo che l'Uno, essendo il Tutto, non ammette l'esistenza di uno spazio che non sia occupato da sé stesso.

Questo ragionamento, nell'ottica del Parmenide di Platone, costruisce un paradosso perché l'Uno dovrebbe essere Due per essere in contatto con sé stesso nel medesimo tempo.

Parmenide di Platone risolve quel "paradosso con l'escludere all'Uno di essere due, sia di avere un contatto con sé stesso.

In questa condizione paradossale, Parmenide di Platone esclude che l'Uno abbia contatti con gli Altri. Infatti i contatti non sono dell'Uno con gli Altri, ma sono fra gli Altri e l'Uno perché il soggetto che agisce sono gli Altri mentre l'Uno è un soggetto-oggetto passivo.

Il contatto fra oggetti deve escludere lo spazio che separa gli oggetti. In sostanza, il paradosso di Parmenide di Platone afferma che due corpi per essere in contatto devono toccarsi come se due uomini che sono in contatto debbano necessariamente toccarsi e non parlarsi senza toccarsi.

Per esserci un contatto, Parmenide di Platone, afferma che devono esserci due oggetti, distinti fra di loro.

Nella logica del Parmenide di Platone se a due oggetti che sono in contatto si aggiunge un terzo oggetto, tre sono gli oggetti, ma due i contatti

Aggiungendo oggetti a contatto, la somma degli oggetti sarà sempre inferiore ai contatti. Questo a meno che, anziché pensare ad oggetti piani, pensiamo ad oggetti solidi, sferici dove tre sfere formano tre contatti.

Seguendo la sua logica, Parmenide di Platone afferma che dal momento che c'è solo l'Uno non può esserci contatto perché sarebbe necessario che ci fosse il due.

Se l'Uno è il Tutto, gli altri non possono essere esterni all'Uno, non sono l'Uno e nemmeno partecipano all'Uno perché sono Altri, ma Parmenide dovrebbe dire dove sono gli Altri dal momento che fa coincidere l'Uno col Tutto e non può esistere qualche cosa che non sia compreso nel tutto.

Il Parmenide di Platone afferma che negli Altri non c'è numero perché in Essi non c'è l'Uno.

Gli Altri, aggiunge Parmenide di Platone, non sono né uno, né due e nemmeno possono essere identificati con un altro numero.

Da cui Parmenide di Platone afferma che c'è solo l'Uno e non c'è il due.

Il Parmenide di Platone afferma che non c'è contatto fra l'Uno e gli Altri.

Seguendo il ragionamento di Parmenide di Platone fra l'Uno e gli altri non c'è contatto, ma questo non significa che gli Altri, essendo nell'Uno, non abbiano contatti con l'Uno, col Tutto.

Secondo il ragionamento di Parmenide in Platone, l'Uno ha contatto e non ha contatto con gli Altri. Cosa che sembra ambigua, ma l'ambiguità nasce dal fatto che Platone continua ad indicare due forme geometriche piane come relazione assoluta della realtà che immagina.

 

Platone nel Parmenide e l'uguaglianza dell'Uno con gli Altri

Commento al Parmenide di Platone 149E – 151B

Dove stanno e in che relazione stanno gli Altri rispetto all'Uno dal momento che l'Uno viene fatto coincidere col Tutto? Esiste qualche cosa che non sia il Tutto e nel quale ci siano gli Altri che entrano in relazione con l'Uno? Ammettendo che gli Altri, di cui parla Parmenide di Platone, fossero dentro il Tutto, dentro l'Uno come un feto è nella pancia della madre, possiamo dire che l'Uno è più grande degli altri come la madre nei confronti del o dei feti. Ma allora grandezza e piccolezza si inserirebbero nel tempo, nella trasformazione e se si considera la madre, l'Uno, più grande del feto, dove la madre partorisce il feto se la madre, rispetto al feto, è il Tutto e il feto non concepisce la madre se non come utero che rappresenta il tutto?

Rispetto alla madre e al feto non ci sono due idee di grandezza, la madre è la grandezza del feto perché il feto non occupa un volume diverso dalla madre. Tuttavia gli ordini di grandezza della madre e del feto sono diversi pur occupando lo stesso spazio, non possono essere contrari e non possono ingenerarsi nelle cose che sono.

Il feto ingenerandosi nella madre, nell'Uno, sarà nel Tutto.

Che succede del feto se si manifesta nella madre, nel Tutto? O si estende occupando tutto l'Uno o circonda l'Uno. Ma il feto non occupa tutta la madre. Dopo una quantità di trasformazioni si genera un salto qualitativo: nasce il bambino.

Se il feto si estende quanto la madre, il cambiamento non è nella quantità del feto, ma nella modificazione di stato che porta a generare una qualità diversa.

Si chiede il Parmenide di Platone se la piccolezza può fare da grandezza o da uguaglianza, senza essere sé stessa?

Allora la piccolezza, dice Parmenide di Platone, non sarà nella totalità della madre, dell'Uno, ma solo nella parte, nel feto.

E Parmenide di Platone si trova nelle condizioni di dover affermare che la piccolezza, il feto, sarà uguale o maggiore nell'utero nel quale sarà. Quando diventerà maggiore, la quantità dei mutamenti del feto genererà la nascita del bambino come modificazione qualitativa soggettiva della piccolezza.

Il feto, la piccolezza, sarà nella realtà che è, trovandosi come parte nel tutto.

Piccolezza e grandezza vengono usati da Parmenide di Platone come nome proprio dell'oggetto, non come caratteristica dell'oggetto. Ne segue che piccolo è un nome e grande è un nome dell'oggetto. L'oggetto ha il nome del suo stato d'essere. Grande sta a significare nome che caratterizza l'oggetto che possiamo sostituire con un nome "Alfredo". Se l'immenso lo chiamiamo "Alfredo", non per questo cessa di essere l'immenso, ma il nome "immenso" non mi identifica solo l'oggetto, ma anche una sua manifestazione con cui si rappresenta nel mondo. Grandezza e Piccolezza, sono nomi propri che non possono essere contenuti nell'ideale Uno del Parmenide di Platone perché Piccolezza e Grandezza, per definizione, sono privi di limiti e di confini.

Proprio perché Grandezza e Piccolezza sono privi di confini, Grandezza e Piccolezza, sono una maggiore dell'altra in relazione fra di loro.

Per questa difficoltà Parmenide di Platone è costretto a considerare grandezza e piccolezza solo in rapporto fra di loro. Gli oggetti considerati dal Parmenide di Platone non hanno né grandezza né piccolezza: come potrebbe l'Uno, che è il Tutto, essere grande dal momento che non esiste un termine di confronto e che, comunque, non possiamo chiamare Uno col nome di Grandezza?

Per questo motivo Parmenide di Platone decide che se l'Uno non può essere superato, essendo il Tutto, non può essere più grande o più piccolo degli Altri e nemmeno può superarli.

Se un oggetto, come l'Uno, è uguale a sé stesso, non è né più grande né più piccolo di sé stesso.

Dal momento che l'Uno è uguale a sé stesso e che l'Uno è il Tutto, non può avere né grandezza, né piccolezza e i termini, in questo contesto, non possono essere nomi dell'Uno.

Diventa arbitrario in Parmenide di Platone inserire Uguaglianza fra l'Uno ed eventualmente Altri nella condizione di Grandezza e Piccolezza.

Dal momento che l'Uno nel Parmenide di Platone è il Tutto, non può esistere un fuori dall'Uno in quanto, affinché ci sia un fuori dall'Uno, è necessario definire i confini dell'Uno, cosa che Parmenide di Platone non ha fatto affermando la coincidenza dell'Uno col concetto di Tutto.

E' in quest'ottica che Parmenide di Platone afferma che non c'è nulla al di fuori dell'Uno e, allora, non si comprende l'esercizio retorico delle uguaglianze geometriche con cui riempie il Parmenide.

Esattamente com'è un vuoto esercizio retorico affermare la possibilità di un luogo dell'Uno al di fuori dell'Uno stesso dopo aver affermato che l'Uno è il Tutto. Una volta accettata, come base del discorso, che esiste un ente chiamato Uno che comprende il Tutto esistente, sia in quanto pensato e pensabile, sia in quanto sconosciuto e inconoscibile, diventa una vuota retorica e una criminale ripetizione di concetti riaffermare la base su cui discutere ipotizzando un fuori da confini negati in precedenza.

L'Uno non può essere in qualcosa di più grande di sé stesso, perché si negherebbe ogni base del discorso, se ne negano le premesse e ogni possibile conclusione. Io non avrei accettato, come fa Parmenide in Platone, l'Uno come tutto a monte del mio ragionare, ma Parmenide in Platone lo ha fatto ed è suo dovere sviluppare la logica e le conclusioni del suo discorso evitando la pedanteria.

Gli stessi Altri, con cui Parmenide di Platone continua a confrontare l'Uno, che sono diversi dall'Uno e debbono necessariamente essere contenuti nell'Uno, vengono continuamente spostati fuori e dentro l'Uno come se fossero elastici in un discorso di vuota retorica.

Questa vuota retorica, dopo aver affermato che nulla è al di fuori dell'Uno, ecco subito Parmenide di Platone riaffermare che gli Altri possano essere al di fuori dell'Uno, circondare l'Uno per riportarli all'interno dell'Uno in quel gioco di grandezza e piccolezza che diventa un esercizio retorico volto a mascherare la vuotezza di conclusioni a cui Platone non vuole giungere per la paura di dover essere responsabile di affermazioni che non può in nessun modo dimostrare.

Che cos'è dunque l'Uno? L'Uno appare come un esercizio di immaginazione di Platone, un delirio totalizzante di una realtà desiderata ed immaginata, ma che sfugge non solo alla sua comprensione, come sfuggirebbe a chiunque se quella realtà esistesse. Sfugge a Platone anche la sintesi di quella possibile realtà perché, a mano a mano che svolge il suo discorso retorico, ogni volta che arriva ad una possibile conclusione questa non coincide con i desideri di una premessa che ha messo a monte di quello che lui vorrebbe ottenere con il suo esercizio retorico. E così, ogni volta Parmenide e Platone deve ricominciare da capo un discorso che non conclude.

 

Platone nel Parmenide consapevolezza e grandezza dell'Uno e degli Altri

Commento al Parmenide di Platone 151C – 151E

L'Uno è Grande. L'Uno è Piccolo. L'Uno è Uguale. Cosa può essere se l'Uno è il TUTTO?

Si è visto che gli Altri sono l'Uno diventati consapevoli. Proprio perché gli Altri sono Esseri, sono compresi nell'Uno e divergono dall'Uno per la coscienza di Sé che esprimono. Essere contenuti nell'Uno da un ordine di grandezza, ma l'ordine di grandezza non determina la qualità della relazione esistente fra l'Uno, inconsapevole, e gli altri consapevoli di sé nell'Uno.

La consapevolezza è la paura che travolge Platone e che mette in bocca a Parmenide per allontanarne il terrore che suscita in lui.

Fintanto che Platone parla di grandezza, di che cos'è più grande o più piccolo, il lettore viene allontanato dalla possibilità di intervenire nella qualità determinata dalle grandezze. Viene allontanato dalla qualità del Contatto. Viene allontanato dalla qualità della Relazione.

Parmenide di Platone ipotizza un Uno in parti uguali a sé stesso, ma se parliamo di Uno, parliamo di Uno; se si vuole suddividere l'Uno in parti, allora è necessario qualificare quelle parti. E' necessario stabilire per quelle parti una diversa qualità che le diversifichi dall'Uno. Dire parti di Uno dopo che si è stabilito che l'Uno è il Tutto, e quel Tutto è Tutto perché è Tutto, non ha senso dividere quel Tutto in parti se non per qualità diverse che possono formare quel Tutto.

L'idea dell'Uno appare maggiore: attraverso che cosa? L'immaginazione ha stabilito che tutto l'esistente esiste. Dal momento che l'immaginazione immagina, immagina pure l'esistenza di un Tutto dell'esistente come unità di conosciuto, sconosciuto e inconoscibile. Una volta immaginato l'Uno si può solo discutere sulla qualità intrinseca dell'Uno perché le qualità dell'Uno possono essere parti di quel Tutto immaginato. Ma per stabilire le qualità, gli Altri, contenuti nell'Uno, serve la responsabilità del filosofo nel definire le qualità che diventano, in quel momento, le qualità di interesse.

Quando manca la responsabilità soggettiva del filosofo che indaga la realtà, il discorso si ferma alle relazioni numeriche che, in questo caso sono vuoti numeri che non indicano dei contenuti.

 

Platone nel Parmenide, l'Uno e il divenire nel tempo

Commento al Parmenide di Platone 152A – 155D

La dimensione temporale nel Parmenide di Platone, consiste nell'essere più vecchio o più giovane. Non esiste in Platone la trasformazione del soggetto attraverso il tempo, ma esiste un invecchiare o un ringiovanire della forma. Il tempo, nel Parmenide di Platone, non muta il soggetto se non nella forma che appare. Questo non mutare della realtà del soggetto, è strettamente legato alla dimensione numerica in sé stessa e alla dimensione di una geometria piana che determina la forma del soggetto. Il soggetto, di cui parla Parmenide in Platone, è pura forma di un apparire vuoto di determinazioni e di intelligenza.

La difficoltà del Parmenide di Platone è affermare che data una forma, necessariamente quella forma è portatrice di intelligenza, di vita, e, pertanto, di esistenza.

Il fatto che Platone immagini il Tutto esistente in un numero, l'Uno, non rileva le azioni messe in atto dall'Uno e pertanto non può affermare che l'Uno coincide con l'Essere perché l'Essere si caratterizza per le azioni che mette in atto nell'oggettività della propria esistenza. Ma dal momento che l'Uno è oggettività e soggettività in sé stesso e di sé stesso, nessuna azione può essere fatta dall'Uno che, come si è visto, comprendendo ogni luogo, non può spostarsi in nessun luogo. Non avendo un mezzo non può ruotare su sé stesso.

Per questo, Parmenide in Platone afferma che il partecipare al tempo dell'Uno è possibile solo se partecipa anche all'Essere. Ma l'Essere dell'Uno è un Essere che non può agire. Non può agire perché non esiste un luogo in cui agire e non esistono scelte per le quali agire in quanto l'Uno è il Tutto e il Tutto come Uno se partecipa all'Essere, come coscienza del tutto, può solo modificare sé stesso in una dimensione diversa da sé stesso, in un andare oltre a sé stesso. Ma l'andare oltre a sé stesso di un Tutto che partecipa all'Essere sé stesso Tutto, altro non può fare se non annullare la propria coscienza, il proprio Essere.

La difficoltà del Parmenide di Platone è quella di leggere il tempo al di fuori del soggetto. Il tempo è un oggetto esterno che invecchia o ringiovanisce una forma e non modifica la sostanza del soggetto preso in considerazione. Il tempo scorre e il soggetto invecchia.

Nella visione del tempo, Parmenide di Platone vede l'Uno diventare più vecchio.

A cui obbietta che diventare più vecchio è un diventare più vecchio rispetto a qualche cosa che, al contrario, diventa più giovane.

Questo porta il Parmenide di Platone alla conclusione secondo cui, essendo l'Uno il Tutto e scorrendo il tempo, il Tutto diventa più vecchio rispetto ad un tutto che diventa più giovane perché se noi pensiamo al più vecchio dobbiamo pensarlo a qualcosa di più giovane.

Per questo dice che l'Uno, in queste condizioni, essendo il Tutto e scorrendo il tempo, diventa sia più vecchio che più giovane. Ma non si era detto che l'Uno era il Tutto? E in questo tutto non è compreso anche il tempo o il tempo è cosa diversa dal Tutto? E se il tempo è cosa diversa dal tutto, allora esiste qualche cosa che è escluso dal Tutto e allora l'Uno ha dei confini che anche se non sono confini spaziali, sono confini oltre i quali c'è la dimensione del tempo.

A questo punto si innesta un esercizio retorico che distinguendo il tempo dal Tutto esistente lo fa agire sul Tutto costringendo l'interlocutore a separare l'Uno dalla dimensione tempo. La dimensione tempo, separata dal Tutto, dall'Uno, costringe l'ascoltatore ad un esercizio retorico.

La costruzione del concetto di eterno presente dell'Uno è uno degli artifici retorici di Platone. Il presente, per Platone, è oggetto in sé. Come oggetto in sé è il passato compresso in un presente che è stato e lo stesso vale per il divenire che è un presente che sarà. Se l'Uno diventasse sempre più vecchio, dice Parmenide di Platone, non potrebbe essere colto nel suo tempo presente. Ma per quale motivo l'Uno andrebbe colto nel momento presente se i soggetti, gli Altri, sono all'interno dell'Uno e il tempo dell'Uno, qualunque esso sia, è estraneo agli Altri che vivono i loro tempi comunque, diversi dall'Uno? Il fatto che ci siano trasformazioni di un soggetto permette, sia allo spettatore che al soggetto, di cogliere il passato che ha generato il presente vissuto dal soggetto e dal presente, dal suo agire nel presente, permette allo spettatore (e all'attore) di cogliere il possibile futuro in cui l'azione di quel soggetto lo conduce. Il soggetto che abita il tempo è sempre nel presente della sua azione: forgiato dal passato da cui è divenuto, agisce nel presente per forgiare un futuro possibile. Ma questo non può farlo l'Uno perché l'Uno non agisce, ma subisce l'azione degli Altri che agiscono all'interno dell'Uno. Sono gli Altri, coloro che sono diversi ed uguali all'Uno, dentro all'Uno, che determinano il tempo dell'Uno. Essendo l'Uno il Tutto e partecipando il tempo al Tutto, non ci può essere una trasformazione esterna del Tutto in quanto, come ha detto Parmenide in Platone, nulla esiste al di fuori del Tutto. Il tempo, la trasformazione, non incide sulla forma esteriore del Tutto, dell'Uno, ma solo sulla composizione della qualità dell'Uno.

L'Uno, in quanto forma, non può evitare il presente, l'Uno in quanto qualità è in perenne modificazione, dove non esiste un più vecchio o un più giovane, ma esiste una quantità e una qualità di consapevolezza degli Altri che si muovono ed esistono nell'Uno.

L'Uno non diventa né più vecchio né più giovane, diventa più consapevole attraverso gli Altri che crescono nell'Uno.

Parmenide di Platone, avendo scartato a priori una trasformazione interna dell'Uno, si ferma alla forma esteriore di un Uno il cui Tutto è in realtà letto come separazione dell'Uno da una parte di sé stesso. Se io dico di un uomo, come fa Parmenide in Platone: "Il più vecchio è più vecchio di uno più giovane?", il ragionamento è ammesso nella relazione fra più uomini. Ma se la stessa affermazione viene rivolta all'Uno, in quanto Tutto di un universo che non ammette nessun fuori dal Tutto, il presente del Tutto è sempre un presente divenuto da un passato e nel quale si forgia un futuro che sta TUTTO nel TUTTO.

Il presente dell'Uno è il presente vissuto e percepito dagli Altri, da Parmenide di Platone, all'interno dell'Uno. Come la galassia lontana che appare immobile per i milioni di anni luce rispetto alla vita dell'uomo che la osserva mediante il telescopio. E' sempre uguale. Così il Tutto, l'Uno che comprende l'uomo, non è compreso dall'uomo e Parmenide di Platone immagina un uomo che comprenda l'Uno, il Tutto, al di fuori del Tutto che possa parlare del Tutto, dell'Uno, mentre, come Altro, è compreso nel Tutto. L'Altro nel Tutto che si modifica azione dopo azione, percepisce un Tutto che non si modifica perché, come Essere, come soggetto esistente, ha separato la sua coscienza da quanto lo circonda, dal Tutto, dall'Uno.

E inizia il discorso retorico del Parmenide in Platone in cui inserisce la relazione tempo fra l'Uno e gli altri contenuti nell'Uno. Ora, i contenuti nell'Uno, gli Altri, divengono nell'Uno, ma essendo parti dell'Uno, di fatto, modificano la qualità dell'Uno. E questa è la realtà che il Parmenide di Platone vuole nascondere.

Gli Altri, all'interno dell'Uno, essendo pluralità sono di numero superiore ad uno. Da uno ad un numero infinito.

Parmenide di Platone, si rifiuta di attribuire qualità agli Altri e vuole trattare gli Altri come una sequenza numerica partendo dall'Uno. Ma l'Uno, abbiamo convenuto con il Parmenide di Platone, è Uno perché definisce il Tutto. Il Tutto che comprende gli Altri nel Tutto. Dunque, esiste anche il numero "Uno" degli Altri nel Tutto ed esiste il numero due degli Altri nel Tutto, ed esiste il numero tre, degli Altri nel tutto, e via così fino ad un numero che noi possiamo immaginare come infinito nei confini determinati dal Tutto.

Il Parmenide di Platone tenta di confondere il suo interlocutore quando dice: "Il più piccolo di tutti allora sarà il primo: questo è l'Uno, o no?". No! C'è un "uno" degli Altri e c'è l'Uno sul quale abbiamo concordato che sia il Tutto. L' "uno" degli Altri, non è l'Altro da Uno, ma è il primo numero di un'infinita sequenza di Altri. Questo numero, l'"uno" come inizio della sequenza di Altri, è il più piccolo numero che precede gli Altri e che sono contenuti dall'Uno.

Il Tutto è venuto prima delle trasformazioni del Tutto e se ci sono state trasformazioni che hanno preceduto il Tutto, il Tutto è l'inizio da cui partiamo per pensare alla realtà. Questo è il presupposto costruito da Platone attraverso il Parmenide. Si è già detto che non c'è la sequenza dell'Uno o del Due perché fuori dall'Uno non c'è nulla. Tuttavia, questo non esclude che dentro all'Uno ci siano un infinito numero di sequenze con cui qualificare i numeri attraverso i quali contiamo gli oggetti presenti nell'Uno sia in ordine spaziale che in ordine temporale.

L'Uno è venuto prima degli Altri? Non è un credere. L'Uno non è venuto prima degli Altri, ma noi ci siamo accordati nel definire il Tutto come Uno. Dal momento che ci siamo accordati a definire il Tutto come Uno, non ci siamo accordati anche nell'attribuire delle qualità al Tutto che chiamiamo Uno, né abbiamo stabilito le condizioni del Tutto per il quale lo chiamiamo Uno. Pertanto, abbiamo deciso che comunque il Tutto lo chiamiamo Uno al di là e a prescindere dalle qualità che vogliamo attribuire o che individuiamo nel parlare dell'Uno.

Essendo l'Uno oggettività in cui tutto il presente si esprime, sia nello spazio che nel tempo, ne segue che, qualunque sia la qualità dell'oggettività questa ha preceduto quanto contiene perché, se non avesse preceduto quanto la contiene, quanto contiene non poteva esistere. E' come dire che Zeus ha preceduto Hera che, nata prima stava nello stomaco di Cronos. Se l'atmosfera, Zeus, non avesse avvolto la Terra, Rea, Cronos, il tempo, non avrebbe vomitato la Natura, Hera, permettendole di divenire e di trasformarsi. Zeus, l'atmosfera, doveva precedere i nati nella Natura. Il contenitore precede i contenuti anche se i contenuti possono modificare il contenitore, cosa che non viene aprioristicamente esclusa dal Parmenide di Platone.

Parmenide di Platone si chiede sgomento: "Che mi dici poi di questo? L'Uno potrebbe essere divenuto contro la sua stessa natura o è impossibile?" Mi sembra evidente che se l'Uno non diviene perché non può cambiare di posto perché tutti i posti sono nell'Uno; l'Uno non diviene perché non può diventare più vecchio perché, il tempo è nell'Uno, nel Tutto; l'unico modo per cui il Tutto, l'Uno, può divenire è la modificazione della propria natura attraverso la modificazione della natura degli Altri che sono compresi nell'Uno, nel Tutto.

L'Uno, dice Parmenide di Platone, ci appare formato di parti, di Altri, e se ha parti, ha anche un inizio, un termine e un mezzo.

A questo punto, dice Parmenide di Platone, non diviene prima di tutto il principio sia dell'Uno in sé che degli Altri e dopo una trasformazione che possiamo considerare il mezzo che porta ad un termine?

La difficoltà del Parmenide di Platone è anche quella di dover attribuire un tempo all'Uno che, trattato come Tutto fino ad ora, viene ora separato da un Tutto per asserire che Uno e Tutto coincidono alla fine.

La fine non è dell'Uno o del Tutto, ma della natura dell'Uno e del Tutto. Dal momento che Parmenide afferma che l'Uno non può divenire contro la sua natura, deve avere, per sua natura il suo realizzarsi per ultimo dopo le sue realtà, gli Altri al suo interno, insieme con la sua fine.

Nel contesto in cui la realizzazione della natura dell'Uno è la realizzazione della propria coscienza, dell'Uno-che-è, la realizzazione di questa coscienza avviene alla fine, dopo che gli Altri, al suo interno, avranno realizzato la loro e, nell'ottica del ragionamento del Parmenide di Platone, questa Coscienza di Sé dell'Uno è più giovane delle Coscienze di Sé degli altri che hanno realizzato la Coscienza di Sé dell'Uno.

Se la Coscienza di Sé, l'Essere, non realizza nella totalità dell'Uno, ma in una parte dell'Uno, questa coscienza realizzata, la prima che sorge nell'Uno, non è necessario, dice Parmenide di Platone, che sia Uno? E' uno perché è la prima della sequenza di Altri, ma non è il Tutto e dunque, non è l'Uno.

La volontà di non attribuire la natura all'Uno da parte di Parmenide di Platone lo porta a sostenere che l'Uno nasce assieme sia a quanto viene prima che a quanto viene dopo e non manca di nessuna parte se non della coscienza di sé delle singole parti e dell'Uno come insieme. Solo, alla fine, del processo di trasformazione degli Altri all'interno dell'Uno, si forma la coscienza dell'Uno come coscienza del Tutto e per questo posso dire, con il Parmenide di Platone, che c'è un inizio di non-coscienza dell'Uno che è il Tutto, c'è la formazione della coscienza delle sue parti che rappresentano un mezzo del tutto, e c'è la formazione della coscienza universale, la coscienza del Tutto, dell'Uno, alla fine delle trasformazioni degli Altri all'interno del Tutto, dell'Uno.

L'Uno come oggetto e l'Uno come coscienza; gli altri come oggetti e gli altri come coscienza; dove la formazione della coscienza negli altri è la natura, la qualità (l'Eros primordiale che sorge dall'uovo luminoso in Nera Notte), che agendo nell'Uno, nel Tutto, trasforma l'inconsapevole in consapevolezza portandolo a diventare la coscienza e la consapevolezza dell'Uno, del Tutto. Questa coscienza, formata dalle trasformazioni degli Altri, non è né più vecchia né più giovane della coscienza del Tutto, dell'Uno, che in questa condizione, per continuare ad essere il tutto, l'Uno, non potrà far altro che distruggere la propria coscienza affinché altri nascano nel grembo di un nuovo e diverso Tutto, Uno.

In questa condizione il Parmenide di Platone afferma che così l'Uno è e diviene. Dove i termini di vecchio e giovane perdono il loro significato perché la formazione della coscienza e la sua sedimentazione non determina vecchiaia o giovinezza, ma trasformazione che si presenta priva di tempo, priva del mutamento, già mutata nel presente che si presenta.

La coscienza di sé che forma l'Uno non è vecchia, è cresciuta, si è espansa nell'Uno e l'Uno non è più vecchio dell'inizio, qualunque sia l'inizio che vogliamo considerare di un Tutto, è diversamente consapevole.

L'Universo, l'Uno, il Tutto, non diventerà mai più vecchio o più giovane di un'altra realtà perché non esiste un'altra realtà con cui confrontare le trasformazioni che ha avuto. Dal momento che si presenta in un presente, non è diventato né più vecchio né più giovane rispetto al presente in cui si presenta. O il veggente lo osserva.

Gli Altri sono la qualità che germina nel Tutto.

Gli Altri diventano più grandi, diventano più "vecchi", diventano diversi, si trasformano e trasformano l'inconsapevole Uno, di sui sono sostanza, in consapevolezza. Questa trasformazione non produce negli Altri vecchiaia, ma produce una serie di cicli di accumulo-tensione-carica-scarica-rilassamento che trasforma la natura degli Altri nell'Uno fino alla fine delle trasformazioni che si risolve nell'Uno che attraverso questo da inconsapevole diventa consapevole.

L'inconsapevolezza in cui si genera la consapevolezza appare sempre più vecchia della consapevolezza di sé.

E' indubbio che la coscienza che alla fine delle trasformazioni diventa la coscienza di sé dell'Uno, del Tutto, divenuta per azione degli Altri che hanno sviluppato la loro coscienza di sé in cicli di esistenza nell'Uno, è più antica della coscienza di sé degli Altri ma, essendo costruita dalla coscienza di sé degli Altri, la coscienza di sé degli Altri è più antica della Coscienza di sé dell'Uno.

Se si aggiunge del tempo al tempo ci sarà sempre una differenza di tempo costante ai tempi a cui si è aggiunto il tempo. Tuttavia il tempo, riferito agli Altri nell'Uno, non è un tempo che può essere messo in relazione all'Uno. Così la coscienza di sé della Galassia ha tempi diversi dalla coscienza di sé di un battere o di un virus, ma che ne è delle differenze nella misura in cui le due coscienze si fondono costruendo la coscienza universale dell'Uno o del Tutto? Cosa significa più o meno tempo quando tutto forma una nuova coscienza e ad ogni fusone, ad ogni combinazione, tutto continua nuovamente a rinascere fino a formare la coscienza dell'Uno, la coscienza Universale, la coscienza del Tutto, che può risolvere sé stessa solo con la morte della coscienza dell'Uno, dell'Universo, del Tutto?

Qual è la fine degli Altri nell'Uno? Gli Altri germinano nell'Uno, costruiscono il loro Essere che si trasforma nell'Uno e l'Uno costruisce la propria Coscienza di Sé attraverso gli Altri che costruiscono la loro Coscienza di sé. L'Uno si staccherà, per coscienza di sé, dagli Altri, ma gli Altri persistono con la loro Coscienza di Sé nell'Uno. Per questo, seguendo il ragionamento del Parmenide di Platone, diremo che la Coscienza dell'Uno formata, è più giovane e più vecchia della coscienza di sé degli Altri meno che per la prima Coscienza di Sé che si è formata nell'Uno, nel Tutto, e che persiste dopo le trasformazioni.

La Coscienza di Sé dell''Uno, del Tutto, è giovane quando ha cessato di trasformarsi, ma è vecchia rispetto agli Altri che hanno cessato le loro trasformazioni.

In questo modo, seguendo il ragionamento del Parmenide di Platone, il più giovane fra l'Uno e gli Altri diventa il più vecchio che forma la coscienza di Sé dell'Uno che, alla fine delle trasformazioni, diventando la Coscienza di Sé dell'Uno, diventa la coscienza di sé più giovane rispetto alla coscienza di Sé di Altri che l'hanno formata. Così quella Coscienza, diventando più consapevole di Sé rispetto alla Coscienza di Sé di Altri, si può considerare più antica di ogni altra coscienza di sé. Quando Parmenide di Platone dice: "Ma non possono compiere questo processo. Se infatti si compisse, non diverrebbero più, ma sarebbero." Vuole sfuggire dal fatto che, una volta che la Coscienza di Sé diventa la coscienza di sé Universo, non diventa più. Non è più possibile un divenire per quella coscienza di sé se non per cessare di essere. La cessazione dell'esistenza, il suo trasformarsi in NULLA è il divenire ultimo della natura del Tutto.

Dal momento che la realtà universale, l'Uno non diventa più vecchio o più giovane degli Altri, ma diventa più consapevole di sé stesso a mano a mano che gli Altri costruiscono la sua coscienza. Lo stesso vale per ciò che è nato dopo degli Altri. Tutti trasformano l'Uno che, pur essendo sempre l'Uno, il Tutto, non è lo stesso Tutto, Uno, inconsapevole all'inizio delle Trasformazioni diventando Uno, consapevole alla fine delle trasformazioni degli Altri all'interno di sé stesso.

Conclude queste riflessioni il Parmenide di Platone affermando che: "Secondo tutti questi ragionamenti, quindi, l'Uno è e diviene più vecchio e più giovane sia di sé sia degli Altri, e nel contempo non è né diventa più vecchio e più giovane né di sé né degli Altri", infatti aspetta soltanto di cessare di essere: di MORIRE!

 

Platone nel Parmenide e la consapevolezza dell'Uno

Commento al Parmenide di Platone 155D – 155E

L'ontologia filosofica confonde la realtà in essere con la realtà immaginata. Si è detto che l'Uno è il Tutto, il Tempo partecipa all'Uno e non come afferma Parmenide di Platone che fa partecipare l'Uno al tempo. Il Tutto, l'Uno, si trasforma.

A questo punto, dal momento che l'Uno è il Tutto, il Tutto, come dice Parmenide di Platone: "era, è e sarà, diveniva, diviene e diverrà" ma diversa è la qualità di ciò che era a ciò che sarà, diversa la qualità di ciò che diveniva, sta divenendo e diventerà.

Del Tutto, indubbiamente qualcosa c'è stato, può essere il Tutto, solo perché io sono e io, come Altro nel Tutto, posso concepire che il Tutto sia Uno che c'era prima di me e che ci sarà dopo di me al di là della qualità dell'esserci.

Del mondo in cui esisto io posso averne scienza e consapevolezza. Posso avere delle opinioni e delle sensazioni perché io sono uno degli Altri nel Tutto e la mia vita è la costruzione della mia consapevolezza che può partecipare a costruire la consapevolezza del Tutto, dell'Uno, alla fine dei Mutamenti.

Tutto questo ha un nome ed è definito. Si chiama VIVERE o, se si preferisce, ESSERE, ciò che noi siamo, ognuno di noi, ogni Essere dell'Universo, qualunque ne sia la sua natura e la sua specie, appartiene agli Altri che manipolano la propria consapevolezza in un universo composto da inconsapevolezza. Un Tutto inconsapevole in cui la nostra vita, la nostra esistenza, dalle galassie al virus, costruiscono la coscienza universale: la coscienza dell'Uno, del Tutto come fine dei mutamenti.

 

Platone nel Parmenide e la partecipazione dell'Uno alla nascita e alla morte

Commento al Parmenide di Platone 155E – 157B

Parmenide di Platone riprende in esame per la terza volta la logica con la quale afferma l'Uno. Essendo l'Uno sia Uno, sia molti (in Uno) sia non-Uno che non-Altri che partecipano alle trasformazioni del tempo nell'Uno, a volte l'Uno partecipa dell'Essere, ciò-che-è-vita perché è Uno, e a volte non vi partecipa perché è non-Uno?

Parmenide di Platone si pone un quesito: l'Uno partecipa alla vita, all'Essere, ma gli sarà possibile partecipare o di non partecipare alla vita?

Da cui deduce che in certi momenti partecipa alla vita mentre in altri momenti non partecipa alla vita; in alcuni momenti partecipa all'Essere e in altri momenti è non-essere. Non necessariamente l'Uno è nella vita, ma nella misura in cui io penso alla vita, all'Essere come esistenza degli Esseri della Natura, non posso pensare all'Uno come Essere, ma debbo pensare all'Uno come non-Essere in cui gli Esseri della Natura si differenziano dall'Uno non per la sostanza di cui sono fatti, ma per la coscienza che esprimono nel non consapevole Uno.

Ci sarebbe un momento in cui l'Uno coglie l'Essere e un momento in cui l'Uno abbandona l'Essere. Parmenide di Platone si chiede come può ora avere l'Essere (come se l'essere potesse essere posseduto) e abbandonarlo in un'altra situazione?

Cogliere l'Essere si chiama nascere.

Abbandonare l'Essere si chiama morire.

Parmenide di Platone afferma che se l'Uno accoglie o abbandona l'Essere, l'Uno nasce e muore.

Poiché molti Altri sono nell'Uno e poiché l'Uno coglie l'Essere e abbandona l'Essere, ne consegue che quando l'Uno coglie l'Essere i molti Altri periscono e quando nascono i molti Altri, l'Uno è morto.

Diventare molti Altri e diventare Uno, non significa forse dividersi e tendere all'unità?

Non c'è forse, dice Parmenide di Platone, assimilazione e diversificazione quando l'Uno e gli Altri diventano simili e non-simili?

L'Uno non può diventare più grande, perché è il Tutto e non può essere più piccolo del Tutto, così si è detto all'inizio per questo ragionamento riferendolo all'Uno e proprio perché l'Uno è il Tutto si rifiuta il nome di Grandezza e Piccolezza, riferito all'Uno, perché il Tutto non ha dimensione riferibile al di fuori del Tutto.

L'Uno, il Tutto, non può essere in movimento, perché non c'è luogo in cui può spostarsi. Il movimento dell'Uno è dentro all'Uno, negli Altri, non nell'Uno in quanto Uno

Ne segue che l'Uno è immobile perché non può partire e arrivare, può solo essere inconsapevole o consapevole. Può diventare Essere e può diventare non-Essere. Al suo interno, gli Altri, possono Essere, vivere e trasformarsi costruendo l'Essere dell'Uno quando l'Uno è non-Essere.

Osserva Parmenide di Platone che non c'è un tempo in cui una cosa non sia né ferma né in movimento e né può mutare senza il mutamento.

Il mutare delle cose è un altro dilemma esposto da Parmenide di Platone dove l'oggetto che muta non muta né quando si muove né quando sta fermo.

Parmenide di Platone si chiede se esiste il momento del mutare.

L'istante in cui avviene la trasformazione, dalla quiete al movimento e dal movimento alla quiete. L'istante posto nel mezzo fra movimento e immobilità dove quanto si muove muta arrivando al riposo e quanto è in riposo muta mettendosi in movimento. Quell'istante ha un nome: volontà.

La condizione dell'Uno, in quanto Tutto, non può cambiare il suo moto perché, per le ragioni esposte dal Parmenide di Platone, comprendendo il Tutto, l'Uno non ha nessun luogo dove andare. Il suo unico movimento è quello del passaggio dal non-Essere all'Essere attraverso il movimento di Altri che agiscono al suo interno. La volontà che costringe gli Altri a passare dallo stato di quiete allo stato di moto è la stessa volontà che userà l'Uno per passare dall'Essere al non Essere, al nulla della sua coscienza di sé. La volontà dell'Uno-che-è è solo la volontà di morire, di diventare Nulla.

E' il cambiamento proprio dell'Uno, il suo mutare dall'Essere al perire. Quello è il mutamento che dipende dalla sua volontà al contrario, dal non-Essere all'Essere viene subìto dall'Uno perché la volontà è espressa dagli Altri all'interno dell'Uno. Sono gli Altri nell'Uno che costruiscono la coscienza dell'Uno. Lo fanno attraverso la loro volontà che nel venir in essere sommano alla propria necessità d'esistenza.

Quando l'Uno non è, i molti nascono, sviluppano la loro coscienza di sé, si trasformano e costruiscono la coscienza di sé dell'Uno. Com'è l'Uno in quel momento? L'Uno è il Tutto, ma manca di volontà di coscienza, di intelligenza di capacità di progettare. L'Uno, il Tutto, subisce le trasformazioni dei molti, degli Altri.

Dal momento che il Tutto è, anche l'Uno è, ma subisce le trasformazioni dei molti, degli Altri che lo porteranno a diventare cosciente e consapevole.

 

Platone nel Parmenide, la consapevolezza degli Altri e l'inconsapevolezza dell'Uno

Commento al Parmenide di Platone 157B – 158B

Ora, dice Parmenide di Platone, dobbiamo parlare degli Altri quando l'Uno è.

Se l'Uno è, cosa subiscono gli Altri dall'Uno?

Ricordo nei ragionamenti precedenti che Parmenide di Platone sostiene che gli Altri non sono l'Uno pur essendo nell'Uno, nel Tutto, altri comunque sono diversi dall'Uno pur essendo Uno.

Gli Altri sono della sostanza dell'Uno, ma, a differenza dell'Uno sono consapevoli di sé stessi e nell'Uno manifestano la loro volontà d'esistenza.

Il discorso sulla differenza e l'uguaglianza, le similitudini e le relazioni fra le parti, gli Altri, e l'Uno è una differenza sottolineata in tutti i ragionamenti fatti dal Parmenide di Platone.

La coincidenza dell'Uno con il Tutto e il fatto che l'Uno rappresenta il Tutto conoscibile, sconosciuto e inconoscibile dell'Universo, è una condizione sottolineata più volte dal Parmenide di Platone anche se in alcuni aspetti del Parmenide sembra che ci sia una distanza fra l'Uno e il Tutto. Gli Altri, coloro che costruiscono la loro coscienza di sé nell'Uno manifestando la loro volontà, sono allo stesso tempo Uno pur essendo "parti dell'Uno", ma parti consapevoli di un Uno inconsapevole. Un Uno che non è Essere perché non progetta né la propria, né l'esistenza di altri. L'Uno, che non può essere diviso in parti, manifesta delle qualità al suo interno che non sono parti dell'Uno, ma Altri, che si differenziano dall'Uno proprio per "essere" consapevoli di sé.

Quando parla del Tutto in questo ragionamento, il Parmenide di Platone, sottolinea che il Tutto è il Tutto composto da molte parti e molti aspetti. Non si tratta di un Tutto omogeneo e appiattito, ma di un immenso calderone in cui bolle la vita e l'inconsapevole si trasforma in consapevole.

Nella logica espressa in questa osservazione dal Parmenide di Platone, ci viene chiarito che cosa significa essere "parte dei molti". Non significa essere Uno "uno dei molti", ma un "sotto-molti", cioè parte di uno dei molti che rispetto alla sua parte è un'unità. Questa visione di partecipazione, come oggetto di possesso dell'unità delle proprie parti è cosa diversa dal ritenere una parte, parte di un insieme. Il soggetto che possiede è sempre considerato come l'unità di controllo di ogni parte che in esso si esprime. Ne seguirebbe che, essendo l'Uno, il Tutto, noi non potremmo pensare all'Uno come composto di parti indipendenti dall'Uno, ma di parti possedute dall'Uno e controllate mediante una sorta di "proprietà" da parte dell'Uno aprendo un discorso sulla qualità della relazione fra l'Uno e gli Altri, che si muovono nell'Uno che fino ad ora, negli altri ragionamenti, si è voluto ignorare.

Dal momento che l'Uno è non-Essere non può costruire delle relazioni con gli Altri che sono Esseri, agiscono, desiderano, ecc., e che solo loro possono costruire la relazione con il non-Essere, l'Uno.

Ed è per entrare in questa ottica che Parmenide di Platone afferma che la parte non è una "parte dei molti", ma solo una parte di una certa Idea, di "un certo Uno" che chiamiamo Tutto. Quest'Uno "deve raggiungere l'unità" e solo raggiungendo l'unità raggiunge la sua perfezione. Ma le parti hanno una qualità d'esistenza diversa dall'Uno e l'Uno arriva alla "perfezione" solo mediante l'unità delle sue parti. Dove le parti, gli Altri, nello svilupparsi esprimono qualche cosa che all'Uno manca. L'Uno è soggetto passivo e gli Altri sono i soggetti attivi nell'Uno. L'Uno è immobile, gli Altri, le parti si trasformano e divengono ma, nello stesso tempo l'Uno diviene tendendo all'unità delle sue parti. Quale qualità di unità? Della sua coscienza. L'Uno non ha coscienza di sé, l'Uno, pertanto non agisce mentre le sue parti, gli Altri, sono portatrici di conoscenza, consapevolezza, volontà, intelligenza e scopo.

Gli Altri non sono solo Altri come unità in sé, ma sono Altri composti di parti che a loro volta esprimono la loro volontà, il loro intento e il loro scopo negli Altri che, a loro volta, tendono all'unità della parte e degli Altri.

Da qui la deduzione di Parmenide di Platone secondo cui gli Altri sono un'unità, una forma di tutto in sé che dotato di parti sviluppa la propria volontà e la propria intelligenza nell'Uno di cui gli Altri sono parti.

Lo stesso ragionamento viene fatto da Parmenide in Platone per quanto riguarda ogni singola parte. Ogni parte degli Altri partecipa all'Uno partecipando agli Altri. Il ciascuna parte, secondo Parmenide di Platone, starebbe ad indicare che "ciascuna", che è una diversa da altre che sono una, è distinta dalle altre e vive in sé, progetta in sé, agisce in sé e per sé pur partecipando all'Uno.

Parmenide di Platone ritiene necessario che per partecipare all'Uno è necessario che gli Altri, le Parti, siano cosa diversa dall'Uno. In sostanza, se io sono l'Uno, le cellule del mio corpo sono parti di questo Uno, diverse dall'Uno e partecipi di quest'Uno. Le cellule del mio corpo sono ciò che io sono e dunque, partecipi dell'Uno e diverse dall'Uno come parti costituenti dell'Uno che esercitando la loro volontà, le loro determinazioni e la loro intelligenza mettono in atto tutti i processi di adattamento di questo Uno che un giorno era Feto, ed oggi è un uomo adulto verso il tramonto della sua esistenza. Nessuna di queste cellule è me stesso in assoluto, eppure non sono diverse da me, dall'Uno.

Ogni mia cellula partecipa all'Uno che sono. Sono una parte di ciò che io sono e divengo proprio perché le mie cellule esercitano la loro volontà e la loro intelligenza per la quale io adatto la mia volontà e la mia intelligenza. Il mio agire dipende molto dalle cellule e quando le cellule sono attaccate da un virus, io modifico il mio agire perché le parti, gli Altri, di ciò che io, come Uno sono, stanno agendo in risposta a sollecitazioni che io subisco e alle quali le mie cellule tendono a reagire. Questo è quanto intende dire Parmenide in Platone in questo contesto logico.

Infatti, ogni cellula che partecipa all'Uno, a me stesso, lo farà essendo diversa dall'Uno, da quello che io sono.

Le cellule del mio corpo saranno molte, essendo diverse da ciò che io sono, l'Uno, infatti se io fossi una singola cellula, la singola cellula sarebbe Uno e io non sarei nulla. Questo è ciò a cui porta il ragionamento del Parmenide di Platone.

 

Platone nel Parmenide, il corpo e le cellule dell'Uno

Commento al Parmenide di Platone 158B – 158E

Poiché sono più di una le cellule che partecipano al mio corpo e che costituiscono parti dell'Uno, Me, e io sono in tutte loro, non è necessario forse che siano un infinito numero che partecipano a ciò che io sono?

Vediamo, dice nel Parmenide di Platone. Le mie cellule che prendono parte all'Uno che sono, non sono forse qualche cosa che non è Me né partecipano a Me nel momento in cui cominciano a partecipare a Me? Ma se io sono l'Uno delle mie cellule, è perché la coscienza delle mie cellule ha preceduto e formato la coscienza che io sono. Dunque, le cellule che hanno formato Me, hanno formato la mia coscienza che sono e solo in un secondo tempo ha realizzato quell'unità consapevole che chiamo "Io" o, se preferite, "Uno". Ci fu un momento in cui io non ero e le mie cellule hanno costruito ciò che io sono diventato realizzando l'unità di Me.

Le cellule sono delle molteplicità nelle quali l'Uno, Me, non c'è?

Parmenide in Platone viene tradotto da Reale col termine "partecipare". Quando il discorso d'insieme significa "essere posseduto" dall'Uno o "non partecipare all'Uno" è non essere posseduta dall'Uno dal momento che appare come molteplicità nell'Uno e non legata ad una "possibile" volontà dell'Uno.

Quando si esamina una realtà diversa dall'Idea di Uno, qualunque sia la parte esaminata, sarà unica o molteplice?

Dice Parmenide di Platone che quando ogni singola parte è diventata una parte, in quanto parte, risulta limitata sia nel rapporto col Tutto, l'Uno, che con le altre parti. I limiti sono propri degli oggetti che diventano soggetti riconoscendo sé stessi diversi dal mondo che li circonda.

Gli Altri, osserva Parmenide di Platone, dall'interno dell'Uno hanno un rapporto sia con l'Uno che li contiene sia con sé stessi. Hanno dei limiti che li separa l'uno dall'altro mentre la loro natura fornirebbe a loro, e in sé stessi, "l'infinitezza". La loro coscienza si trasforma nell'infinito dei mutamenti, ma il limite del mutamento è l'Uno che, attraverso la loro trasformazione, diventa Essere vivente, l'Essere dell'Uno, della totalità dell'universo.

L'infinito dei mutamenti della coscienza degli Altri nell'Uno è un infinito divenire, una infinita trasformazione. Il limite di questo infinito (che dunque non è infinito se non come percezione soggettiva delle parti, degli Altri) è la formazione della coscienza di sé dell'Uno, del Tutto, dell'Universo.

 

Platone nel Parmenide e le affezioni degli Altri subite dall'Uno

Commento al Parmenide di Platone 159A – 159B

Tutti gli Altri tendono alle trasformazioni verso un infinito. Non sono infiniti in sé, ma possono diventare infiniti e i confini della loro trasformazione, della loro finitezza sono costituiti dalla costruzione della coscienza e della consapevolezza dell'Uno. Le affezioni che subiscono inducono trasformazioni continue della loro conoscenza ed incidono sulla qualità delle loro trasformazioni. Gli Altri, le parti, all'interno dell'Uno sono differenti dall'Uno, ma la differenza sostanziale è che mentre le parti, gli Altri, sono coscienze in trasformazione nell'Uno, l'Uno è inconsapevole e costruisce la propria consapevolezza come sedimentazione delle coscienze degli Altri all'interno di sé stesso. Al contempo, la relazione fra gli Altri e l'Uno si amplia a mano a mano che la coscienza soggettiva degli Altri, delle parti, si amplia diventando progressivamente la coscienza di sé dell'Uno. In realtà, l'Uno non costruisce la propria Coscienza di Sé. Sono gli Altri che costruiscono la loro coscienza di Sé per sviluppo, trasformazione, aggregazione, sedimentazione, alimentazione e dilatazione nell'inconsapevole fintanto che l'inconsapevole diventa Tutto consapevole e, in quel momento, ciò che noi consideravamo Uno, il Tutto, diventa il Tutto consapevole, l'Uno-che-è senza mai aver agito per poter essere in quanto la mancanza di coscienza si realizzava nell'assoluta inazione rispetto agli Altri che al suo interno si trasformavano.

Gli Altri, le parti, sono limitate dai confini di sé stessi. Corpi che si muovono nell'Uno esercitando la loro volontà e le loro determinazioni in un Uno inconsapevole che subisce la loro azione e la loro volontà che dilata la loro coscienza nell'unica necessità assoluta: la formazione della coscienza di sé nell'Uno.

Dove la finitezza delle parti è data dai confini del corpo delle parti, degli Altri, nell'Uno e l'infinitezza è data dall'incalcolabile numero di corpi presenti nel Tutto, nell'Uno.

La contrapposizione fra Uno e gli Altri, i corpi nell'Uno, è la contrapposizione fra coscienza e consapevolezza e non-coscienza e non-consapevolezza. Dove proprio dall'assenza della coscienza e della consapevolezza dell'Uno, del Tutto, si oppone la coscienza e la consapevolezza delle parti che formano l'Uno. Solo in questa condizione l'Uno, il Tutto, può essere pensato e considerato come parti che formano il Tutto.

Per questo motivo gli Altri, le coscienze di sé presenti nel Tutto sono simili in quanto la similitudine è data dalla coscienza, non dalla forma, e sono diversi dall'Uno, dal Tutto, perché l'Uno, il Tutto, manca di una coscienza di sé.

Non è importante qual è la forma degli Altri all'interno dell'Uno. Non è importante se sono simili o dissimili. Non importa se il portatore di coscienza di sé è grande come un virus o enorme come una galassia. Il portatore di coscienza è grande o piccolo rispetto a noi che ci consideriamo portatori di coscienza. I portatori di coscienza sono tutti simili fra di loro e diversi fra loro. Sono identici ed opposti a seconda del punto di vista che assumiamo per costruire le categorie del loro esistere e del loro divenire. La sostanza delle Coscienze di Sé è la sostanza dell'Uno, sono compresi nel Tutto, nell'Uno, ma questa sostanza è organizzata in maniera diversa perché è portatrice di volontà d'esistenza e la volontà d'esistenza rende diverso il portatore di coscienza di sé dall'Uno che non ha in sé la volontà d'esistenza non essendo cosciente di sé stesso.

 

Platone nel Parmenide, l'Uno, il Tutto e la coscienza degli Altri

Commento al Parmenide di Platone 159B – 160B

A questo punto il Parmenide di Platone cambia la questione. Dice, lasciamo stare gli Altri nell'Uno e partiamo dal presupposto che l'Uno sia. Partendo dal presupposto che l'Uno manifesti Coscienza di Sé, che il Tutto sia consapevole di sé stesso: qual è la condizione degli Altri nell'Uno?

Possiamo pensare che possano esistere degli altri nell'Uno se l'Uno è cosciente e consapevole di sé?

Può la coscienza dell'Uno essere in relazione con gli Altri dentro sé stesso? Se ci fossero relazioni fra la coscienza di sé dell'Uno con gli Altri all'interno dell'Uno ci sarebbe anche il tempo, il mutamento, la trasformazione della stessa coscienza dell'Uno e della coscienza degli Altri. Il mutamento presuppone l'assenza del Tutto. Il Tutto non è compiuto, il Tutto è in divenire, nel tempo e nella trasformazione.

In questo caso non ci sarebbe diversità fra l'Uno, il Tutto, e gli Altri. L'Uno non sarebbe il Tutto, ma una parte di un Tutto possibile in perenne trasformazione. Questo avviene anche nel corpo umano. Io dico Tutto, quando parlo di me stesso, ma all'interno del corpo umano milioni di cellule diventano e si trasformano trasformando il Tutto che io sono. Nella modificazione e nella relazione io mi modifico alimentando il Tutto che sono in un Tutto che è divento. Non posso essere il Tutto come inteso dal Parmenide di Platone, sono un Tutto come coscienza non un Tutto come possibilità e trasformazione. Se io applico questo concetto all'Universo, al Tutto, vedo che non sto parlando dell'Uno o del Tutto, ma di un'entità in trasformazione e in divenire che, pur comprendendo tutto ciò che è, non è il Tutto.

Per questo il Parmenide di Platone afferma che "L'Uno e gli Altri non sono mai insieme". Non convivono, ma quando alcuni sono lui non è, quando lui è, loro non sono.

Il Parmenide di Platone si chiede se sono separati, ma la separazione non è nella sostanza, ma nell'articolazione della sostanza all'interno dell'Uno, del Tutto. Tutta la sostanza presente è il Tutto, non tutta la sostanza presente nel Tutto è coscienza di sé e, dunque il Tutto non è consapevole del Tutto, ma la consapevolezza del Tutto si forma attraverso la consapevolezza delle sue parti. C'è un momento in cui la consapevolezza del Tutto si sta aggregando ed appare immensa, ma non è il Tutto e convive con le parti con la cui consapevolezza si aggrega e si modifica. Dunque, non è la coscienza dell'Uno o del Tutto, ma è potenzialmente ciò che diventerà la coscienza del tutto o dell'Uno.

Gli Altri, nell'Uno, partecipano a sé stessi, non sono in relazione con l'Uno per il semplice fatto che l'Uno non ha coscienza di sé stesso.

E nemmeno si può confondere le parti dell'Uno, con l'Uno. Le parti coscienti dell'Uno sono le parti coscienti, gli Altri, l'Uno rimane inconsapevole.

Parmenide di Platone trova la difficoltà nell'uguaglianza formale e sostanziale. L'Uno e gli Altri non hanno relazione perché gli Altri non sono il Tutto. Pertanto, in questo senso, gli Altri sono diversi dal Tutto. Il Tutto vive uno stato passivo di trasformazione inconsapevole per l'attività degli Altri che nel Tutto costruiscono, costruendo sé stessi, la coscienza di sé che diventerà la Coscienza del Tutto.

E non si può dire che gli Altri partecipino all'Uno perché l'Uno non è.

L'Uno non si può assimilare gli Altri. Gli Altri sono consapevoli di Sé mentre l'Uno è inconsapevole. L'uno non manifesta la sua volontà, se lo facesse muterebbe e se muta non sarebbe più il Tutto, l'Uno definito da Parmenide, ma un Uno in movimento e in trasformazione. L'Uno è dunque, privo di volontà d'esistenza.

Il portatore di volontà d'esistenza è uguale all'Uno nella sostanza, diverso per la sua attività di espansione e di trasformazione. Se gli Altri fossero come l'Uno, l'Uno, il Tutto, non diventerebbe mai cosciente di sé stesso, ma sarebbe materia-energia inconscia che si muove in un vuoto che riempie a mano a mano che quella materia-energia si espande. Ma espandersi non significa diventare cosciente di sé, significa essere portatrice di un moto che non incide sulla modificazione della qualità della materia-energia dell'Universo.

Parmenide di Platone conclude questa parte del ragionamento affermando che se l'Uno, che consideriamo il Tutto, non avendo coscienza di sé stesso, non è nemmeno l'Uno rispetto a sé stesso (non ha coscienza di sé); non è nemmeno l'Uno rispetto agli altri perché non esercitando la volontà d'esistenza; non è nemmeno in grado di costruire delle relazioni con gli Altri.

 

Platone nel Parmenide, l'inconoscibilità dell'Uno e la conoscenza degli Altri

Commento al Parmenide di Platone 160B – 160D

Ora il Parmenide di Platone prende in considerazione l'Uno che non-è. L'Uno privo di coscienza e di consapevolezza. Non essere non implica il non esistere come forma e sostanza, implica il non esistere come vita, come esistenza e come volontà di trasformazione e di espansione.

L'Uno è non-è come costante di sé nel momento in cui ne parliamo. Proprio per il fatto che noi stiamo parlando dell'Uno, l'Uno non-è. Se l'Uno fosse noi non parleremo dell'Uno perché saremo coscienza o parte della coscienza dell'Uno, ma dal momento che noi parliamo dell'Uno, separando noi stessi dall'Uno, dal Tutto, che consideriamo come insieme altro da noi, l'Uno-non-è.

Nello stesso tempo si può anche dire che il non-Uno-non-è per il fatto che se fosse io non sarei e se non fosse io non sarei perché mancherebbe il tutto in cui io sono. Pertanto, il Tutto come insieme è dimostrato dalla mia esistenza e il non tutto il non-uno della coscienza del tutto è dimostrato dalla presenza della mia coscienza, di me stesso, che si separa dal mondo circostante che riconosco non-me.

Parmenide di Platone si perde nel fatto che la grandezza e la piccolezza siano due unità di riferimento, ma dove sta Parmenide di Platone all'interno della piccolezza e della grandezza? E perché piccolezza e grandezza sono usati da Platone come nomi che qualificano gli oggetti.

Quando si afferma che l'Uno non è, non lo si afferma per negare l'esistenza del Tutto di cui l'Uno è l'unità che lo rappresenta, lo si afferma per negare la consapevolezza del Tutto di sé stesso. E negando la consapevolezza del Tutto di sé stesso, si nega al Tutto la presenza della volontà d'esistenza che permetterebbe al Tutto di progettare la sua trasformazione perché, se ammettiamo che possa esistere una trasformazione nel Tutto, il Tutto non è il Tutto che Parmenide di Platone ha assunto come modello per il suo discorso.

Il punto non è "che cosa io riesco a conoscere del Tutto", ma come tratto il Tutto nella realtà dell'esistenza. Come quel Tutto "agisce" in sé stesso e nei confronti di Altri e come penso il ruolo degli Altri, fra cui me stesso, nel Tutto e per come sono in grado di pensare il Tutto.

 

Platone nel Parmenide e l'Uno-che-non-è

Commento al Parmenide di Platone 160D – 161A

Riprendiamo il discorso dell'Uno che non è.

Avere coscienza che l'Uno-non-è è possibile solo partendo dalla condizione in cui Io-sono. Dal momento che Io-sono, riconoscendo me stesso diverso dal mondo circostante, sono consapevole di un mondo circostante che è altro da me. Dal momento che io, comunque mi pensi, mi muovo nel mondo circostante, non posso non pensare che Io-che-sono e il mondo circostante, comunque lo immagini, costituisca un'unità che definisco il Tutto. Ciò nonostante, essendo la mia coscienza separata dal mondo circostante e muovendosi indipendentemente pur rispondendo alle sollecitazioni del mondo circostante, non posso pensare all'esistenza di una coscienza che comprenda sia me che il mondo circostante in un'unità di consapevolezza. In altre parole, pur pensando all'esistenza di un Tutto, che posso chiamare col termine di "Uno", non posso attribuire a quell'Uno una coscienza perché comunque io vivo la mia coscienza separata da quella coscienza che potrei immaginare attribuendola all'Uno anche se io quella coscienza la potrei immaginare come un'unità.

Dal momento che io riconosco me stesso diverso dal circostante, non posso pensare alla coscienza dell'Uno in quanto, la presenza di tale coscienza, fonderebbe sia la mia coscienza che la coscienza dei soggetti che mi circondano in un'unica unità.

L'esistenza non può essere attribuibile all'Uno. L'Uno va pensato come inesistente pur essendo il Tutto in cui i soggetti, gli Altri, manifestano la loro esistenza, esercitano la loro volontà, mettono in atto i loro intenti e raggiungono i propri scopi soddisfacendo i propri bisogni e i propri desideri.

L'Uno è il Tutto, contenitore dei molti che vivono e si relazionano. Nelle relazioni e nei reciproci adattamenti costruiscono la coscienza di sé che, mutamento dopo mutamento, saturando il Tutto diventa la Coscienza di Sé dell'Uno che, in quel momento, annulla "gli Altri" risolvendo in sé stessa il loro divenire.

 

Platone nel Parmenide e l'Uno-che-non-è modificato dagli Altri-che-sono

Commento al Parmenide di Platone 161A – 161C

Ne segue che non esistono relazioni fra la somiglianza dell'Uno e degli Altri. Gli Altri, le coscienze di sé, nell'Uno costruiscono loro stesse plasmando sé stesse nelle relazioni. L'Uno può avere somiglianza solo con l'Uno, ma l'Uno non è l'Uno perché l'Uno-non-è, non vive. Contiene la vita ma non vive la vita. Non è nemmeno artefice della vita, subisce la vita e le sue determinazioni perché la vita, la coscienza di sé, progetta in esso.

Allo stesso modo non possiamo immaginare l'Uno vivente. Il fatto stesso che noi immaginiamo un Uno vivente, l'Uno non può esistere proprio per il fatto che noi lo immaginiamo costruendo un'alterità fra noi e l'Uno.

L'Uno, il Tutto, è uguale a sé stesso dato un presente in cui si ferma il tempo. Ma questo non fa dell'Uno un soggetto vivente, fa dell'Uno un contenitore della vita che, fermato nel tempo e fermata la vita al suo interno, ad un eventuale spettatore, risulta uguale a sé stesso salvo per il fatto che dal momento che lo spettatore guarda l'Uno, e lo pensa l'Uno che viene guardato e pensato, non è più l'Uno di prima di essere guardato e pensato.

L'Uno non è uguale a sé stesso perché gli Altri, all'interno dell'Uno, si modificano modificando l'Uno che in ogni istante è diverso dall'istante che lo precede, qualunque sia l'istante che gli Esseri Viventi, gli Altri, nell'Uno pensano. Prima era uguale a sé stesso, ora è uguale a sé stesso, domani è uguale a sé stesso. L'Uno può solo essere uguale a sé stesso in ogni momento. Non c'è un prima e un dopo per l'Uno; l'Uno non ha volontà, non mette in atto azioni e nemmeno desidera. L'Uno è e non è nello stesso tempo.

 

Platone nel Parmenide la sostanza dell'Uno e la coscienza di sé degli Altri

Commento al Parmenide di Platone 161C – 161E

Parmenide di Platone afferma che l'Uno-che-non-è partecipa della piccolezza, della grandezza degli Altri ma, si chiede, come è possibile che vi partecipi se l'Uno-non-è? L'Uno, non avendo coscienza di sé, non partecipa mediante la propria coscienza, ma partecipa mediante la propria sostanza.

Il Tutto è Uno. Nulla esiste fuori del Tutto e, dunque, essendo noi stessi parte del Tutto, siamo parte dell'Uno, ma siamo separati dall'Uno perché noi non pensiamo noi stessi come Uno, ma pensiamo a noi stessi come un ente all'interno del Tutto.

Un ente che pensa, si muove, progetta, cresce e si trasforma mentre il Tutto non può essere pensato in trasformazione. In trasformazione può essere pensato il non-Uno, il Non-Tutto, solo le parti, gli Altri, all'interno del Tutto. Il Tutto non progetta, non si muove, non desidera, non agisce.

L'Uno non partecipa alla disuguaglianza degli Altri, ma alla compartecipazione negli Altri subendo l'affezione degli altri che agendo in lui lo costringono a modificazioni continue e formeranno la coscienza del Tutto.

L'Uno non è diseguale agli Altri, ma è altro dagli Altri che con la loro coscienza agiscono nell'Uno. Gli Altri sono, mentre l'Uno-non-è.

L'Uno-che-non-è partecipa con la sua sostanza al venir in essere delle coscienze, degli altri al suo interno, ma non è in grado di indirizzare lo sviluppo della Coscienza che lo riempirà è prodotta dalle trasformazione della coscienza di sé degli Altri.

 

Platone nel Parmenide e il venir in essere dell'Uno

Commento al Parmenide di Platone 162A – 163B

Parmenide di Platone si chiede come può l'Uno-che-non-è partecipare anche dell'Essere? Se l'Uno non è perché gli Altri stanno costruendo la coscienza, come può l'Uno-che-non-è esserne partecipe?

L'uno non partecipa alla costruzione della coscienza degli Altri e, per conseguenza, nemmeno di quella che sarà la coscienza del Tutto. Gli Altri sono sempre diversi dall'Uno, il Tutto, anche quando la coscienza degli Altri diventa tanto grande da occupare gran parte del Tutto. E' sempre la coscienza di Altri e il Tutto non partecipa a questa coscienza perché questa coscienza, crescendo, tende ad occupare il Tutto. Solo allora l'Uno-che-non-c'è diventa l'Essere. Ma in quel momento, all'Essere, non resta che un solo movimento: morire.

Parmenide di Platone è chiuso nella dimensione in cui l'Uno-è e l'Uno-non-è. O vive una dimensione esistenziale o vive l'altra dimensione. O parliamo dell'Uno-che-non-è o parliamo dell'Uno-che-è. Solo che fra la dimensione dell'Uno-che-non-è e la dimensione dell'Uno-che-è ci sono gli Altri-che-sono fino a diventare gli Altri-che-non-sono perché sono Uno-che-è.

A questo punto Parmenide di Platone pensa che possa esserci un legame fra l'Uno-che-non-è e l'Uno-che-è. Il legame sarebbe il tempo, la trasformazione dell'Uno-che-non-è nell'Uno-che-è dove l'Uno-che-non-è è l'Uno-che sarà partecipando all'Uno-che-non-è.

Tutto il ragionamento di Parmenide nel Platone sta nel fatto che l'unico movimento consentito all'Uno è quello di nascere e di perire; è quello di non perire e di non nascere dove l'uno e l'altro stato dell'esistenza non è caratterizzato dalla presenza dell'Uno, ma dalla coscienza dell'Uno, del Tutto, che una volta formatasi dagli Altri, deve necessariamente diventare la Coscienza dell'Uno, del Tutto, che può fare una sola cosa, perire perché nel tutto non esiste nessun altro movimento possibile in quanto ogni trasformazione è giunta alla fine.

 

Platone nel Parmenidee la mancanza di volontà dell'Uno

Commento al Parmenide di Platone 163C – 164C

Parmenide di Platone deve tornare all'inizio. Dal momento che non ha diviso e separato ciò che è consapevole da ciò che non è consapevole, ma si è limitato ad indicare la consapevolezza del soggetto mediante il termine di "essere", che sta per "vivere" e, dunque, per avere coscienza, si è scordato, o almeno nella traduzione in Italiano la cosa non rende, di distinguere fra la presenza come forma e la presenza come coscienza, come "essere". La forma può esistere anche senza coscienza. La materia e l'energia possono esistere anche senza rappresentare un'unità cosciente e consapevole di sé stessa. In altri casi ancora, tempi e modi di espressione della coscienza di enti capaci di comprendere altri enti, risulta estranea agli enti che la abitano tant'è che tali enti possono e devono ignorare che quanto abitano abbia una coscienza di sé stesso; sia un "essere". Allora, seguendo sempre il discorso di Parmenide in Platone, diciamo che il Tutto è materia ed energia che comprende tutto ciò che esiste, ma non è coscienza di un Tutto che agisce e progetta sé stesso.

Il tutto non-è-essere, ma è non-essere. La dimostrazione del non-essere, del Tutto, è data dal fatto che "Io-sono" e nel mio esistere separo la mia coscienza dal mondo e il Tutto non annulla la mia coscienza, né come realtà né come illusione, che continua a scegliere fra diverse opportunità e continua a desiderare.

Il nascere e il perire, dice Parmenide in Platone, non è altro che il cogliere e il perdere l'Essere. Il che significa che c'è una materia che coglie l'Essere e c'è una materia che perde l'Essere, ma la materia, in quanto tale o l'energia, in quanto tale, persiste anche quando non coglie l'Essere o quando perde l'Essere. C'è la persistenza del Tutto che coglie l'Essere e perde l'Essere. L'Essere non appare dal nulla. L'Essere è colto da una materia o da una energia in cui nasce la coscienza e in cui muore la coscienza dopo una trasformazione.

Se il Tutto non avesse nulla dell'Essere, nessuna possibilità di diventare cosciente di sé stesso, non potrebbe né nascere né perire. Non può cogliere l'Essere né perderlo. Dal momento che l'Uno non è Essere, non è nato e nemmeno può morire dal momento che come Coscienza di Sé, in Sé, non-è.

E nemmeno l'Uno, in quanto Uno, non si modifica in alcun modo perché se si modificasse certamente, dice il Parmenide di Platone, allora nascerebbe e perirebbe.

E dal momento che l'Uno, in quanto Uno, in quanto Tutto, non si modifica, certamente non si muove. Si muovono gli Altri all'interno del Tutto, dell'Uno, che esercitano il loro Essere, la loro volontà e le loro determinazioni.

L'Uno-che-non-è, non-è. Non è in quiete e neppure, in quanto Uno, si muove perché, non essendo Essere, non scegli e neppure agisce.

L'uno, il Tutto, non può partecipare alle cose che sono. Sono le cose che sono, gli Esseri che si muovono nel Tutto, ma che non sono Tutto, sono altro dal Tutto pur essendo, la loro azione, nel Tutto. Sono gli Altri che partecipano al Tutto.

Gli Altri possono avere rapporto col Tutto perché vivono ed agiscono nel Tutto, è il Tutto che non può avere rapporti con gli Altri perché il Tutto è l'Uno-che-non-è. Manca della volontà, dell'Essere, per aver dei rapporti con gli altri, ma se avesse rapporti con gli Altri, gli altri sarebbero diversi dal Tutto e il Tutto, l'Uno, non sarebbe più il Tutto, ma una parte che si confronta con gli Altri che, a questo punto, non sarebbero più parti dell'Uno, contenute nel Tutto, ma oggetti diversi dal Tutto, dall'Uno. Questo non è possibile perché il Tutto non sarebbe più Tutto, ma solo una parte del Tutto.

In questa situazione, l'Uno-che-non-è non ha nessuna volontà o determinazione e per questo non può interferire con gli Altri. Per contro, gli Altri, usando la propria volontà, costruiscono la coscienza dell'Uno-che-sarà.

 

Platone nel Parmenide e l'opposizione fra l'Uno e gli Altri

Commento al Parmenide di Platone 164C – 164D

Gli Altri sono i soggetti di cui parlare. Gli Altri, che agiscono nell'Uno, nel Tutto, sono coloro di cui possiamo parlare perché sono definiti in contorni e in contesti. Noi possiamo parlare genericamente di Altri senza precisare la qualità degli Altri, ma gli Altri hanno la caratteristica di Essere e, dunque, hanno la caratteristica della vita che implica coscienza di sé stessi, volontà e intelligenza nella veicolazione dei propri bisogni e dei propri desideri. Degli Altri possiamo parlare perché noi stessi, ognuno di noi stessi, è uno degli Altri che manifesta la vita che è nel Tutto, nell'Uno, in cui si espande.

Gli Altri non sono "unità uguali fra sé stessi", sono "ugualmente vivi". Sono Altri dal non-vivo, il Tutto, l'Uno.

E qui Parmenide di Platone mette in atto un salto logico. Gli Altri, dice, devono essere Altri rispetto ad un qualche cosa, e che cosa può essere se l'Uno-non-è? E' l'esistenza, la coscienza di esistere e la volontà di modificarsi in un Uno che non ha coscienza e che non ha volontà.

Per Parmenide di Platone, in questo ragionamento, gli Altri sono Altri rispetto a sé stessi e non altro rispetto al non-essere. Gli Altri, in quanto abbiamo accettato questo modo di ragionare, possono essere Altri rispetto al non-essere del Tutto, dell'Uno, e per essere altro rispetto al non-essere del Tutto lo possono essere solo considerandoli Esseri che vivono in un Tutto, l'Uno, che non vive perché non-è. Ma io non posso costruire un insieme che chiamo Altri se questo insieme non è portatore di una caratteristica omogenea nel momento in cui lo confronto all'Uno, al Tutto, e che riconosco che l'Uno-non-è. L'opposizione degli Altri all'Uno-che non-è è data dagli Altri-che-sono e l'insieme in cui riconosco gli altri è il loro Essere.

 

Platone nel Parmenide e gli altri che emergono nell'Uno

Commento al Parmenide di Platone 164D – 164E

Sono Altri coloro che emergono nell'Uno, il Tutto, come parti del Tutto, dell'Uno, e diversi dal Tutto, dall'Uno-che-non-è. Gli Altri sono un numero infinito che abitano il mutamento e divengono nel tempo e nelle relazioni. E gli Altri, che sono Altri rispetto all'Uno-che-non-è possono essere raggruppati in insiemi che si distinguono da altri insiemi di Altri.

Per questo Parmenide di Platone afferma relazioni di insiemi e rapporti reciproci di Altri e fra Altri pur essendo tutti nell'Uno, nel Tutto.

Vi sono molti insiemi, di Altri consapevoli di sé stessi, che manifesteranno la loro volontà nelle condizioni in cui esistono. Tutti gli insiemi, al di là dei denominatori comuni che noi assumiamo per considerarli, sono della sostanza dell'Uno e sono nel Tutto.

Dal momento che noi consideriamo l'Uno come il Tutto, e a questo tutto attribuiamo i confini del Tutto, sia gli Altri che gli insiemi di Altri potranno, stando all'idea di Parmenide in Platone, esprimere un numero che può essere pari o dispari e in ognuno di loro ci sarà l'Uno.

Gli Altri saranno composti dall'Uno, ma l'Uno non è in loro perché l'Uno-che-non-è non ha coscienza da riversare negli Altri, ma solo la sostanza di materia e di energia. Così l'Uno inconsapevole forma gli Altri, ma sono gli Altri che costruiscono la loro consapevolezza che, entrando nel tempo, nel mutamento e nelle trasformazioni, costruiranno l'Essere, l'Uno-che-sarà proprio per il fatto che ora vivono l'Uno-che-non-è.

 

Platone nel Parmenide, gli Altri e gli insiemi nell'Uno, nel Tutto

Commento al Parmenide di Platone 165A – 165C

Gli Altri sono limitati e illimitati. Come posso io pensare ad un numero di Altri che manifestano la loro consapevolezza nell'Universo? Devo parlare di un numero infinito. Però ho detto che l'Uno, il Tutto, ha i confini del presente in essere, dell'Universo con quanto contiene e, in questa immagine, l'Universo ha i confini del Tutto anche se quei confini sono nella mia immaginazione e io non sono in grado di delinearli. Ma io ho accettato fin dall'inizio di pensare all'universo come l'Uno e il Tutto come Uno, e dal momento che ho usato il termine Tutto, il Tutto ha necessariamente dei confini di sé stesso e, se non li ha; il Tutto è maggiore del Tutto che io penso.

Ciascun insieme in cui penserò gli Altri apparirà grande o piccolo a seconda dell'insieme a cui mi riferirò. L'insieme dei batteri del mio corpo è un insieme grande, ma è un insieme piccolo rispetto ai batteri che compongono tutti i corpi fisici simili al mio.

E come dice il Parmenide di Platone, ci sembrerà che un insieme abbia dei limiti rispetto ad altri insiemi anche quando noi non siamo in grado di determinare quei limiti né come inizio né come fine e, pertanto, nemmeno individuare il mezzo.

Ogni insieme all'interno dell'Uno, del Tutto, lo si coglie come limitato e la limitazione, nel cogliere l'insieme, è determinata dal fatto che noi stessi abbiamo stabilito i limiti qualitativi per i quali cogliamo quell'insieme. Un insieme non-è un insieme per sé. L'insieme è un insieme perché noi abbiamo voluto cogliere quell'insieme stabilendo dei caratteri comuni per identificare quell'insieme che, per altri caratteri, può essere diviso in sotto insiemi e per altri caratteri può essere considerato un sotto insieme di altri insiemi. Il Tutto comprende ogni insieme che noi possiamo pensare e gli Altri, nella loro unità fondamentale, sono le singole parti di ogni insieme che noi vogliamo considerare.

L'insieme è composto di unità che costituiscono il fondamento dell'insieme solo perché noi abbiamo pensato al carattere che fonda la propria unità comune nell'insieme. Se l'insieme è dato da ciò-che-è, tale insieme è in relazione a ciò-che-non-è, il Tutto, l'Uno. Ma se io costruisco l'insieme "uomo", questo insieme è dato da un'unità che ha caratteri comuni. Ciò non significa che quell'insieme di uomini non appartenga ad altri insiemi. Io non posso considerare tutti gli insiemi dell'universo, devo prendere in considerazione ciò che io posso pensare in relazione a quanto devo pensare in funzione di me stesso.

Un insieme appare "Uno" alla mia immaginazione perché la qualità con cui definisco l'insieme appare come "Una" espressa in molti esattamente come l'Uno, che appare come Uno, il Tutto, che lo verifico in tutti gli Altri che sono composti dell'Uno pur separandosi dall'Uno per la qualità che esprimono.

In questo modo, dal momento che il Tutto, l'Uno, non-è mentre gli Altri sono, qualunque sia l'insieme in cui io li definisco, appaiono sia limitati, perché penso l'insieme circoscritto, che illimitati perché non sono in grado di contare la loro quantità nell'insieme che ho pensato.

 

Platone nel Parmenide e gli insiemi nell'Uno

Commento al Parmenide di Platone 165D – 165E

Parmenide di Platone afferma che chi guarda un quadro da lontano non scorge i contorni delle figure o dei colori, mentre, avvicinandosi, le figure si fanno più nitide e tendono a separarsi da un confuso insieme. Questo esempio, secondo Parmenide di Platone, appartiene anche agli insiemi degli Altri nel Tutto.

Lo stesso esempio del quadro, Parmenide di Platone, lo applica agli insiemi di Altri all'interno del Tutto, dell'Uno.

Per questo, afferma Parmenide di Platone, gli insiemi esistono mentre l'Uno-non-è, saranno identici e diversi fra di loro e in continuo movimento o in quiete, sempre sul punto di nascere e di perire. In sostanza, dato un quadro, un Tutto, le varie figure, a seconda dell'avvicinarsi e dell'allontanarsi dello spettatore, questi le vede unirsi e diversificarsi sempre sul punto di apparire e di sparire a seconda di come lui le guarda. Ma loro, le figure del quadro, sono immobili. Gli Altri, nell'universo, sono immobili o sono in perenne trasformazione al di là che lo spettatore li guarda da vicino o si allontani dal guardarli?

 

Platone nel Parmenide afferma che l'Uno è il Nulla

Commento al Parmenide di Platone 166A – 166C

Le conclusioni di Parmenide in Platone è che l'Uno non è mentre gli altri sono. Ma se gli Altri sono, non sono l'Uno, il Tutto.

Possono essere molti, nei molti Altri c'è l'Uno. Se nessuno degli Altri è l'Uno, l'Uno è niente e, quindi, il numero degli Altri è necessariamente limitato.

L'apparire molti o pochi degli Altri è solo una questione soggettiva. Il molti determina un numero pressoché infinito delimitato nell'Uno, nel Tutto. Il pochi è determinato dal limite che l'Uno, il Tutto, pone a quanto contiene.

Il ciò che-è e il ciò che non-è non sono in relazioni fra di loro a meno che il ciò che-è non sia espresso da ciò che non-è. Il Tutto, l'Uno, non ha coscienza e, dunque, la coscienza non può essere espressa negli altri perché gli Altri hanno coscienza che li qualifica come Esseri. Per contro, l'Uno è materia ed energia che comprende l'intero universo, il Tutto. Quella materia e quell'energia è non-essere perché priva di coscienza, volontà, determinazione e scopo. Gli Altri sono materia ed energia propria dell'Uno, però portatrici di volontà, coscienza, scopo e progetto. Sono l'Uno, ma non sono l'Uno. Sono nel Tutto, ma non sono il Tutto.

Gli Altri, essendo coscienza espressa da volontà scopo, progetto ed intelligenza, non hanno opinione di ciò che sia la mancanza di intelligenza, volontà, coscienza, che non può essere oggetto di opinione qualora gli Altri immaginino un Uno, un Tutto, consapevole di sé stesso.

Senza l'Uno, il Tutto, come riferimento, non si può, secondo Parmenide di Platone, avere opinione sugli Altri. Ma senza gli Altri che pensino la totalità del loro esistere non ci sarebbe nemmeno il concetto di Uno, del Tutto, entro il quale gli Altri, esercitando la loro coscienza, la loro volontà i loro progetti e i loro scopi, si trasformano e divengono.

Gli Altri sono ciò che io penso siano nei modelli con cui penso il mondo e l'esistenza. Io, come uno degli Altri, penso un mondo, dei modelli del mondo, degli insiemi di Altri diversi da me e mi immagino un Uno, un Tutto, che, proprio perché io progetto la mia esistenza nelle condizioni date, quell'Uno, quel Tutto, non avendo condizioni date non progetta la sua esistenza ma comprende i progetti dell'esistenza degli Altri.

E' proprio perché l'Uno-non-è che gli Altri appaiono in essere nell'Uno, nel Tutto

A questo punto Parmenide di Platone dice male. Riassumendo, io sono perché l'Uno, il Tutto non è. Io, parte degli Altri, manifesto la mia coscienza, la mia consapevolezza, la mia volontà e la mia intelligenza là dove il Tutto, l'Uno-che-non-è, è privo di coscienza, consapevolezza, volontà, intelligenza e scopo.

Concludo, l'analisi del Parmenide di Platone, affermando che l'Uno-non-è e non possiamo ammettere nessun sé. Non possiamo ammettere che l'Uno sia o non sia. Dobbiamo ammettere che l'Uno, come Coscienza del Tutto, non-è perché sono gli Altri che agiscono nell'Uno, fintanto che gli Altri alimentano la loro coscienza, la loro volontà e i loro progetti d'esistenza, il Tutto non ha coscienza, volontà né scopi se non quello che diventerà cosciente di sé stesso mediante lo sviluppo della coscienza degli Altri che agiscono nell'Uno. Gli Altri, a differenza dell'Uno, sono. E sono sia in rapporto reciproco fra di loro che in rapporto con l'Uno perché sono della stessa sostanza, materia ed energia, dell'Uno, del Tutto. Per contro, l'Uno, il Tutto, non è in rapporto con gli Altri perché l'Uno non ha coscienza, volontà e scopo e, dunque, non si può relazionare con chi ha coscienza, volontà e scopo.

Per questo l'Uno, il Tutto, non-è mentre gli Altri, noi stessi, sono e siamo!

Marghera 04 dicembre 2016

 

La pagina di commento all'Uno del Parmenide di Platone è stata tradotta in lingua Portoghese.

Tradução para o português O Uno no Parmênides de Platão

 

Teoria della Filofia Aperta (di cui questa pagina è nel sesto volume)

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