Per quanto Trump e gli ebrei si ritengano onnipotente come il loro Dio, difficilmente i popoli accetteranno di prostrarsi ai loro interessi anche se molti sono pronti a tradire le loro stesse nazioni.
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29 giugno 2026

La felicità umana è un'ideale a cui l'Essere Umano tende. Non è un oggetto misurabile. E' una condizione del corpo capace di vivere il proprio benessere in tutte le pulsioni in cui il corpo può espandere sé stesso nell'oggettività. La felicità umana, pur essendo un ideale, è anche una condizione a cui l'individuo aspira e per la quale agisce con la sua volontà rimuovendo gli ostacoli che, in quel presente, ritiene che gli impediscano di raggiungere la felicità nel momento successivo.
La felicità è idealizzazione del piacere. Il piacere provato; il piacere sperimentato; il piacere cercato mediante la volontà dal singolo individuo. Ogni soggetto ha il proprio ideale di felicità e quando qualcuno parla di felicità, ogni soggetto traduce quel concetto nella situazione e nello stato in cui ha veicolato o immagina di veicolare le sue pulsioni. Nella sua soggettività.
Esiste una capacità soggettiva di godere del piacere. Qualunque tipo di piacere è godibile solo in una certa misura. Oltre la necessità di scarica dell'accumulo di tensione psico-emotiva nella pulsione, gli atti cessano di dare piacere, ma danno dolore. Quando il piacere è negato da condizioni morali imposte al soggetto, le pulsioni si trasformano in fobie come forma di suicidio emotivo dell'individuo. Muore l'individuo. La fobia è dolore prodotta dall'impossibilità di veicolare le emozioni e di soddisfare i desideri, anche violenti ed incoerenti, pur di fuggire dal carcere emotivo in cui la morale ha rinchiuso le possibilità di esprimere le emozioni.
Il piacere del corpo è il piacere psico-emotivo; anche di quello che alcuni chiamano il piacere dell'anima. Senza il piacere del corpo non esiste il piacere psico emotivo. Quando la veicolazione delle emozioni viene conchiusa nella morale coercitiva durante la primissima infanzia, in età adulta il piacere e la felicità vengono psicologicamente disgiunte in quanto la morale è già intervenuta a bloccare la ricerca del piacere costruendo un dolore tale da ricondurre il soggetto entro i comportamenti imposti dalla morale. L'educazione coercitiva trasforma la veicolazione emotiva in dolore e angoscia. Le pratiche ascetiche, le pratiche meditative, le pratiche stordenti, spesso usate da monaci cristiani, monaci buddisti, dervisci o asceti indiani, sono finalizzate alla distruzione del corpo e della psiche al fine di raggiungere una felicità la cui idea, separata dal mondo della vita, è pura idealizzazione di uno stato patologico che tende al suicidio e all'annientamento dell'individuo.
Partendo da queste considerazioni esaminiamo le affermazioni di Tommaso d'Aquino contenute nel libro terzo della Somma contro i Gentili, capitolo XXVII dal titolo "La felicità umana non consiste nei piaceri della carne".
Afferma Tommaso d'Aquino:
"Dalle spiegazioni date appare evidente che la felicità umana non può consistere nei piaceri del corpo tra i quali occupa il primo posto quelli della nutrizione e della procreazione. Infatti:
1) Abbiamo visto nel capitolo precedente che secondo l'ordine di natura il piacere è per l'operazione o funzione, e non viceversa. Perciò se determinate funzioni non costituiscono l'ultimo fine, i piaceri che li accompagnano non possono essere l'ultimo fine, anzi non possono essere neppure gli elementi concomitanti. Ora, è evidente che le funzioni cui seguono i piaceri suddetti non sono l'ultimo fine; sono infatti ordinate manifestazioni a dei fini particolari: la nutrizione, p. es., è ordinata alla conservazione del corpo, e il coito alla generazione della prole. Dunque i piaceri suddetti non sono l'ultimo fine, né sono concomitanti l'ultimo fine. Perciò non è in essi che va riscontrata la felicità.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 614
Un bambino oblato, consegnato ai monaci cattolici benedettini all'età di quatto o cinque anni, subisce una violenta manipolazione psico-emotiva tale da compromettere l'intero apparato psico-pulsionale con cui gli uomini si relazionano con il mondo. Il mondo di Tommaso d'Aquino cessa di essere la Natura o la Società per cortocircuitare in Tommaso d'Aquino stesso. Un sé stesso che viene proiettato sul mondo. Un sé stesso che combatte ferocemente contro le proprie pulsioni psico emotive e che ha trasformato in ideale di felicità la distruzione psico-emotiva dell'uomo. E' una pratica usata da cristiani e buddisti: l'uso della volontà per combattere sé stessi. Il torturatore dell'infanzia di Tommaso d'Aquino è stato soggettivato e fatto proprio da Tommaso d'Aquino che ne riproduce la pratica.
Partendo dall'ottica del torturato, Tommaso d'Aquino inverte "l'ordine di natura". In questo modo la sua pulsione di torturato che desidera torturare si può esprimere nella repressione pulsionale delle persone più deboli. Afferma Tommaso d'Aquino: "...secondo l'ordine di natura il piacere è per l'operazione o funzione, e non viceversa.". Questo è assolutamente falso, se non dal punto di vista del torturato pulsionale. E' il piacere che alimenta l'essere nel mondo degli Esseri della Natura e dell'Essere Umano nel nostro caso. Ciò che dalla ricerca del piacere emerge è un accidente e non il fine del piacere. Questa funzione è ben presente nella moderna ricerca etologia e antropologia, meno evidente nella scienza conosciuta da Tommaso d'Aquino la cui espressione era limitata dalle sbarre della galera morale in cui la chiesa cattolica lo circoscriveva.
Il piacere del corpo è il risultato di scarico di tensioni pulsionali il cui accumulo crea tensione. Questo scarico permette all'individuo di "stare bene" nel mondo in cui vive. Al contrario, la mancanza di scarico delle tensioni pulsionali provoca la nascita di problemi psichici che creano conflitto fra la necessità di scarica pulsionale e i divieti imposti dalla morale coercitiva (dai sensi di colpa alle ossessioni, all'angoscia). L'assoluto divieto, messo in atto attraverso la violenza fisica, di masturbarsi imposto ai bambini da parte dei cattolici, ha costruito generazioni di uomini e donne psicologicamente malata, incapaci di vivere nel mondo se non attraverso atti di violenza. Le psicologie malate possono far derivare delle giustificazioni logiche al loro stato, ma non è accettabile che tali giustificazioni vengano spacciate per "idee filosofiche" da imporre ad altri bambini per costringerli alla stessa malattia.
Il bisogno di cibo e il bisogno di sesso soddisfano tensioni dell'individuo che gli impediscono di raggiungere la felicità. Il piacere porta alla felicità perché senza il piacere c'è il desiderio di una felicità immaginata, ma sempre negata.
Tommaso d'Aquino osserva il piacere delle persone dal di fuori. E' uno spettatore della ricerca del piacere, non è colui che cerca il piacere né è colui che anela alla felicità. Anela al surrogato di felicità che è rappresentato dal delirio di onnipotenza attraverso l'identificazione con l'onnipotenza del Dio padrone di cui egli detta le regole e giustifica gli ordini. Per questo motivo, lui, come spettatore, osserva il coito e vede emergere dal coito il bambino che nasce; osserva l'individuo che mangia e vede un corpo che si nutre. Ma questo modo di leggere la realtà è proprio dello spettatore, non dell'individuo che vive il mondo. Non è colui che partecipa con voluttà al coito, né colui che mangia con avidità. Non sente dentro di sé il fremito emotivo, non sente tendini e cellule rilassarsi in uno spasmo di piacere che conduce alla felicità della relazione con l'altro. Non sente il suo cibo scendere nella gola né la soddisfazione di un corpo pronto a percorrere i sentieri della vita. Come spettatore non vive la felicità di un corpo che attraverso il piacere corre verso la sua morte sfidando le contraddizioni della vita. Tommaso d'Aquino subisce passivamente un lento declino, una consunzione inerte, rinchiuso in un'immaginazione malata di onnipotenza che distrugge il suo corpo per alimentare il suo delirio.
Negando che nei piaceri non c'è la felicità, di fatto Tommaso d'Aquino nega la felicità che la soddisfazione dei piaceri, nelle relazioni con i soggetti del mondo, porta all'uomo che affronta con passione la sua vita.
Continua Tommaso d'Aquino a giustificare la sua infelicità:
2) La volontà è superiore all'appetito sensitivo, essendone il motore, come sopra [c. 25] abbiamo detto. Ma la felicità non consiste in un atto della volontà, come abbiamo spiegato nel capitolo precedente. Molto meno quindi essa può consistere nei piaceri suddetti che si trovano nell'appetito sensitivo.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 614
Qual è l'idea della relazione fra volontà e soggetto in Tommaso d'Aquino?
Nella Somma contro i Gentili, al libro terzo, nel capitolo XXVI leggiamo:
"E poi manifestamente falso quel che propone la quinta obbiezione, ossia che la volontà è superiore all'intelletto perché motrice di esso. Infatti prima e per sé è l'intelletto a muovere la volontà: poiché la volontà in quanto tale è mossa dal proprio oggetto, che è il bene conosciuto. Invece la volontà muove l'intelletto quasi per accidens, cioè in quanto l'intellezione stessa è percepita come un bene, e quindi viene desiderata dalla volontà, da cui segue l'esercizio attuale dell'intelletto. Ma anche in questo l'intelletto precede la volontà: poiché la volontà mai desidererebbe l'intellezione, se prima l'intelletto l'avesse conosciuta come un bene."
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 613
Come si può notare l'individuo non esiste. La volontà non è manifestazione dell'individuo, la sua risposta al desiderio d'esistenza.
La volontà è lo strumento con cui l'Essere Umano (come ogni Essere della Natura) veicola "l'appetito sensitivo" nella costante ricerca del piacere che in quel momento le pulsioni emotive reclamano. La volontà è la prima manifestazione dell'individuo nel mondo in cui è germinato, quel "Io esisto!", che pretende il riconoscimento da parte degli Dèi del mondo della venuta di un nuovo Essere attivo: è Apollo che si presenta al consesso degli Dèi nell'Olimpo con la freccia incoccata pronto a combattere contro gli Dèi qualora non lo riconoscano come uno di loro.
Dalla volontà d'esistenza si genera l'intelletto funzionale a quel tipo di esistenza in cui il nuovo nato andrà a costruire delle relazioni. Il tipo di intelletto è costruito dal nuovo nato per adattamento soggettivo alle variabili oggettive che incontra proprio perché il tipo di intelletto dovrà adattarsi al tipo di cultura che incontra.
L'atto di volontà è un gesto che sta alla base della felicità e che viene usato dal soggetto nella sua ricerca di felicità. Senza la volontà d'esistenza il soggetto è schiavo delle circostanze, della malattia da sottomissione, della patologia da onnipotenza, da padroni che determinano la qualità delle scelte che per lui sono possibili: come in Tommaso d'Aquino. L'annullamento della volontà d'esistenza attraverso l'autoimposizione della morale coercitiva del Dio padrone è fonte d'angoscia e di disperazione che spinge al suicidio.
3) La felicità è un bene proprio dell'uomo: poiché gli animali non possono dirsi felici che per un abuso di vocabolario. Ora, i piaceri suddetti sono comuni agli uomini e agli animali. Dunque non è in essi che si può riscontrare la felicità.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 614
Gli animali tendono alla felicità. Ogni animale ha i suoi modelli di piacere e di tensioni verso la felicità. Gli animali esercitano il pensiero astratto che Tommaso d'Aquino chiama intelletto. Noi, come uomini, possiamo negare che gli animali provano piacere perché non solo siamo separati da loro, ma con la nostra ragione ci siamo allontanati dalla Natura. I cristiani ci costringono a pensarci un Dio estraneo alla Natura. Noi non sentiamo con l'intelletto di quell'animale o di quella pianta, ma per lo stesso meccanismo di separazione soggettiva io non posso pensare che l'individuo che mi sta davanti abbia sentimenti, intelletto, emozioni, passioni, perché io non sono dentro di lui, ma mi limito ad immaginare lui partendo da ciò che io sono. Pertanto, affermare che l'animale è inferiore o che l'animale non cerca la felicità, è un atto di arroganza arbitraria che è a fondamento di intenti e azioni criminali che, alla fine del percorso "ideologico", porta a costruire i campi di sterminio.
4) Il fine ultimo costituisce quanto di meglio può riguardare una data cosa: esso infatti costituisce l'ottimo. Ora, i piaceri suddetti appartengono all'uomo, non per quello che in lui c'è di più nobile, ossia per l'intelletto, ma per il senso. Dunque, non è in essi che si può riporre la felicità.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 614-615
Nel suo discorso sul corpo Menenio Agrippa ha risposto a Tommaso d'Aquino, ma per essere più espliciti, per parlare dell'ottimo di Tommaso d'Aquino, dobbiamo considerare che se il buco del culo di un corpo non si apre e non fa uscire le feci, tutto il corpo deperisce, specialmente l'intelletto. Il tentativo di Tommaso d'Aquino di cercare il "nobile intelletto" senza il piacere dello svuotamento delle viscere è puro esercizio di negazione della realtà vissuta. Puro rifugio nella patologia psichiatrica che negando il reale cerca rifugio nelle allucinazioni che, oltretutto, sono un'estraniazione dalla realtà quale risultato dell'impedimento alla ricerca sistematica del piacere sessuale.
I vocaboli che usa Tommaso d'Aquino come "intelletto", "volontà", "anima", sono tutti attributi del corpo nella sua attività di abitare il mondo. Il corpo è intelletto; il corpo è volontà; il corpo è "anima"; il corpo è sentimento; il corpo è percezione.
Ogni volta che il corpo veicola nel mondo i propri desideri, i propri bisogni e le proprie necessità, vive un sussulto di piacere e le sue emozioni sono attraversate da un attimo di felicità. Una felicità che giunge alla ragione (o all'intelletto come usa Tommaso d'Aquino) che lo elabora predisponendosi alla ricerca di nuovi piaceri che donano nuovi frammenti di felicità.
5) La suprema perfezione dell'uomo non può consistere nell'unirsi a degli esseri inferiori, bensì a delle realtà superiori: poiché il fine è migliore di ciò che è fatto per raggiungerlo. Ma i piaceri suddetti consistono nel fatto che l'uomo si unisce sensibilmente ad esseri inferiori, ossia a delle cose sensibili. Perciò la felicità non può riporsi in codesti piaceri.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 615
La gerarchia continua, manifestata da Tommaso d'Aquino, è una concezione che nasce dalla manipolazione mentale che ha subito nel convento in cui è stato costretto fin dall'età di quattro o cinque anni. E' il frutto della violenza morale che ha subito e che riproduce. Un effetto che ha molte analogie con quella che oggi chiamiamo "sindrome di Stoccolma".
La "suprema perfezione" è una categoria patologica della ragione: una ragione impotente immagina sé stessa come assoluta, perfetta, onnipotente e onnisciente. In questa categoria, ogni ragione delirante di Esseri Umani malati di onnipotenza, si identifica al punto che chi non rientra nelle categorie con cui quella ragione descrive sé stessa, sono esseri inferiori. Da questo nasce il razzismo ideologico, religioso, culturale, etnico, ecc. Giungendo a giustificare i mezzi, anche criminali, che consentono il raggiungimento di un fine "il fine è migliore di ciò che è fatto per raggiungerlo". Che in altre parole significa: "Il fine giustifica i mezzi".
Per Tommaso d'Aquino il piacere superiore è la veicolazione del delirio di onnipotenza. Lui, l'Essere Superiore, che domina il mondo e trae piacere dalla sottomissione delle persone: egli si unisce a Gesù! Anche Gesù trae piacere dal delirio di onnipotenza. Non trae piacere dal vino, dal cibo, dai rapporti sessuali (salvo quelli col bambino), dalla compagnia, dal pensiero astratto, dall'essere partecipe della società: trae il piacere nel presentarsi come il figlio del Dio padrone e, come tale, pretende di essere considerato il padrone degli uomini.
Traggo piacere nel bere vino, nel cibo, nei rapporti sessuali, nelle relazioni intellettuali, nel partecipare alla società, nel lavorare e nell'oziare, nello stare con gli amici, nello studiare e nel progettare. In ognuna di queste azioni metto parti diverse di me stesso. Pezzi di corpo o pezzi di emozioni che in quel momento rappresentano tutto me stesso: io sono quello in quel momento. E non c'è nulla di superiore o di inferiore, ma soggetti che partecipano alla relazione con me e che spero traggano altrettanto piacere quanto me dalla relazione che si forma in quel momento.
Tutto questo produce i frammenti di felicità che si riproducono costantemente per tutta la vita fino alla felicità di tutte le felicità...
6) Ciò che non è buono, se non in quanto è moderato, non è buono per se stesso; ma riceve la sua bontà da ciò che lo modera. Ora, l'uso dei piaceri suddetti non è buono per l'uomo se non è moderato: altrimenti essi si impedirebbero a vicenda. Dunque tali piaceri non sono per se stessi il bene dell'uomo. Invece quanto costituisce il sommo bene è un bene per se stesso: poiché quanto è buono per se stesso è migliore di ciò che è buono per altre cose. Perciò tali piaceri non sono il sommo bene dell'uomo, che è la felicità.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 615
Le cose sono buone in relazione a... Non esiste un essere buono in assoluto. Per Tommaso d'Aquino l'oggetto è buono in assoluto perché lo ha creato Dio. La creazione del suo padrone, per quello che lui afferma di interpretare, deve essere necessariamente buona solo se coincide con dei parametri prefissati. L'individuo non è tenuto in considerazione da Tommaso d'Aquino. Non è il suo metro di misura per determinare ciò che è buono.
Secondo Tommaso d'Aquino, l'oggetto è buono come essenza del creato, non come relazione che costruisce fra sé e il mondo.
Noi diciamo che ciò che a noi dà piacere è necessariamente buono ed utile, mentre ciò che non ci dà piacere non è né buono né utile. Io sono il metro di misura di ciò che è buono, non l'oggetto che ha "bontà" in sé stesso. E io sono il metro di misura della quantità di bontà e di piacere di cui posso godere. Oltre quella misura non è più un piacere.
Falsa è l'affermazione di Tommaso d'Aquino: non si impediscono, bensì si alternano. Come i cibi su una tavola. Molti cibi danno piacere, io alterno i cibi al fine di mantenere la fruizione di quel piacere. Così per il piacere intellettuale, il piacere sessuale, il piacere del bere, il piacere di stare con gli amici, il piacere di partecipare alla cosa pubblica, ecc. Ogni attività dà piacere nella misura in cui posso praticarla per un determinato tempo: non posso defecare all'infinito. Posso defecare solo per la quantità che ostruisce le mie viscere.
Diversa è la felicità del delirante. Colui che partecipa al delirio di onnipotenza e che si compiace di veicolare tale delirio costringendo altre persone, più deboli, a legittimare la veicolazione dei suoi deliri, è sempre alla ricerca di legittimazione. L'immensa felicità del delirante c'è quando le persone, che gli stanno attorno, riconoscono legittimità ai suoi deliri e lui diventa il genio, colui che delira, mentre tutti gli altri, separati dai suoi deliri, sono costretti a riconoscere la sua grandezza discutendo dei suoi deliri.
Nel delirio appare una felicità propria del delirante, conchiusa nella patologia, ma incapace a costruire le relazioni con gli altri, con le persone della società civile.
7) In tutte le cose che sono essenzialmente quel che dica la loro determinazione, da un di più segue sempre un di più: se, p. es., un corpo caldo riscalda, uno più caldo riscalda di più e uno più caldo al massimo riscalda massimamente. Qualora quindi i suddetti piaceri fossero buoni per se stessi, bisognerebbe che l'uso più intenso di essi fosse cosa ottima. Il che è falso: poiché l'uso eccessivo di essi è considerato un vizio, ed è nocivo anche al corpo ed impedisce persino i piaceri consimili. Essi quindi non sono essenzialmente e per se stessi il bene dell'uomo. Dunque la felicità umana non può consistere in essi.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 615
Il piacere è soddisfazione del bisogno e veicolazione dei desideri. Senza la soddisfazione del bisogno non c'è piacere. Il bisogno, come accumulo di tensioni pulsionali, spinge il soggetto a cercare il piacere come scarica delle tensioni stesse.
La scarica delle tensioni è il momento di massimo piacere di un soggetto. Un corpo può aver bisogno di calore: non ha bisogno del calore del Sole. Si brucerebbe. La quantità di calore che soddisfa il bisogno è direttamente proporzionale a quanto serve ad un corpo per scaricare la tensione del freddo. Il di più non è piacere, ma è un'altra cosa. Questo vale per l'attività sessuale, per il cibo, il bere, il dormire, il defecare, lo stare con gli amici, la partecipazione alla cosa pubblica, l'attività intellettuale, ecc. Ognuno di noi trae piacere nella misura in cui soddisfa dei bisogni, oltre la soddisfazione dei bisogni non parliamo più di piacere, parliamo di lavoro, di fatica e anche di dolore.
Chi considera un vizio?
Chi ha soddisfatto i propri bisogni e classifica, la ricerca della soddisfazione dei bisogni di altri, come la ricerca del vizio. Ma il vizio non è piacere. Il vizio è una dipendenza da sostanze o attività delle quali non se ne può più fare a meno. Quando un piacere o un godimento si trasforma in una forma di dipendenza non è più un piacere, se mai ne ha avuto l'aspetto, ma è un dolore del quale non si è in grado di liberarci.
8) Gli atti virtuosi sono lodevoli per il fatto che sono ordinati alla felicità [cfr. Ethic., I, c. 12]. Quindi, se la felicità umana consistesse in codesti piaceri, gli atti virtuosi sarebbero più lodevoli nella ricerca di codesti piaceri che dall'astensione da essi. Ma ciò è evidentemente falso: poiché gli atti della temperanza vengono lodati per l'astensione dai piaceri; e da ciò la virtù stessa viene denominata. Dunque la felicità dell'uomo non consiste nei piaceri suddetti.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 615
La virtus romana è ciò che fa uomo, l'uomo. Dalla radice vir (virile, maschio) uomo.
L'uomo della civis; l'uomo sociale.
Vivere la società e affrontare i problemi che la attraversano in maniera appassionata, dà piacere a quelle persone che sono empaticamente coinvolte nella vita della città.
Al contrario, Tommaso d'Aquino considera la virtù come temperanza. Astinenza dai piaceri della carne. Ma se si astiene dai piaceri della carne nega anche i piaceri intellettuali, come del resto dimostra, per limitarsi ai piaceri derivati dalla patologia di onnipotenza. La volontà può essere usata per fermare la nostra struttura pulsionale e impedire al bisogno di essere soddisfatto o essere soddisfatto in maniera precaria. In quel caso, la temperanza serve per fermare le forze della vita che agiscono in noi attraverso la negazione del piacere della carne o dei "piaceri bassi".
Non si tratta più della volontà usata per soddisfare i bisogni, ma si tratta della volontà rivolta verso l'autoannientamento. Una forma di suicidio che include alcune forme morbose di piacere come quella che si esprime negli anoressici fino a creare una sorte di ripulsa del cibo: avviene per il sesso, per le relazioni interpersonali, per gli amici, per la partecipazione alla cosa pubblica, per il bere, e per le varie attività. Di solito, quando sorge la negazione dei vari piaceri sorgono anche le malattie psichiatriche alle quali la moderna psichiatria attribuisce dei nomi e le inquadra all'interno di situazioni cliniche. Questo anche quando scambiamo l'atteggiamento psichico per un tratto del carattere. Un misogino è un individuo che odia le donne. Si astiene da un piacere o ha, con quel piacere, un rapporto violento. Si tratta comunque dell'insorgenza di una patologia che ha nella ricerca ossessiva della temperanza, rispetto al piacere, un suo effetto abbastanza comune.
9) Fine ultimo di tutte le cose è Dio, come risulta da quanto è stato già detto [c. 17]. Perciò il fine ultimo dell'uomo va riposto in quella cosa per cui egli si avvicina di più a Dio. Ora i piaceri suddetti impediscono all'uomo l'avvicinamento massimo a Dio che si ha mediante la contemplazione la quale viene impedita soprattutto da quei piaceri, in quanto essi immergono l'uomo nel modo più grave nelle cose sensibili, e quindi lo ritraggono dalle realtà intelligibili. Dunque la felicità umana non va riposta nei piaceri temporali.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 615-615
Affermazione e dimostrazione!
Un conto è fare un'affermazione di natura delirante come "Fine ultimo di tutte le cose è Dio" e un altro conto è dimostrare che il fine ultimo di tutte le cose è Dio. Ma, soprattutto, è necessario dimostrare che le cose abbiano un fine diverso da sé stesse.
Io posso verificare, perché ricade sotto i miei sensi, sia come protagonista del mio corpo, sia come spettatore e responsabile dei miei atti, che il fine della mia vita è la mia vita. Affermare che il fine della mia vita è un soggetto esterno a me chiamato "dio" significa manifestare l'intenzione di derubarmi della mia vita. Piegare le mie determinazioni, la mia volontà, le mie scelte, a quelle indicate da qualcuno che vuole attribuirle a Dio. La qual cosa, non mi è gradita. Cosa diversa per chi è stato manipolato e torturato fin dai primissimi anni di vita e che identifica la propria libertà col suo torturatore. E qui il discorso si fa fra la pretesa della patologia di contemplare sé stessa e l'attività di percorrere il lungo sentiero che va dalla nascita del corpo fisico alla morte dello stesso partecipando alle relazioni e alle contraddizioni dell'esistenza: o si fugge dal mondo per preservare la paura dell'ansia, oppure si esprime Ares Padre e ci si immerge nelle battaglie, nelle contraddizioni, che l'esistenza ci presenta ricavando piacere nel veicolare le nostre pulsioni soddisfacendo i nostri bisogni.
La scelta è soggettiva. Ed è la stessa scelta che in termini materiali distingue chi decide di affrontare le contraddizioni della vita e chi, invece, disperato, decide di impiccarsi o, se vogliamo, l'amletico "essere o non essere". Dove il non essere o l'impiccarsi equivale a scegliere di contemplare il Dio padrone della propria patologia fuggendo dalle contraddizioni della vita.
Viene così escluso l'errore degli Epicurei, che riponevano la felicità umana in questi piaceri; e Salomone parlando in loro nome ha scritto: "Questo è sembrato a me il bene, che uno mangi e beva e goda il frutto delle sue fatiche... e questo è tutta la sua sorte" (Eccle., V, 17). E altrove: "Lasciamo in ogni luogo i segni della nostra allegria; poiché questa è la nostra porzione e la nostra sorte" (Sap., II, 9). Si esclude pure l'errore dei seguaci di Cerinto, i quali "favoleggiano di vivere mille anni dopo la resurrezione tra i piaceri carnali del ventre nel regno di cristo e per questo furono chiamati Chiliasti o Millenaristi" (s. Agostino, De Haeres., VIII). Si escludono inoltre le favole di giudei e saraceni, i quali ripongono il premio dei giusti in codesti piaceri: poiché la felicità deve essere il premio della virtù.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 616
Per favore, siamo seri: arrivare ad offendere Epicuro attribuendo a Epicuro i deliri dei cattolici è quanto meno ridicolo. E non diciamo sciocchezze su Salomone che diffamava le persone al fine di assicurare a sé l'immagine del "giusto":
"Opprimiamo il giusto povero, non risparmiamo la vedova né rispettiamo le canizie attempata del vecchio; regola di giustizia sia la nostra forza, perché la debolezza si dimostra inutile. Tendiamo agguati a giusto perché ci è molesto e si oppone alle nostre opere; anzi ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci accusa di tradire la nostra educazione."
Bibbia, Sapienza 2, 10-12
Questi comportamenti in una società antica stavano solo nella mente malata di Salomone. Aver qualche cosa da censurare per sentirsi buoni e saggi.
L'errore dei seguaci di Cerinto?
Il piacere negato nella vita terrena era la promessa del loro Dio padrone nel loro "paradiso". Quei piaceri negati sono il premio desiderato nella vita eterna, sia dall'Islam che dagli ebrei.
Quando si fonda una società che controlla le persone mediante la violenza con cui si privano le persone del piacere, il piacere negato è il fondamento della promessa dell'appagamento divino. Il Dio padrone nega il piacere oggi per promettere un grande piacere dopo la morte. Solo che negando i piaceri non c'è più un dopo morte.
Pagina specifica dell'argomento
28 giugno 2026

Il Dio dei cristiani è malvagio?
E' possibile che il Dio dei cristiani sia il male?
Il nostro codice penale afferma che chiunque incita al delitto va condannato come colui che commette il delitto. Il Dio dei cristiani incita al male? Si vanta di averlo fatto direttamente?
Tommaso d'Aquino vuole dimostrare che nel Dio dei cristiani non c'è il male, ma qual è il metro di misura che egli adotta per affermare che "questo è o non è il male"?
Il Dio cristiano afferma di essere un Dio; muove guerra agli Dèi; ne massacra i fedeli e pretende di essere riconosciuto come il Dio padrone degli uomini. Può essere riconosciuto come privo di male? Affermare di essere il Dio padrone e creatore, pretendere di sottomettere a sé le persone, non dimostra forse che quelle pretese sono espressione del male?
Se il Dio dei cristiani vuole il suo bene, che ne è del bene dell'individuo che subisce il male affinché il Dio padrone possa fare il proprio bene? Il male, come il bene, non è un oggetto in sé, è una qualità dell'oggetto-soggetto. E' attribuito all'oggetto dallo spettatore nel giudicare le azioni dell'oggetto nel mondo in cui vive ed agisce.
Quali sono i fini delle azioni del Dio padrone dei cristiani? Che effetti producono fra gli Esseri Umani? Il bene o il male?
A questa domanda Tommaso d'Aquino non risponde. E' muto. Lui è un codardo: non giudica il suo padrone, Il suo giudizio sul Dio dei cristiani è il giudizio che il Dio padrone vuole da lui. Tommaso d'Aquino è alienato alla vita, è separato dal consesso umano. Egli si fa da Gestapo, guardiano feroce, del campo di sterminio in cui il Dio padrone dei cristiani ha rinchiuso gli Esseri Umani. Tommaso d'Aquino non vede il male nello sterminio degli Esseri Umani, né vede il male nell'ordine del suo Dio di sterminare gli uomini.
Fra tutti gli assassini, le stragi e i genocidi, di cui il Dio di Tommaso d'Aquino si compiace, ne scelgo uno e nemmeno il più feroce e criminale:
"Informato dunque Sìsara che Barac, figlio di Abinoam, era scampato sul monte Tabor, radunò tutti i suoi 900 carri ferrati e tutto il suo esercito; poi da Aroset Goim li fece accampare presso il torrente Kison. Allora Débora disse a Barac: "Sorgi! Questo è il giorno in cui il signore darà Sìsara in tuo potere. Il signore stesso sarà tua guida". Barac allora scese dal monte Tabor, seguito dai suoi diecimila uomini. intanto il signore gettò panico in Sìsara e lo scompiglio fra i suoi carri e in tutto il suo esercito, all'avvicinarsi di Barac. Sìsara, disceso dal suo carro, si mise a fuggire a piedi. Ma Barac inseguì i carri e l'esercito siano ad Aroset Goim: tutto l'esercito di Sìsara cadde trafitto di spada senza che ne scampasse neppure uno."
Bibbia, Giudici 4, 12-16
Macellare per il piacere di macellare: c'è forse qualche cosa che gli Esseri Umani ritengono più malvagio? Chi entra per rubare e rapinare può uccidere, ma la sua intenzione è rubare. Per il Dio di Tommaso d'Aquino il desiderio di macellare, per il gusto di macellare chi non si mette in ginocchio, è una pratica costante.
E' necessario partire da qui per capire il gioco psicologico di Tommaso d'Aquino. E' necessario tener presente come fosse proibito alle persone di leggere la Bibbia e tanto più di criticare le pretese del Dio padrone di macellare i popoli. Le persone non sapevano quanto crudele e vigliacco fosse il Dio padrone dei cristiani. Tommaso d'Aquino poteva tranquillamente beatificare il suo Dio assassino senza che nessuno potesse contestarlo (chi lo faceva veniva chiamato eretico e Tommaso d'Aquino si sentiva in diritto di bruciarlo vivo: non per nulla i cattolici lo hanno fatto santo).
Scrive Tommaso d'Aquino nella Somma contro i Gentili, nel Libro Primo, nel capitolo XXXIX dal titolo "In Dio non può esserci il male":
Da tutto ciò risulta evidente che in Dio non può esserci il male. Infatti:
1) L'essere, la bontà e tutti gli altri attributi, quando si dicono per essenza, non ammettono mescolanza di elementi estranei; sebbene il soggetto che esiste, o che è buono possa includere cose estranee all'essere e alla bontà. Infatti niente impedisce che chi è soggetto di una perfezione possa esserlo anche di altre, cosicché un corpo può essere insieme bianco e dolce; invece ciascuna natura viene delimitata dalla propria essenza, così da escludere ogni elemento estraneo. Ora Dio, come abbiamo visto [nel cap. precedente] non solo è buono, ma è la sua stessa bontà. Quindi in lui non può esserci una privazione di bontà. Perciò in lui il male è del tutto incompatibile.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 141-142
Il Dio dei cristiani è "buono". Si fa gli interessi propri imponendo, stando alle sue azioni, il male a chi non si può difendere.
Un corpo può essere "bianco e dolce"? Il Dio padrone dei cristiani è buono con sé stesso e crudele con gli Esseri Umani consentendo ai cattolici di essere altrettanto crudeli a maggior gloria del loro Dio che è buono per sé stesso.
Tommaso d'Aquino parla di bontà in astratto. Immagina la bontà di sé stesso. Si compiace dei propri atti di crudeltà che veicolano il delirio di onnipotenza mentre danneggia gli Esseri Umani.
E' dalle azioni che noi deduciamo il nome delle cose. Le azioni ci indicano le qualità degli oggetti.
Quando Tommaso d'Aquino dice: "Ora Dio, come abbiamo visto non solo è buono, ma è la sua stessa bontà." vuole dire che il suo Dio padrone è buono con sé stesso e per sé stesso e questo non inficia il fatto che è malvagio nelle sue azioni e nei suoi intenti.
2) Ciò che è l'opposto dell'essenza di una cosa non le può essere assolutamente attribuito mentre essa perdura: all'uomo, p. es., non si possono attribuire l'irrazionalità e l'insensibilità, senza che l'uomo cessi di esistere. Ma la bontà non è che l'essenza di Dio, come si è visto sopra [cap. 38]. Dunque il male, che è l'opposto del bene, non può aver luogo in lui, senza che egli cessi di esistere. Questo però è impossibile, essendo egli eterno, come abbiamo già spiegato [c. 15].
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 142
Non è vero quanto Tommaso d'Aquino afferma. Egli stesso ci dimostra la sua irrazionalità quando pretende di trasformare la qualità di un oggetto che si desume dalle azioni di quel soggetto in un oggetto in sé. Nello stesso tempo, lo stesso Tommaso d'Aquino ci dimostra la sua insensibilità e la sua separazione dalle pulsioni emotive del mondo spacciando la crudeltà del suo Dio padrone per una "bontà" che disarma gli Esseri Umani davanti ai tentativi di genocidio del suo Dio padrone come mandante e dei vari Tommaso d'Aquino come esecutori materiali (Vedi i Dominicani).
Il Dio dei cristiani esprime il male. Perché il male è desunto dalle azioni che il Dio dei cristiani attribuisce a sé stesso e che vengono messe a fondamento della dottrina cristiana. Voler vedere il bene di Dio là dove il Dio dei cristiani compie azioni malvagie, significa fare un atto di irrazionalità patologica che sostituisce i dati di realtà al delirio di adesione di Tommaso d'Aquino all'attività criminale del Dio delle sue sacre scritture.
Continua Tommaso d'Aquino:
3) A Dio, perché è il proprio essere, non si può attribuire nulla per partecipazione, per la ragione ricordata sopra [c. 38]. Se quindi a lui si attribuisse il male, non gli sarebbe attribuito per partecipazione, bensì per essenza. Il male non si può attribuire per essenza a nessuna cosa: poiché, come abbiamo già notato, in tal caso verrebbe a mancare l'essere; poiché il male nella sua essenza esclude come il bene la misura di quanto gli è estraneo. Perciò il male non può attribuirsi a Dio.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 142
Come può Tommaso d'Aquino affermare che al suo Dio non può essere attribuito nulla per partecipazione quando, nella stessa citazione dei suoi delitti che ho fatto sopra, appare chiaramente il suo ruolo criminale nello sterminio di individui chiaramente impossibilitati ad opporsi al Dio padrone e creatore dell'universo. Il potere della creazione dell'universo usato per macellare Sìsara. Nemmeno il macellatore Barac può vantare il coraggio della sua impresa dal momento che la sua impresa è stata possibile solo per l'intervento del Dio padrone del mondo. Barac è un vigliacco.
E in effetti, l'azione del Dio cristiano è il male. E' la volontà di fare del male per il bene della sua gloria. Il bene è ciò che il Dio padrone cerca per sé stesso; il male è ciò che procura agli Esseri Umani per assicurarsi il bene. Un po' come i preti pedofili che violentano i bambini: fanno il loro bene facendo del male ai bambini.
Il male, inteso come negazione del futuro alla specie cui apparteniamo, va attribuito al Dio dei cristiani che ne determina mezzi e fini per diffondere l'angoscia e il terrore fra gli Esseri Umani.
Perciò il male va attribuito alle azioni del Dio dei cristiani e, per estensione, ad ogni cristiano.
4) Il male è opposto al bene. Ma l'essenza del bene consiste nella perfezione. Dunque l'essenza del male consiste nell'imperfezione. Ma in Dio, che è universalmente perfetto, come sopra abbiamo visto [c.28], non può esserci difetto o imperfezione. Dunque in Dio non può esserci il male.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 142
Per male si intende ciò che sbarra o rende difficoltosa la vita degli Esseri Umani. Il loro cammino verso il futuro. Il loro diventare degli Dèi. Quando il Dio di Tommaso d'Aquino afferma:
"Il signore iddio disse: "Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi, avendo la conoscenza del bene e del male: che non stenda ora la sua mano e non colga dall'albero della vita, per mangiarne e vivere in eterno"."
Bibbia, Genesi 3, 22
Dimostra le intenzioni di fare il male distruggendo il divenire degli Esseri Umani in funzione della costruzione del suo stesso divenire. Egli ha bisogno di distruggere gli Esseri Umani e, per farlo, deve distruggere ogni sentimento religioso di cui lui non possa appropriarsi ed usare a proprio beneficio. Cosa ordina il Dio che, secondo Tommaso d'Aquino, sarebbe l'essenza del bene?
"Se tuo fratello, figlio di tuo padre, o il figlio di tua madre, o il figlio, o la figlia, o la moglie che riposa nel tuo seno, o l'amico che ti è come l'anima tua, t'incitasse in segreto dicendo. "Andiamo, serviamo a Dèi stranieri", Dèi sconosciuti dai tuoi padri e a te, sia che si tratti delle divinità dei popoli tuoi vicini, oppure di quelle dei popoli lontani da un capo all'altro della terra, tu non acconsentire, non gli dare ascolto; il tuo occhio non abbia pietà per lui, non lo risparmiare, non lo tener nascosto. Tu lo devi uccidere senz'altro: la tua mano sia la prima a levarsi sopra di lui, per metterlo a morte, poi continuerà l'esecuzione la mano di tutto il popolo. lo devi lapidare, finché muoia, perché ha cercato di trascinarti lungi dal signore iddio tuo, che ti trasse dall'Egitto, casa di schiavitù. E tutto Israele, oda e tremi, affinché non sia più commessa in mezzo a te un'azione così perversa."
Bibbia, Deuteronomio 13, 7-12
La distruzione del bene negli Esseri Umani per alimentare il bene per sé stesso.
Non dice: "Devi dire a chi vuole adorare altri Dèi che il culto nei miei confronti è migliore, più rispondente alle sue esigenze, più funzionale alla sua vita, che non il culto per altri Dèi". Ma dice: "Lo devi ammazzare!". "io" dice il Dio di Tommaso d'Aquino "porto tanto male agli Esseri Umani che facilmente qualcuno cerca altri Dèi e io non ho argomenti per attrarre gli uomini al mio culto. Per questo non mi resta che farli ammazzare se non si mettono in ginocchio davanti a me!"
Il bene del Dio di Tommaso d'Aquino è il male per gli Esseri Umani. Il Dio dei cristiani si ciba del male cui sottopone gli Esseri Umani.
Dunque, nel Dio dei cristiani c'è solo la malvagità.
Continua Tommaso d'Aquino:
5) Una cosa è perfetta in quanto è in atto. Perciò essa sarà imperfetta in quanto è priva di attualità. Quindi il male è privazione o include privazione. Ma il soggetto della privazione è in potenza. Questa però non può trovarsi in Dio. Quindi in lui non può trovarsi il male.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 142
Infatti, il male del Dio dei cristiani è in atto.
Tutta la storia, da quando gli ebrei hanno voluto fissare l'idea del loro Dio attorno al 600 a. c. ad oggi, l'ordine del Dio di Tommaso d'Aquino di macellare le persone che non si sottomettevano era sempre in atto. La storia dell'umanità negli ultimi 2000 anni è la storia dei macelli con i quali il Dio dei cristiani ha imposto il proprio culto, massacro dopo massacro; distruzione dopo distruzione. In questo modo lo ha calato nella struttura emotiva delle persone riproducendolo di generazione in generazione.
Il male è privazione. Come abbiamo letto nella Bibbia dei cristiani, il fine del male voluto dal Dio dei cristiani per gli Esseri Umani è quello di impedire loro di "cogliere dall'albero della vita per mangiarne e vivere in eterno". Il fine dell'attività del Dio dei cristiani, che si realizza anche nel delirio di onnipotenza di Tommaso d'Aquino, è quello di privare gli Esseri Umani del loro emergere come Dèi dal crogiolo della Natura nella quale sono nati.
Quindi, nel Dio padrone dei cristiani si può trovare solo il male.
6) Se è vero che il bene è "ciò che tutti gli esseri bramano" [ethic., I, c. I, n. I], il male come tale è fuggito da qualsiasi natura. Ora, ciò che si riscontra in un soggetto contro il moto del suo appetito naturale, è violento contro natura. Perciò il male per ogni cosa è violento contro natura in quanto male di essa: sebbene nelle cose corporee possa essere loro naturale sotto un certo aspetto. Dio però non è composto, né può riscontrarsi in lui qualcosa di violento e di contro natura, come sopra abbiamo dimostrato [cc. 18 e 19]. Dunque in Dio non può esserci il male. Ciò è confermato anche dalla Sacra scrittura. Scrive infatti s. Giovanni: "dio è luce, e in lui non ci sono tenebre" [I Giov., 5]. E in Giobbe [XXXIV, 10] si legge: "Lungi da Dio sia l'empietà, e l'iniquità dall'onnipotente".
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 142-143
Possiamo concludere dicendo che il Dio dei cristiani è empio perché bestemmia e condanna gli Esseri Umani.
Ogni Essere Umano anela al bene e il bene consiste nel dilatarsi nell'oggettività in cui si è nati. Il Dio dei cristiani vuole costringere gli Esseri Umani all'obbedienza e alla sottomissione. Vuole che gli esseri Umani rinuncino a trasformarsi in Dèi.
Gli Esseri Umani dovrebbero respingere il male che li vorrebbe sottomessi ed obbedienti. Il male che li vuole rinunciatari nella vita, paurosi, angosciati, pieni di sensi di colpa, paurosi e timorosi dell'orrore che il Dio padrone prospetta loro. Gli Esseri Umani dovrebbero fuggire il male, ma ci sono sempre dei Tommaso d'Aquino che impongono il male agli Esseri Umani; ci sono sempre dei Wojtyla che violentano i bambini; ci sono sempre degli Hitler che costruiscono campi di sterminio.
Essendo malvagio il Dio dei cristiani usa la violenza; come ogni criminale di strada che assalta il viandante.
Afferma il Dio dei cristiani (oltre a ciò che ho citato e mille altre citazioni ancora):
"Distruggi dunque tutti i popoli che il signore iddio tuo, mette in tua balia, senza sentirne pietà e senza servire ai loro Dèi, perché ciò sarebbe un laccio per te".
Bibbia, Deuteronomio 7, 16
Il Dio di Tommaso d'Aquino è violento e nemico della vita nella Natura: infatti, mentre il camino degli Esseri Umani li porterebbe a diventare degli Dèi, lui vuole costringerli alla sottomissione; a rinunciare alla loro vita.
Là dove il delirante di onnipotenza vede il trionfo, la luce della possibilità di veicolazione della sua patologia, l'uomo vede l'orrore della sottomissione; la distruzione di ogni futuro. Tommaso d'Aquino è in malafede perché se è vero che alle persone delle città e delle campagne era proibito leggere la Bibbia, Tommaso d'Aquino aveva letto la Bibbia e conosceva di quanto sangue e quanto odio grondavano le mani del suo Dio. Sapere che le mani del Dio dei cristiani e del suo Gesù grondano di sangue e trasudano odio per gli Esseri Umani e, non solo lo ha nascosto, taciuto, ma ha assecondato e veicolato quell'odio legittimando il genocidio degli uomini che lui indicava come eretici. Tommaso d'Aquino ha scelto deliberatamente di alimentare l'odio del suo Dio conto gli Esseri Umani. Ha scelto il piacere di essere uno dei mandanti delle stragi di Esseri Umani a maggior gloria del proprio Dio. Questa scelta soddisfaceva il suo delirio di onnipotenza.
Questo fa di Tommaso d'Aquino un uomo in malafede e un corresponsabile di tutti i genocidi perpetrati dai cristiani per imporre il loro Dio criminale.
I cristiani possono dire che in Dio non c'è il male, ma il Dio dei cristiani è pura malvagità: il Male Assoluto!
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27 giugno 2026

Per trattare l'aggettivo buono, che i cristiani attribuiscono al loro Dio, è necessario accordarci su che cosa si intende per "buono". Ogni aggettivo, attribuito ad un soggetto, ha lo scopo di predisporre il lettore nei confronti di quel soggetto. Se io scrivo "malvagio" predispongo il lettore a formulare un'idea sul soggetto che costruisco attribuendogli il termine "malvagio". Nelle tecniche di induzione delle idee preconcette si usa far precedere gli aggettivi ai nomi in modo da indirizzare il giudizio che viene espresso nei confronti dell'oggetto di cui si parla.
Affermare: "Dio è buono", implica che il significato di "buono" che sta nella testa dell'ascoltatore, al di là del significato di "buono" che sta nella testa di chi lo afferma. L'aggettivo viene psicologicamente proiettato sul termine Dio precedendo l'analisi delle azioni di Dio che si vuole che siano considerate buone.
Tommaso d'Aquino desume il concetto di "Dio è buono" dalle sue sacre scritture, ma dal momento che le sacre scritture dimostrano che il Dio, a cui si riferisce Tommaso d'Aquino, è oggettivamente malvagio nelle sue azioni, Tommaso d'Aquino deve uscire dalle sacre scritture cristiane per cercare concetti che giustifichino la bontà di Dio da altre e diverse tradizioni.
E' il caso di Aristotele attraverso cui Tommaso d'Aquino trasforma un aggettivo in sostantivo per trattarlo come un oggetto posseduto dal suo Dio padrone e capace di qualificare ogni sua azione al di là del senso che ha quell'azione: è un trucco retorico con cui rinunciare ad ogni diritto di critica rispetto al Dio padrone.
Scrive Tommaso d'Aquino nella "Somma contro i Gentili", nel capitolo XXXVII del libro primo dal titolo "Dio è buono":
"Ora, dalla perfezione di Dio, di cui abbiamo parlato [cc. 28 ss.] si può dedurre la sua bontà. Infatti: 1) Il motivo per cui un essere si dice buono è la sua virtù: poiché " la virtù è per ogni cosa ciò che rende buono chi la possiede e l'opera che egli compie" [ethic., II, c. 6, n. 2]. Ora, la virtù "è una perfezione: poiché allora noi chiamiamo perfetta una qualsiasi cosa, quando essa raggiunge la propria virtù ", come dice Aristotele (Physic., VII, c. 3, n. 4). Ogni cosa è buona per il fatto che è perfetta. Ed ecco perché ogni cosa brama la propria perfezione come il proprio bene. Ma sopra [c. 28] abbiamo dimostrato che Dio è perfetto. Dunque è buono.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 139
L'opera compiuta qualifica come "buono", "malvagio" o quant'altro, chi la compie. Le opere compiute vengono definite con un aggettivo che viene attribuito all'artefice delle opere: non viceversa!
La virtù non rende buona l'opera, ma è l'opera che io qualifico come buona che mi fa intravedere la virtù in chi la compie. Se io quell'opera la identifico come "malvagia", chi la compie è un malvagio e la sua virtù, vir, è malvagia. Il giudizio su ciò che è buono parte dall'analisi delle opere, non dai giudizi preconcetti che sono sempre imposti alle persone mediante la violenza.
Non è vero che "ogni cosa brama la propria perfezione", ma, nella struttura mentale di Tommaso d'Aquino, ogni cosa, la sua ragione, brama l'onnipotenza. Delira su una perfezione desiderata data l'incapacità di abitare e vivere il mondo con soggetti ritenuti inferiori. Il concetto di perfezione è un concetto "ideale", utopico, di chi si ritiene incapace, inadeguato, impotente a soddisfare i propri desideri. Anziché vivere la propria vita nelle relazioni con gli altri, farnetica di una perfezione assoluta che con la sua immaginazione proietta su un assoluto col quale si identifica. Per una ragione malata, come quella di Tommaso d'Aquino, desiderare di poter veicolare nella società il proprio delirio di onnipotenza è il massimo, la perfezione. Solo che il concetto di perfezione è un concetto psicologicamente malato che non tiene conto delle infinite inadeguatezze con cui i soggetti del mondo costruiscono le loro relazioni.
Essere perfetto significa essere fuori dal mondo: confinato nell'ideale patologico che diventa malattia quando si trasforma in fissazione; in ricerca spasmodica e angosciosa di una perfezione che è solo alienazione dalla vita.
Tommaso d'Aquino afferma di aver dimostrato che il suo Dio padrone è perfetto nel capitolo 28, ma nel suo delirio confonde affermazioni, prodotte dalla sua patologia, con dimostrazioni. Tommaso d'Aquino afferma, non dimostra.
Tommaso d'Aquino inizia il capitolo 28 del primo libro della Somma contro i Gentili affermando:
"Sebbene le cose che oltre ad essere vivono siano più perfette di quelle che esistono soltanto, Dio tuttavia, il quale altro non è che il proprio essere, è totalmente perfetto. E dico perfetto totalmente ciò cui non manca la perfezione di nessun genere."
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 125
Nel capitolo passa attraverso citazioni dalle quali pensa di trarre autorità e, invece, somma farneticazioni alle sue farneticazioni come questa:
"Ecco perché a Mosé, il quale chiedeva di vedere la faccia o gloria di Dio, il signore rispose: "Io ti mostrerò ogni bene" (Esodo XXXIII, 18-19)"
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 127
Da cui Tommaso d'Aquino crede che quel Dio lasci comprendere a Mosè che lui è la pienezza di ogni bontà (ce ne vuole di fantasia malata per una tale deduzione). Di ben altro significato religioso è la richiesta di Semele a Zeus di poterlo vedere per ciò che è e non per ciò che lui appare a lei. Oppure, Tommaso d'Aquino, pensa di supportare le sue affermazioni con delle affermazioni, altrettanto farneticanti di Dionigi, quando scrive sempre nel capitolo 28:
"E Dionigi afferma (De div. Nom., c. 5): "Dio non è esistente in una data misura, ma in assoluto e senza limiti egli ha accolto e preaccolto in se stesso tutto l'essere"."
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 127
E Tommaso d'Aquino termina le sue elucubrazioni sulla perfezione del suo Dio citando Matteo e non si accorge della contraddizione che esprime nella perfezione patologica che lui attribuisce al suo Dio. Conclude il capitolo 28:
"E in tal senso diciamo che è perfetto Dio secondo l'espressione evangelica (Matteo, V, 48): "Siate perfetti com'è perfetto il padre vostro celeste"."
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 127
Se reciti milioni di volte la formula "Dio è perfetto!" è facile che nella tua testa si formi un'idea di un Dio perfetto, ma non per questo costruisci una realtà oggettiva di un Dio perfetto. L'idea si forma come fantasia nella tua testa. Si forma come un desiderio da soddisfare, non come una realtà oggettiva. Tommaso d'Aquino non ha dimostrato nulla, Le sue affermazioni suonano come un'offesa all'intelligenza delle persone e alla libertà della vita che non può accettare di essere ingabbiata in nessun delirio patologico.
Continua nelle sue farneticazioni Tommaso d'Aquino nel capitolo XXXVII del primo libro:
2) Nei primi capitoli [c. 13] abbiamo dimostrato l'esistenza del motore primo immobile che è Dio. Esso però muove restando del tutto immobile, poiché muove come oggetto di desiderio. Dio, quindi, essendo il primo motore immobile, è il primo desiderato. Ora, una cosa può essere desiderata per due motivi: o perché è buona, o perché apparentemente buona. Ma la prima soltanto è buona; poiché il bene apparente non muove per se stesso, bensì per l'aspetto di bene che presenta; il bene invece muove per se stesso. Perciò il primo desiderato che è Dio, è realmente buono.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 139
Nei capitoli precedenti Tommaso d'Aquino ha farneticato attorno ad un "motore immobile" che lui identifica col suo Dio padrone. Una specie di Uno dei Neoplatonici trasformato nel Dio personale dei cristiani.
Quel "quindi" è del tutto soggettivo ed improprio perché parte dal presupposto che l'interlocutore condivida con Tommaso d'Aquino le sue farneticazioni soggettive come se fossero oggettive. L'unica dimostrazione che abbiamo nel testo è che il Dio padrone è l'oggetto desiderato da Tommaso d'Aquino. Una cosa desiderata, perché soddisfa la patologia delirante di Tommaso d'Aquino, rimane un desiderio, non testimonia una realtà. Io desidero un dolce perché quel dolce soddisfa il mio desiderio, l'oggetto è il dolce perché io lo ritengo dolce, non certo perché ha la qualità di dolcezza in sé. E' il mio gusto che decide che quello è dolce. Ed è il mio desiderio di soddisfare quel gusto che mi porta a desiderare quell'oggetto specifico.
Così la patologia desiderante di Tommaso d'Aquino è portata a desiderare l'oggetto che ne soddisfi l'attributo che porta a delirare la sua coscienza nell'onnipotenza: il "Dio buono". Il meccanismo è lo stesso della ricerca del piacere; soddisfa il desiderio di onnipotenza come un dolce soddisfa il mio desiderio di una "cosa buona al gusto".
Mentre il mio desiderio di una torta si conclude con la sua soddisfazione nel mangiare la torta e la mia persona si apre a nuovi e diversi desideri, il desiderio di Tommaso d'Aquino resta sospeso e insoddisfatto nella ricerca di un'onnipotenza che identifica nel Dio padrone. Il desiderio prodotto dal delirio sospende il delirante nell'attesa di un oggetto desiderato e mai raggiungibile proprio perché racchiuso nella sfera patologica. Per questo, come io dico che quella torta è "buona" in quanto soddisfa il mio desiderio, Tommaso d'Aquino è costretto a pensare il suo Dio come "buono" in quanto questo dovrebbe, secondo la sua immaginazione, soddisfare il suo desiderio.
Pensare che esista un oggetto definibile come "bene", anziché il bene come percezione del soggetto nelle relazioni con il mondo, è un sintomo di alienazione fra sé e la vita. Dove il bene non si incontra più nella vita, ma solo in un desiderio confinato nell'ambito della patologia psichiatrica.
4)"Il bene è ciò che tutti gli esseri desiderano", secondo l'adagio che il filosofo riferisce come "ottimo" all'inizio dell'Etica [ethic., I, c. I, n. I]. Ora, tutte le cose bramano di essere secondo la propria misura. Il che risulta dal fatto che ogni cosa secondo la propria natura resiste alla corruzione. Perciò l'esistenza attuale costituisce la ragione stessa di bene: cosicché la privazione dell'atto che impoverisce una potenza, come spiega Aristotele [in Metaph., IX, c. 9] implica il male, che è l'opposto del bene. Ma Dio, come sopra abbiamo visto, [c.15] è un ente in atto e non in potenza. Quindi egli è veramente buono.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 140
"Il bene è ciò che tutti gli esseri desiderano", certo, purché sia riferito a ogni sé stesso. Alla concezione di bene per ogni sé stesso. Io anelo al bene per me stesso. Non ad un bene oggettivo per un ente diverso da me. Io posso anelare al bene per la società, ma perché sono parte della società. Perciò, anche se anelo al bene della società, anelo, in realtà, al bene per me stesso. Io sono il metro di misura del bene e non permetto a Tommaso d'Aquino ad impormi ciò che lui ritiene bene per sé stesso. Le cose bramano di manifestare sé stesse, di espandersi, di crescere: e questo si chiama bene. Le cose bramano il bene per sé stesse. Lo stesso Dio padrone di Tommaso d'Aquino, letta la sua sacra scrittura, brama il bene per sé stesso a discapito del bene che bramano gli altri esseri, gli Esseri Umani, per sé stessi.
Scrivono le sacre scritture di Tommaso d'Aquino:
"A quella vista tutto il popolo si prostrò per terra, esclamando: "E' il signore il vero Dio! E' il signore il vero Dio!" Allora Elia ordinò loro. "Prendete i profeti di Baal: non ne scampi nemmeno uno!" Ed essi li presero. Poi egli li fece scendere presso il torrente Cison, dove li sgozzò."
Bibbia, I Re 18, 39-40
Oppure:
"Quando il signore Iddio tuo, avrà sterminato davanti a te le genti del paese di cui stai per entrare in possesso, allorché tu lo occuperai e vi abiterai, guardati bene dal cadere nel laccio: non farti loro seguace dopo che quelle saranno annientate davanti a te; non cercare i loro Dèi...."
Bibbia, Deuteronomio 12, 29-30
I sacerdoti di Baal desideravano il loro bene; il Dio padrone dei cristiani desiderava il suo bene. Per il bene del Dio padrone Elia li sgozzò: Elia è un criminale. Il Dio padrone dei cristiani è un criminale. Dov'è il bene di chi ha sgozzato?
E dov'è il bene dei popoli che il Dio padrone di Tommaso d'Aquino si vanta di aver sterminato?
Gli atti del Dio padrone che impoveriscono la ricerca del bene di chi è stato sterminato rappresentano il male e il Dio di Tommaso d'Aquino, come leggiamo nei suoi testi sacri, è il male che ordina di macellare coloro che a lui fa piacere macellare.
Da questo, l'affermazione di Tommaso d'Aquino che "Quindi egli è veramente buono" appartiene al delirio di onnipotenza di un individuo alienato alla vita ed estraneo alla società civile.
Continua le farneticazioni Tommaso d'Aquino:
4) La diffusione dell'essere e della bontà procede dalla bontà. E questo risulta dalla stessa natura del bene, e dalla sua nozione. Per natura infatti il bene di ogni cosa consiste nel suo atto e nella sua perfezione. Ma ogni cosa agisce perché è in atto. Agendo però essa diffonde l'essere e la bontà sulle altre cose. Infatti il segno della perfezione per una cosa è la sua " capacità a produrre un essere consimile", come spiega il filosofo [in Meteororum, IV, c. 3, n. I]. D'altra parte la bontà di una cosa sta nell'essere appetibile. E questo è il fine, il quale muove la causa agente ad agire. Perciò si dice che il bene " tende a diffondere sé stesso e l'essere" [Dionigi, De div. Nom., c.4]. Ora, questa diffusione spetta a Dio; poiché sopra [c.13] abbiamo visto che egli, quale essere necessario, è causa dell'esistenza di tutte le altre cose. Dunque gli è veramente buono. Ecco perché nei Salmi [LXXII, 1] si dice: "Quanto è buono il Dio d'Israele con i retti di cuore". E nelle lamentazioni [III, 25]: " Il signore è buono con quelli che sperano in lui, con l'anima che lo cerca".
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 140
Tommaso d'Aquino non analizza le azioni del suo Dio. Queste non esistono. I suoi libri sacri sono la giustificazione delle sue azioni perverse nel suo delirio di onnipotenza. Dal momento che la perversione dei suoi libri sacri, con cui egli legittima i delitti, non sarebbe accettata dalle persone (non dimentichiamo che a quei tempi la lettura della bibbia e dei testi sacri era proibita alle persone che dovevano accontentarsi della versione che dava loro il prete cattolico), allora si preferisce farneticare attorno al Dio buono. Un'idea più vicina all'idea degli Stoici e dei Neoplatonici che non a quella di ebrei e di cristiani.
Come Tommaso d'Aquino non verifica le azioni del suo Dio, che lui definisce buono, per soddisfare il suo desiderio patologico, così i filosofi, nel corso dei secoli, hanno preferito ignorare le farneticazioni di Tommaso d'Aquino piuttosto che collocarle nella giusta dimensione: la patologia psichiatrica.
Affermare che il Dio padrone di Tommaso d'Aquino sia "causa dell'esistenza di tutte le altre cose" sa di insulto alla realtà oggettiva che viviamo. Possiamo dire, più correttamente, che l'immagine di Dio che Tommaso d'Aquino spaccia, sia il "vampiro della vita" di tutte le cose. Il "vampiro della vita" che costringe gli Esseri a rinunciare a sé stessi in funzione della legittimazione del suo diritto al saccheggio dell'esistenza.
L'esistenza saccheggiata degli Esseri Umani, anziché cogliere il divino che sta in essi, li costringe a sottomettersi alla malvagità del Dio dei cristiani che Tommaso d'Aquino, per soddisfare il suo desiderio di onnipotenza, chiama buono. E mentre lo chiama buono, il Dio dei cristiani distrugge il Dio che gli Esseri Umani potrebbero diventare proprio con l'aiuto di Tommaso d'Aquino:
"Il signore Iddio disse: "Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi, avendo la conoscenza del bene e del male: che non stenda ora la sua mano e non colga dall'albero della vita, per mangiarne e vivere in eterno"."
Bibbia, Genesi 3, 22
Io, a differenza di Tommaso d'Aquino, questo Dio lo chiamo malvagio. Il Male assoluto. Il Dio dei cristiani è il male assoluto che cammina sulla terra lastricando la sua strada di crimini.
Pagina specifica dell'argomento
26 giugno 2026

Tutto il cristianesimo, come l'ebraismo, è impregnato di magia. Non la magia come la intendono i Pagani o le Antiche Religioni, ma la magia come superstizione, la magia che suscita stupore. La magia che abbaglia gli astanti e li deruba della loro attenzione costruendo sottomissione mediante stupore.
La magia che modifica un presente indesiderato: fa arrivare la pioggia, fa guarire all'improvviso dalle malattie, trasforma l'acqua in vino o il piombo in oro. La malattia come desiderio dell'incapace di agire nel mondo e che sogna il "colpo di bacchetta magica" con cui risolvere i suoi problemi. Il miracolo è una magia, un desiderio superstizioso, di chi non vive con passione nel mondo in cui è nato.
La magia è efficace? A quale magia ci si riferisce?
La magia è trasformazione, crescita, dell'uomo nel mondo. Questa magia funziona!
Ma come concepisce la magia l'individuo, il cristiano, che ritiene che l'uomo non possa crescere e trasformarsi nel mondo in quanto ritiene che l'uomo sia stato creato dal suo Dio e che, dunque, quanto creato dal suo Dio non può essere modificato se non come predestinazione del suo Dio stesso?
In questo caso la magia non è trasformazione dell'uomo nel mondo (in un mondo in continua trasformazione per l'incontrarsi di infinite forme di volontà che manifestano infinite intelligenze in infiniti progetti di trasformazione), ma è modificazione di un presente razionale che viene adattato ai desideri soggettivi del presunto mago.
I vangeli sono pieni di questo tipo di magie. Le stesse guarigioni di Gesù, descritte nei vangeli, sono atti di magia in cui la realtà del malato viene modificata in funzione del desiderio di Gesù di stupire. Gesù che cammina sulle acque, ordina al vento di fermarsi, millanta che potrebbe ordinare alle montagne di gettarsi a mare, guarisce il lebbroso (anziché eliminare la lebbra con la sua presunta onnipotenza), moltiplica i pani e i pesci (a che serve lavorare?), trasforma l'acqua in vino, maledice il fico seccandolo, ecc.
Tommaso d'Aquino non può negare l'esistenza della magia perché, altrimenti, negherebbe l'attività del suo Gesù che millanta che non sarebbe passata quella generazione senza che lo avrebbero visto arrivare con grande potenza sulle nubi mentre le stelle cadevano sulla terra.
Solo che la magia che descrive Tommaso d'Aquino è la magia del millantatore, quella del Dio padrone che afferma di aver creato il mondo dal nulla. la magia dell'imbroglio e dell'inganno che ha come scopo quello di sottomettere gli Esseri Umani. Se Gesù è considerato un mago grande, sicuramente esistono tanti piccoli maghi le cui magie sono, o possono essere, efficaci.
Tommaso d'Aquino non sa se le magie sono efficaci, lo immagina solo perché se non lo immaginasse diventerebbe scettico nei confronti di Gesù o del suo Dio che ha creato il mondo dal nulla.
Tommaso d'Aquino non si chiede "che cos'è la magia", ma dà per scontato che il modello di magia concepibile è quella descritta nei vangeli e operata da Gesù. Per questo motivo, dando per scontato l'intervento di potenze al servizio del mago, indaga sulle qualità morali e intellettuali delle potenze che, secondo Tommaso d'Aquino, danno efficacia alle operazioni magiche.
Scrive Tommaso d'Aquino nel libro terzo capitolo CVI dal titolo "Le sostanze intellettive che danno efficacia alle arti magiche non sono moralmente buone".
Da qui Tommaso d'Aquino inizia a parlare attorno alla magia:
"Passiamo ora ad indagare le qualità morali di quella natura intellettiva per la cui virtù vengono compiute codeste pratiche. Prima di tutto appare evidente che essa non è buona e lodevole. Infatti:
1) Prestare aiuto in cose che sono contrarie alla virtù non è di un'intelligenza ben disposta. Ora, tale aiuto viene offerto nelle pratiche suddette: poiché per lo più esse vengono adoperate per procurare adulteri, furti, omicidi, e altri malefici, cosicché coloro che le esercitano sono chiamati maliardi. Perciò le virtù intellettive, sul cui aiuto poggiano le arti magiche, non sono moralmente ben disposte.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 825
Le arti magiche esercitate da Gesù servivano per suscitare stupore e sottomettere gli astanti:
"Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra. Non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto per dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre ... "
Vangelo di Matteo 10, 34
La magia di Gesù è finalizzata a procurare malefici attraverso la cecità procurata agli uomini dagli atti magici. L'intelligenza del mago Gesù è, secondo il linguaggio di Tommaso d'Aquino, "mal disposta".
Ciò che è "mal disposto" non è l'atto magico, ma il concetto superstizioso di magia proprio del cristianesimo che vede l'atto magico nella possibilità di modificare il presente del mondo.
A cosa serve la fede cristiana? A fare atti magici. Dice Gesù in Matteo:
"In verità vi dico: se avrete fede e non esiterete, farete non solo come è stato fatto a questo fico, ma quand'anche diciate a questo monte: "Levati di lì e gettati in mare", sarà fatto. Tutto ciò che chiederete con fede nella preghiera, l'otterrete."
Vangelo di Matteo 21, 21-22
La magia di Gesù abbaglia gli Esseri Umani al fine di fare furti, adulteri, omicidi o altri malefici, basta chiederlo con fede nella preghiera.
Perciò le virtù intellettive di Gesù nei vangeli, sul cui aiuto poggiano le arti magiche, non sono moralmente ben disposte.
Continuano le farneticazioni con cui Tommaso d'Aquino giustifica la superstizione magica del cristianesimo:
2) Un'intelligenza moralmente buona non può offrire familiarità e protezione a degli scellerati, preferendole alle persone migliori. Ora, per lo più attendono a codeste arti uomini scellerati. Dunque, le nature intellettive dal cui aiuto le arti magiche ricevono efficacia, non sono moralmente buone.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 825
Termini come "moralmente buona", "scellerati", "persone migliori", sono aggettivi attribuiti soggettivamente. Idee che un soggetto proietta su altri. Per me il termine "scellerato" va attribuito al Gesù di Nazareth o al Dio dei cristiani. Non vedo, dal punto di vista religioso, "uomini scellerati" tali da togliere l'attributo di scelleratezza a Gesù.
I comportamenti sociali sono scellerati solo dal punto di vista del soggetto a cui quei comportamenti creano ostacoli o danno e non esistono soggetti che hanno costruito più danno alle società degli Esseri Umani del Dio dei cristiani (con la sua pretesa assolutista) o il Gesù di Nazareth che ordina di scannare chi non si mette in ginocchio davanti a lui. Questa scelleratezza viene mascherata con la magia:
"Allora gli fu presentato un indemoniato cieco e muto, ed egli lo guarì in modo che il muto parlava e vedeva. E tutta la folla meravigliata, diceva: "Che sia costui il figlio di Davide?"."
Matteo 12, 22-23
Dunque, le nature intellettive dal cui aiuto le arti magiche dei cristiani ricevono efficacia, non sono moralmente buone.
Continuano le farneticazioni da delirio di onnipotenza di Tommaso d'Aquino:
3) Intelligenze ben disposte hanno il compito di guidare gli uomini ai beni propriamente umani, che sono i beni di ordine razionale. Perciò distrarre da codesti beni, per trascinare verso i beni minori, è proprio di intelligenze mal disposte. Ora, con codeste arti gli uomini non raggiungono dei vantaggi circa i beni di ordine razionale, che sono le scienze e le virtù; ma solo circa i beni più piccoli: p. es, scoprire i furti, sorprendere i briganti, e altre cose del genere. Perciò le sostanze intellettive, con l'aiuto delle quali vengono esercitate queste arti, non sono moralmente ben disposte.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 825
Tommaso d'Aquino pretende di determinare il compito delle intelligenze; come esse devono guidare gli uomini; quali sono i beni utili agli uomini. Questa pretesa di possesso, che è una pretesa delirante, serve a sancire un suo potere di determinare ciò che è buono e ciò che non è buono per altri. Già il fatto che Tommaso d'Aquino pretenda di determinare una discriminazione fra "beni di ordine razionale" e "beni minori" rappresenta una presa di posizione criminale sia pur in ambito filosofico (con ben altri disastri in campo pratico).
Cosa intende Tommaso d'Aquino per beni minori?
Eppure Tommaso d'Aquino sapeva che la magia di Gesù non portava a sviluppare "le scienze e le virtù", ma consisteva soprattutto nel mutare l'acqua in vino (ad imitazione di Dioniso, vedi Nonno di Panopoli) come in Giovanni 2, 1-12, oppure soddisfare la pancia come in Giovanni 6, 1-15. Non c'è nulla di nobile nelle magie di Gesù, se non la volontà di stupire gli astanti per sottometterli costringendoli a riconoscerlo come il loro padrone. Infatti, il fine di queste magie, nell'uno e l'altra operazione magica, è questo:
"Questo fu il principio dei miracoli di Gesù, in Cana di Galilea. Manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui."
Vangelo di Giovanni 2, 11
"Quegli uomini, visto il prodigio fatto da Gesù dicevano: "Questo è davvero il profeta che ha da venire al mondo".
Vangelo di Giovanni 6, 14
Perciò le sostanze intellettive, con l'aiuto delle quali vengono esercitate le arti magiche dei cristiani, non sono moralmente ben disposte.
Continuano le farneticazioni da delirio di onnipotenza di Tommaso d'Aquino:
4) Nelle pratiche di codeste arti si riscontrano inganno e irragionevolezza: per esse infatti si richiede un uomo libero dai rapporti venerei, e tuttavia spesso esse vengono adoperate per combinare accoppiamenti illeciti. Ora, nelle azioni di un'intelligenza ben disposta, non si riscontra niente di irragionevole e d'incoerente. Dunque codeste arti si servono di intelligenze che non sono ben disposte moralmente.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 826
Per queste operazioni di magia "si richiede un uomo libero dai rapporti venerei" ed esse vengono adoperate per "combinare accoppiamenti illeciti". Cosa che del resto faceva Gesù:
"Vi fu però un giovanetto che lo seguiva, avvolto in un lenzuolo sul corpo nudo, e lo presero. Ma lui, lasciato il lenzuolo, scappò via nudo."
Vangelo di Marco 14, 51- 52
Dunque, codeste arti magiche cristiane si servono di intelligenze (leggi: sono messe in atto da individui malvagi!) che non sono ben disposte moralmente.
Continuano le farneticazioni da delirio di onnipotenza di Tommaso d'Aquino:
5) Non è moralmente ben disposto colui che viene provocato a prestare aiuto a qualcuno mediante il compimento di qualche delitto. Ebbene, proprio questo invece avviene nelle arti magiche. Poiché si legge che alcuni per eseguirne le prescrizioni hanno ucciso dei bambini. Dunque le intelligenze per il cui aiuto esse si praticano non sono oneste.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 826
E' proprio di Gesù esaltare i delitti attraverso le arti magiche. Le arti magiche di Gesù portavano le persone alla sottomissione, alla rinuncia ad esercitare la loro volontà nella loro esistenza. Si legge in Luca della pesca miracolosa, del lebbroso guarito, del paralitico guarito. E ad ogni operazione magica, racconta Luca:
"Lo stupore aveva invaso lui e tutti coloro che erano con lui, per la pesca dei pesci che avevano fatto, come pure Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo, che erano soci di Simone."
Vangelo di Luca 5, 9-10
"Intanto la sua fama si diffondeva sempre di più e il popolo accorreva in folla per ascoltarlo e per essere guarito dalle proprie infermità."
Vangelo di Luca 5, 15
"Un grande stupore invase tutti e glorificavano Dio"
Vangelo di Luca 5, 26
Con questa magia, col potere derivato dagli atti magici, i cristiani millantano la divinità del loro padrone. Quali ordini divini Luca attribuiva a Gesù?
"Gesù disse a Simone: "Non temere, d'ora in poi tu sarai un pescatore d'uomini!"
Vangelo di Luca 5, 10
E quegli uomini che non si vogliono far pescare perché sono orgogliosi di essere uomini e non pesci che abboccano all'amo del primo millantatore incontrato: cosa ordina Gesù?
"Intanto conducete qui i miei nemici, quelli che non volevano che io regnassi su di loro, e sgozzateli in mia presenza."
Vangelo di Luca 19, 26
Ebbene, proprio questo si ottiene con le arti magiche di Gesù ben conosciute da Tommaso d'Aquino.
Dunque, le intelligenze, per il cui aiuto le arti magiche dei cristiani si praticano, non sono oneste.
Continuano le farneticazioni da delirio di onnipotenza di Tommaso d'Aquino:
6) Il bene proprio dell'intelletto è la verità. Essendo proprio di chi è buono procurare il bene, è proprio di un intelletto ben disposto condurre gli altri alla verità. Invece nelle pratiche della magia si fanno molte cose che illudono e ingannano gli uomini. Perciò le intelligenze cui esse chiedono aiuto non sono moralmente ben disposte.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 826
Il bene dell'intelletto è la verità. Si tratta della verità dell'oggetto esposto o della verità millantata che non ricadendo sotto i sensi o sotto la critica, di fatto, nasconde la menzogna? Oppure si tratta di Gesù che dice di essere la verità in sé?
"In verità, in verità vi dico: viene l'ora, ed è questa, in cui i morti udranno la voce del figlio di Dio, e chi l'ascolta vivrà. perché come il padre ha in sé la vita così pure ha dato al figlio d'aver la vita in sé stesso e gli ha dato il potere di giudicare perché è figlio dell'uomo."
Vangelo di Giovanni 5, 25-27
"Chiunque si vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando tornerà nella gloria sua e in quella del Padre e degli Angeli santi. Io vi dico in verità: ci sono alcuni tra i qui presenti, i quali non gusteranno la morte prima di aver visto il regno di Dio."
Vangelo di Luca 9, 26-27
"Di nuovo il Sommo Sacerdote lo interrogò: "Sei tu il Cristo, Figlio del Benedetto?". Gesù gli rispose: "Io lo sono, e voi vedrete il Figlio dell'uomo assiso alla destra dell'Onnipotente e venire con le nubi dal Cielo".
Vangelo di Marco 14, 61-62
"Il figlio dell'uomo, infatti, verrà nella gloria del padre suo, con i suoi Angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue opere. In verità vi dico: vi sono alcuni fra i qui presenti che non gusteranno la morte prima di aver veduto il Figlio dell'uomo venire nel suo regno."
Vangelo di Matteo 16, 27-28
Cos'è dunque la verità? Non è forse quella che l'ingannatore, il mago, presenta agli astanti illudendoli? Li illude con le parole, con i gesti. Li illude alimentando l'aspettativa, l'attesa. Una grande magia: bloccare i progetti di vita delle persone. Che cosa ottiene l'imbonitore, il mago? Ottiene la sospensione del giudizio da parte degli astanti sulle sue parole. Sospende la critica appropriandosi della loro attenzione. L'attenzione degli astanti si sospende nell'attesa di una promessa che deve realizzarsi. Deve realizzarsi di lì a poco. Fra poco. E quel poco d'attesa è prologo e premessa di attese infinite: l'astante perde la sua vita dietro ad una verità annunciata ma priva di realtà oggettiva.
Chi fa il male annuncia un bene futuro, mentre nel presente distrugge la capacità di critica delle persone. E questo è proprio del mago: è proprio di Gesù il cui progetto di distruzione delle persone si ammanta di illusioni di verità.
Nelle pratiche della magia si fanno molte cose che illudono e ingannano gli uomini.
Ciò è proprio di Gesù che con la magia dell'illusione uccide il futuro delle persone.
Continuano le farneticazioni da delirio di onnipotenza di Tommaso d'Aquino:
7) Un intelletto ben disposto è attratto dalla verità di cui gode, non già dalla menzogna. Ora, i maghi nelle loro invocazioni si servono anche di menzogne, con le quali attirano coloro del cui aiuto si servono: essi infatti minacciano cose impossibili, come nel caso in cui chi faceva l'incantesimo, secondo il racconto di Porfirio [cfr. Agost., De Civit. Dei, X, c. II], minacciò di distruggere il cielo e di far cadere le stelle, qualora non fosse stato aiutato. Perciò le sostanze intellettive per l'aiuto delle quali vengono compiute le arti magiche, non risultano moralmente ben disposte.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 826
Come abbiamo visto sopra, Gesù minaccia cose impossibili, come:
"Or, subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo, tutte le tribù della terra si batteranno il petto e vedranno il figlio dell'uomo venire sulle nubi del cielo con gran potenza e gloria. Egli manderà i suoi Angeli che, con tromba dallo squillo potente, raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un'estremità all'altra dei cieli. "Imparate dal fico la similitudine: quando i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l'estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che il figlio dell'uomo è vicino, alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto ciò avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno."
Vangelo di Matteo 24, 29-35
Gesù si nasconde nella menzogna quale frutto del suo delirio e si serve delle sue arti per ingannare le persone. La magia vera di Gesù non sta nel fatto che le stelle cadranno sulla terra. La magia vera sta nel costringere gli astanti a prestar fede alle sue parole e a sospendere la loro capacità di critica attendendo, da un momento all'altro, che le stelle cadano sulla terra.
E' la menzogna del mago che afferra l'attenzione e si appropria delle persone:
"Io spenderò ben volentieri del mio ed anche tutto me stesso spenderà per le anime vostre. Ma perché vi dimostro maggior amore, devo proprio essere meno amato da voi? E sia pure: io non vi sono stato d'aggravio: ma da furbo qual sono vi ho presi con l'inganno."
Paolo di Tarso, II Corinti 12, 15-16
Le parole manifestano l'inganno con l'arte magica ci si appropria delle persone. Della loro attenzione. Della loro capacità di critica. Della loro vita! L'attesa è l'effetto prodotto dalla magia e la vita delle persone è quello che la magia porta via senza che le persone se ne rendano conto, come non si rendono conto del trucco con cui il mago ammanta la verità che presenta.
Perciò, le sostanze intellettive per l'aiuto delle quali vengono compiute le arti magiche, non risultano moralmente ben disposte.
Tommaso d'Aquino conclude le farneticazioni da delirio di onnipotenza sulla magia:
8) Non è di un essere moralmente ben disposto sottomettersi come inferiore, quando è superiore: oppure lasciarsi supplicare come superiore, se è inferiore. Ora, i maghi invocano supplichevoli coloro del cui aiuto si servono, come se fossero realtà superiori; e quando li sentono presenti, li comandano come esseri inferiori. Dunque, in nessun modo codesti esseri sono ben disposti moralmente.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 826
Viene così escluso l'errore dei Gentili, i quali attribuiscono agli Dèi codeste operazioni.
Inferiore e superiore; chi è in alto e chi è in basso; chi ordina e chi obbedisce. Tommaso d'Aquino non è in grado di vivere il mondo se non come una gerarchia nella quale si colloca. Per Tommaso d'Aquino il mondo non ha assonanze, armonie, amicizia, legami, ma è fatto solo di schiavi e di padroni.
L'infinita gerarchia che il suo Dio, frutto dell'immaginazione che veicola nel delirio il desiderio di onnipotenza, proietta su un mondo che deve prostrarsi.
Nelle azioni dei maghi, Tommaso d'Aquino vede l'azione dei demoni nemici del suo Gesù delirante: ma voler vedere i demoni nelle azioni di magia è un delirio di onnipotenza che regge e giustifica un altro delirio di onnipotenza il cui fine è togliere agli uomini la loro volontà con cui vivono il loro presente.
La magia di Tommaso d'Aquino è solo delirio. Un delirio che nella società si presenta come delitto. Come nel delirio l'oggetto evocato appare ai sensi con una sua corporeità, così la magia di Tommaso d'Aquino non è relazione col mondo e trasformazione in esso, ma onnipotenza delirante:
"In verità, in verità vi dico: se non mangerete la carne del figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, ed io lo resusciterà nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui. Come il padre vivente ha mandato me ed io vivo per il padre, così chi mangia me vivrà anch'egli per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno."
Vangelo di Giovanni 6, 52-58
Il delirante non si sottomette; il delirante delira nella sua onnipotenza. Una magia che Tommaso d'Aquino comprende perfettamente e che esclude come l'onnipotenza si possa abbassare a camminare assieme agli Esseri della Natura. Gli Dèi delle Antiche religioni camminavano con gli Esseri Umani assistendoli nelle loro imprese in cui il coraggio metteva in evidenza il Dio che diventerà nell'uomo che era. Questa era la magia delle Antiche Religioni: vivere la vita con passione in una perenne trasformazione. La magia come trasformazione soggettiva e la magia come relazione fra l'uomo e il mondo vivente in cui agiva. Un mondo divino in cui gli Dèi partecipano alla vita degli Esseri Umani in quanto sono dentro e fuori agli Esseri Umani e dove la magia consiste nel chiamare gli Dèi a sorreggerci nelle imprese mediante l'evocazione di quel Dio che sta dentro di noi. Né sopra né sotto, né servi né padroni. Solo compagni in un cammino che porta nell'infinito dei mutamenti.
A differenza di quanto sostiene Tommaso d'Aquino, gli Dèi sono ben disposti moralmente. Non sono espressione di una mente delirante come quella di Tommaso d'Aquino o del suo Gesù, ma sono nel mondo che ci circonda. Essi sono il mondo e sono anche ciò che noi siamo nelle infinite pulsioni che ci spingono ad aprire sempre nuove porte verso il futuro e nello sconosciuto del mondo in cui siamo nati.
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25 giugno 2026

La relazione anima e corpo nella religione cristiana ha una funzione ideologico-dottrinale precisa: impedire alle persone di considerarsi "proprietarie del proprio corpo e della propria psiche". Per la religione cristiana le persone sono proprietà del Dio padrone e creatore e, per estensione, dei cristiani, della chiesa cattolica nella specificità italiana, che lo rappresenta in terra.
Per la chiesa cattolica il corpo dell'Essere Umano è un cadavere portatore di tutte le bassezze della vita al quale il Dio padrone ha concesso un'anima che, secondo la chiesa cattolica, racchiuderebbe la parte "nobile" delle aspirazioni e dei sentimenti umani. Con questa pretesa delirante la chiesa cattolica impone un conflitto intimo alle persone. Un conflitto che vede i bisogni e i desideri, propri della vita dell'individuo, scontrarsi con i doveri morali che la chiesa cattolica impone al soggetto chiamandoli "virtù". I bisogni e i desideri (ai quali non vengono forniti mezzi adeguati all'individuo per veicolarli in maniera adeguata e soddisfacente nella società in cui vive) entrano in conflitto con le esigenze di imposizione morale finendo per costringere l'individuo a vivere stati psicologici fobici, sensi di colpa, depressione o quant'altro.
Non esiste un'"anima" che non sia espressione di un corpo!
Proprio perché si tratta di un corpo, non di un cadavere, può esprimere quell'insieme di sentimenti, desideri e percezioni, che i cristiani attribuiscono all'anima sottraendoli e separandoli dal corpo.
Non esiste un insieme "anima" che possa esistere indipendentemente da un corpo: se qualcuno non condivide questa espressione, è pregato di dimostrarlo!
L'affermazione secondo cui esiste un'anima indipendentemente da un corpo (qualunque ne sia la sostanza del corpo) non è espressione di un'idea prodotta da un Essere Umano che indaga la vita degli uomini, è un'affermazione filosofica di natura ontologica il cui scopo è il dominio dell'uomo sull'uomo. Non si può prendere alla leggera in quanto rappresenta un atto di guerra, di violenza, contro la vita. E' un "atto criminale" fatto da un soggetto che antepone il proprio desiderio di possesso alla base di ragionamenti volti a legittimare il suo dominio. Al di là che questo dominio sia fattivo o solo desiderato o immaginato. Il desiderio concorre alla formazione dell'illusione di essere in possesso di un'immortalità a prescindere; l'atto criminale consiste nel costringere le persone, quando sono bambini, ad illudersi di essere eterni controllando la morale che determinerebbe questa possibilità di eternità.
All'interno di una concezione "filosofica" della vita è da considerare un "atto criminale" tutte quelle affermazioni le cui argomentazioni non sono rette da elementi oggettivi, ma sono solo giustificazione di desideri soggettivi da imporre alle persone. In termini attuali, quando le argomentazioni sono un insieme di affermazioni generate da una patologia psichiatrica che porta l'individuo ad identificarsi col "volere di Dio" testimoniando un suo delirio di onnipotenza.
E' il caso di Tommaso d'Aquino e del delirio che usa per giustificare le sue farneticazioni.
Scrive Tommaso d'Aquino nel libro secondo capitolo LXV dal titolo "L'anima non è il corpo":
Ci furono altri poi, che commettendo un errore più grave, ritennero che l'anima fosse un corpo. Sebbene le loro opinioni siano state diverse e varie, basterà qui confutarle in blocco. Infatti:
1) Gli esseri viventi, essendo realtà fisiche o naturali, sono composti di materia e forma. Ma essi sono composti di un corpo e di un'anima, la quale li rende viventi in atto. Perciò di queste due parti l'una deve essere forma e l'altra materia. Ma tale non può essere il corpo: perché il corpo non può avere come materia o soggetto un'altra entità. Quindi l'anima è una forma. Dunque l'anima non può essere un corpo; poiché nessun corpo può essere forma.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 421
Nel farneticare, Tommaso d'Aquino non si avvede dell'ovvio: ci furono alcuni che ritennero che il corpo esprima un camminare, un afferrare, dei sentimenti, affetto emotivo, trasporto psicologico, un guardare, un parlare, un manipolare la materia, ecc. Tutte queste cose le fa il corpo, non il cadavere. Noi distinguiamo un corpo vivente da un "corpo" non vivente perché il primo è "animato" e teso ad espandersi nel mondo in cui è germinato. Noi non abbiamo elementi per individuare un'anima indipendente dal corpo che, in quanto anima al di fuori del corpo, esprima quelle pulsioni che noi individuiamo per costruirci l'idea che "ci sia qualche cosa che animi il corpo".
Affermare il corpo come materia e l'anima come forma, è un puro esercizio retorico; un arrampicarsi sugli specchi per dare una spiegazione ad un puro desiderio patologico: la dipendenza da un Dio padrone.
Oggi, a differenza di Tommaso d'Aquino, noi sappiamo che la materia è un'aggregazione particolare di energia percepita in quel modo dagli Esseri della Natura, pertanto, altri corpi potrebbero esistere con aggregazioni di energia diversi da quelli che noi consideriamo "materia". Ciò non toglie che solo un corpo può esprimere ciò che Tommaso d'Aquino individua come anima. Se il corpo non la esprime, il corpo è un cadavere e non esiste quella che Tommaso d'Aquino, chiama "anima" indipendentemente da un corpo.
Continua a farneticare Tommaso d'Aquino:
2) E' impossibile che due corpi coesistano nel medesimo luogo. Ma mentre si vive, l'anima non è separata dal corpo. Dunque l'anima non è un corpo.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 421
Data una premessa che si basa su dati fantasiosi, soggettivi e deliranti, il discorso non può che proseguire nel medesimo delirio. Tommaso d'Aquino afferma che "mentre si vive, l'anima non è separata dal corpo". Infatti, ciò che chiama "anima" è un insieme di prerogative e parti del corpo, come possono essere gli occhi, le gambe, la lingua, la testa, il pene, la vagina, il piede, ecc. Come facciamo un elenco più o meno completo delle parti fisiche, così possiamo fare un elenco più o meno completo delle pulsioni, dei sentimenti, delle emozioni, che caratterizzano un corpo.
Può essere legittima la divisione arbitraria che attribuisce le pulsioni ad un aggregato che viene chiamato "anima", non è legittimo separare tali pulsioni dal corpo che le esprime.
Continua nelle farneticazioni Tommaso d'Aquino:
3) Ogni corpo è divisibile. Ora, ogni realtà divisibile ha bisogno di qualcosa che tenga insieme ed unisca le sue parti. Se l'anima quindi fosse un corpo avrebbe un elemento connettivo delle sue parti, e l'anima sarebbe piuttosto codesto elemento: poiché constatiamo che alla scomparsa dell'anima il corpo si dissolve. E se codesto elemento è a sua volta divisibile, bisognerà giungere ad una realtà indivisibile e incorporea, da identificare con l'anima: oppure si dovrà procedere all'infinito, il che è impossibile. Dunque l'anima non è un corpo.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 421
Le affermazioni sull'"anima" come oggetto in sé sono solo delle farneticazioni. Quando Tommaso d'Aquino afferma: "poiché constatiamo che alla scomparsa dell'anima il corpo si dissolve" dimostra di confondere i fatti con i suoi desideri. Noi possiamo solo constatare che un corpo si trasforma in cadavere e nel trasformarsi in cadavere vediamo dissolversi le sue pulsioni, i suoi desideri, il suo sentimento. In altre parole, la sua anima. Tommaso d'Aquino attribuisce la morte al distacco dell'"anima" anziché considerare la morte la fine stessa di quanto egli attribuisce all'"anima". Per Tommaso d'Aquino è l'anima che agisce mentre il corpo è morto, già al momento della nascita, se non viene abitato dall'anima. Tommaso d'Aquino desidera dividere il corpo dall'anima perché terrorizzato dall'idea che la morte del corpo implichi la morte di tutto ciò che egli attribuisce all'anima.
Continua a farneticare Tommaso d'Aquino:
4) Come noi abbiamo già visto sopra [lib. I, c. 13] e come è spiegato nell'ottavo libro della Fisica [c.5, n. 8], ogni realtà che muove se stessa è composta di due parti: l'una movente e non mossa, l'altra posta in movimento. Ora, l'animale muove se stesso; quindi ciò che in lui muove è l'anima, e ciò che è mosso è corpo. Perciò l'anima è un motore non mosso. Invece nessun corpo può muovere se non è mosso, come sopra, [lib. I, c. 20] abbiamo dimostrato. Quindi l'anima non è un corpo.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 421
Ogni realtà che muove sé stessa è una realtà che muove sé stessa.
Di quante parti sia composta tale realtà e a quali forze della sua oggettività quella realtà risponda, per me, che sono uno spettatore del suo movimento, non mi interessa. Anche perché, se una realtà è in movimento, io posso solo affermare che quella realtà si muove e spesso le motivazioni del suo movimento le posso solo immaginare. In altri casi le posso individuare, ma non è detto che altre forze, che concorrono a quel movimento, non siano presenti alla mia coscienza e alla mia individuazione. Io non posso escludere che una realtà si muova per propria volontà rispondendo a sollecitazioni oggettive e non posso affermare che la realtà in movimento, alla quale assisto, non sia formata da un infinito numero di realtà a loro volta in movimento. L'affermare che esiste una realtà che si muove e una realtà che muove significa presentare una visione meccanicistica ed infantile dell'esistenza.
I pre pitagorici distinguevano ciò che inanimato da ciò che è animato, ma il corpo animato (animale) era sempre un tutt'uno anche se, parlando, si mettevano in evidenza delle caratteristiche specifiche di quel corpo.
Quando Tommaso d'Aquino afferma che il mio corpo o il corpo di un Essere Animale o di un Essere Vegetale, viene mosso da un'anima, offende grandemente il mio essere individuo, persona, corpo, gettando le basi per lo stupro e la violenza sessuale dei bambini. Infatti, partendo dal presupposto di Tommaso d'Aquino, chi violenta un bambino violenta un corpo, un cadavere, e non la su anima che è formata dalla sua psiche e dalle sue emozioni.
Quando Tommaso d'Aquino afferma che "l'animale muove se stesso; quindi ciò che in lui muove è l'anima, e ciò che è mosso è corpo" offende tutta la Natura, gli Animali e i corpi consapevoli che costruiscono le loro strategie di sopravvivenza: per Tommaso d'Aquino tutto può essere distrutto, annientato, stuprato, perché, alla fin fine, si stuprano, si distruggono e si annientano solo corpi e non le loro anime.
E' la perversione criminale del cristianesimo. Quella perversione con la quale il cristianesimo ha legittimato il genocidio di popoli e uomini a maggior gloria del suo Dio padrone.
Continua a farneticare Tommaso d'Aquino a conclusione del suo ragionamento:
5) Sopra noi abbiamo dimostrato [c. 62] che l'intellezione non può essere l'operazione di nessun corpo. E' invece un atto dell'anima. Dunque l'anima, almeno quella intellettiva, non è un corpo.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 421
In questo modo Tommaso d'Aquino ruba la libertà religiosa, sociale e giuridica dei corpi. Il loro reclamare giustizia. Il loro esigere rispetto per le loro pulsioni. Il loro essere dei soggetti nel mondo. Che cos'è per Tommaso d'Aquino un corpo se non un cadavere in cui è entrata un'anima? Non un soggetto che reclama giustizia, ma un abitacolo che si dissolvere al dipartire dell'anima. Vedremo in altre parti come in questo sporco gioco (già fatto dal Corpus Ermeticum) interverrà l'arbitrio del padrone che deciderà quali sono le pulsioni da attribuire all'anima (che chiamerà nobili) e quali attribuire al corpo (che chiamerà basse o animali).
Continua a farneticare Tommaso d'Aquino:
E' poi facile confutare gli argomenti con i quali alcuni hanno tentato di dimostrare che l'anima è un corpo. Essi infatti lo dimostrano dal fatto che il figlio somiglia al proprio padre anche in certe particolarità psicologiche accidentali: e tuttavia il figlio è generato per distacco materiale. - Dal fatto inoltre che l'anima soffre insieme al corpo. - E finalmente dal fatto che essa si separa dal corpo; e separarsi è proprio dei corpi che si toccano.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 422
Non sfugge a Tommaso d'Aquino la somiglianza del figlio al padre (avrebbe dovuto constatare anche la somiglianza dei figli dalla madre) dalla quale avrebbe dovuto dedurre che dal momento che i corpi si formano dall'unione di due corpi, le loro forme, sia fisiche che psichiche (dell'anima) sono un riversarsi delle une nelle altre. Non un'anima che dà forma ad un corpo, ma un corpo che esprime un complesso pulsionale che qualcuno chiama anima. Non è un povero Dio padrone che mette un'anima in un corpo (dandogli forma), ma è il corpo che germina dalla relazione madre-padre e che esprime il suo complesso pulsionale. In parte ereditato e in parte soggettivato come adattamento all'ambiente del nuovo nato.
Continua a farneticare Tommaso d'Aquino illudendosi nella sua megalomania:
A questi argomenti noi abbiamo già risposto [c. 63] che la complessione del corpo è in qualche modo causa delle passioni dell'anima quale predisposizione. - Inoltre l'anima non soffre col corpo che indirettamente: poiché, essendo forma del corpo, si muove in modo indiretto quando si muove il corpo. - L'anima poi si separa dal corpo non come una realtà a contatto, bensì come la forma si separa dalla materia. Sebbene, come sopra abbiamo spiegato [c. 56], ci possa essere un qualche contatto anche tra l'incorporeo e il corpo.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 422
Per Tommaso d'Aquino stuprare i bambini porta la loro anima a soffrire solo indirettamente "poiché, essendo forma del corpo, si muove in modo indiretto quando si muove il corpo" e questa è la conclusione del suo discorso sull'anima. Il diritto alla violenza fisica e psichica perché tanto l'anima non ne soffre. Un corpo violentato è un corpo violentato nella sua anima, ma per Tommaso d'Aquino l'anima appartiene al suo Dio padrone e nessuna violenza fisica può toccare ciò che il suo Dio padrone possiede. Così gli uomini non sono padroni del loro corpo perché non vengono ritenuti padroni della loro "anima". E questo è un crimine.
Afferma Tommaso d'Aquino:
Molti si lasciano attrarre da questa opinione, perché pensavano che quanto non è corporale non esiste, poiché essi non riuscivano ad elevarsi al di sopra dell'immaginazione, la quale è limitata alle cose corporee. - Ecco perché nel libro della sapienza [II, 2], questa opinione è posta sulle labbra degli stolti, che così parlano dell'anima: "Essa è un soffio posto nelle nostre narici, è una scintilla che mette in moto il cuore".
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 422
E' Tommaso d'Aquino che usa un'immaginazione malata per costruirsi una realtà legata al suo desiderio patologico. I nostri sensi registrano una realtà circoscritta in una realtà oggettiva che è infinitamente più grande di quanto i nostri sensi percepiscono, ma questo non autorizza il delirio patologico a pretendere che venga soggettivata un'illusione scambiandola come dato di realtà.
Le emozioni, la scintilla che mette in moto il cuore, dirigono le nostre azioni, ma non per questo tale scintilla è oggetto separato dal mio corpo. Espressa dal mio corpo può anche essere parte di altri corpi immensamente più grandi. La scintilla emotiva che mette in moto il mio cuore, l'emozione che mi spinge verso il mondo, è un frammento di Madre Afrodite, Madre Venere, ma non per questo quel frammento non è parte del mio corpo: io sono Venere quando esprimo emozione. Come sono Giove, Padre Zeus, quando respiro. Così il mio corpo è parte della Natura, Madre Hera o Madre Giunone, mentre il furore della libertà è Madre Demetra che si esprime attraverso Padre Ares: e Madre Hera o Giunone, Madre Demetra o Padre Ares, sono espressioni del mio corpo vivente che si apre al mondo e alle pulsioni intelligenti del mondo in cui vivo.
Tommaso d'Aquino, al contrario, deve trasformare gli Esseri Umani in cadaveri per poterli usare come oggetti di possesso nel suo delirio.
Con questa logica, Tommaso d'Aquino considerava teologicamente giusto bruciare vive le persone per "salvare" la loro anima. Che cos'era la felicità del paradiso per Tommaso d'Aquino? Assistere alle torture a cui erano sottoposte le persone nell'inferno. Il piacere del torturatore. Di colui che possiede persone.
Pagina specifica dell'argomento
24 giugno 2026

Tommaso d'Aquino sa perfettamente di non poter dimostrare l'esistenza del suo Dio. Non può dire: "Questo è il mio Dio". Tuttavia egli ha un Dio preciso a cui si riferisce: il Dio delle sue "sacre scritture". Le sue "sacre scritture" affermano un Dio, ma non dimostrano l'esistenza del suo Dio. Le sacre scritture cristiane parlano di un'onnipotenza che loro chiamano Dio e che identificano con un soggetto padrone dell'universo in quanto creatore dello stesso.
Affermare, ma non dimostrare, e tanto meno dimostrare la necessità della sua esistenza.
Affermare non significa dimostrare.
Se l'oggetto non ricade sotto i sensi, l'affermazione dell'oggetto dimostra solo l'esistenza dell'affermazione, non dell'oggetto affermato.
Se io dico: "Padre Zeus è l'atmosfera!"
Affermo un oggetto che cade sotto i sensi. Pertanto, non si può discutere se l'oggetto che affermo è reale o meno, si può discutere del significato che io attribuisco all'oggetto: "Padre Zeus!". Poi, sta a me, eventualmente, dimostrare come senza Padre Zeus, l'atmosfera, la vita come noi la consideriamo non sarebbe mai esistita.
Io argomento attorno ad un oggetto che ricade sotto i sensi e della cui realtà ogni Essere Umano ne prende atto.
Diverso è quando si tratta di argomentare attorno al Dio creatore dei cristiani e alla sua pretesa di essere il padrone delle persone in quanto creatore delle persone e del mondo in cui vivono. La pretesa di dominio di chi rappresenta il Dio dei cristiani, è l'unico oggetto reale che ricade sotto i nostri sensi. Non ricade sotto i nostri sensi né il Dio degli ebrei e dei cristiani, né, tanto meno, la sua azione di creazione del mondo o il suo intervento nelle cose della vita.
Mentre nelle Antiche Religioni gli Dèi hanno un corpo col quale noi interagiamo, nel cristianesimo il Dio dei cristiani è il prodotto di una malattia mentale. Un delirio di onnipotenza che ha portato le persone che delirano a alienarsi dalla vita e dalle sue condizioni. Il cristiano si è alienato dalla vita rinchiudendosi in un mondo virtuale del quale afferma la realtà fattiva in nome di una visione ontologica: ciò che pensa deve esistere altrimenti non lo potrebbe pensare.
Da qui deriva la difficoltà dei cristiani di provare l'esistenza del loro Dio padrone: è difficile spacciare un'idea delirante come se fosse un oggetto reale. Si può argomentare attorno ad un'idea delirante e tali argomenti vengono accettati, fatti propri o rifiutati, a seconda di come le culture delle varie società o delle varie epoche storiche si pongono rispetto agli argomenti. Alcune idee di Platone, messe in bocca a tale Socrate, in alcune epoche storiche sono state accettate, in altre confutate.
Da questi presupposti prendono il via le argomentazioni di Tommaso d'Aquino nella "Somma contro i Gentili" mentre tenta di appropriarsi di Aristotele per argomentare attorno al proprio Dio.
Io prendo in considerazione la prima parte del discorso di Tommaso d'Aquino in questo capitolo, quello in cui usa il concetto di motore primo di Aristotele per confermare l'esistenza di una volontà creatrice e, per estensione, del Dio padrone dei cristiani.
Scrive Tommaso d'Aquino nel libro I, capitolo XIII dal titolo "Argomenti per dimostrare l'esistenza di Dio":
" Una volta chiarito che non è cosa vana cercare di dimostrare che Dio esiste, passiamo a riferire gli argomenti con i quali i Filosofi e i dottori della chiesa cattolica hanno dimostrato l'esistenza di Dio. Prima riferiamo gli argomenti di cui si serve Aristotele per dimostrare che Dio esiste, cercando di farlo per due vie a partire dal moto.
1) La prima via è la seguente [cfr. Physic., VII, c.I]. - Tutto ciò che è in moto è mosso da altri. Ora, che qualche cosa sia in moto mettiamo il Sole, è evidente. Dunque vien mosso da altri. Ma il motore suddetto, o è esso stesso in moto, oppure è immobile. Se non è in moto abbiamo raggiunto ciò che si cercava, e cioè che è necessario ammettere un motore immobile, che noi chiamiamo Dio. Se invece esso stesso è in moto, viene mosso da un altro motore. Perciò, o si procede così all'infinito, oppure si deve arrivare ad un primo motore immobile. Ma non si può procedere così all'infinito. Dunque è necessario ammettere un primo motore immobile.
2) Nella prova suddetta due proposizioni han bisogno di essere dimostrate: a) che "quanto è in moto deve essere mosso da altri"; b) che "nella serie di motori mossi non si può procedere all'infinito".
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 81-82
La prima affermazione, indimostrata ed indimostrabile, dalla quale parte Tommaso d'Aquino è la seguente: "Tutto ciò che è in moto è mosso da altri". A una realtà che ricade sotto i sensi, Tommaso d'Aquino vi aggiunge un significato pescato dalla propria immaginazione. Tutto ciò che è in moto, è in moto. Possiamo lavorare per individuare cause e direzione del moto, ma affermare che il moto è "mosso da altri" significa togliere all'oggetto in moto il suo motore con cui risponde alle sollecitazioni del mondo in cui si muove.
E' evidente, dice Tommaso d'Aquino, che il Sole si muove. E per Tommaso d'Aquino appare evidente che "qualcuno muova il sole". Io quest'evidenza non la vedo. Vedo un'alba e un tramonto, ma non vedo gli "altri che muovono". Pertanto, potrei dire con Tommaso d'Aquino che il Sole si muove, ma sono più reali le visioni mitiche del "carro del Sole di Febo", che è a sua volta Sole, che non "gli altri" che muovono il sole. In Febo ho un Sole che sorge e che tramonta, negli "altri" ho un Sole privo del suo aspetto divino "della sua capacità di muoversi" perché è attribuita ad un soggetto esterno. Ho un Sole che non partecipa alla nascita della vita su questo pianeta.
Privare gli oggetti che ricadono sotto i nostri sensi della loro volontà con cui rispondono alle sollecitazioni del mondo in cui vivono adattandosi ad esse e diventando, a loro volta, sollecitazioni per altri che si adattano, è una grande "negazione dell'evidenza" che priva l'azione dell'oggetto dell'intelligenza che la dirige.
L'affermazione di Tommaso d'Aquino è assolutamente arbitra, soggettiva e patologica: qual è il motore che spinge Tommaso d'Aquino a scrivere queste stupidaggini? Tommaso d'Aquino "viene mosso da altri"? Per quanto riguarda il moto del Sole rimandiamo a qualche secolo dopo Tommaso d'Aquino, a tale Galileo Galilei. però questo, a noi, non interessa.
Con questa logica si procede verso un ipotetico "motore immobile" che diventa puro esercizio di fantasia retorica. Immaginazione ontologica farneticante. Se un motore è immoto non può mettere in moto nulla in quanto, il fatto stesso di mettere in moto qualche cosa non sarebbe più un motore immoto, ma un motore che agisce. Affermare che esiste un "motore immobile" è un puro esercizio retorico. Usare questa illazione per giustificare l'esistenza di Dio appare quanto meno ridicolo.
Se vogliamo entrare nella stessa logica dei cristiani e parlare di un Dio assoluto e creatore, dobbiamo constatare che un eventuale Dio che decide di creare, o che crea un universo in trasformazione, è un "dio in trasformazione" e non può essergli attribuito nessun aggettivo assoluto. Infatti, l'assoluto immobile sarebbe diverso dall'assoluto che ha creato il mondo. Allora o il primo non era un assoluto o il secondo è un assoluto. In questo modo procede un discorso logico-retorico nel quale non voglio comunque immergermi data la sua assoluta estraneità alla realtà vissuta.
A questo punto, a Tommaso d'Aquino non resta che dimostrare che quanto è in moto è mosso da altri prendendo le argomentazioni di Aristotele che io commento una ad una.
Scrive Tommaso d'Aquino:
La prima viene dimostrata dal Filosofo con tre argomenti:
1) Se una cosa muove sé stessa bisogna che abbia in se medesima il principio del suo moto: altrimenti è chiaro che sarebbe mossa da altri. Inoltre bisogna che sia mossa direttamente: e cioè che sia mossa per sé stessa e non rispetto a' una sua parte, come l'animale che fosse mosso in rapporto alla mozione del suo piede; in tal modo infatti sarebbe mosso da se stesso non quel dato soggetto, ma una sua parte, e una parte verrebbe mossa dall'altra. E finalmente un motore che muovesse se stesso bisognerebbe che fosse divisibile e avesse parti distinte; com'è dimostrato nel sesto libro della fisica (cc. 4, 10, nn. 3ss.).
2) Fatte tali premesse Aristotele così argomenta. Ciò che per ipotesi è dato come mosso da se stesso dev'essere mosso direttamente. Perciò dalla stasi di una sua parte dovrebbe seguire la stasi del tutto. Poiché se alla stasi di una sua parte si accompagnasse il moto di un'altra delle sue parti, allora non il tutto si sarebbe mosso direttamente, ma solo quella sua parte che si muove mentre le altre sono in riposo. Ora, però nessuna cosa che è costretta a star ferma dal fermarsi di un'altra è in grado di muoversi da se stessa: che la dipendenza da un altro nella quiete coincide con la sua dipendenza nel moto; perciò un essere mobile di tal genere non può essere mosso da se stesso. E quindi quanto si pensava fosse mosso da se stesso non è mosso in codesto modo. Perciò è necessario che tutto ciò che è in moto sia mosso da altri.
3) Codesto argomento non trova difficoltà nel fatto che il soggetto per ipotesi mosso per se stesso non ha parti capaci di trovarsi in condizioni di quiete; e che moto e quiete non appartengono alle parti se non in maniera indiretta e accidentale, secondo la critica poco benevola di Avicenna [cfr. Sufficientia, II, c. I]. Poiché la forza dell'argomento sta in questo, che se una data cosa muove se stessa direttamente e per se stessa, non già in forza delle sue parti, bisogna che il suo moto non dipenda da nessuno; ma il muoversi di una realtà divisibile, come del resto l'essere della medesima, dipende necessariamente dalle sue parti; quindi non può mai muovere se stessa direttamente e per se stessa. Perciò per la verità della conclusione desiderata, non è necessario supporre che una parte dell'essere che muove se stesso realmente debba star ferma; ma basta che sia vera questa condizionale: "se stesse ferma la parte", verrebbe a fermarsi anche il tutto. E questo può essere vero anche se la protasi è impossibile; come se si dicesse: "Se l'uomo fosse un asino, sarebbe un essere irragionevole".
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 82-83
Cosa si intende per cosa?
Che cos'è un'unità che muove sé stessa?
Quando posso chiamare una cosa e ritenerla un'unità?
Ogni soggetto della Natura, ogni oggetto cosmico in movimento, muove sé stesso. Un animale muove sé stesso. La Terra muove sé stessa. Un albero muove sé stesso nell'atto della crescita. Il vento muove l'albero quando soffia, ma le radici che si affondano nella terra sono mosse dall'albero. La crescita del bambino fino a diventare un individuo adulto, è mosso da sé stesso. Noi rispondiamo alle sollecitazioni esterne, ma nello stesso tempo sollecitiamo i processi adattativi del mondo che si muovono in sé stessi e per sé stessi. Ogni oggetto del mondo ha la volontà e l'energia per muoversi per sé stesso in base alle condizioni del suo essere oggetto e soggetto; questo anche quando l'oggettività sollecita il movimento dell'oggetto.
Cos'è il mio piede nel mio movimento?
E' un soggetto esecutore, ma io muovo il mio piede perché in me c'è quanto produce il mio movimento. Nello stesso tempo il mio piede ha un movimento a sé stante: che cos'è la crescita del mio piede da quando sono uscito dalla vagina di mia madre a quando sono diventato un individuo adulto?
Perché si vuole affermare: "se una data cosa muove se stessa direttamente e per se stessa, non già in forza delle sue parti, bisogna che il suo moto non dipenda da nessuno" come se ogni soggetto non si muovesse sempre direttamente e per sé stesso?
Sia Aristotele che Platone, allo stesso modo di Tommaso d'Aquino, proiettano sul mondo l'idea del padrone, dell'imperatore, dell'aristocrazia elitaria, che determina il movimento delle società e delle nazioni. La società dei filosofi di Platone, Alessandro Magno, il Dio assoluto di Tommaso d'Aquino, cercano legittimazione del proprio ruolo per il fatto che "loro" "muovono" le società. In sostanza, si giustifica un'idea sociale con argomentazioni patologiche che esulano dalla realtà sperimentale per confermare gerarchie sociali.
Affermare che "se stesse ferma la parte, verrebbe a fermarsi anche il tutto" significa sostenere l'assurdo che l'atto del dormire di un individuo costringe a fermarsi il suo apparato neurovegetativo. Cosa che Tommaso d'Aquino, nelle sue allucinazioni, ha sperimentato essere non vera. Salvo poi piegare la realtà sperimentata dalla sua patologia di dipendenza all'idea di un Dio padrone.
Io mi muovo direttamente.
E mi muovo direttamente in quanto sono un corpo vivente che abita il mondo in cui è nato.
Che il mio corpo cammini, sogni, mangi, desideri, ami, lavori, al di là delle specifiche parti del mio corpo che impiego in tali attività, sono sempre io che cammino, sogno, mangio, desidero, amo, lavoro. Che poi questa attività risponda a sollecitazioni interne o a sollecitazioni esterne, è sempre una mia scelta di mettermi in moto o di non mettermi in moto.
Io sono un corpo vivente; non un cadavere!
2) In secondo luogo Aristotele procede per induzione [cfr. Phisic., VIII, c. 4]. Tutto ciò infatti che è mosso in maniera indiretta [per accidens] non è mosso da se stesso. Poiché è mosso dal moto di un altro soggetto. Così non è mosso da se stesso tutto ciò che è mosso per violenza: il che è evidente. E neppure gli esseri dotati di moto naturale, come gli animali, i quali vengono mossi dall'anima. E neppure le sostanze soggette ai moti naturali, come i corpi gravi e leggeri. Poiché essi sono mossi dalla causa che li produce o che toglie l'ostacolo di codesti moti. Ora, tutto ciò che si muove è in moto, o direttamente o indirettamente. Ma tutte le cose che sono in moto direttamente e per se stesse, sono mosse o per violenza o per natura. E queste ultime cose, o godono di un moto spontaneo, come gli animali; oppure il loro moto non è spontaneo, come nel caso di corpi gravi e leggeri. Perciò tutto ciò che è in moto è mosso da altri.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 83
Gli Esseri che si muovono da sé stessi non si muovono da sé stessi, ma vengono mossi dall'anima.
L'affermazione è grave in quanto è pura opinione. Noi distinguiamo ciò che è animato da ciò che non è animato solo perché noi assumiamo noi stessi come modelli che proiettiamo sul mondo e tanto più gli Esseri sono simili a noi e tanto più hanno un'anima attiva. Ma noi distinguiamo il corpo dal cadavere perché il corpo manifesta dei sentimenti, una volontà e un'intelligenza, che sono propri del corpo. Il corpo si muove di moto proprio e voler sottrargli ciò che lo anima è come voler sottrarre ad un uomo la sua testa, le sue gambe, il suo cuore o il suo stomaco. Ovvio che un corpo è tale perché completo di tutte le sue parti. Tolta una parte quel corpo è monco fino a cessare di essere un corpo per trasformarsi in cadavere.
Ogni corpo dell'universo e della Natura si muovono di moto proprio e nel muoversi costruiscono delle condizioni che inducono altri a muoversi. La gravità terrestre costringe gli oggetti a muoversi nella sua direzione: per violenza. Pur tuttavia gli uccelli si muovono in modo diverso dalla direzione della gravità perché scelgono condizioni e movimenti diversi rispetto alla costante che è la gravità terrestre. Il fatto che ci siano delle cose che condizionano i movimenti non significa che all'interno di quei condizionamenti noi non possiamo scegliere Scegliamo perché ci trasformiamo e ci adattiamo alle condizioni costanti della realtà nella quale viviamo.
Come diceva Epicuro, tanto disprezzato da Tommaso d'Aquino, un atomo cade in maniera lineare attratto, ma nella sua caduta può deviare, sia pur leggermente dalla traiettoria che la violenza lo costringe a seguire. Quella lieve deviazione è l'esercizio della sua volontà che manifesta la sua libertà. E così è per le specie della Natura. Ogni Essere è portatore di un patrimonio genetico, ma agisce e sceglie nell'ambiente in cui vive ed esercita la sua libertà. Quell'esercizio della sua libertà è la forza di adattamento soggettiva dell'individuo che porta alla diversificazione delle specie.
Nulla è mosso da altri, ma tutto si muove nella ricerca della propria libertà. Proprio perché nulla è mosso da altri, tutti i soggetti dell'oggettività hanno in sé le forze per muoversi e rispondere all'azione di altre forze che li inducono a muoversi, inducendo a loro volta altri a muoversi.
Non è Alessandro Magno che muove i macedoni. I macedoni si muovono perché hanno scelto di muoversi e anche se Alessandro Magno li ha costretti con le minacce, il loro movimento nasce dalla loro scelta.
Scrive Tommaso d'Aquino:
In terzo luogo egli porta il seguente argomento [Physic., VIII, c. 5, n. 8]. Niente può essere in atto e in potenza rispetto alla medesima cosa. Ora, tutto ciò che è in moto in quanto si muove è in potenza: poiché il moto è l'atto di un ente in potenza in quanto è in potenza [Physic., III, c. I, n. 6]. Invece ciò che muove, in quanto muove è in atto; poiché nessuna cosa agisce, se non in quanto è in atto. Niente dunque rispetto alla medesima cosa può essere movente e mosso. E quindi niente può muovere se stesso.
Va notato però che Platone, il quale ha affermato universalmente che ogni movente è in moto (cfr. Phaedrus, 24), prende il termine moto in un senso più generico di Aristotele. Questi infatti lo prende in senso proprio, cioè quale atto di un ente in potenza in quanto tale: nel senso cioè in cui non può attribuirsi che alle cose divisibili e materiali, com'egli dichiara nel sesto libro della Fisica [loco cit.]. Secondo Platone invece chi muove se stesso non è un corpo: infatti egli prendeva il termine moto per qualsiasi operazione, così da considerare moto anche l'intendere e l'opinare: maniera di esprimersi questa cui accenna anche Aristotele nel terzo libro del De Anima [c. 7, n. I]. In tal senso egli afferma che il primo motore muove se stesso, perché se stesso conosce ed ama. E questo non contrasta con le affermazioni di Aristotele: arrivare infatti ad un primo essere che muove se stesso nel senso di Platone, non differisce dal raggiungere con Aristotele una prima realtà del tutto immobile.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 83-84
Se ci fosse un "primo motore" questo muoverebbe sé stesso perché "desidera".
Comunque, dipende dalla cosa, da come sostanziamo il termine generico di "motore primo".
Gaia è l'energia vitale; il mattone primo dell'energia-materia di questo universo. Gaia è sostanza dei corpi che prendono coscienza, che vengono in essere. Come nelle creazioni egiziane il Nun. Le coscienze emergono nel Nun o in Gaia, Il Nun, come Gaia, non è il "caos" è sostanza non consapevole. Quando una parte di quella sostanza non consapevole diventa consapevole, diciamo che un soggetto è venuto in essere. Il singolo soggetto, che viene in essere, aggiunge, all'energia vitale di Gaia che forma il suo corpo, la propria coscienza, la propria volontà, i propri scopi, la propria intelligenza: egli mette in atto strategie per espandere sé stesso.
In Madre Gaia tutte le possibili coscienze che si possono formare dal suo stato di inconsapevolezza fino alla consapevolezza universale alla fine del tempo, sono in potenza. Tutto può essere nel passaggio dall'inconsapevole al consapevole. Ogni volta che una coscienza emerge dall'inconsapevole cancella la possibilità di emergere di altre coscienze. Le condizioni oggettive determinano il venir in essere delle Coscienze di Sé. Madre Gaia non è un motore è un potenziale che si esprime attraverso la volontà delle coscienze di sé che vengono in essere data la materia-energia Gaia.
Ogni coscienza che nasce era potenzialmente presente in Madre Gaia, ciò che viene annullato dalla sua nascita, le altre possibili coscienze che avrebbero potuto formarsi con quell'energia-materia, erano potenzialmente presenti. La loro possibilità di venir in essere è stata annullata da ciò che è venuto in essere. Per contro, la nascita della Coscienza di sé che esercita la sua volontà per espandersi in Gaia, costruisce le condizioni affinché altre Coscienze vengano in essere.
Gaia è il mattone primo dell'energia di tutto l'universo. L'energia-materia, comunque viene intesa, percepita, catalogata, misurata. Anche la materia è energia organizzata in un certo modo e percepita in quel modo dagli Esseri che usano la materia sia nel nascere che nell'espandersi. Gaia è l'energia vitale, fondamento dell'universo. Energia vitale perché ha la qualità e la potenzialità, pur essendo inconsapevole, di trasformarsi, qualora incontri le condizioni opportune, in consapevolezza.
Gaia è, sotto questo aspetto, il primo motore immobile della vita. Un motore immobile perché non esprime intelligenza, consapevolezza, progetto o scopo. Gaia non desidera. Gaia non ama. Gaia non determina nessun futuro per nessuna specie e per nessun essere. Gaia è portatrice di questa qualità: la costruzione della coscienza. La coscienza vive esercitando la sua volontà ed espandendosi nell'oggettività in cui è diventata cosciente di sé.
Gaia non determina il fine delle trasformazioni, non detta regole, non determina i criteri della virtù, non è nemmeno consapevole di sé stessa: non prova sentimenti né d'amore, né di conoscenza. Tuttavia da Gaia emerge l'Intento. Eros primordiale, il Fanete degli Orfici: colui che mostra. Solo che Eros, Fante, non agisce per sé stesso o per i propri progetti: Fanes agisce nelle Coscienze e si trasforma nella volontà delle Coscienze o, se preferite riferirvi agli Esseri della Natura, al loro desiderio di sopravvivenza e di espansione nel mondo in cui sono nati.
Possiamo parlare di Gaia come primo motore immobile?
Ma è riferito al venir in essere delle Coscienze, solo a quel movimento. Non è possibile riferirlo a nessun altro movimento.
Può essere Gaia associata all'idea cristiana?
No! Perché il Dio dei cristiani è un Dio personale che agisce ed interviene nelle azioni degli Esseri Umani mentre Gaia non desidera, non progetta, non ha scopo e non ha intelligenza: è materia-energia a fondamento della nascita della vita!
Continua Tommaso d'Aquino nell'usare Aristotele:
Quest'ultimo dimostra con tre argomenti la validità di quella seconda affermazione, che "nella serie di motori mobili non si può procedere all'infinito".
1) Eccone il primo [cfr. Physic., VII, loco cit.]. Se nella serie di motori mossi si procede all'infinito, codesta serie infinita dev'essere formata di corpi: poiché tutto ciò è soggetto al moto è divisibile e corporeo, com'è dimostrato nel sesto libro della fisica [c. 4, n. 10]. Ora, tutti i corpi i quali muovono perché mossi, mentre muovono subiscono il moto. Ma ciascuno di essi essendo finito, si muove in un tempo finito. Perciò tutti quei corpi infiniti si muoverebbero in un tempo finito. Ma ciò è impossibile. Dunque è impossibile che nella serie dei motori mossi si proceda all'infinito.
Dimostra poi come sia impossibile che i predetti esseri infiniti si muovano in un tempo finito nel modo seguente. Il soggetto che muove e quello che è mosso è necessario che coesistano insieme: e lo dimostra esaminando le varie specie di moto. Ma i corpi non possono trovarsi insieme, se non per continuità o per contatto. E poiché tutti codesti motori mossi sono corpi, com'è stato dimostrato, è necessario che formino come un unico complesso in moto, o per continuità, ovvero per contatto. E così una realtà infinita verrebbe a muoversi in un tempo finito. Il che è impossibile, com'è dimostrato nel sesto libro della Fisica [c. 7].
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 84
Prendendo l'esempio di Madre Gaia che ho trattato sopra, il "motore immobile" è privo di coscienza; dalla sua sostanza si generano coscienze che costruiscono condizioni affinché altre coscienze vengano in essere (altra materia-energia diventi consapevole), fino alla costruzione della Coscienza universale alla fine del tempo in cui tutta l'energia-materia di Gaia si trasforma in un'unica Coscienza. Il movimento è dall'inconsapevole al consapevole.
C'è un altro aspetto da considerare: chi nasce, germina. Non è generato!
Noi siamo abituati ad assumere delle categorie di pensiero fatte proprie dal cristianesimo e le sviluppiamo in costruzioni logiche senza prendere in considerazione l'assurdo di cui tali categorie sono portatrici. Se mio padre e mia madre copulano, altro non fanno che costruire delle condizioni affinché io vengo in essere. Dalle condizioni, che quelle due coscienze hanno costruito, io posso germinare. Ma loro non mi hanno generato, hanno solo costruito le condizioni affinché qualcuno venisse in essere.. Da quelle condizioni io germino, vengo in essere. Loro hanno costruito le condizioni, ma io ho messo in moto l'energia vitale che ha formato me stesso. Mio padre e mia madre cercavano il piacere, il loro benessere, io ho sfruttato la condizione che loro hanno creato per venir in essere. Le condizioni dell'oggettività, poi, determinano la mia crescita, la mia qualità, la specie cui appartengo. Mio padre e mia madre non mettono in moto la mia nascita, ma io metto in moto il mio nascere date le condizioni che copulando loro hanno costruito.
Io sono il Dio che costruisce sé stesso e che mette in moto la sequenza delle sue possibilità. Questo vale per ogni Essere, ogni individuo, della Natura, qualunque sia la specie cui appartiene.
Nel crescere e nello svilupparmi un infinito numero di Coscienze formano sé stesse e sono, oggi lo sappiamo, virus, batteri e cellule che, nel formare la mia struttura fisica, costruiscono e alimentano la loro coscienza.
Una coscienza si muove sempre in un tempo finito. La quantità di trasformazioni dovute all'accumulo di esperienza nell'uso della propria volontà, porta necessariamente quella coscienza di sé a morire: ad esplodere. Così il feto nella pancia della madre si muove in un tempo finito; in uno spazio delimitato. La sua morte può comportare la sua nascita in un diverso mondo e con diverse specificità, Essere Umano, Essere Animale o Essere Vegetale, ma anche nel nuovo mondo il tempo e lo spazio, la realtà, è finita. Dopo un accumulo di conoscenza subentra, per gli Esseri della Natura, la morte (o se preferite dall'accumulo di quantità nella vita si genera una diversa qualità).
Se anziché parlare di coscienza, parliamo di corpi, allora non è vero che i corpi "Ma i corpi non possono trovarsi insieme, se non per continuità o per contatto.", ma anche insieme: chiedetelo alla mia flora batterica. O a quei milioni di virus dentro al mio corpo o ai mitocondri che formano la mia struttura fisica. Si lo so che Tommaso d'Aquino non aveva informazioni su tutto ciò, ma c'era sempre la teoria atomica di Lucrezio e il suo esempio col gregge di pecore visto da lontano.
Scrive Tommaso d'Aquino:
2) Il secondo argomento per provare la stessa affermazione è il seguente [cfr. Physic., VIII, c.5]. In una serie ordinata di motori che sono a loro volta mossi, si riscontra necessariamente che eliminato il primo nessuno dei motori successivi può muovere, oppure esser mosso: poiché il primo è causa del moto di tutti gli altri. Ora, se la serie ordinata dei motori mossi fosse infinita, non ci sarebbe un primo motore, non ci sarebbe un primo motore, ma tutti sarebbero motori intermedi. Perciò nessuno dei motori suddetti potrebbe essere in moto. E quindi nel mondo niente potrebbe essere in movimento.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 84-85
Se io penso la vita delle specie della Natura dal punto di vista cristiano (e chi li ha preceduti nella formazione del concetto) penso al "motore nonni" che mettono in moto i "motori genitori" che mettono in moto i "motori figli".
Se io penso la vita delle specie della Natura come le Antiche religioni, penso ai nonni venuti in essere trasformando l'energia-materia di Gaia nella loro Coscienza. I "nonni che copulano e costruiscono le condizioni", con i genitori che vengono in essere trasformando l'energia-materia di Gaia nella loro coscienza. I "genitori che copulano e costruiscono le condizioni" dalle quali germinano i "figli".
Se io penso ai corpi fisici come cadaveri a cui viene data l'anima, mi costruisco un'idea del mondo. Se io penso ai corpi fisici come corpi e, in quanto tali, portatori di intelligenza, volontà, sentimento, progetto e scopo, legati alla veicolazione delle loro pulsioni nell'oggettività in cui sono venuti in essere, ho un'altra idea del mondo (e di me stesso!).
La qualità di Gaia è la causa del venir in essere delle coscienze, qualunque sia la loro specie o la loro natura. Solo che Gaia non sceglie, non progetta: esiste. Gaia è l'UNO che senza consapevolezza di sé occupa tutto lo spazio che noi siamo in grado di osservare e pensare.
Tutte le coscienze vengono in essere per la presenza di Gaia; perché sono frammenti di Gaia.
Scrive Tommaso d'Aquino:
3) Il terzo argomento coincide col precedente, ma è svolto in ordine inverso, cominciando dall'alto. Ed è il seguente. Ciò che muove come strumento non può muovere che in forza di un agente principale, che muove direttamente. Ma se nella serie di motori mossi si procedesse all'infinito, tutti quei motori non sarebbero mossi che come strumenti: poiché non sarebbero che motori mossi da altri, senza un agente principale. E quindi nulla si muoverebbe. Abbiamo così la dimostrazione di entrambe le affermazioni, presupposte nella prima via seguita da Aristotele per concludere che esiste "un primo motore immobile".
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 85
Infine Tommaso d'Aquino spaccia la sua opinione per dimostrazione.
Egli vuole che il suo Dio muova l'universo e pertanto afferma: "Ciò che muove come strumento non può muovere che in forza di un agente principale...". E la questione ultima è questa: l'universo ha un Dio padrone esterno all'universo che lo muove (magari in base ad un disegno o un fine) o l'universo si muove in sé e per sé? Che significa: è il Dio padrone a far nascere le coscienze o le coscienze germinano da sé senza il Dio padrone?
Conclude Tommaso d'Aquino il capitolo XIII dal titolo "Argomenti per dimostrare l'esistenza di Dio" con la "quarta via" che desume dagli scritti di Aristotele con cui giustifica il suo delirio patologico nella dipendenza dal Dio padrone:
Dagli scritti di Aristotele si può ricavare un'altra dimostrazione. Poiché nel secondo libro della metafisica [I, c. I, n. 5] egli dimostra che le cose sommamente vere sono anche sommamente enti. E nel quarto libro [c. 4, nn.27,28] dimostra che esiste un ente sommamente vero, per il fatto che di due cose false vediamo che l'una è più falsa dell'altra, e quindi che l'una dev'essere più vera dell'altra. Ma questo è concepibile secondo la maggiore vicinanza a quanto è vero in modo sommo e assoluto. Dal che si può concludere che esiste un qualche cosa che è sommamente ente. E questo noi lo chiamiamo Dio.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 90
In sostanza, dice quello che dirà circa 500 anni dopo Kant: non esistono prove per dimostrare l'esistenza del Dio padrone e creatore, ma dal momento che io voglio crederci allora io concludo "...che esiste un qualche cosa che è sommamente ente. E questo noi lo chiamiamo Dio.". Con la stessa logica avrebbe potuto benissimo affermare: " dal momento che io mangio formaggio, concludo che Dio esiste".
Che due cose siano false è un dato di fatto. Che una cosa è più falsa di un'altra, può essere. Ma sono io il giudice di ciò che è falso. Ed è la vicinanza al mio giudizio, al mio pensiero, alla mia capacità di verifica, alla mia opinione, che si determina ciò che è più falso: io sono il metro di misura di ciò che è vero o di ciò che è falso.
Pertanto, dedurre da questo che io esisto è solo un atteggiamento infantile come l'idea dell'esistenza di un Dio creatore.
Come è infantile (e ridicolo) Tommaso d'Aquino quando parla della quinta via che dimostra il suo Dio:
E' impossibile che varie cose fra loro contrarie o dissonanti si accordino in un unico ordine, o sempre o nella maggior parte dei casi, senza la direzione [o governo] di qualcuno che conferisca a tutte le singole cose di tendere verso un fine determinato. Ora nel mondo noi vediamo cose di natura diversa concorrere a un unico ordine, non già raramente o come per caso, ma sempre, o nella maggior parte dei casi. Dunque deve esserci qualcuno mediante la cui provvidenza il mondo è governato. E costui noi lo chiamiamo Dio.
Tommaso d'Aquino, "Somma contro i gentili", Mondadori editore, 1977, pag. 91
Tommaso d'Aquino proietta la sua incapacità di vivere nel mondo su tutti i soggetti presenti nel mondo: proietta la sua patologia come se tutte le persone fossero patologicamente malate o, peggio ancora, come se la Natura e gli Esseri della Natura non fossero alimentati dalla loro volontà. Come se non mettessero in atto i loro adattamenti soggettivi alle variabili oggettive incontrate. Come se non fossero tutti travolti dalla forza di fare che li spinge a dilatarsi nel mondo e come, gli adattamenti di ogni soggetto, facciano muovere l'intero universo verso la dilatazione.
Il padrone che dice agli schiavi: senza di me voi non potete vivere per voi stessi all'interno di un universo che vive per sé stesso e in funzione di sé stesso. Io, il padrone, il Dio padrone, vi do fine e motivo della vostra miserabile esistenza!
Questa incapacità di pensare l'esistenza in modo diverso dall'assolutismo, costruita in Tommaso d'Aquino mediante l'educazione ricevuta, viene da questi proiettata sul mondo. Egli non può pensare il mondo se non all'interno della sua stessa incapacità di vivere. Più o meno come Paolo di Tarso che elaborò il suo pensiero attorno alla santità della sua impotenza sessuale: lui era sessualmente impotente; l'impotenza era il dono del suo Dio; tutto il suo pensiero religioso verte a imporre l'impotenza sessuale alle persone mediante il dovere della auto repressione sessuale.
Tommaso d'Aquino, nel suo delirio patologico, ha bisogno di un padrone sul quale veicolare il suo delirio. Immagina sé stesso braccio destro del governatore dell'universo; senza il governatore dell'universo egli si sentirebbe perso. La cosa peggiore è quando impone la disperazione nei bambini e li si costringe a desiderare un padrone che li liberi dall'angoscia che proprio l'imposizione dell'idea del Dio padrone, ha generato in loro. Un padrone abbastanza potente, magari il Dio creatore, che li riscatti dalla violenza che i torturatori hanno loro inflitto rendendoli incapaci di abitare il mondo.
Pagina specifica dell'argomento
23 giugno 2026
22 giugno 2026

Ci sono riflessioni, fatte in un tempo passato, che sembrano quasi profetiche. Questa riflessione che presento è del settembre 1996.
A distanza di 30 anni le condizioni descritte si sono rivelate esatte.
Probabilmente il brano contiene le riflessioni sull'esperienza di quando partecipai a Lecco, col gruppo "Sacre Radici" che organizzò un incontro fra "pagani". Fu prima che iniziassi le trasmissioni radiofoniche di "Magia, Stregoneria e Paganesimo".
Il brano è stato ritrovato quando ho deciso di digitalizzare il mio archivio cartaceo.
SETTEMBRE 1996
I pagani di oggi stanno cercando di ricostruire un percorso di relazione fra gli Esseri Umani e il mondo che li circonda. Praticando questo intento si commettono molti errori. Molti errori vengono commessi perché affrontiamo i problemi sulla costruzione del Paganesimo come individui nati e divenuti nella descrizione del mondo prodotta dal cristianesimo e finalizzata per assoggettarci. Proiettiamo gli elementi del cristianesimo nella nostra concezione del "Paganesimo". Si abbatte la croce cristiana e la si sostituisce con Giove, Zeus, Pan. Lughnasad, Diana, la Grande Madre, Dioniso, Madre Terra ecc. ecc. Il meccanismo non cambia. L'Essere Umano si ritiene ancora creato a immagine e somiglianza del suo dio e anela alla vita eterna come dono di quel dio.
Secondo la concezione cristiana del rito, l'Essere Umano viene sacrificato al suo dio attraverso il sacrificio dell'uomo dio suo figlio. Nei riti "Pagani" di gruppo, normalmente, si invoca la "divinità" attraverso delle azioni (chiamate rito) con le quali si cerca l'interazione. Si interagisce con l'Essere Terra, si interagisce con l'Essere Luna; si interagisce con l'Essere Natura o Coscienze di Sé che la costituiscono; si interagisce con Esseri di sola Energia Vitale; si interagisce con i principi fondamentali della vita. Necessità, il Principio Maschile e il Principio Femminile (che poi sono aspetti della stessa sfera!), Volontà e Adattamento (al di là dei nomi con cui li chiamiamo!) ecc. ecc.
Gli Esseri Umani cercano l'interazione, è il loro essere "Pagani" o è il loro percorso di conoscenza nella stregoneria; ma cosa pensa, perché accetta l'interazione l'oggetto della loro "devozione"? Perché, per esempio, l'Essere Terra deve rispondere alla chiamata estendendo la propria energia e le proprie vibrazioni? Quando risponde, cosa versa e cosa riceve dall'interazione? E' vero che nemmeno i cristiani si sono mai chiesti in realtà che cosa volesse il loro dio mentre se ne stavano in ginocchio pregando. Ma se un "Pagano" o un Apprendista Stregone non si chiede cosa vuole l'oggetto con cui interagisce finisce per considerare sé stesso padrone della relazione. In molti casi è come se una pulce si considerasse padrona del cane e millantasse il potere di determinarne i mutamenti.
La Terra, il Sole, la Luna, la Natura come insieme e come singole parti, gli "Spiriti", i Centri di Energia Vitale, gli Ammassi Stellari sono Esseri Viventi, sono Esseri Pensanti, sono Esseri con una loro volontà, con loro determinazioni, con loro fini. La loro volontà, le loro determinazioni sono finalizzate a seguire la loro sequenza di mutamenti per diventare eterni. Quando, attraverso il rito, un Essere Umano interagisce con loro (sarebbe più esatto dire: col loro lato "umano"), presenta sé stesso. Presenta il proprio divenuto, la propria volontà, le proprie determinazioni e i propri fini. Dal canto suo, l'Essere con cui l'Essere Umano interagisce, presenta la propria volontà, i propri fini e le proprie determinazioni. In altre parole, nell'interazione rituale si presenta il proprio divenuto, i propri fini e i propri desideri. Dunque, perché si fa il rito? Perché si chiede l'interazione? Questo vale sia per l'Essere Umano che per l'Essere con cui l'Essere Umano interagisce. (Vedremo, se ci sarà l'occasione, come Tellus, o Madre Terra, l'Essere Luna o l'Essere Natura ecc. facciano dei riti per costruire interazioni con gli Esseri Umani). Significa che gli Esseri, mentre interagiscono, rivendicano l'uno nei confronti dell'altro il diritto al proprio Potere di Essere.
Il rito è la presentazione del proprio divenuto e pone le basi per continuare il processo di sviluppo. Soltanto che le basi poste nel rito devono essere comuni fra l'Essere Umano che partecipa al rito e l'Essere che ha chiamato ad interagire. Il rito ha un senso soltanto se (tanto per fare un esempio) l'Essere Umano fa propri i bisogni e le necessità dell'Essere Terra e l'Essere Terra fa propri i bisogni e le necessità dell'Essere Umano. Se decidono entrambi di marciare assieme. Se decidono di unire volontà e determinazioni per un fine comune che può essere contingente, momentaneo o totalizzante.
Nell'interazione si produce uno scambio di Energia Vitale specifica dei soggetti che interagiscono fra loro. Se i fini sono comuni, il soggetto più forte carica il più debole; se i fini divergono, il soggetto più forte scarica sul soggetto più debole la parte stagnata della propria Energia Vitale. In altre parole, se si fanno riti interagendo con l'Energia Vitale dell'Essere Terra (o come si vuole chiamarla) senza integrare volontà, determinazione e fini, magari solo per stare bene e rinnovare la propria carica vitale, si finisce malati di Energia Vitale Stagnata.
Si può obiettare che i "Pagani" hanno sempre fatto riti interagendo con i vari Esseri senza per questo ammalarsi di Energia Vitale Stagnata (o comunque non si ammalavano in conseguenza dei riti). Questo è vero, ma quelli erano riti ufficiali e pubblici.
Cosa significa questo? Se faccio un rito pubblico nel Bosco Sacro e mi relaziono con la Coscienza di Sé del Bosco, mi relaziono col principio femminile e o maschile della vita; mi relaziono col cielo; mi relaziono con l'Essere Natura; nessun Essere Umano, anche fra coloro che non si relazionano, taglierà mai un albero al Bosco Sacro né ucciderà animali né ancora danneggerà le fonti. Il rito ufficiale e pubblico garantisce al "Bosco Sacro" di continuare indisturbato nella sequenza dei suoi mutamenti per diventare eterno. Una garanzia data dall'intero Sistema Sociale umano, sia che partecipi o meno ai riti. Qualunque rito faccio nel "Bosco Sacro" il bosco favorirà sempre uno scambio vantaggioso di Energia Vitale perché questo gli consente il proprio cammino verso l'eternità (viene costruito un aspetto di Libertà).
Ogni rito pubblico e ufficiale fatto da "Pagani", in relazioni con Esseri del circostante, viene da questi favorito. Favorire la relazione significa migliorare e facilitare la sequenza dei propri mutamenti verso l'eternità.
Ogni rito individuale fatto da un "Pagano" o un Apprendista Stregone può, quando non favorisce l'interazione fra soggetti del rito, danneggiare solo l'Essere Umano che partecipa al rito.
Il problema vero nasce con i riti di gruppo!
Quando un gruppo interagisce con un Essere (consideriamo l'Essere Terra che è uno dei più semplici da raggiungere) non si presenta come insieme di individui, ma come un'unica unità. Un gruppo di Esseri Umani che fa un rito interagendo con Esseri del circostante presenta se stesso come un'unità.
La stessa volontà, le stesse predilezioni, le stesse determinazioni, gli stessi fini. Questa volontà, determinazioni, predilezioni e fini possono essere vissute in maniera diversa dai singoli componenti e al gruppo. Gli individui contribuiscono in maniera diversa a seconda dello specifico divenuto. Davanti all'Essere con cui il gruppo interagisce si relazionano come un Essere unico.
Il gruppo ha una personalità! Se le volontà, le determinazioni, le predilezioni e i fini di un solo membro del gruppo divergono, il rito danneggia ogni partecipante del gruppo. E'come se ogni singolo membro del gruppo, nella celebrazione dei rito presentasse tutti gli altri membri del gruppo dicendo: "Questi sono i miei amici, sono uguali a me e camminiamo nella mia stessa direzione!". La menzogna (ed è tale anche quando è inconsapevole) danneggia tutto il gruppo.
Non voglio parlare dei sistemi attraverso i quali avviene l'interazione fra i membri di un gruppo. Voglio soltanto accennare al fatto che l'interazione, attraverso la così detta Magia Sessuale (anche se chiunque, per quanto mi riguarda, può praticare quello che gli pare). è una delle pratiche rituali più distruttive che esistano. All'interno del gruppo la Magia Sessuale costruisce delle relazioni di dipendenza tali da distruggere ogni relazione tra il gruppo e il circostante. A me il sesso piace moltissimo e conosco molto bene la fusione energetica che si ottiene attraverso la relazione sessuale, ma se trasformassi questo in un percorso rituale religioso mi distruggerei in tempi brevissimi. Tutta la mia ricerca si fossilizzerebbe immediatamente.
Pertanto ogni individuo deve fuggire da chiunque propone pratiche religiose di magia sessuale: gli sta proponendo la distruzione. Allo stesso modo rifiuto tutti i concetti (che pur hanno una loro forza intrinseca) di prostituzione sacra e simili. Come condanno, rifiutandomi di considerare, coloro che predicano la modificazione della percezione mediante droghe, pesanti o leggere che siano, o, ancora, ebrezze indotte da consumo di sostanze alcoliche.
Questi sono i motivi per cui io rifiuto di partecipare a riti di gruppo. Di qualunque natura. A meno di trovare persone che percepiscano il concetto di Libertà con la stessa impellenza con cui io lo percepisco. Il fare nel quotidiano porta a costruire una percezione simile e, dunque, prima o poi il gruppo si costruirà naturalmente. Dire: "Facciamo un rito assieme" non ha senso. Si scimmiottano delle azioni ma non ci si espande nel circostante: non si fonda il proprio divenire nell'eternità!
Pagina specifica dell'argomento
21 giugno 2026

Nel 1995 continuava la guerra della chiesa cattolica contro la donna e i diritti delle donne in nome dell'assolutismo monarchico del Vaticano.
Alla necessità delle donne di conquistare e riaffermare i propri diritti sociali nelle società, il Vaticano continuava a riproporre gli schemi di sottomissione propri dell'ideologia cristiana. Schemi che ora non si presentavano più come ordini a cui le donne dovevano obbedire, ma come azioni paternalistiche con cui il Vaticano chiedeva alla società il riconoscimento del diritto a sé stesso di sottomettere e alle donne il diritto di essere sottomesse.
L'obbiettivo del Vaticano era quello di trovare spazi ideologici all'interno della Conferenza delle donne di Pechino del settembre 1995.
Il giornale il Gazzettino, il 26 agosto 1995 pubblica un articolo dal titolo Allarme del papa: sono a rischio i diritti e la dignità della donna a firma Ar. Pa.
Si legge nell'articolo:
Tramite il portavoce Navarro, la Santa Sede afferma che è inaccettabile voler ridurre tutte le questioni della dignità delle donne agli interessi e alle battaglie del femminismo estremista occidentale, e il cercare di imporre un orientamento minoritario a tutte le donne del mondo. «La Santa Sede - si legge in un testo consegnato ai giornalisti - va a Pechino con il desiderio e il proposito di dare il proprio contributo perché la Conferenza raggiunga un "consensus universale" sugli urgenti temi di interesse per la donna di oggi: e lo scopo sarà raggiunto se la grande Assemblea riuscirà a far prendere coscienza a tutti dei diritti della donna; se offrirà mezzi di protezione della maternità, della famiglia e delle esigenze della donna nella vita professionale; se riuscirà ad estirpare la violenza e la femminilizzazione della povertà; se troverà soluzioni efficaci per proteggere le donne emigranti e i flussi della popolazione tra Nord e Sud del mondo».
Si tratta di una dichiarazione di guerra contro le rivendicazioni delle donne dalla schiavitù e dalla sottomissione loro imposta dal Vaticano.
Cosa vuole il Vaticano?
Confermare la funzione di vacca sociale della donna, come ha sempre fatto nella storia, impedendo l'attività della donna nella società e relegandola nella maternità. Rinchiuderla entro le sbarre della famiglia come imposto dal sanguinario Paolo di Tarso. La violenza contro la donna si estirpa estirpando l'attività con cui il cristianesimo impone il ruolo sociale della donna attraverso la violenza educazionale cristiana sull'infanzia e se si fermerà il terrorismo cristiano e delle religioni assolutiste contro l'uguaglianza della donna nelle società civili.
Il proposito di Navarro è chiaro. Si tratta di usare l'estremismo criminale cristiano per far guerra al femminismo che presenta le necessità delle donne contro la violenza morale e sociale della chiesa cattolica.
Il momento è delicato, Wojtyla lo sa bene. La conferenza delle donne si tiene a Pechino e il Vaticano, come nazione colonialista che usa i missionari per destabilizzare le Istituzioni dei vari paesi, non solo non ha credito, ma la sua azione è indicata come azione eversiva contro il diritto democratico dei popoli.
Il Vaticano difende il proprio diritto a far guerra al preservativo affinché più donne si ammalino di AIDS in Africa e fa guerra all'aborto affermando di condannare chi obbliga le donne ad abortire evitando di condannare, allo stesso modo, chi obbliga le donne a non abortire per poi criminalizzarne la vita. Il Vaticano procede a sequestrare i loro bambini per farli stuprare dai preti cattolici.
Scrive ancora in quell'articolo Ar. Pa. su Il Gazzettino:
«Il valore sociale della casalinga viene proclamato ma ancora non si è prodotto in termini economici: se non si vuole approdare ad un salario, almeno ci sia un riconoscimento iniziale». «Non si fa violenza contro le donne solo con lo stupro, la guerra, le mutilazioni genitali, la prostituzione forzata, ma anche obbligandole alla sterilizzazione e all'aborto». E, per quanto si riferisce alla salute, se «ogni anno sono 4 milioni le donne che si infettano con l'Aids sono ben 150 milioni quelle che prendono la malaria, non di rado mortale».
Si fa violenza contro le donne con lo stupro, la guerra, le mutilazioni, ma anche col battesimo, la costrizione ad un ruolo sociale che non hanno scelto, impedendo loro il diritto d'aborto, il diritto al divorzio, con leggi che puniscono lo stupro come un delitto contro la morale, anziché contro la persona.
Ogni anno Il Vaticano, attraverso i missionari, fa infettare 4 milioni di donne di AIDS e allo stesso modo contribuisce ad infettare 150milioni di donne con la malaria.
E' in questo modo che il Vaticano intende presentarsi alla Conferenza delle Donne a Pechino del settembre del 1995.
Per dimostrare quanto è più buono il cristianesimo rispetto all'islamismo, il giornale Il Gazzettino del 27 agosto 1995 pubblica un articolo, privo di firma, dal titolo Algeria. Sgozzate e decapitate - Altre 9 donne, mogli di poliziotti, vittime degli integralisti.
In questo articolo si legge:
Donne rapite, decapitate, sgozzate, stuprate collettivamente. Il 20 luglio (ma lo si è saputo solo ieri) altre nove: sgozzate e poi decapitate. In Algeria le donne, in particolare le ragazze e le mogli dei poliziotti, sono tra i principali bersagli dei gruppi armati integralisti, che le considerano come un vero e proprio «bottino di guerra» nel confronto armato in corso da 3 anni. La furia dei terroristi contro le donne colpisce in particolare le più giovani, che vengono stuprate e uccise perché rifiutano di portare il velo islamico o semplicemente perché non vogliono rinunciare agli studi oppure perché non si sottomettono al matrimonio temporaneo (con i guerriglieri che poi se ne vanno), un'usanza sciita. Vietata dall'Islam sunnita.
E' indubbio che nel 1995 l'Algeria lottava contro il terrorismo integralista islamico, ma il terrorismo integralista islamico è equiparabile al terrorismo integralista cattolico praticato dal Vaticano In Italia. Le condizioni erano diverse e diversi i mezzi d'azione, ma la sofferenza indotta nella popolazione dal terrorismo islamico è uguale a quella introdotta nelle popolazioni dal cattolicesimo.
Sul giornale Il Gazzettino del 27 agosto 1995 appare un articolo dal titolo Donne e suore tra i massacratori - Ruanda. Duro rapporto inglese sull'eccidio tra Hutu e Tutsi. L'articolo non è firmato.
In questo articolo si legge:
Anche suore, infermiere e maestre l'anno scorso in Ruanda si sono trasformate in belve in seguito al montare dell'odio atavico e della brama di potere che ha scatenato il genocidio dell'etnia Hutu, allora al potere, contro i rivali Tutsi, da questi poi ricambiato con massacri sistematici.
L'articolo ha lo scopo di minimizzare l'attività dei cattolici durante il genocidio e di allontanare l'attenzione dal Vaticano quale responsabile primo del genocidio. Ovviamente hanno concorso più cause, ma alla base di tutto c'è l'attività dei missionari cristiani che spargono odio razziale fra le popolazioni per poterle dividere e controllare.
Il giornale La Repubblica del 27 agosto 1995 pubblica un articolo a firma di Stefano Citati dal titolo Suore e bambini killer spietati a pag. 14 dove si legge:
Chi, come Deogratias Niyonzima, prete tutsi del Burundi, incitava a «uccidere prima che uccidano noi». Chi, come il reverendo Wenceslas Munyeshyaka davanti alla chiesa della Santa Famiglia di Rigali, aspettava, elenchi e mitra alla mano, le sue vittime. E poi c'era chi, come Felicitee Semakuba, incinta di qualche mese, sparava lo stesso raffiche di mitra e lanciava granate sulla collina di Kibuye contro i profughi accerchiati. E, visto che nella guerra civile e genocida del Ruanda nessuno si è risparmiato dall'affondare le mani nel sangue dell'etnia nemica, c' erano anche suor Gertrude e suor Julienne che passavano le tattiche di benzina agli Interhamwe, le milizie hutu, che dovevano bruciare i villaggi, e con essi i tutsi, vivi, chiusi nelle loro capanne.
E' il terrorismo del Vaticano. La sua pratica di diffusione del razzismo che nega, quando deve presentare la propaganda a favore del Vaticano, ma non condanna né nelle azioni di Gesù, del suo Dio o le azioni delle bande missionarie che spargono terrore nel mondo.
Il giornale La Repubblica del 30 agosto 1995 pubblica un articolo a firma di Marco Politi dal titolo Il papa: "Uomini, pentitevi"
Scrive nell'articolo il giornale La Repubblica:
CITTà DEL VATICANO - Con un messaggio di incoraggiamento all'emancipazione femminile Giovanni Paolo II ha dato il suo viatico alla delegazione vaticana in partenza per Pechino. Mary Ann Glendon, la professoressa di Harvard scelta come primo capo missione donna nella storia della Santa Sede, è stata ricevuta in udienza dal pontefice.
Appare evidente che "avere una vagina in mezzo alle gambe" non è sufficiente per garantire complicità di interessi con le donne. Anche se Wojtyla ha usato un capo delegazione del Vaticano che biologicamente è donna, si tratta di una donna sottomessa all'assolutismo Vaticano e, in quanto tale, paladina della sottomissione delle donne in nome dell'assolutismo Vaticano. Dal momento che non le sarà consentito bruciare le donne di altre delegazioni che portano idee diverse, sarà costretta a mediare per salvare il salvabile dell'oscurantismo religioso e sociale del Vaticano.
Scrive ancora l'articolo di La Repubblica:
All'appuntamento di Pechino il Vaticano arriva con una posizione diversa rispetto al Cairo. L'anno scorso papa Wojtyla si era infilato nel tunnel della questione aborto sì-aborto no, attirando sulla Chiesa l'irritazione di Stati e organizzazioni che volevano semplicemente stabilire il diritto della donna a vivere ogni fase della sua vita riproduttiva in condizioni di sicurezza sanitaria.
Al Cairo il Vaticano era stato sconfitto nella sua crociata contro il diritto delle donne di usare il proprio corpo. Questa sconfitta aveva emarginato il Vaticano che ora si presenta a Pechino come colui che vuole possedere il corpo delle donne per i propri fini.
L'uguaglianza della donna, con le sue specificità, nella società si ottiene combattendo la volontà di sottomettere del Vaticano. Gli Stati hanno compreso questo e vedono nel Vaticano il nemico del progresso sociale che non può prescindere dal diritto della donna di disporre del proprio corpo.
Scrive ancora l'articolo di La Repubblica:
A Pechino i temi sono molti e se da un lato l'opposizione vaticana al femminismo storico (e alle questioni della contraccezione e dell'aborto) rimane viscerale, sul versante dell'emancipazione in senso lato la delegazione della Santa Sede è decisa a rafforzare il fronte degli Stati che si battono contro ogni oscurantismo di natura religiosa (vedi l'integralismo islamico) o genericamente tradizionale.
"rafforzare il fronte degli Stati che si battono contro ogni oscurantismo di natura religiosa" significa portare avanti una crociata contro quei paesi che stanno faticando per uscire dalla condizione di medioevo in cui i cristiani li hanno costretti attraverso il colonialismo, le stragi e gli omicidi.
La delegazione del Vaticano parte per Pechino con l'intento di fare guerra contro chi considera diverso, per religione e morale, al fine di legittimare la sua religione e la sua imposizione morale sulle donne.
Scrive ancora l'articolo di La Repubblica:
Un tema a parte è rappresentato dalla famiglia. Il Vaticano è naturalmente a favore del rafforzamento delle norme a tutela dell'istituto familiare visto come «unità fondamentale della società». E' un problema che, sfrondato dalle sue valenze ideologiche, è egualmente attuale sia nelle società sviluppate, dove è in corso una riflessione e in qualche modo una rivalutazione della funzione della famiglia, sia nei paesi del Terzo Mondo dove i ceti più poveri sono privi di provvidenze sociali di base ormai acquisite nei nostri paesi.
Il Vaticano è intenzionato a difendere la "famiglia dei ruoli", quella famiglia che impone obblighi di obbedienza alle persone nei confronti del padrone che governa la famiglia in nome e per conto di Dio. La dissoluzione della famiglia, come intesa da Vaticano, è uno dei momenti fondamentali che porta all'uguaglianza dell'uomo con la donna. Nel 1975 è stato introdotto il diritto di famiglia iniziando a minare l'assolutismo della famiglia come voluta dal Vaticano.
Alla parità uomo-donna, i cattolici hanno reagito con centinaia di femminicidi. Uccidevano le donne che "non volevano stare al loro posto". Tutto il sangue della violenza ricade sulle mani di tutti i cattolici.
L'articolo di La Repubblica, infine, ci ricorda:
Sono prevedibili, invece, scontri furiosi in tutto ciò che può attenere alla salute sessuale, che comprende il diritto della donna di interrompere una gravidanza senza il consenso del marito o del diritto di una minore di non dipendere dall'autorizzazione dei genitori.
Disarticolare il dominio della morale cattolica sulle persone è il requisito fondamentale affinché una società possa emanciparsi e far della propria democrazia un istituto capace di rifiutare la morale criminale del Vaticano.
Come si può leggere, il Vaticano gioca sulla pelle delle donne per continuare a mantenerle come serve della società, prive del diritto di controllare il proprio corpo e sottomesse a mariti e a figli in nome dell'assolutismo del Dio padrone.
Il 12 settembre 1995 il giornale La Repubblica pubblica un articolo a firma di Marco Politi dal titolo "Il Vaticano cede sull'aborto - Lo schieramento laico sfonda su altri tre punti riguardanti sessualità, famiglia e religione"che riassume i risultati della Conferenza delle Donne di Pechino.
Scrive Marco Politi:
PECHINO - La Chiesa cattolica accetta la depenalizzazione dell'aborto. è la grande svolta della conferenza delle donne di Pechino, il segno che il Vaticano dopo 1' aspra contrapposizione del Cairo ha realmente imboccato la via di un recupero del rapporto con il mondo femminile. Nell'arco della giornata di ieri lo schieramento laico ha sfondato su quattro punti essenziali.
Sessualità: «I diritti umani della donna includono il suo diritto a controllare e decidere liberamente nelle questioni riguardanti la sua sessualità, compresa la salute riproduttiva, senza vedersi soggetta a coercizione, discriminazione e violenza». (Si tratta dei cosiddetti diritti sessuali, anche se la parola non è stata usata). I rapporti di coppia sono definiti egualitari. Si esige «rispetto e consenso reciproco e una responsabilità condivisa del comportamento sessuale e delle sue conseguenze». Almeno sulla carta è la cancellazione della sudditanza femminile promossa dal fondamentalismo islamico.
Aborto: «Considerare la possibilità di rivedere le leggi le quali prevedono misure punitive contro le donne, che hanno praticato aborti illegali». E' la via della depenalizzazione. Il papa vi arriva a quindici anni dal referendum in Italia.
Famiglia: «In differenti sistemi culturali, sociali e politici esistono varie forme di famiglia... La cura dei figli richiede una responsabilità condivisa dai genitori, donne e uomini, nonché della società... La maternità e il ruolo delle donne nella procreazione non devono essere la base di una discriminazione o limitazione della piena partecipazione delle donne nella società». E' la vittoria di una concezione della maternità, che nulla nega alla natura, ma non ingessa le possibilità di avanzamento sociale della donna.
Religione: «E' riconosciuto che ogni forma di estremismo può avere un impatto negativo sulle donne e può condurre a violenza e discriminazione». Per la prima volta un documento internazionale collega il fondamentalismo (di qualsiasi confessione) alla violenza contro le donne, togliendogli lo scudo e la scusa della fede.
La Conferenza delle donne di Pechino si chiude con la sconfitta del Vaticano. L'estremismo delle religioni rivelate è stato censurato, dichiarato nemico delle donne. Se le religioni dominanti considerano l'estremismo "altro da sé" le società civili, che non pensano all'uomo come creato ad immagine e somiglianza di un Dio pazzo, cretino e deficiente, considerano tutte le religioni rivelate, cristianesimo, ebraismo, islamismo e buddismo, come strutture fondamentaliste ed estremiste che in nome di Dio combattono le democrazie introducendo elementi assolutistici in ciò che dovrebbe essere l'uguaglianza fra gli uomini.
Il Vaticano ne esce sconfitto. Una sconfitta che non ha valore giuridico, ma solo valore sociale. Alimenta la consapevolezza fra le persone che le religioni sono nemiche della libertà della donna. Alimenta la consapevolezza della possibilità di disporre del proprio corpo; religioni assolutiste come ostacoli per impedire la realizzazione del principio di uguaglianza nelle società democratiche.
Il Vaticano ha bisogno della violenza della famiglia sui figli al fine di poter disporre di materiale umano infantile da stuprare ad imitazione di Cristo. Il Gesù dei cristiani, arrestato col bambino nudo, trova i preti cattolici imitatori del loro Gesù. Tutta la difesa della famiglia, fatta dal Vaticano durante la Conferenza delle donne di Pechino, aveva il solo scopo di garantirsi bambini e bambine da stuprare.
Il giornale La Repubblica del 26 ottobre 1995 pubblica un articolo a firma di Arturo Zampaglione dal titolo I vescovi e la pedofilia "abbiamo gravi colpe" - Svolta nella chiesa dopo la condanna a 16 anni di un prete".
L'articolo si può dividere in due parti. La prima parte, il fatto. La seconda parte, la propaganda con cui la chiesa cattolica chiede comprensione parlando di errori e non di atti criminali da lei sollecitati, occultati e voluti. Ci penserà un documento, il Crimen sollicitationis, che dimostrerà la malafede della chiesa cattolica.
Scrive La Repubblica nell'articolo:
NEW YORK - Immobile, con gli occhi rivolti in basso, padre Tommaso Schaefer ha chiesto scusa alle vittime e ha ascoltato la sentenza del tribunale di Washington: sedici anni di prigione per aver carezzato, baciato, palpeggiato, molestato sessualmente decine di chierichetti della capitale e di varie parrocchie del Maryland durante la sua trentennale attività pastorale. La condanna di Padre Schaefer, il 19 ottobre, ha confermato quanto fosse profonda la piaga della pedofilia nella Chiesa cattolica americana. Ma ha anche convinto le gerarchie ecclesiastiche ad agire: oggi la conferenza episcopale pubblicherà un documento intitolato "Una strada nella luce. Una risposta pastorale agli abusi sessuali sui bambini", che rappresenta una svolta nel modo in cui la Chiesa affronta il problema.
Si tratta solo di una singola vicenda. Una in milioni di vicende simili. Molte altre verranno svelate nel corso degli anni, ma un infinito numero non verrà mai alla luce.
La sconfitta morale della chiesa cattolica alla conferenza delle donne di Pechino contribuirà a sollecitare il venir alla luce delle pratiche criminali della chiesa cattolica come gli stupri messi in atto dai missionari in Africa, America Latina, Asia. Stupri e violenze alle quali le popolazioni di quei paesi, quando potranno, si ribelleranno e la chiesa cattolica, con tutta la sua ipocrisia e vigliaccheria, cercherà di legittimare indicando i criminali, vittime della giustizia popolare, come martiri della fede.
Per la chiesa cattolica, stuprare i bambini è un diritto e tanto più le persone sono povere e in difficoltà, tanto più la chiesa cattolica si compiace di poterle stuprare ad imitazione di cristo.
La libertà dell'uomo passa attraverso la libertà della donna e dei bambini. La libertà di disporre del proprio corpo per poter costruire il proprio futuro in una società che garantisce i diritti sociali ai cittadini contro la violenza della chiesa cattolica e dei suoi servi politici.
La Quarta Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sulle Donne, tenutasi a Pechino dal 4 al 15 settembre 1995, è stata uno degli eventi più rivoluzionari nella storia dei diritti umani. Ha riunito rappresentanti di 189 governi e oltre 30.000 attiviste, passando alla storia per aver sancito ufficialmente che i diritti delle donne sono diritti umani universali.
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20 giugno 2026

Riporto l'accordo degli USA con l'Iran con cui si inizia a mettere fine al conflitto.
L'accordo è stato reso pubblico dopo che il Presidente Trump lo ha firmato a Versailles, nella reggia di re Luigi XIV a cena col Presidente francese Macron.
L'intesa mette fine alla guerra con l'Iran e alla fine dell'invasione e dei bombardamenti in Libano.
Questo è il testo sottoscritto da Trump che verrà firmato dalle delegazioni di persona, forse venerdì, in Svizzera.
1. La Repubblica Islamica dell'Iran e gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati coinvolti nell'attuale guerra, dichiarano, con la firma del presente Memorandum d'Intesa, la cessazione immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, e si impegnano a non intraprendere da questo momento alcuna azione ostile l'uno contro l'altro, né a minacciare o usare la forza reciproca. L'accordo finale confermerà le disposizioni del presente articolo e dei restanti articoli.
2. Si impegnano a rispettare reciprocamente la sovranità e l'integrità territoriale e ad astenersi da qualsiasi interferenza negli affari interni dell'altra parte.
3. Si impegnano a negoziare e raggiungere un accordo finale entro un periodo massimo di 60 giorni, prorogabile previo consenso reciproco.
4. Immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d'Intesa, gli Stati Uniti revocano il blocco navale e impediscono qualsiasi interferenza o ostacolo nei confronti della Repubblica Islamica dell'Iran, ripristinando il traffico marittimo alla piena capacità entro un massimo di 30 giorni. Il traffico delle navi dovrà essere proporzionato ai volumi precedenti alla guerra per quanto riguarda l'Iran. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti entro 30 giorni dalla conclusione dell'accordo finale.
5. Con la firma del presente Memorandum d'Intesa, la Repubblica Islamica dell'Iran adotterà immediatamente misure per garantire che il traffico delle navi mercantili tra il Golfo Persico e il Mare di Oman, in entrambe le direzioni, torni entro 30 giorni ai livelli precedenti alla guerra, tenendo conto della necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e neutralizzare le mine.
6. Gli Stati Uniti, insieme ai loro partner regionali, si impegnano a elaborare un piano globale, concordato da entrambe le parti, per la riabilitazione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell'Iran, garantendo finanziamenti per almeno 300 miliardi di dollari. Il meccanismo di attuazione di tale piano sarà definito entro 60 giorni come parte dell'accordo finale.
7. Gli Stati Uniti si impegnano a porre fine, secondo un calendario da concordare nell'ambito dell'accordo finale, a tutte le sanzioni attualmente imposte alla Repubblica Islamica dell'Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le decisioni del Consiglio dei Governatori dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, sia primarie sia secondarie.
8. La Repubblica Islamica dell'Iran ribadisce che non produrrà mai armi nucleari. Iran e Stati Uniti concordano che il destino del materiale arricchito e tutte le altre questioni nucleari concordate reciprocamente, comprese le esigenze nucleari iraniane, saranno adeguatamente affrontate nell'accordo finale, che confermerà le disposizioni del presente articolo.
9. Iran e Stati Uniti concordano che, in attesa dell'accordo finale, manterranno lo status quo: l'Iran manterrà invariato il proprio programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni né rafforzeranno la propria presenza militare nella regione.
10. Gli Stati Uniti si impegnano, immediatamente dopo la firma del Memorandum e fino alla revoca delle sanzioni, a far sì che il Dipartimento del Tesoro statunitense rilasci deroghe per l'esportazione di petrolio greggio iraniano, prodotti petrolchimici e derivati, nonché per tutti i servizi connessi, inclusi quelli bancari, assicurativi e di trasporto.
11. Gli Stati Uniti si impegnano, alla luce dei progressi nei negoziati verso un accordo finale, a sbloccare e rendere pienamente disponibili i fondi e i beni della Repubblica Islamica dell'Iran attualmente congelati o soggetti a restrizioni. Tali fondi, detenuti in conti principali o trasferiti, saranno utilizzati per qualsiasi pagamento finale stabilito dalla Banca Centrale iraniana e saranno completamente disponibili. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a rilasciare tutte le autorizzazioni e licenze necessarie.
12. Iran e Stati Uniti concordano che sarà istituito un meccanismo di attuazione per supervisionare l'applicazione efficace e il rispetto futuro dell'accordo finale.
13. Dopo la firma del presente Memorandum d'Intesa e una volta ricevute garanzie sull'avvio dell'attuazione degli articoli 4, 5, 10 e 11, nonché sulla prosecuzione di tali misure, Iran e Stati Uniti avvieranno negoziati sull'accordo finale limitatamente agli articoli rimanenti.
14. L'accordo finale sarà approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
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19 giugno 2026

Quando le persone partecipano a qualche cosa, cercano un utile. Un utile personale.
Chi non cerca l'utile, viene trasformato in una preda.
Viviamo in un mondo di predatori addestrati a derubare le persone.
Non so come questa situazione potrà essere risolta socialmente.
Una società fatta di predatori è destinata a cannibalizzare sé stessa. Ogni predatore preda predatori.
Una guerra alla quale non conviene partecipare.
Da questa guerra ci si sottrae perché nessun predatore, per quanto debole e vessato da altri predatori, merita di essere aiutato.
Siamo in un sistema sociale in cui i ricchi predano i poveri e i poveri si predano fra sé stessi nel tentativo di sopravvivere.
E' come se Discordia avesse gettato la sua mela fra gli uomini e sulla mela d'oro avesse scritto: "Al più figlio di puttana della società!".
E tutti a contendersi la mela d'oro di Discordia dimostrando di essere uno più figlio di puttana dell'altro.
Lasciare che i cannibali divorino sé stessi e non ti illudere, come Diogene, di poter trovare l'uomo.
Il meno cannibale fra gli uomini è solo un cannibale sfortunato. Le circostanze lo hanno privato del pasto, ma è sempre alla ricerca di una preda.
Non vale la pena coinvolgere delle persone su progetti sociali nei quali non ci sono beni e vantaggi che ognuno di loro si può personalmente appropriare.
Se una persona tenta di coinvolgere altre persone e queste non trovano vantaggi personali, il loro vantaggio consiste nello sbranare chi li ha coinvolti in quei progetti.
E' il prodotto dell'educazione cristiana. Un'educazione capillare che coinvolge l'infanzia e che riesce a far fallire ogni progetto sociale.
Ci sono delle soluzioni sociali?
Certo che ci sono. Queste soluzioni riguardano i figli dei figli, ma non i padri che, oggi come oggi, trattano il loro fallimento personale come se fosse il trionfo della loro esistenza.
I figli dei figli, ma non i figli di questi padri più preoccupati di cannibalizzare i loro figli, trasformandoli in predatori, che non a fornire ai loro figli i mezzi con cui difendersi dai predatori.
In un anno e mezzo di potere, l'ottantenne Trump è riuscito a cannibalizzare non solo gli USA, ma l'intero mondo. Troppi cannibali si sono divorati l'uno dell'altro. Solo chi si è sottratto, evitando di farsi coinvolgere, può pensare di trarre un qualche vantaggio dal caos in cui Trump ha gettato il mondo.
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18 giugno 2026

Ci sono modi diversi di rappresentare noi stessi quando parliamo al mondo trattando argomenti di Religione Pagana.
Sempre dobbiamo parlare attraverso "parole alate", sia quando usiamo la ragione per parlare agli uomini, sia quando usiamo il sentimento per presentare noi stessi davanti alle Intelligenze del mondo in cui viviamo.
Che cos'è la "parola alata"?
E' quel modo di parlare nel quale riversiamo tutto noi stessi: il nostro intento, la nostra intelligenza, la nostra comprensione della realtà in cui viviamo e i nostri sentimenti.
Tuttavia, ci sono due modi diversi quando parliamo alla società umana da quando, pur usando le parole, parliamo alle Intelligenze del mondo.
Nel primo caso le parole vengono riempite dei sentimenti che noi proviamo nei confronti degli uomini, nel secondo riempiamo le parole di emozione. Le emozioni che vengono suscitate in noi quando guardiamo, osserviamo, analizziamo il mondo non umano che ci circonda.
Quando parliamo agli uomini, noi spieghiamo ciò che abbiamo compreso per poterlo condividere.
Quando parliamo alle Intelligenze del mondo, agli Dèi, noi cerchiamo l'unità emotiva e l'unità di intenti con le Intelligenze del mondo.
Con gli uomini va bene sia la prosa che le forme che chiamiamo "liriche" o "poetiche"; per parlare con le Intelligenze del mondo vanno bene solo i componimenti lirici, poetici e, se qualcuno non è stonato come me, anche canti.
Ho tentato di spiegarlo alle persone che seguivano la Federazione Pagana, ma sembra che sia molti difficile da capire.
Il Dio dei cristiani si prega mediante parole, magari riempite di contrizione, agli Dèi questa pratica non interessa. Agli Dèi interessa "Cosa sei nel mondo" e questo viene rivelato solo dalla nostra struttura emotiva che rappresentiamo con più forza mediante i componimenti "lirici", la "poesia" o i canti.
Le persone desiderano che gli Dèi camminino al loro fianco; ma le persone camminano a fianco degli Dèi? Oppure sono solo supplici come gli adoratori del Dio dei cristiani?
Nemmeno con questa credo di essere stato chiaro. Tutti sono convinti di spiegare. Tutti sono convinti di usare "parole alate"; tutti sono convinti di riempire le loro parole di emozioni.
Invece, troppo spesso le persone sono superficiali, vivono di credenze e di illusioni. Le illusioni accecano. Credono più di essere anziché di diventare. Credono che imparando un po' di cultura sia sufficiente.
Questa convinzione, purtroppo, si chiama "arroganza". Le persone pensano che per limitare l'arroganza sia necessario "essere umili". Dovrebbero invece solo lavorare, partecipare, farsi coinvolgersi ed esultare ad ogni nuova comprensione.
Le persone non hanno idea che è necessario modificare sé stessi. Per questo io ho fallito nel tentare di spiegare la Stregoneria.
Per le persone sembra sia meglio mettersi un cappello a punta e partecipare ad una qualche "sagra dell'occulto".
Cosa succede se durante una celebrazione fatta da un gruppo di persone queste non riempiono di emozioni le "parole alate"?
Se tutti i partecipanti non usano "parole alate", senza riempirle di emozioni, non succede nulla.
Se una parte dei partecipanti usa "parole alate" e le riempie di emozioni essendo vissuti con passione e partecipazione mentre, altre persone recitano senza coinvolgere le loro emozioni e nella loro quotidianità sono state indifferenti al mondo qualche cosa accade. Le persone che usano "parole alate" riempiendole di emozioni sono state ingannate e gli Dèi non tollerano questo tipo di inganni.
Apparentemente non succede nulla. Quelle persone parleranno di "fortuna" e di "sfortuna".
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17 giugno 2026

Il 28 novembre 1995 fu reso ufficiale il risultato del referendum sul diritto al divorzio in Irlanda.
Per Wojtyla e la chiesa cattolica, i risultati del referendum furono psicologicamente devastanti. La chiesa cattolica si era impegnata in prima persona affinché l'Irlanda non approvasse il diritto al divorzio.
La vittoria dei favorevoli al diritto di divorzio fu di soli 7000 voti ma, in una situazione sociale in cui la chiesa cattolica dominava l'intera società e deteneva il controllo delle Istituzioni, fu un trauma.
Il giornale La Repubblica del 26 novembre 1995 pubblicò un articolo dal titolo "Sì, per un pugno di voti" a firma di Vanna Vannuccini.
Nell'articolo, La Repubblica scrive:
DUBLINO - Tutti si aspettavano un risultato sul filo del rasoio, ma nessuno aveva previsto che solo 7.520 voti su 2,6 milioni avrebbero deciso che il divorzio non sarà più illegale in Irlanda e che le migliaia di coppie irlandesi separate legalmente potranno cominciare a sperare in un futuro giuridicamente meno incerto. Il margine incredibilmente ristretto del risultato, arrivato dopo un'agonia di dati contrastanti, getta un'ombra di incertezza che sia stata veramente scritta la parola fine su un dramma condotto senza esclusione di colpi da parte dei fautori del no e della Chiesa, e che ha profondamente diviso il paese.
Sconfitti i terroristi della chiesa cattolica, questi non demordono.
Vogliono annullare il referendum. Un referendum, secondo la chiesa cattolica, è valido solo se conferma quanto la chiesa cattolica desidera.
La Corte Costituzionale ha censurato il governo per aver impegnato fondi a favore della campagna per il si al divorzio. Davanti allo strapotere, violento e criminale parte della chiesa cattolica è intervenuto il Governo per liberare migliaia di persone dall'angoscia di vivere in un futuro sospeso.
Nel 1986 gli elettori irlandesi erano stati chiamati a pronunciarsi contro il divorzio. In quell'occasione aveva vinto il no al diritto al divorzio favorendo l'assolutismo della chiesa cattolica.
Nel 1995 il no al divorzio perde circa il 15 per cento di voti e viene sconfitto dall'approvazione del diritto al divorzio.
A differenza di allora, nel 1995 lo scandalo dei preti pedofili è dilagato nel mondo. La chiesa cattolica impone la sua fede mediante la violenza sessuale sui minori. E' una nuova coscienza che si fa strada fra la popolazione che qualifica la chiesa cattolica come un'organizzazione criminale che pratica l'attività di terrorismo contro i diritti nelle società civili.
La campagna della chiesa cattolica presentava la donna come un'incapace.
Scrive l'articolo di La Repubblica del 26 novembre 1995:
la campagna del No ha descritto la donna: incapace di mantenere se stessa e i propri figli, vulnerabile (è sempre il marito che decide di andar via) debole (chi decide è unicamente l'uomo), un carico per la società. «Contribuente sarai TU a pagare», minacciava un manifesto elettorale. Il giudice Rory O' Hanlon, presidente del movimento No al Divorzio, ha addirittura asserito che le donne divorziate con figli non sono partner appetibili e resteranno perciò sole a vita.
I cattolici hanno fatto la campagna per il no al divorzio attraverso la denigrazione e la diffamazione della donna. Hanno seminato paura e apprensione allo stesso modo fatto da Fanfani quando guidò la campagna per il no al diritto al divorzio in Italia.
E' proprio della chiesa cattolica aggredire le persone e diffamarle quando è in ballo il proprio potere di controllo sulle persone.
Da qualche tempo la società irlandese si stava staccando dall'ideologia imposta dalla chiesa cattolica.
Scrive sempre l'articolo di La Repubblica:
Il divorzio era per la Chiesa l'ultimo bastione da difendere, l'ultima chance di riguadagnare terreno dopo che nel giro degli ultimi anni gli irlandesi hanno conquistato la separazione legale, la liberalizzazione dei contraccettivi, la legalizzazione dell'informazione sull'aborto e la depenalizzazione dell'omosessualità.
L'ideologia della chiesa cattolica era stata progressivamente emarginata nella società irlandese e per questo motivo si era mobilitata tutta la chiesa cattolica affinché agli irlandesi non fosse riconosciuto il diritto al divorzio.
Nonostante questo, l'informazione cerca di far credere che la chiesa cattolica non sia un'organizzazione criminale nemica delle società, ma che sia un suo diritto, un diritto di Dio, di privare i cittadini dei loro diritti sociali. L'informazione si guarda bene dall'accusare l'attività di pedofilia e pederastia della chiesa cattolica come un'attività di terrorismo.
Contro il divorzio la chiesa cattolica ha mobilitato anche Madre Teresa di Calcutta e i vescovi hanno minacciato di togliere i sacramenti ai divorziati. La chiesa cattolica è consapevole della sconfitta.
Il giornale La Repubblica del 28 novembre 1995 pubblica un secondo articolo a firma di Orazio La Rocca dal titolo "No comment" vaticano, ma per il papa è una sconfitta".
Nell'articolo, Orazio La Rocca scrive:
«I frutti di questi semi - dicono gli uomini di Wojtyla - matureranno col tempo. Il santo padre lo ripete in ogni momento, come ha fatto proprio ieri chiudendo il congresso internazionale della pastorale sanitaria. Ora nel mondo sta avanzando il processo di decristianizzazione, e la coesione della famiglia ne è una delle prime vittime. Ma siamo sicuri - giurano in Vaticano - che col tempo i valori cristiani torneranno ad essere capiti. I frutti germoglieranno. E questa la nostra speranza, la speranza della Chiesa di Cristo».
Il Vaticano mastica amaro. Dopo la sconfitta di Walesa, sponsorizzato dal Vaticano, nella corsa a presidente della Polonia, ora anche la vittoria del divorzio in Irlanda.
Non c'è solo un processo di decristianizzazione in corso. C'è una ricerca della libertà dell'uomo dall'orrore cristiano e dall'imposizione di principi morali inumani che il cristianesimo ha imposto alle società civili.
La mentalità degli uomini cambia lentamente, ma i bisogni di veicolare nel mondo le loro emozioni è talmente forte da rompere ogni diktat morale che il Macellaio di Sodoma e Gomorra impone loro.
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16 giugno 2026

Nel tentativo di Ratzinger e Wojtyla di ottenere empatia e simpatia da coloro che possono opporsi al cristianesimo prima del giubileo del 2000, viene lanciata l'idea secondo cui anche il non cristiano può accedere al paradiso. L'idea non è nuova e fa il pari con l'idea, oggi propagandata dai buddisti, secondo cui anche i non buddisti procedono nel processo reincarnazionista.
I cristiani hanno sempre aggredito i non cristiani affermando che i non cristiani bruceranno nel fuoco dell'inferno se non si convertono al cristianesimo. Ora, nel 1995, sono in gioco grandi interessi economici e una guerra contro i non cristiani non conviene alle finanze della chiesa cattolica.
Per questo motivo l'idea di Wojtyla è quello di piegare l'ideologia religiosa cristiana alle necessità dell'accumulo di denaro evitando conflitti ideologici con i non cristiani.
Meglio mettere da parte il "fuoco della Geenna" minacciato da Gesù e fingere che quel fuoco non sia riservato ai non cristiani, ma ai soli malvagi, come se i cristiani non avessero indicato, ancora oggi, i non cristiani come malvagi. Vedi Gesù con i farisei.
Il giornale Il Gazzettino del 01 giugno 1995 pubblica un piccolo articolo a firma di Arcangelo Paglialunga dal titolo "Anche il non cristiano va in paradiso".
Nell'articolo vengono riportate le parole di Wojtyla nell'udienza generale di "ieri" che ha reiterato il concetto di salvezza che la chiesa cattolica spaccia alle persone dopo averle convivente di essere dei peccatori e di vivere nella disperazione.
Paglialunga riporta le parole di Wojtyla che dice:
«L'assioma significa che per quanti non ignorano che la Chiesa è stata fondata da Dio per mezzo di Cristo, c'è l'obbligo di entrare e perseverare in essa per ottenere la salvezza. Per coloro che, invece, non hanno ricevuto l'annuncio del Vangelo, la salvezza è accessibile attraverso vie misteriose, in quanto la Grazia divina viene conferita in virtù del sacrificio redentore di Gesù Cristo, senza adesione esterna alla Chiesa, ma sempre, tuttavia, in relazione con essa».
Come si può constatare, le parole di Wojtyla non riguardano i "non cristiani", ma sono riferite a coloro che ignorano i vangeli. In altre parole, praticamente nessuno nel mondo di oggi.
Le parole di Wojtyla sono minacce ideologiche per tutti coloro che rifiutano il diritto della chiesa cattolica di possedere le persone. Se le persone si rifiutano di essere possedute dalla chiesa cattolica, finiranno all'inferno.
Sarebbe dovere di Wojtyla dimostrare l'esistenza del suo inferno e del suo paradiso, ma non saranno giornalisti come Paglialunga a fare queste domande a Wojtyla o a dare il corretto significato sociale alle parole di Wojtyla preferendo, al contrario, omaggiare una sorta di paternalismo di facciata con cui giustificare l'ideologia della monarchia assoluta in contrapposizione alla Costituzione della Repubblica e alla libertà del modo delle persone di pensare e di vivere la vita.
Wojtyla dice: o ti metti in ginocchio davanti a me o vai all'inferno. E' la stessa malvagità con la quale il Gesù dei cristiani minacciava le persone.
Chi dice che la chiesa cattolica è stata fondata da quello che loro chiamano Dio e non da ladri, truffatori, assassini, corrotti, depravati, malati mentali e simili?
Riporta ancora le parole di Wojtyla Paglialunga, per sottolineare la magnanimità di Wojtyla:
«Tutte le religioni possono esercitare un influsso positivo sul destino di chi ne fa parte e ne segue le indicazioni con sincerità di spirito».
Il cristianesimo trasforma le persone in pecore del gregge da portare al macello della vita. Per questo Wojtyla dice che tutte le religioni hanno lo stesso influsso sugli uomini mentre portano gli uomini al macello della loro vita.
Wojtyla dice che "in fondo siamo tutti uguali!" tutti abbiamo un influsso positivo sulla vita. Con questo Wojtyla vuole allontanare la critica alla chiesa cattolica specialmente quando qualcuno potrebbe accusare la sua ideologia di stupro di minori per poter imporre la fede cattolica.
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15 giugno 2026

Un sistema religioso ha la caratteristica di elaborare una filosofia sociale. Per contro, una filosofia sociale può nascere anche in antagonismo ad un sistema religioso. Tuttavia, quando una filosofia sociale nasce come antagonista ad una filosofia sociale prodotta da un sistema religioso, veicola, sempre e comunque, parte di quel sistema religioso di cui combatte la filosofia sociale.
Si tratta di un meccanismo perverso.
Ogni filosofia sociale è manifestazione di un sistema religioso. Le differenze dipendono dalle diverse interpretazioni soggettive di quel sistema religioso. Interpretazioni soggettive che nascono dai bisogni esistenziali delle singole persone, o da gruppi di persone. Queste persone interpretano soggettivamente l'ideologia del sistema religioso in cui vivono adattandolo ai loro bisogni e rivendicando la soddisfazione dei loro bisogni senza mettere in discussione i principi fondamentali di quel sistema religioso.
Possiamo dire che un sistema religioso dominante continua a produrre, attraverso le interpretazioni soggettive, continuamente nuove filosofie sociali sia come "apparenza di nuove filosofie sociali", sia come filosofie sociali con principi sociali diversi.
Mantenere costante il sistema religioso, che domina una società, e variare solo l'interpretazione di esso a seconda dei bisogni soggettivi, equivale a conservare il diritto del sistema religioso a modificare a piacimento la filosofia sociale a seconda dei propri interessi
In parole apparentemente più semplici, la filosofia sociale del fascismo, anche se sconfitta dalle condizioni storiche nel 1945, ha potuto rinascere perché era, ed è, una filosofia sociale prodotta dal cristianesimo. Non avendo messo in discussione o censurato l'ideologia religiosa cristiana, il fascismo, manifestazione sociale dell'ideologia religiosa cristiana, ha potuto riaffermarsi nella società italiana quale necessità della religione cristiana di dominare gli uomini.
Per contro, quelle che vengono chiamate "ideologie comuniste" essendo il prodotto della necessità degli uomini in antitesi alle ideologie sociali con cui il cristianesimo dominava e domina la società italiana, non avendo censurato l'ideologia religiosa cristiana, ha potuto sì ispirare speranze nelle persone, ma ha finito per soccombere agli interessi ideologici della chiesa cattolica che ha alimentato, agendo nel tempo, una nuova e diversa veicolazione della filosofia cristiano-fascista nella società.
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14 giugno 2026

Voglio ragionare su un piccolo articolo, un trafiletto, apparso sul giornale La Repubblica il 13 settembre 1995 dal titolo "Galileo, Biffi contro il papa".
Si tratta di una polemica che precedette il Giubileo del 2000.
In vista di quel Giubileo, Wojtyla si stava precipitando a mettere in atto una sceneggiata propagandista che la stampa nazionale propagandava come una sorta di "richiesta di perdono" per tutte le malefatte storiche messe in atto dalla chiesa cattolica.
Una di queste malefatte fu il processo contro Galileo Galilei.
La caratteristica della vicenda Galileo Galilei fu che non fu il genocidio di una massa di persone private del loro nome e cognome, ma fu l'azione contro un singolo individuo identificabile con un nome e un cognome.
I canoni della propaganda dicono che il genocidio di mille persone africane massacrate dai missionari cristiani possono essere ignorate perché ridotte ad un numero privo di personalità, ma la vicenda, contro una persona identificabile con un nome e un cognome, può diventare pericolosamente eversiva contro il dominio della chiesa cattolica.
Nella mentalità nazista di Wojtyla il chiedere perdono per l'attività della chiesa cattolica in quella vicenda equivale a fermare le critiche e la condanna alla chiesa cattolica per quella vicenda.
Il problema vero è che Wojtyla, nel chiedere scusa per quella vicenda, omette di condannare il suo Dio per menzogna lasciando che la menzogna, propagandata dalla sua bibbia, continui il suo carattere nefasto sulla struttura emotiva delle persone, dei bambini in particolare.
A Wojtyla nel 1995 interessava salvaguardare l'ideologia cristiana da ogni possibile censura; a lui interessava solo l'atto di propaganda con cui fermare la critica alla chiesa cattolica.
E' evidente che l'allora cardinale di Bologna Biffi preferisce, a differenza dell'operazione propagandista di Wojtyla, riaffermare il proprio diritto a massacrare le persone per riaffermare la gloria del suo Dio.
Scrive il giornale La Repubblica del 13 settembre 1995 "Galileo, Biffi contro il papa":
BOLOGNA — La Chiesa in quanto tale è senza peccati. Parola del cardinale di Bologna, Giacomo Biffi, che, presentando la sua nota pastorale "Christus Hodie", è tornato anche sul caso Galilei, dopo la "riabilitazione" dello scienziato da parte del Papa. Per Biffi, "se la prendono tutti solo con la Chiesa, ma anche le autorità gli erano contrarie: Galileo è stato disapprovato per l'ipotesi copernicana dagli accademici del suo tempo; eppure nessun rettore di oggi è sottoposto a critica per questo".
Osserviamo attentamente i contenuti delle farneticazioni criminali di Biffi. Solo in questo modo possiamo comprendere l'ideologia criminale della chiesa cattolica.
Primo: "La chiesa in quanto tale è senza peccati".
Si tratta del principio ideologico dal quale trae forza l'ideologia nazista: "Lo Stato in quanto tale è senza peccati".
In altre parole, uno Stato, come la chiesa cattolica e Dio, possono sterminare o violentare persone e popoli e, nel farlo, non possono essere condannati perché, secondo Biffi, la loro azione è legittimata dal loro potere di dominio.
Questo è un principio a cui si sono opposte le società democratiche che, dal punto di vista giuridico, ritengono il singolo individuo e lo Stato, con esso Dio e la chiesa cattolica, sullo stesso piano di parità giuridica.
La differenza dove sta? Mentre i delitti del singolo individuo, sempre che siano delitti e non semplici opinioni che non sono giuridicamente censurabili, possono cadere in prescrizione; i delitti contro l'umanità, che non possono essere conchiusi nel singolo individuo, non cadono mai in prescrizione. E' come dire che al Dio di ebrei e cristiani viene prescritto il reato di genocidio per aver sterminato l'umanità col Diluvio Universale. E' sempre condannabile, sia lui che chi lo propaganda.
Il delitto commesso dalla chiesa cattolica contro Galilei è un delitto contro il diritto della libertà di pensiero. Un pensiero nato dall'analisi della realtà. Una realtà che la chiesa cattolica negava in base al diritto di menzogna che la chiesa cattolica esercitava.
La seconda affermazione delirante di Biffi è: "ma anche le autorità gli erano contrarie". Premesso che le "autorità" erano tali per mandato e volontà della chiesa cattolica e che contestare la chiesa cattolica significava finire sul rogo, l'istruzione e le informazioni fornite alle così dette "autorità" erano tutte informazioni fornite dalla chiesa cattolica che non ammetteva nessuna discussione in relazione alla sua "verità rivelata". Con questa affermazione Biffi riafferma il carattere criminale della sua attività come agente della Chiesa cattolica.
un'altra affermazione delirante di Biffi è: "Galileo è stato disapprovato per l'ipotesi copernicana dagli accademici del suo tempo;".
Gli accademici non sono "portatori di verità", manifestano delle opinioni e, anche se hanno ottenuto il titolo di "accademico", il titolo non certifica un'assoluta conoscenza culturale, certifica solo che quella persona è funzionale all'Istituzione nella quale è stata chiamata ad operare.
La quarta affermazione delirante di Biffi è: "eppure nessun rettore di oggi è sottoposto a critica per questo".
Nessun rettore di oggi affermerebbe mai che il sole ruota attorno alla terra. Nessun rettore di oggi reitera il concetto cristiano proposto dalla verità della bibbia per il quale, ufficialmente, Galileo fu condannato.
Esiste la chiesa cattolica e l'ebraismo che reiterano le farneticazioni del loro Dio; continuano a propagandarle; evitano di condannare il loro Dio per le bestialità che ha detto e afferma di aver fatto. Mentre nessun accademico oggi come oggi reitererebbe le ipotesi attraverso le quali la chiesa cattolica ha condannato Galileo, la chiesa cattolica continua a reiterare tali bestialità per riaffermare il proprio dominio dell'uomo sull'uomo.
La chiesa cattolica non condanna il suo Dio e, pertanto, si rende complice delle bestialità affermate dal suo Dio.
Infine, una precisazione.
Galileo non fu condannato dalla chiesa cattolica per le sue teorie sul movimento del sole e della terra. Queste sono le stupidaggini che vengono propagandate per nascondere il vero motivo della condanna. Galileo fu condannato perché, con le sue teorie, si è arrogato il diritto di fare un discorso di teologia cristiana e la chiesa cattolica non ha mai ammesso che un "laico" mettesse in discussione la sua teologia. I cardinali che condannarono Galileo sapevano benissimo che Galileo aveva ragione. Galileo metteva in discussione i principi di teologia cristiana prima che quest'azione fosse fatta da teologi che avevano compreso come propagandare la "nuova verità" senza mettere in discussione l'autorità di Dio o della chiesa cattolica.
Galileo, con la sua teoria, dette dei bugiardi a Dio e alla chiesa cattolica; la chiesa cattolica non poteva tollerare questo affronto.
Pagina specifica dell'argomento
13 giugno 2026
La situazione mondiale appare sempre più un affare da miliardari.
C'è stato un tempo in cui sembrava che la politica potesse controllare, almeno in parte, il grande capitale finanziario.
Ricordo che alla fine degli anni '70 e negli anni '80 si parlava dello "Stato imperialista delle multinazionali" e c'era una certa coscienza di vivere in società precarie in cui gli interessi di pochi prevalevano sugli interessi dei molti e della società nel suo insieme.
Oggi, questa consapevolezza sembra scomparsa. Sembra che le persone non alzino più gli occhi al cielo, ma sembra che guardino solo alla terra, al loro momento contingente.
Perché gli Usa e gli ebrei stanno macellando gli iraniani?
L'imperialismo delle compagnie petrolifere ha i suoi interessi. Interessi che vengono alimentati da un esercito che massacra.
Quanti Stati verranno destabilizzati per permettere all'imperialismo di trionfare?
C'era un tempo, non lontano, in cui le persone pensavano a sé stesse come a dei cittadini impegnati nella società dove il sistema dei diritti sociali era prevalente sugli interessi di pochi.
Oggi, i pochi sembrano non solo dominare i molti, ma per farlo diffamano i molti e il loro desiderio di giustizia sociale.
E' il modello sociale imposto dalla bibbia cristiana in cui il Dio che macella l'umanità per il proprio divertimento accusa i macellati di essere malvagi, come Hitler che per sterminare zingari ed ebrei li "accusava" di essere una razza inferiore.
E' indubbio che la "crisi economica" sia vissuta dai cittadini in maniera drammatica, ma più che una "crisi economica" appare una crisi di valori sociali dove il desiderio del più forte di prevaricare socialmente il più debole ha il suo fondamento nel delirio psicologico e non nelle condizioni economiche.
13 giugno 2026
Esiodo apre il suo racconto sull'età dell'oro affermando:
Se lo desideri, ti narrerò bene e con arte un altro racconto; intanto tu convinciti che origine comune avevano gli uomini e gli Dei.
Esiodo, Le opere e i giorni, Editore BUR, 1958, pag. 16
Non penso che le persone abbiano riflettuto sul significato di questa frase.
Avete mai sentito parlare di un sistema religioso che afferma "origine comune avevano gli uomini e gli Dèi"?
Perché i vari analisti hanno finto di non leggere quella frase e di non capirne il significato?
13 giugno 2026
Le persone dovrebbero fare un bilancio per sapere che cosa vogliono nella loro esistenza. Dovrebbero mettere in atto delle strategie per tentare di ottenere quello che vogliono.
Invece, sembra che le persone vivano alla giornata cogliendo delle opportunità o delle condizioni che appaiono loro quasi per magia.
Alcuni di loro appaiono fortunati, altri sfortunati.
Gli sfortunati pregano e supplicano; i fortunati deridono gli sfortunati.
Come si fa a spiegare alle persone che ci fu un tempo in cui una coppia formata da un operaio perennemente precario e da un'impiegata, col loro lavoro si sono acquistati un appartamento confortevole, una casa in una località di vacanza, due automobili e si sono costruiti un piccolo gruzzolo per far fronte alla vecchiaia?
La domanda a cui hanno risposto è: cosa esser tu?
E ancora: come funziona il mondo in cui vivi?
E' difficile rispondere a questo mentre si sta grattando un "gratta e vinci" sperando nella fortuna.
E' nel tempo che si trasforma la realtà del presente e in questo Esiodo aveva ragione: "se ogni giorno al poco che hai aggiungi qualche cosa, un giorno avrai molto". E' una regola che anche Esopo auspicava per i frequentatori del suo ambiente sociale.
Purtroppo, le persone sperano nel miracolo e la speranza uccide la vita.
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Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
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